giovedì 25 aprile 2013

Immagini - racconto - Rubrus



IMMAGINI

di
Rubrus

26/04/2013
etichetta: la stanza di Rubrus




Il vecchio che trascorreva pomeriggi interi all’Holy Cross Cemetry mi sembrava troppo male in arnese per dare noie, ma non potevo esserne certo… quella era Hollywood, dopotutto e io il custode del cimitero, così un giorno gli chiesi se potevo essergli utile.
«Pensa che possa essere un buon posto per riposare, questo?» mi domandò in risposta. Aveva un accento europeo.
«Credo di sì, signore» dissi «Io faccio del mio meglio perché lo sia».
«A me piacerebbe una tomba lassù, in collina.  Deve avere una certa visibilità… per i fan, capisce».
«Lavora nel cinema?» Era una domanda retorica. Quasi tutta la dannata città lavorava nel cinema.
Lui raddrizzò le spalle e roteò gli occhi in una maniera che mi ricordò Mr. Mephisto, un illusionista dilettante che frequentava le fiere di campagna quand’ero bambino.
«Bela Lugosi» disse marcando ancora di più l’accento.
«Ma certo» risposi. Pensai che fosse un vecchio attore dell’epoca del muto e decisi di comportarmi come se avessi di fronte Tom Mix o Harold Lloyd. «Vederla di persona fa un tale effetto che… beh non ero certo che fosse lei».
«Oh non fa nulla, giovanotto, non fa nulla…» replicò e, subito, fu interrotto da un accesso di tosse così violento che pensai avesse deciso di crepare lì per risparmiare sulle spese del funerale.
Stavo per chiamare aiuto quando mi fermò con un gesto della mano, riuscì a ricomporsi e si allontanò barcollando, simile ad uno straccio di lana nera che ondeggiava nel rosso acceso del tramonto.  

«Bela Lugosi?» urlò quasi Jennifer sgranando gli occhi.
Spalancava spesso quei fanali blu, probabilmente perché, in qualche scuola di recitazione, le avevano detto che era particolarmente espressivo. A me ricordava un avvolgibile lasciato andare all’improvviso.
«Bela Lugosi?» disse ancora. Nel copione che il buon Dio aveva rifilato a Jenny non c’erano molte battute.
«Sì» risposi accelerando il passo. Stavamo passando accanto al cartellone di un film lacrimevole e volevo evitare che Jenny mi trascinasse dentro e passasse metà della serata a spiegarmi quanto meglio lei avrebbe recitato se fosse stata la protagonista.
«Dio mio… ma è … Dracula… cioè… l’interprete. Come hai fatto a non riconoscerlo?».
«Ma certo» feci io schioccando le dita «“Il cervello di Frankenstein"… c’erano anche Gianni e Pinotto».
Jenny si arrestò e battè i piedi per terra. «No, no!» strillò «Non quella… parodia. Io parlo del Dracula vero, quello del ’31, per la regia di Tod Browning».
«Jenny» risposi «Nel ’31 io ero ancora dentro alla pancia di mamma a Corn Bluff, Tennessee. Sono solo un povero ragazzo di campagna, ricordalo».
Lei sorrise e ripeté il giochetto dell’avvolgibile.
Forse la serata non era del tutto compromessa.

Il pomeriggio dopo me la trovai al cimitero e così il giorno dopo e quello dopo ancora.
Qualcuno pensa che i camposanti siano posti romantici, altri tetri. Per me era il luogo dove sgobbavo per una miseria e non ci trovavo niente di soprannaturale od evocativo, tuttavia…
Tuttavia, osservando Jenny seduta su una panchina, intenta a leggere un copione nella luce smorta della sera, o seduta all’ombra sottile e precisa di un cipresso, pensai che l’Holy Cross non fosse poi tanto male.
Mi stavo innamorando di Jenny? Non lo so. Oh, certo, sapevo benissimo che ciò cui Jenny mirava, sbagliando completamente bersaglio, alla sua solita maniera ingenua e sognatrice, era un autografo di Bela Lugosi e, magari, una particina in un film, però non riuscivo a vederla come una semplice comparsa nel lungometraggio della mia vita, se capite quel che voglio dire.
Stavo ancora riflettendo sulla faccenda quando il vecchio Bela ricomparve.

