martedì 23 aprile 2013

Giuseppe Barreca - Parole dimenticate... - poesia



Parole dimenticate sul tram numero 23

di
Giuseppe Barreca

23/04/2013
etichetta: poesie nella rete



Non ricordo il mese il giorno,
forse l’anno sì, ma tacerne è bello,
di quando ti toccai il ginocchio
nel tram nell’ora più affamata del giorno.
Lambrate puzzava di fritture e giornali,
l’odore del treno era un’eredità infelice;
tra i viaggiatori stanchezza e frustrazione
per i falliti palpeggiamenti
al momento di scendere.
Poi il sole argentato di Milano ci ferì gli occhi
e ci rifugiammo sul 23, lindo nel suo consunto vestito arancione,
mentre in mezzo alla piazza affollata
danzavano tram più belli e sensuali di lui.
Partimmo, lentamente,
e pattinammo sulla malinconia, leggeri,
fino a via Leonardo da Vinci.
Poi cambiò tutto, perché accadde il fatto,
e l’orizzonte si colorò delle mie domande vane,
quando con la mia mano ti toccai…
Verdeggiavano attorno le villette di via Pascoli
nascendo e morendo contro i finestrini zozzi,
mentre sotto di noi il lamento dei binari era infernale,
ma nessuno vi badò, tranne me, e il cagnolino di quel cieco
che sostava sulla piattaforma, ignaro del mondo.
Tu non t’accorgesti del mio tocco,
né delle palazzine stile anni ’20,
e neppure del sudore che abbelliva le mie unghie,
scavate dalla corde di chitarre un po’ scordate.
Indossavi pantaloni pesanti
ed eri distratta da malinconie tenaci
che il risucchio dei finestrini aperti
non riusciva a scacciare.
Belle le tue ciglia orlate di tristezza!
Mamma mia, come volava il tempo,
e come la strada fuggiva via, tra ferro e carne,
e quando ci trovammo quasi in piazza Cinque Giornate
compresi che il mio fallimento era vicino:
ero stanco di essere incompreso dai tuoi ormoni,
mentre tu apparivi felice di essere bramata dai viaggiatori del tram,
(tranne il cieco e il cane)
e dai loro giornali neri senza figure.
Non volli interrompere il tuo soliloquio
misterioso su quel sedile di legno;
e muto tra la folla studentesca
osservai le borse e le sciarpe e le scarpe,
fino a sentirmi l’unico essere vivente,
a quell’ora, sebbene non sapessi perché.
Milano si preparava alla pappa,
il tram si fermò troppe volte,
era lento, sbadigliante,
e sbadigliando sorrisi allora mi chiedesti
(con gli occhi un po’ meno disperati)
quando saremmo arrivati.
Io m’ero dimenticato di tutto, distratto,
e nella dolciastra aria putrescente
del mezzogiorno metropolitano,
non ti risposi nulla, ingrata compagna di viaggio
e occasionale desiderio di sessualità timida.
Comunque mancava poco:
Corso di Porta Vittoria era finito,
io ti avevo toccato il ginocchio
e tu non te ne eri accorta…
Se solo tu fossi stata meno eterea,
un po’ più sporca e meno poetica,
avrei forse smesso di contemplare
le altrui scarpe fangose in quel vecchio tram…
Ma il tempo, quel giorno, non era per te,
ma solo per le foglie che volteggiavano in aria,
per gli alberi felici di denudarsi davanti a noi
e per quel tram legnoso che avanzava inerte
esasperando passeggeri e binari.
Ecco Piazza Fontana, l’ultimo giro,
l’ultimo tentativo di farti innamorare di me,
raccontandoti la storia della banca e della bomba…
Niente. Muta. E intoccabile… tu.
Milano era ora avvolta da nuvole marroni,
e la piazza sembrava imbronciata,
come se non volesse rassegnarsi a essere un passaggio
verso il Duomo che biancheggiava lontano,
con le guglie bagnate da caligini d’altri tempi.
Scendemmo muti dall’amato 23. Almeno da me.
Odore di panini guasti e digestioni lente
folleggiava nell’aria.
Mozziconi di sigarette e parole fumanti
agonizzavano sull’asfalto.
Semafori ora sempreverdi acceleravano la fine
delle mi speranze verso di te.
Tu avevi fretta e non guardavi dove attraversavi.
Io arrancavo affamato e mesto,
desideroso di salvarti la vita.
Ma nessuno cercò di ammazzarti.
Attraversammo la via Larga senza parlare,
e io inciampai sui binari di altri tram,
aristocratici e altezzosi, moderni,
ma tu non te ne accorgesti. Perché?
Ci salutammo con un “arrivederci” senza futuro
e mi baciasti avaramente su una sola guancia,
per poi svanire inghiottita dalla folla.


