martedì 9 aprile 2013

Siddharta - 2° parte Bianconeve... - biografia



Bianconeve senza i nani :

istoria in prosa senza pretese letterarie di un Lazzarillo  di provincia.

di

Siddharta


9/04/2013
etichetta: la stanza di Siddharta

 Seconda parte

Un certo pomeriggio l'intero paesello entrò di colpo in agitazione.
Tutte le donne si erano sparpagliate di corsa per i campi e lungo i sentieri per avvisare i loro uomini.
I vecchi borbottavano: < I fascisti, il rastrellamento! >.
Dall'alto del poggio si intravvedevano dei puntolini neri sparpagliati arrancare sugli erti costoni, con rari spari smorzati a cui in controcanto replicavano degli spari.
Una volta arrivati in paese, due di quei ceffi ansanti chiesero a Bianconeve se avesse visto degli uomini passare.
Il bambino spaventato e senza nemmeno rendersene conto indicò loro un sentiero sbagliato.
Che anche lui inconsciamente avesse contribuito alla Resistenza?
Intanto nuovi giochi assorbivano il piccino.
Quello più spettacolare, avvincente e di squadra era il < ciàncol >, ossia la lippa.
Un corto bastoncello ben levigato, un fuso di legno a due punte, un cerchio nello sterrato, e via!
< Ciàncol >, chiamava il battitore.
< Venga! > rispondeva l'avversario.
Volava il fuso nella corte, veniva rilanciato a mano nel cerchio, se colpito al volo spedito il più lontano possibile, le distanze misurate a < cannelle >, il punteggio che arrivava fino a 200... Tra il baccano ed il tifo dei piccini ai lati, che tenevano il conto, sbagliando regolarmente nella gazzarra della competizione.
Era bello perchè, alla sera, partecipavano i grandi, ed i bambini imparando facevano solo da contorno. E questo fino al primo buio.
D'estate poi si smontavano le catene dei camini.
I grandicelli le legavano alla bici tutta rotta e le trascinavano lungo le strade polverose ( non esisteva l'asfalto ), lucidandole alla perfezione.
Il nostro pischello invece doveva limitarsi, per la sua povertà, a tirarle a mano di corsa, ma senza i brillanti risultati degli altri.

Ma Bianconeve a Poggio Ridente andava anche a scuola, mica giocava soltanto...
Nel paesello c'era una classe unica per tutte e cinque le elementari.
Una quindicina di scolari con una sola Maestra.
Ed era già un miracolo.
Lui ricorda solo poche cose.
D'aver inzuppato nel calamaio la treccia della bambina del banco avanti, con successivo grande casino generale...
Che una mattina la Fata Turchina era entrata in classe parlottando con la Maestra ( poi a casa seppe che non si potevano scrivere sul quadernetto a righe frasi tipo < le fragole maturano in giugno >, < in autunno cadranno le pere >, ecc.
Perchè erano i messaggi di Radio Londra, proibitissimi.
Il quadernetto venne bruciato, con suo grande dispiacere perchè vi si era dedicato disegnando bei fiorellini...
Poi il gabinetto!
Un casotto di assi sospeso, fuori classe, con al centro un buco da dove la cacca e la pipì cadevano nel prato, d'estate tra mosche ed altro. La carta non esisteva, men che mai quella igienica che non si sapeva nemmeno cosa fosse: forse pezzi di giornale, per chi li aveva.
Pericoloso sbagliare coi piedi, si rischiava di precipitare di sotto...
Tutti i bambini che potevano dovevano portare da casa un ceppo di legna per riscaldarsi con la stufa piazzata al centro della classe.
Lazzarillo non ricorda di aver mai imparato qualcosa.
I compiti a casa non esistevano. Per cui i pomeriggi erano tutti liberi per i giochi e le esplorazioni.
Poggio Ridente di Sotto, dove abitava, era tutto a ridosso della bella chiesetta, con a lato la canonica ed un orto rigoglioso, vietatissimi a bambini e adulti.
Il Parroco la domenica faceva prediche misteriose e minacciose, che però zio Ciccio diceva essere molto intelligenti tenuto conto dello sperduto villaggio.
Perchè zio Ciccio dal capoluogo ogni settimana saliva al paesello per riunirsi alla famiglia.
Portando carne ed altre provviste.
Aveva persino imparato ad andare in bicicletta, lui che non vi era mai salito.
Arrivava tutto sudato, tra le feste dei familiari per l'impresa superata.