Sentii Jenny strillare e, subito dopo, vidi uno stormo di passeri levarsi in volo da dietro una siepe ad un centinaio di metri di distanza.
Mi precipitai, con una fretta di cui non ebbi neppure il tempo di sorprendermi, e la vidi in sollucchero davanti a quel vecchio catorcio, con un libro ed una penna in mano e un’espressione raggiante sul volto.
«Oh, venga, venga giovanotto» mi disse Lugosi «Stavo giusto spiegando alla sua fidanzata che forse posso fare qualcosa per lei. Sa, quel regista con cui sto girando, Ed Wood, è sempre alla ricerca di giovani talenti e così…».
Non ero un ingenuo. Sapevo quale ruolo avevano in mente, per le ragazze carine, la maggior parte dei maschi adulti che, al di là del muro dell’Holy Cross, viveva la vita vera, tuttavia non mi arrabbiai né m’ingelosii.
Forse era perché Lugosi aveva chiamato Jenny “fidanzata”, forse perché Jenny era felice e questo rendeva felice anche me, forse perché mi facevano tenerezza tutt’e due, Jenny perché non aveva ancora abbandonato i suoi sogni di ragazza e Lugosi perché li aveva ritrovati, come a volte capita ai vecchi.
Forse perché cominciavo a credere d’essermi innamorato per la prima volta.
  
Avevo raccolto qualche notizia su Lugosi, nel frattempo.
Aveva interpretato il vampiro nel ’31 e, anche se non parlava l’inglese alla perfezione, la battuta “I am Dracula”, recitata con quell’accento, gli veniva alla perfezione. Del resto, più che parlare, doveva mordere e guardare il prossimo in cagnesco.
Negli anni ’30 aveva ricoperto tutti i ruoli da cattivo a disposizione: scienziato pazzo, aiutante di Frankenstein… era come se il Conte avesse vampirizzato anche lui.
Poi erano arrivati la guerra e gli orrori veri e la gente lo aveva dimenticato.
Adesso, oltre vent’anni dopo il suo primo, grande successo, si era ridotto ad essere un vecchio bislacco che si aggirava per i cimiteri in cerca della sua prossima e definitiva sistemazione.
Qualche giornale scandalistico sussurrava che fosse morfinomane, ma non ci credevo, o forse non ci volevo credere, dato che, da quando lo aveva conosciuto, Jenny parlava di casette in periferia e bambini.
Erano illusioni, certo, mi suggeriva una voce nella mia testa, la stessa che mi consigliava di non abbandonare il mio tranquillo impiego pubblico, ma non era la città dei sogni, quella?
Mi svegliai quando Lugosi morì.


Lo misero in una tomba fuori mano, non quella che aveva sognato, perché non se la poteva permettere.
Aveva chiesto di essere sepolto col suo mantello da vampiro e, al funerale, c’erano diverse celebrità. Mentre lo calavo nella fossa udii Peter Lorre dire a Boris Karloff “Che dici, dobbiamo piantargli un paletto nel cuore?”.
C’era Jenny, lì vicino, e sperai che non avesse sentito.
Il povero Bela non se lo meritava, come non meritava che un figurante, che recitava coprendosi il volto, lo sostituisse nelle scene che non aveva potuto recitare.
Qualcuno aveva raccontato che le sue ultime parole erano state “Io sono il Conte Dracula, il re dei vampiri, io sono immortale”. Se non era vero avrebbe dovuto esserlo.
Da quel giorno Jenny non venne più al cimitero.  