26 commenti:

  1. Per un punto Martino perse la cappa! Io prendevo sempre il 24, ma santa polenta, anche se era tanti ma tanti anni fa, l’emozione che ho provato nel leggerti è stata grande.
    Ti eviterò la solita tiritera su l’annoso problema: poesia o prosa poetica, perché il dilemma non mi opprime. Se tu fossi americano, invece di essere milanese, nessuno avrebbe niente da obiettare e accetterebbe la definizione di “poesia” di questo brano senza battere ciglio, invece sono sicuro che qualcuno, anche se non lo ammetterà, avrà qualcosa da ridire. Il tema poi è un tantino sfruttato, ma è stato trattato con tanta sensibilità e trasporto. Insomma, raccontino poetico o poesia prosastica che sia, a me ha fatto tanta tenerezza e dopo essere passata indenne nel mio modestissimo cervello, è arrivata dritta dritta al cuore.
    Complimenti sinceri e grazie per avermi consentito di postare la poesia.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il nostro webmaster Franco Melzi cita < Per un punto Martin perdè la cappa >.
      Vorrei richiamare alla memoria la storiella.
      Per dare il benvenuto agli ospiti, l'abate Martino diede l'ordine di incidere sulla porta del convento i versi latini < Porta pàtens esto. Nulli claudari honesto >, e cioè < Porta stai aperta.
      Non ti chiudere a nessuna persona onesta >.
      Ma lo scalpellino errando invece di mettere il punto dopo < esto >, lo mise dopo < nulli >, per cui venne fuori : " Porta, stai aperta per nessuno. Chiuditi alle persone oneste ".
      E per tale errore Martino ci rimise la cappa, cioè la veste e la carica di abate dell'abbazia dell'Asello.
      Siddharta

      Elimina
    2. E visto che la cosa sarebbe più di competenza mia, proseguo.
      E' noto anche il detto latino " ob solo punctum caruit Martinus Asello ", dove Asello si riferisce all'abbazia dell'Asello, e non anche all'asino come hanno interpretato i cugini francesi, traducendo " pour un point Martin perd son asn " ( per un punto Martino perde il suo asino ).
      Frà Salimbene

      Elimina
    3. Ma allora mi ci volete tirare dentro proprio per i capelli!
      Adesso mi in-punto sulla virgola.
      La nostrana Sibilla Cumana, per non sapere nè leggere nè scrivere ( i tempi allora erano pericolosi ) diede il seguente oracolo ad un soldato che doveva partire per la guerra:
      < Ibis redibis non morieris in bello >.
      Che a seconda delle virgole spostate opportunamente dava risposte diametralmente opposte:
      a) - Ibis, redibis, non morieris in bello = andrai, ritornerai, non morirai in guerra;
      b) - Ibis, redibis non, morieris in bello = andrai, non ritornerai, morirai in guerra.
      Un pò come tra Monti e Berlusconi, dove per il primo eravamo ad un passo dal baratro, e per l'altro navigavamo mica male grazie al sommerso ( mafia, evasori, ecc. ) da considerarsi parte integrante del P.I.L.!
      Sidddharta

      Elimina
    4. Scusate se mi permetto, non vorrei interrompere un dibattito o soliloquio che sia, proprio sul più bello...
      ma posso sapere sapere che c'entra tutto con questo con la poesia che si sta commentando in questo post?

      Elimina
  2. A me, che so solo scrivere versi prosastici, la poesia è piaciuta molto molto molto.
    Plaudo all'iniziativa di Franco, e pongo una domanda: possiamo in questo apposito spazio proporre nostri componimenti, millantando d'avere già ricevuto numerose attestazioni di ammirazione e approvazione (con contorno di applausi scroscianti) in altri siti letterari?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Bella questa proposta di Salvo, mi piace!!!

      Elimina
    2. Allora è andata!
      Diamo inizio alle danze;-))))
      A parte gli scherzi, perchè no?
      Mi sembra una buona idea.

      Elimina
    3. Grazie di averla pubblicata... raramente scrivo così, ma la forma prosastica mi sembrava adatta a rievocare un percorso della memoria..
      Giuseppe Barreca

      Elimina
  3. Però mica mi sono dimenticato della proposta di Giuseppe Barreca.
    Personalmente viaggio allegramente verso i novant'anni e quindi potete immaginare dove vola il mio concetto di Poesia.
    Vi aiuto: fine Ottocento - primo Novecento.
    Tutta rime, strofe, rigore sillabico, punteggiatura, ritmo, tono, ecc.
    La poesia contemporanea, modernista, peggio se ipermodernista, diabolica se sperimentale, mi stravolge i tratti dell'intelletto e dell'animo.
    Mi è inoltre sempre parsa chiara la differenza tra poesia e prosa, tra canto lirico e narrativa.
    Come tratto poi personale, l'amore viscerale per la brevità dei versi e la densità del contenuto.
    Ciò premesso, avrete già capito dove mai intenda andare a parare.
    Ecco, direi di omettere < mia > al 19° verso, perchè tanto la mano non poteva che essere quella dell'io narrante.
    Salva l'ipotesi di un'interposta persona: sui tram affollati niente di più facile...
    Sid