Un mattino d'estate Bianconeve sentì in casa che si sarebbe andati alla caverna dell'Eremita.
La cosa lo prese molto perchè Fata Turchina era meridionale, senza dimestichezza con la montagna, e quindi per smuoverla nell'avventura la cosa doveva essere importante.
Fatto sta che partirono di buona lena, arrancando lungo la schiena di una montagna, con una guida del posto.
Lassù entrarono veramente in una grande caverna, molto pulita e levigata, su due livelli di roccia.
In basso stalattiti, in alto un fuoco spento per terra, un ricovero di pietra con pagliericcio di fieno.
Ma soprattutto una sagoma a forma di piedone impressa nella roccia viva.
La guida sentenziò sorridendo maliziosamente che fosse l'orma del diavolo, che tutte le sere tormentava il sant'uomo con schiere di donne nude...
La cosa impressionò oltremodo Lazzarillo.
La comitiva cittadina incontrò anche l'eremita che cercava di svignarsela, sui trent'anni, una lunga barba nera, vesti da contadino, i piedi nudi in calzari a sandalo.
Non ci fu verso di cavargli una parola, anzi sembrava preoccupato e seccato.
Al ritorno la guida ebbe a malignare che forse era un finto eremita, rifugiatosi lassù per sfuggire all'arruolamento forzoso nelle camicie nere.
Da allora non se ne seppe più nulla: anzi no, una sola voce disse che l'avevano preso e l'eremita non c'era più.
Un paio di volte salì nel paesello anche Papà Cattivone, che non si sa perchè si faceva chiamare zio da Bianconeve.
In verità il miserello fin dal tempo dell'affido chiamava mamma la zia Fata Turchina, mentre non ricorda come chiamasse zio Ciccio.
Fatto sta che per tale situazione ingarbugliata, non seppe per anni riconoscere quale legame intercorresse tra zii, suoceri, nipoti, nuore, cognati, cugini, ecc., in una beata ignoranza parentale.
Comunque in quei tempi zio-Papà Cattivone ( il piccino non ne sapeva il perchè ) un paio di volte lo prese in disparte, seduti sull'erba, offrendogli come un gran dono un uovo crudo da succhiare con un buchino alla sommità.
Al meschinello l'uovo così viscido faceva venir da vomitare e da allora non riuscì mai a sopportare la vista e del tuorlo e dell'albume crudi.
Ancora: un paio di volte dormì anche con zio-Papà Cattivone in letti separati. Ricorda di avergli chiesto come si leggessero le ore della sveglia sul comò.
Lui glielo spiegò, ma Bianconeve non capì niente...
In seguito gli raccontarono che zio-Papà Cattivone si era a quei tempi a sua volta rifugiato in un caseggiato diroccato fuori dal paese ove faceva il medico, per sfuggire alle bombe.
Quando cadevano, tutto impaurito si nascondeva in vicine grotte di roccia.
La notte, accendendo la luce in camera da letto, vedeva sul soffitto, per terra e sulle pareti nere processioni di scarafaggi in movimento.
Bianconeve  ricorda che d'inverno il freddo era così intenso da soffrire costantemente di geloni alle mani e ai piedi.
Le dita si gonfiavano arrossandosi con un prurito insopportabile, diventando poi viola.
Non poteva grattarsi nè scaldarle al fuoco perchè era peggio.
Non esistevano caloriferi allora, ma solo un camino in cucina e nelle camere da letto lillipuziane si usava la < monaca > con lo < scaldino >, quest'ultimo un bracere aperto a carboni ardenti che si metteva in letto sotto le coperte prima di andare a dormire.
Però avanti d'infilarsi in letto, bisognava aprire un momento le finestre per via dell'ossido di carbonio.
Il mattino i vetri delle camerette erano tutti istoriati dal gelo, con stupende figure geometriche cristalline, per via dell'escursione termica.
A quei tempi diffusissime tra i bambini erano le tonsilliti e la difterite ( la penicillina prese piede in loco solo nel 1946 ), oltre alle altre malattie esantematiche dell'infanzia.
Di grup ( termine dialettale locale della difterite ) ebbe a morire la figlioletta di un medico vicino di condotta, collega di Papà Cattivone: con grande scalpore in paese.
Altre malattie correnti in contrada erano la scabbia, la tbc, il tetano, il morbillo, la varicella, gli orecchioni, la pertosse, la rosolia, la scarlattina, il tifo.
Pulci e pidocchi erano di rigore. I bambini avevano un alto tasso di mortalità.
La lurida Pecoraia aveva una sorellina minore che abitava a Poggio Ridente di sotto, poco più grande di Bianconeve.
Era figlia illegittima di madre vedova, e come tale vessata dalla lercia Pecoraia che si sentiva orgogliosamente legittimata e glielo faceva pesare.
La Lercia aveva anche un fratello maggiore, in famiglia con la madre, appena tornato dalla guerra per i benfici di unico maschio di sostentamento.
Lavorava nella fabbrica a valle, ma spendeva tutti i soldi della paga da un'ostessa vicina di casa, di cui si diceva fosse l'amante accalappiato.
Quand'era mezzo di vino pare che picchiasse in famiglia, persino la madre.
Trattò sempre bene e con rispetto Bianconeve.
Anzi una volta gli fece uno zufolo perfetto con un tralcio di siepe.
La vigliacca Pecoraia aveva altre due sorelle.
Una a servizio in città e l'altra che in paese se la faceva per fame con tedeschi e fascisti.
Subito dopo la guerra le rasarono la testa e lei per nascondere la vergogna per qualche mese indossò un foulard annodato.
Restò incinta, partorì, andò a servizio in quel di Milano.
Aveva una bella voce da mezzosoprano e vinse anche un concorso alla radio per cantanti esordienti.
Era una madre molto buona.