Non immaginavo che avrei sentito la sua mancanza. Hollywood era piena di belle ragazze e la compagnia non mi era mai mancata. Alcune di loro, anzi, quelle col gusto del macabro, trovavano il mio lavoro interessante.
Continuavo a ripetermi che l’avrei dimenticata, ma la sera, quando passeggiavo con qualche bionda sotto il braccio, mi scoprivo a cercare Jenny nella folla lungo la Walk of Fame o, chissà, nei nomi scritti in piccolo sulle locandine.
Alla fine, andai ad aspettarla sotto il portone di casa, come facevano gl’idioti delle poesie che le piaceva leggermi. Non la vidi e non la vidi neppure la sera dopo e nemmeno quella dopo ancora.
Una notte che precedeva una giornata libera, mi armai di pazienza e l’attesi in una tavola calda lì accanto.
Rincasò poco prima dell’alba, barcollando su tacchi alti che non era abituata a portare. Mi feci sotto, sbucando dalla penombra ed afferrandola per un braccio. Voltandosi, mi mostrò un viso pallido come una maschera di gesso, nel quale gli occhi brillavano come l’acqua scura della baia. Avevo in mente un sacco di cose da dirle, ma riuscii solo a biascicare qualcosa come «C’è un altro?».
Lei annuì appena e sgattaiolò via. Udii le sue scarpe ticchettare sulle scale scrostate, mentre si dileguava.

Passai le settimane successive a darmi dell’imbecille.
Quella era Hollywood e conoscevo gli effetti della droga o, più semplicemente, l’aspetto che hanno i sogni quando s’infrangono.
Jenny era arrivata dalla campagna, come me, ma, a differenza di quanto avevo fatto io, aveva udito il canto delle sirene e sperato di unirsi al coro. Niente di strano che avesse fatto naufragio.
Ma io no, eh, io no.
Io mi ero scelto il mio impiego pubblico e passavo le mie giornate insieme ai morti, anche se questo significava non vivere davvero. O forse proprio per questo.
Eh sì, ero saggio, io.
E allora perché, quando, passando davanti ad uno di quei locali dove vanno i mariti in cerca di un innocente diversivo (come lo chiamavano i buttadentro), avevo visto il nome di Jenny, mi ero sentito come se uno degli inquilini dell’Holy Cross mi avesse afferrato il cuore?
Perché ero entrato in un negozio di liquori e avevo preso una bottiglia di whisky?
Perché avevo attraversato mezza città guidando come un pazzo mentre mi ripetevo che Jenny era solo un’attrice e che finivano tutte così?
Perché mi ero precipitato da Jenny e, adesso, stavo per bussare alla sua porta nonostante i rumori che sentivo provenire dall’interno fossero inequivocabili?

Perché sono sbronzo, mi dissi prima di sfondare la porta ed entrare.
"Ero sbronzo" è stato quello che mi sono ripetuto per tutto questo tempo e che mi dico anche adesso, oltre cinquant’anni dopo, mentre scrivo queste righe.
Quello che ho visto, infatti, non è stato un amante occasionale, magari un attore o un regista da strapazzo.
Non è stato nemmeno un vampiro, come magari qualcuno di voi avrà pensato leggendo le righe che precedono.
Soprattutto non è stato Bela Lugosi uscito dalla sua tomba all’Holy Cross, che spazzavo un giorno sì ed uno no.
È stata l’immagine di Bela Lugosi, qualcosa che, ora che sono apparsi i film in 3D, potrei descrivere come la proiezione tridimensionale di Dracula il Vampiro interpretato da Bela Blasko, in arte Bela Lugosi.
Era solido e reale come l’incasso di un cinema a fine giornata e, come abbiamo visto anche troppe volte in tutti questi anni, reggeva Jenny per le spalle, mordendola sul collo.
Ho urlato ed è stato come se tutto l’alcool che avevo in corpo mi uscisse dai pori (ma non avevo detto di essere sbronzo? Sì l’avevo detto e continuo a ripeterlo), poi, quando quello, senza mollare la presa, ha alzato il suo sguardo su di me, sono scappato via, inseguito dal rumore della bottiglia che s’infrangeva per terra, dai gemiti sommessi di Jenny e, soprattutto, dal ricordo dei suoi occhi. Dei suoi antichi, famelici occhi.