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ah... adesso sì che mi piaci, caro Sidd il saggio...(oddio, minga tropp e minga semper :-))
      Mi sembrava strano che non ti fossi accorto della poesia:-)))
      Bello il commento che hai fatto, in linea con il tuo pensiero. Non sono completamente d'accordo ma dal tuo punto di vista non fa una piega, e sono sicuro che anche l'autore apprezzerà la sincerità e la qualità delle argomentazioni.

      Elimina
    2. Dall'alto della mia ignoranza in materia di Poesia e di scrittura in genere, dico la mia, così per gioco...
      Mi sembra che a volte sia l'editing a volermi far credere che trattasi di poesia.
      Se avessi letto la proposta in questione non divisa in versi, avrei detto che è un gran bel racconto, con passaggi assolutamente poetici. Ma anche se suddividessi in versi alcuni passaggi, tratti dai racconti di Amos Oz, potrei spacciarli per poesie; così come di altri, ovviamente.
      A me, per esempio, è successo l'esatto inverso nei primi tempi di vetrina.
      Non avendo allora racconti da proporre, cambiavo l'editing a qualche poesia, et voilà, il gioco era fatto. Il risultato? Un buon numero di commenti ricevuti, con critiche, consensi (più i secondi, a dire il vero), ma nessuno si accorgeva del trucco.
      A parte indio, quando proposi "...e ancora ste' caverne", e il buon grigio, quando si trattò di "In-canto (breve). E allora, Poesia, Prosa, Racconto...il giallo si complica sempre più

      Elimina
    3. < ... e sono sicuro che anche l'autore apprezzerà la sincerità e la qualità delle argomentazioni >, dice l'amico Franco Melzi qui sopra.
      La tua fa parte delle formule di stile che consentono un minimo di convivenza civile.
      In realtà l'umano è mosso dalla presunzione e male accetta che il suo sè venga messo in discussione, adontandosene in misura maggiore o minore.
      Mi sembra di poterlo dire, atteso che la malapianta del piacere laudativo purtroppo alligna anche in me, malgrado gli inutili sforzi di sradicarla nei tanti anni vissuti.
      Se vuoi dire la verità dilla, recita l'adagio.
      Però subito dopo prendi un cavallo veloce e fuggi lontano,
      Sid

      Elimina
  4. Serenella Tozzi23 aprile 2013 22:34

    Mi è piaciuta questa tua poesia-prosa, o prosa-poesia.
    Ognuno di noi ha un tram nel suo ricordo al quale può essere particolarmente legato: per me era il 7.
    Sferragliava allegramente in zone sia centrali che no e lo ricordo sempre inondato di luce.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Serenella Tozzi, è così...

      Elimina
    2. Il tram a due carrozze ce l'avevamo anche noi in città in tempo di guerra.
      Non ne ricordo il numero, però rammento che ci mettevo i sassi sulle rotaie nella speranza di vederlo deragliare...
      Il conducente fermava, scendeva e con parolacce sgombrava i binari.
      Sid

      Elimina
  5. Ciao, l'ho trovata molto musicale, con un ritmo ben cadenzato, ottimo esempio di poesia-prosa.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti ringrazio, ho cercato di trovare un equilibrio tra racconto e versificazione

      Elimina
  6. Credo che delle volte sia inutile disquisire sulla questione prosa o poesia. Qui di poesia ce n'è tanta ed è quel che conta.

    RispondiElimina

  7. ‘La poesia del tram n 23 a rileggerla, assume sempre più le caratteristiche di un racconto breve, perde via via i tratti poetici iniziali come facesse il paio con il lungo tragitto conclusosi con un niente di fatto, quasi come se la prolissità potesse fermare il tempo, trattenere oltre i limiti del percorso.

    Se è una poesia prosastica o un racconto poetico non cambia il fatto che è suggestiva, per un argomento non nuovo ma trattato con una buona dose di pathos.