Avvenne che un mattino di novembre il casolare di Bianconeve entrasse in gran subbuglio.
Pentoloni d'acqua bollente sul fuoco, tavolacci in cucina, le donne in attesa alquanto nervose ed agitate.
Poi nell'aia si materializzò un individuo piccoletto, armato di coltelli fino ai denti: era il signor norcino, accolto con deferenza.
Si infilò in porcilaia, e d'un tratto un urlo belluino a fendere l'aria.
Il tempo di raccogliere il sangue caldo in un secchio, e il maiale di 140 chili venne trasportato in cucina.
Raschiato ben bene con l'acqua bollente, tutto il giorno se ne andò tra l'andirivieni frettoloso dei lavoranti.
La famiglia cantava soddisfatta per tutto quel ben di Dio, tra carne, salami e ciccioli di maiale ( le grépole ).
In quella allegria generale solo Bianconeve se ne stava inorridito in disparte.
E anche offeso: perchè durante la lavorazione l'avevano spedito a prendere lo
< sgularice > ( nettaorecchie ) per il maiale da un vicino, il quale lo mandò da un altro avendoglielo prestato, e questi da un altro ancora e così via, per tutto il paese.
Tornato senza l'arnese, lo accolsero delle gran risate, che l'ingenuo Lazzarillo non comprese...
La matriarca della famiglia, come già detto, era una vedova che a Biancofiore pareva una centenaria, con veste lunga, grembiule nero e zoccoli ( i < sòpéi > ).
Il cagnaccio enorme alla catena obbediva solo a lei, era sempre inferocito ed affamato.
Bisognava girargli alla larga per non avere guai, soprattutto per evitare la <rabbia >, di cui si favoleggiava.
In paese si camminava tutti coi sòpei: gli scarponi li usavano solo i bascaioli.
La legna, il bestiame e i campi erano le principali fonti di sostentamento.
I carretti erano lunghi e senza sponde, con corde intrecciate a contenimento, con una stanga centrale prolungabile.
Le ruote davanti venivano frenate con blocchetti di legno azionati a mano.
I carretti di legna erano sempre sovraccarichi all'inverosimile.
Un giorno un povero cavallo venne frustato senza pietà dal carrettiere per fargli superare un dislivello.
Cadde con le zampe davanti piegate e insanguinate, poi a scudisciaste in uno sforzo immane riuscì a farcela.
A Bianconeve si rivoltarono le budella per tanta violenza e crudeltà.
Ma quelli erano i tempi, dove anche gli uomini vivevano come bestie abbrutiti dalla fatica e dal bisogno.

4 commenti:

  1. Un bel racconto, suggestivo e intenso, denso di particolari che riportano la memoria a tempi estremamente duri e anche tragici, nei quali essere bambini era faticoso perchè non c'erano gli agi di oggi, non c'erano i computers o altre distrazioni. Si pativa la fame e il freddo, l'igiene personale inesistente e si viveva davvero come bestie, cercando di soddisfare i bisogni primordiali, La meta era sopravvivere e ricordo i racconti dei miei nonni che hanno vissuto la guerra e che ogni giorno era una grazia ricevuta. Forse abbiamo anche da imparare da epoche così.

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  2. Leggo con interesse senza sentirmi eccessivamente coinvolto emotivamente, non solo a causa della mia insensibilità e per una innata avversione verso ogni forma diaristica, ma anche per merito (e sottolineo merito) senza dubbio dello stile asciutto, stringato, conciso, essenziale, che hai adottato per raccontarci la triste saga del lazzarillo Bianconeve. Una scelta letteraria che condivido pienamente.

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  3. Un commento qui dovrebbe essere doveroso, perché a parte il modo fiabesco di porgere la storia del lazzarillo, dalle mie parti el lazaron, hai lasciato la testimonianza , a parte la guerra, di un mondo che non c'è più. Anch'io lo feci anni fa. Solo con le piccole storie si fa la Grande Storia.
    Grazie

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  4. Serenella Tozzi13 aprile 2013 22:33

    Rendi bene l'idea di quei tempi feroci. Gli avvenimenti crudi, descritti senza pietà, proprio come dovevano apparire al bambino, senza riguardo per la sua sensibilità.
    Provo pena per quel povero bambino, i bambini dovrebbero avere solo amore e rispetto. Purtroppo i tempi non ammettevano deroghe al duro realismo e anche i bambini dovevano pagarne lo scotto, anche se in questa storia un po' di affetto in più avrebbe dovuto esserci.
    E' una descrizione precisa e puntuale dell'Italia di allora che hai scritto, fa parte della nostra storia ed è bene che queste testimonianze vengano tramandate.

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