sabato 6 aprile 2013

Raymond Carver - Limonata - poesia



Limonata
di
Raymond Carver

6/04/2013
etichetta: Poesie AA.VV.



Quando qualche mese fa venne a casa mia per prender le misure
degli scaffali, Jim Sears non sembrava certo un uomo
che avrebbe perso l’unico figlio nelle acque profonde
del fiume Elwha. Aveva la chioma ricciuta, l’aria sicura,
faceva crocchiare le dita, pieno di energia, mentre discutevamo
di mensole e supporti, sceglievamo una venatura di rovere
piuttosto che un’altra. Ma è una città piccola, questa,
in fondo, un piccolo mondo. Sei mesi dopo, dopo che gli scaffali
erano stati fatti, portati a casa e installati, il padre
di Jim, il signor Howard Sears, che “sta sostituendo il figlio”,
viene a dipingerci la casa. Mi dice – quando gli chiedo, più
per cortesia che per altro, “E Jim, come sta?” –
che suo figlio ha perso Jim Junior nel fiume a primavera.
Ora Jim dà la colpa a se stesso. “Non riesce a farsene una ragione,
niente”, aggiunge il signor Sears. “Mi sa pure che ci è uscito
un po’ di testa”, aggiunge, tirandosi la visiera
del berretto con il marchio Sherwin-Williams.
Jim ha dovuto restare lì a guardare mentre l’elicottero
afferrava e sollevava il corpo del figlio dal fiume
con una grossa pinza. “Hanno usato una specie di grossa pinza da cucina,
pensi un po’. Attaccata a un cavo. Ma Dio si prende sempre
le creature più dolci, vero?” dice il signor Sears. “Le Sue
intenzioni sono un mistero”. “E lei che ne pensa?”,
gli chiedo io. “Non ci voglio pensare”, risponde. “Non sta a noi
domandarci o discutere le Sue azioni. Non ci è dato saperlo.
So solo che ormai se lo è portato a casa, il piccolo”.
Mi dice poi che la moglie di Jim Senior lo ha trascinato in tredici
paesi diversi in Europa nella speranza che si mettesse l’anima in pace.
Invece, niente da fare. “Missione incompiuta”, dice Howard.
Adesso Jim si è beccato pure il morbo di Parkinson. Cos’altro?
Adesso è tornato dall’Europa, ma si dà ancora la colpa
per aver mandato Jim Junior quel giorno a prendere in macchina il thermos
con la limonata. Non c’era mica bisogno di limonata
quel giorno! O Signore, Signore, come gli è venuto in mente, ripete Jim
cento – anzi, mille – volte ormai a chiunque ha ancora voglia
di starlo a sentire. Se solo non l’avesse fatta quella limonata
quel giorno! Ma come gli è venuto in mente di farla?
Anzi, se la sera prima non avessero fatto la spesa al Safeway e
se quel cesto di limoni gialli non fosse stato accanto al posto dove
tenevano le arance, le mele, i pompelmi e le banane.
Ecco cos’era andato lì a comprare Jim Senior, qualche arancia
e le mele, altro che limoni per fare la limonata, limoni, per carità!
Li detestava lui i limoni – ora più che mai – ma a Jim Junior la limonata
piaceva, gli era sempre piaciuta. Voleva la limonata.

“Mettiamola così”, diceva Jim Senior, “quei limoni
dovevano venire da qualche parte, no? Dall’Imperial Valley,
magari, o dalle parti di Sacramento, li coltivano lì,
no?, i limoni”. Li hanno piantati, irrigati e curati e
poi i braccianti li hanno messi nei sacchi e
pesati, sistemati nelle cassette, spediti per ferrovia o
in camion fino a questo maledetto posto dove non si fa altro
che perdere figli! Quelle cassette sono state scaricate
dal camion da ragazzi non molto più grandi di Jim Junior.
Poi sono stati tirati fuori dalle cassette e versati tutti gialli e
odorosi di limone da quegli stessi ragazzi, lavati
e sciacquati da un giovanotto che è ancora vivo, passeggia in città,
respira, grande e grosso com’è. Poi sono stati portati
al supermercato e sistemati in quel cesto sotto un cartello vistoso
che diceva Da Quanto Tempo Non Bevete Una Bella Limonata Fresca? Secondo
Jim Senior bisogna risalire sempre alle prime cause, fino
al primo limone coltivato sulla terra. Se non ci fossero stati i limoni
sulla terra, e non ci fossero stati i supermercati Safeway, be’, Jim
ora avrebbe ancora suo figlio, no? E Howard Sears avrebbe ancora suo
nipote, certo. Capisce, c’erano un sacco di persone coinvolte
in questa tragedia. C’erano i coltivatori e i raccoglitori di limoni,
i camionisti, il supermercato Safeway... Jim Senior, pure, prontissimo
ad assumersi la sua parte di responsabilità, è chiaro. Anzi, era lui il più
colpevole di tutti. Ma continuava a scendere in picchiata, mi disse
Howard Sears. Eppure doveva tirarsi su in qualche modo.
Tutti avevano avuto il cuore spezzato, certo. Però lo stesso.