Sono tornato a Corn Bluff, Tennessee, dove mi trovo ancora adesso, mentre guardo le pale del mulino che girano come un vecchio, bizzarro rullo cinematografico.
Penso che riavvolga la mia vita al contrario, fino al giorno in cui ho saputo della morte di un’attricetta di secondo piano, tale Jennifer Davenport, vittima di alcool, droga e del fiasco di quello che sarebbe passato alla storia come il film più brutto di tutti i tempi “Planet 9 From  Outer Space”, ultima, tragica e farsesca interpretazione di Bela Lugosi.
Penso che, a furia di riavvolgere, Jenny potrebbe tornare perché l’ho invitata nella mia vita, a suo tempo …e chiunque abbia visto un film col buon vecchio Bela sa che cosa vuol dire, questo.
Penso che la visione di quella sera potrebbe essere una metafora dei sogni che uccidono, ma che potrebbe anche non esserlo.
Erano immagini, certo, sogni come i giochi di luce ed ombre sullo schermo, ma ho imparato a non sottovalutarne il potere, così tengo la foto di una treccia d’aglio, in tasca.
Non si sa mai.


16 commenti:

  1. ciao Rubrus, mi piace come scrivi però questo tuo racconto mi sembra ne contenga due e non del tutto miscelati. la prima parte paral di Bela Lugosi (ottimo spunto) e la seconda di Jenny (che muore devastate dale droghe). Però qual'è il nesso fra I due racconti a parte il fatto che a Jenny piaceva Bela Lugosi? Credo che avresti dovuto miscelarli un poco di più, magari facendo morire Jenny PER QUALCOSA relazionato con Bela. Devo ammettere che quando lessi che stave girando Bianca come un lenzuolo mi entusiasmai al pensiero che forse il vecchio Bela Lugosi non era poi così morto e svolazzava vestito con un mantello negro. Poi, però, non fu così. comunque il racconto non è male, dai. bravo.

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  2. Ciao e grazie del commento.
    Hai ragione, sono due linee narrative.
    Lugosi fu "vampirizzato" dal suo personaggio (complici anche le majors)e i particolari relativi alla sua vita e alla sua morte (comprese le sue ultime parole e la battuta di Peter Lorre) sono veri. Lugosi morì tossicodipendente e così anche la Jennifer del racconto (mmh.. forse hai ragione basterebbe una frasetta ad evidenziare il nesso).
    A livello più profondo il senso è che il cinema e, più in generale, il potere delle illusioni, può uccidere.
    Narrativamente, questo concetto è rappresentato dalla immagine di Lugosi (non l'attore stesso, quindi, e neppure il suo personaggio, Dracula, ma l'idea che egli ha incarnato sullo schermo): un "mostro" capace di devastanti effetti nella realtà e forse egli stesso reale.
    L'"essere" vampirizza Jennifer come prima di lei aveva vampirizzato l'attore.
    Quello che il protagonista vede, dunque, non è il vampiro, nè l'attore, ma la creatura sullo schermo uscita dallo schermo stesso.
    Ho cercato di dirlo espressamente, ma, naturalmente avrebbe potuto essere più esplicito.
    Ti ringrazio.

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  3. Due storie che si intersecano e non si capisce quale delle due sia il pretesto vero, semplicemente perché sei riuscito secondo me a non sembrare didascalico quando l'oggetto era un personaggio famoso e reale come Bela Lugosi. C'era il rischio anche di scivolare nel patetico, ma secondo me te la sei cavata egregiamente. Un racconto ricco di spunti e di notizie vere. Una buona miscela tra romanzo e realtà. Complimenti.