    Mi attraggono in particolare i toponimi, segnano tappe involutive in rapporto alla narrazione, non poteva starci tutto questo in una poesia ‘canonica’, lirica.
    E’ un bel testo da leggere con calma … e pazienza.
    Anais

    RispondiElimina
  8. poesia, prosa... lana caprina. Una bella cosa questa. La struttura è solida e leggera nello stesso tempo; la distribuzione all'interno del "racconto" di stati d'animo, ironia e particolari descrittivi estremamente equilibrata ed opportuna; quella che potrebbe apparire prolissità di fatto non disturba, anzi non lo è mai, tale e tanta è la misura sensibile esercitata dall'autore lungo tutto il testo.
    Si legge con soddisfazione, insomma. Complimenti.

    Franco "Pale"

    RispondiElimina
  9. Per il nostro webmaster Franco Melzi.
    Visto che hai inteso aprire una sezione sulla POESIA, non si potrebbe organizzare sul blog un < poetry slam > tra di noi?
    Siccome sono un pelandrone e per economia di tempo, trascrivo in sintesi da google:
    " Il Poetry Slam è sostanzialmente una gara di poesia in cui diversi poeti leggono sul palco i propri versi e competono tra loro, valutati da una giuria composta estraendo a sorte cinque elementi del pubblico, sotto la direzione dell’Emcee (Master of Cerimony), come dicono in America, mutuando il termine dallo slang Hip Hop.
    Ma lo slam è poi, in verità, molto di più, ed è in questo < di più > che sta la ragione del suo dilagante successo in America, Canada, Inghilterra, Germania ed ora anche in Italia.
    Lo slam è un modo nuovo e assolutamente coinvolgente di proporre la poesia ai giovani, una maniera inedita e rivoluzionaria di ristrutturare i rapporti tra il poeta e il < pubblico della poesia >. Lo slam è sport e insieme arte della performance, è poesia sonora, vocale; lungi dall’essere un salto oltre la < critica >, lo slam poetry è un invito pressante al pubblico a farsi esso stesso critica viva e dinamica, a giudicare, a scegliere, a superare un atteggiamento spesso tanto passivo quanto condiscendente, e dunque superficiale e fondamentalmente disinteressato, nei confronti della poesia.
    Lo slam inoltre riafferma, una volta per tutte, che la voce del poeta e l’ascolto del suo pubblico fondano una comunità, o meglio una TAZ (Temporary Autonome Zone), come direbbe Hakim Bey, in cui la parola, il pensiero, la critica, il dialogo, la polemica e insieme la tolleranza e la disponibilità all’ascolto dell’altro sono i valori fondamentali.
    Insomma, lo slam dimostra, con la sua stessa esistenza e il suo diffondersi, l’indispensabilità della poesia nella società contemporanea e soprattutto il suo essere arte adeguata ai nuovi e mutati contesti antropologici proposti dal terzo millennio, specie se portata fuori dai libri e dalle incrostazioni scolastiche.
    Come ha detto nell’esordio di un suo quasi-manifesto Marc Smith, il poeta americano che nel 1987 a Chicago ‘inventò’ il Poetry Slam, «la poesia non è fatta per glorificare il poeta, essa esiste per celebrare la comunità; il punto dello slam non sono i punti, il punto è la poesia» ".
    In conclusione, senza metterla giù dura, dato un tema ognuno di noi stende una strofa a schema libero o vincolato, a cui man mano gli altri si aggiungono con la loro.
    Alla fine, limando, dovrebbe uscirne un testo passabile, perchè no?
    Siddharta.

    RispondiElimina
  10. Credo che tu intenda parlare di una poesia collettiva, o a più mani.
    Si può fare ma prima
    ci vuole un progetto e stabilire alcune regolette.
    Schema libero?
    Quanti versi ciascuno?
    Eccetera
    In ogni caso, tu pensa al tema, al titolo,
    componi i primi versi e poi scrivimi via email,
    vedrò come organizzare la faccenda, sempre che sia fattibile.
    Danke

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Un tema potrebb'essere < La natura >.
      Argomento che ci coinvolge tutti di questi tempi.
      Con due paletti: l'assoluta validità dei versi e l'etica narrativa, per non scadere nel ridicolo poetico e nel pecoreccio.
      Ovviamente la proposta dovrebb'essere condivisa, per non ridursi ai soliti due/tre che se la cantano e se la suonano da soli.
      Se poi dovesse uscire una cavolata, un bel clic e che tutto s'azzeri...
      Sulla tecnica compositiva: mbeh, spremiti anche tu un poco le meningi...
      Sid

      Elimina
  11. Buongiorno! Sorpresa!
    Oggi cercavo una poesia di Barreca che mi hanno segnalato, l'ho trovata qui sul tuo blog.
    Non la conoscevo, è bellissima. Ne ho scritta una anch'io, dal titolo "Il tram", ma non ha niente a che fare con quella. Però sono comunque i miei ricordi, di quando andavo a lavorare in tram, nel anni s....anta, (come sono vecchia), Ciao Franchino e tutti naturalmente!
    Rita

    RispondiElimina