Poco tempo fa la moglie di Jim Senior lo ha iscritto a un piccolo
corso di scultura in legno qui in città. Ora lui cerca d’intagliare orsi
e foche, gufi, aquile, gabbiani, qualsiasi cosa, però
non riesce a concentrarsi su nessuna creatura abbastanza da finire
il lavoro, secondo il signor Sears. Il guaio è, continua
il vecchio, che ogni volta Jim Senior alza gli occhi dal tornio o
dallo scalpello, vede il figlio uscire dall’acqua del fiume, a valle,
e sollevarsi – tirato su al mulinello, per così dire – cominciare a
girare in tondo fino a salire su, oltre gli abeti, la pinza
che gli spunta dalla schiena e poi l’elicottero vira e si dirige
a monte, accompagnato dal rombo e dal flap-flap
dei rotori. Jim Junior passa ora in rassegna i soccorritori allineati
lungo le rive del fiume. Ha le braccia in fuori
e gocce d’acqua gli volano via di dosso. Passa sopra a loro un’altra volta,
ora più basso, e poi torna un minuto dopo per esser depositato,
molto delicatamente, proprio ai piedi del padre. Un uomo
che, avendo ormai visto tutto – il figlio morto salire dal fiume
nella morsa di pinze metalliche e poi girare in tondo volando
sopra la cima degli alberi – non vorrebbe far altro che
morire. Ma la morte è solo per i più dolci. E lui ricorda
la dolcezza, quando la vita era dolce, e dolcemente
gli era stata assegnata quell’altra vita.

7 commenti:

  1. splendido, come una ballata, tutto l'America dei provincialismi, come un triste blues (anche un po' di Spoon River, sicuramente)

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  2. quando leggo Carver, potrei rispondere come PattiS, perchè amo quel mondo provinciale. Io lo conobbi attraverso le letture di uno scrittore dei primi anni del novecento: Sherwood Anderson con
    la raccolta di Winesburg, Ohio: potrei paragonarlo nel campo della poesia a Edgar Lee Master. Quel mondo rurale americano pieno di problemi torna tutto, e Carver è stato il suo grandissimo e umile cantore.


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  3. Serenella Tozzi6 aprile 2013 19:47

    Sono in attesa del commento di Salvatore Scollo, lui è un grande ammiratore di Carver, è stato grazie ad un suo consiglio che l'ho scoperto.

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  4. Grazie, Serenella. Sì, in effetti stravedo per Carver, per la capacità posseduta di non usare mai una parola di troppo. C'è nei suoi racconti una partecipazione emotiva verso le persone che non contano, quelle che mai passeranno alla Storia, che "costringe" il lettore a rivedere le proprie opinioni, a interrogarsi sulle cose che la narrazione non esplicita, mentre sul tutto aleggia un senso di catastrofe che non arriva ad esplodere, e lascia col cuore in gola.
    Che dire poi delle sue poesie? Uno le legge, lo stile è massimamente prosastico, sembrano storie scritte di getto, dove non succede niente di eclatante. Poi, zac! la stilettata finale che "costringe" il lettore a riconsiderare il tutto, dall'inizio alla fine, per scoprirvi una profondità di sentimenti da sgomentare.
    Tutti i particolari indicati diventano allora importanti, ed uno si rende conto che la sua quotidinaità, se osservata con occhio non distratto, contiene già in sé il significato profondo dell'esistenza.

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  5. Serenella Tozzi6 aprile 2013 22:48

    M'inchino Salvo, un commento, come mi aspettavo, esauriente e perfetto nel suo specificare, perché è proprio così il suo sguardo verso i suoi simili, quelli più umili: pieno di partecipazione emotiva.

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    1. Condivido, ed è per questo che mi piace!

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  6. Lo stile di Carver è piano, il linguaggio semplice e domestico come pure le ambientazioni e le vicende che Carver racconta. Proprio per questi motivi è stato definito il padre del minimalismo in letteratura. Si è detto molto della capacità di Carver di trasformare in poesia anche le cose più prosaiche, tuttavia non tutti sono d’accordo, nonostante la formattazione verticale, nel definire questo brano una poesia.

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