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    1. Ti ringrazio. Effettivamente è un miscuglio di dati reali e no.
      Tutta la storia di Jennifer e del protagonista è inventata.

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  4. Serenella Tozzi26 aprile 2013 14:40

    Il cinema e le sue illusioni; metaforicamente è preciso questo racconto; chissà quante vite ne sono rimaste marchiate, e piuttosto malamente.
    Mi piace l'originalità del mestiere di lui; una stranezza singolare.
    Come sempre un racconto ben delineato per ambientazione e personaggi.

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  5. Ti ringrazio.
    Ovviamente ho preferito lasciare l'aspetto metaforico sullo sfondo... molto sullo sfondo.
    Mi interessava la storia in sè.

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  6. Ciao, un po' di cosette da dirti...
    1) chi ha segnato un "così-così" capisce niente.
    2) belaframe come titolo mi piaceva di più eheheh.....
    3) passando alle cose serie: il personaggio di Bela, ovvio ha il suo grande fascino, anche il becchino,
    il cimitero location, tanto per restare in tema di cinema, suggestiva. Quello che non convince è il
    personaggio femminile, le hai dedicato troppo tempo e come dicono altri, non è ben amalgamato
    nella storia e non ha spessore (piuttosto un cliché)
    4) scrivi come uno scrittore, e questo, bada bene, per menon è un complimento. Leggo Rubrus che scrive come
    uno scrittore, uno bravo, ovviamente. E' una cosa che non direi a tutti, ma credo che tu mi possa
    capire.

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    1. Ciao.
      Allora: il titolo sarebbe "Immagini", ma ci deve essere stato un errore di inserimento.
      Ho deciso che il mio protgonista doveva essere il becchino perchè si trovava, a mio parere, nella posizione migliore per raccontare la storia della morte di Lugosi (avrebbe potuto essere un medico o un altro attore, ma il becchino, anche in quanto mestiere più adeguato al tema), mi sembrava il mestiere migliore
      Forse volevi dire che al personaggio femminile ho dedicato troppo poco tempo. I personaggi femminili non mi vengono mai bene. Diciamo che è vista attraverso gli occhi del protagonista che, da avventura, vede lentamente la sua storia con lei trasformarsi in storia "seria".
      Scrivere è un hobby, per me, nulla più.
      Sul "così così" penso, in linea generale, che tutte le opinioni siano lecite se motivate e presumo (essendo il parere non riconducibile a chi l'ha espresso) che il giudizio sia motivato. Due difetti, del resto, che non ho remore a giudicare esistenti, sono stati già trovati e penso che, sul punto, le osservazioni siano fondate.

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    2. Sì, scusa mi sono espressa male (avevo l'emicrania). Volevo dire: hai dedicato troppo spazio al personaggio femminile per così com'è oppure, giustamente, come dici tu, troppo poco tempo nel delinearlo. Bhe...se hai difficoltà sei in buona compagnia, pare che anche Dostoevskji avesse difficoltà con i personaggi femminili, al contrario di Tolstoj che era un genio assoluto in questo senso. Comunque, ho pensato, perché la tizia non la fai diventare il pusher di Lugosi? Così assumerebbe contorni più simbolici, potrebbe rappresentare la macchina infernale del cinema e anche datrice di morte, causa prima della morte di Bela Lugosi (in fondo è vero, visto che era morfinomane), ah...Sister Morphin (così fai anche un bell'omaggio ai Rolling Stones) si potrebbe chiamare la tipa, e poi il becchino, il custode della morte, ovvio che si innamori di lei, magari diventa pure lui morfinomane e ne facciamo un finale alla Dick, eh...cheddici??? (un po' scherzo, ma un po' pure no)

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    3. Ciao... eheheh, interessante spin off. Sarebbe un divertente racconto alternativo in cui i rapporti di forza sono invertiti e comunque alterati (e quindi andrebbe riscritto da capo a piedi). Su vuoi provare...
      Un personaggio simile a quello che lumeggi è, per rimanere nell'ambito, la protagonista di un bellissimo racconto degli anni '40 di Fritz Leiber: "La ragazza dagli occhi famelici".
      Noto tra l'altro che il tuo sviluppo della vicenda alternativa parte dalla trama...

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  7. Testo degno del miglior corso di scrittura creativa.
    Il tema è solo una scusa per evidenziare lo stile asciutto, essenziale della narrazione.
    Condotto con rigoroso modernismo, in più con lo stratagemma teatrale dei quattro cantoni che consente una compiuta disamina dei personaggi solo attraverso entrate ed uscite ad incastro.
    L'attenzione ne è piacevolmente colpita, senza denotare segni di stanchezza.
    A mio parere, cioè d'uno che non bazzica la narrativa d'evasione e quindi non è prevenuto direttamente o indirettamente, il nostro Autore ci sa fare, con quel pizzico di abilità che cela le tecniche del mestiere sotto la veste d'una storia appena riverniciata.
    In conclusione, una proposta da manuale.
    Siddharta.

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  8. Ciao.
    ehmmm... mai frequentato un corso di scrittura creativa nè intendo farlo. Mi piace "smontare" letteralmente i libri per vedere come funzionano, ma preferisco farlo da me.
    Sullo stile "l'è proprio tutta al rovescio" come direbbe Lorenzo o come dicevan tutti Renzo.
    Per me lo stile deve essere al servizio della trama e non il contrario. Se il modo in cui le cose vengono dette è, per l'autore, più importante delle cose dette, non abbiamo narrativa, ma altro. Magari eccelsa fattura, ma altro. Sarà un modo rozzo di vedere la faccenda, ma è quello che mi convince di più.
    La storia per me non è mai il "pretesto", ma lo scopo, il fine.
    Apprezzo molto che tu abbia colto il lato "oggettivizante" della narrazione. I miei personaggi (almeno come obbiettivo) dovrebbero spiegarsi da sè, attraverso quello che fanno, quello che dicono e quello che pensano (in quest'ordine). La nostra letteratura è spesso malata, a mio parere, di eccesso di diaristica più o meno mascherata.
    Apprezzo moltissimo - in effetti penso che, per chi scrive, sia il massimo riconoscimento possibile - che chi "bazzica" altri generi trovi interessante questo mio.
    Ti ringrazio molto.

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    1. Per scelta di campo, quando commento mi concentro esclusivamente sul testo e non sull'Autore.
      Ed esprimo semplicemente quello che mi ha sollecitato dentro.
      Che siano opinioni più o meno condivisibili non ha molta importanza.
      Ognuno ha la sua formazione culturale, il suo modo di vedere, il suo sentire.
      Ribadisco che nella fattispecie non mi ha colpito il contenuto, ma la forma d'esposizione, schietta, veloce, moderna.
      Sid

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  9. Quanto ad impostazione sono pienamente d'accordo. Penso che l'autore dovrebbe scomparire dal testo, che dovrebbe stare in piedi da sè.
    Questo non vuol dire pretendere che il testo esista senza l'autore (sarebbe una sciocchezza) ma che deve avere o aspirare ad avere un valore intrinseco.
    Sono d'accordo con te che la leggibilità di un testo dipenda moltissimo dal ritmo dello stesso.
    Non so se e fino a che punta possa dirsi "moderno" lo stile di questo mio (ammesso che io abbia uno stile). Credo che sia più anni '50/ '60.
    Ma del resto negli stessi anni possono convivere Bacchelli e Hemingway.

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    1. Moderno, non contemporaneo nè ipermodernista nè sperimentale.
      Forse il nostro tempo.
      Sid

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  10. Ciao. Non posso valutare ovviamente me stesso, ma la definizione di "moderno, ma non contemporaneo nè ipermodernista nè sperimentale" mi garba assai.
    Grazie ancora.

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