lunedì 22 aprile 2013

Siddharta - Bianconeve 3° parte - biografia



Bianconeve senza i nani :

istoria in prosa senza pretese letterarie di un Lazzarillo  di provincia.

di

Siddharta


22/04/2013
etichetta: la stanza di Siddharta


Parte terza

Cento metri sotto il paesello abitava un bambino coetaneo di Bianconeve, di nome Brunetto.
In una casa rurale male in arnese, vicino al mulino.
Un mattino in nostro Lazzarillo andò a trovarlo, divenendo subito amici.
Il ragazzino in segno di simpatia prese una patata cruda, la sbucciò, gliene offrì una fetta, mangiandosi il resto.
Bianconeve per imitazione addentò la patata, ma la risputò subito schifato.
L' amichetto se ne meravigliò: era tanta la fame a quei tempi da ridursi a mangiare anche le patate crude!
Si diceva in giro che suo padre per la stanchezza nei campi e nei boschi (o forse per il vino…) andasse a letto direttamente con gli scarponi senza nemmeno toglierseli.
Brunetto aveva un sorella di poco più grande, lentigginosa e dalla treccia rossa, di cui subito Bianconeve s'innamorò.
Ma lei faceva le viste di niente, forse perchè lui era troppo piccolo o per la presunta distanza sociale.
Fatto sta che lui la seguiva ovunque senza parere, come un cavalier servente.
Poi un bel giorno lei sparì: l'avevano mandata a servizio in Brianza.
Una bocca di meno da sfamare.
Bianconeve rimase di sasso, soffrendo intense pene d'amore.
Ma neanche un mese, e una nuova fiamma prese il suo posto...
La sorella minore della Lercia, di cui s’è già parlato, soffriva perennemente di grup alla gola per il freddo intenso.
A volte sembrava che con la tosse volesse volarsene via anche l'anima.
Prima di andare a letto recitava sempre, in cucina e inginocchiata, la preghiera della sera, che così rimase in mente al pischelletto:

" Fammi Gesù diletto
dormire sul tuo petto,
giorno e notte con te stia
riposando l'anima mia.
Stammi sempre intorno
finchè ritorna il giorno.
Al buon cuor del mio Gesù
che mi ha redento
il cuor consacro
e mi addormento ".

Si è saputo poi che forse era una preghiera fin dell'ottocento.
Prima che il figlio tornasse dalla guerra, la matriarca vedova guardava per ore impietrita fuor dal finestrino della cucina per vedere se per caso suo figlio soldato comparisse nel turbinio della neve.
Trattò sempre bene e con una certa deferenza il piccolo miserello.
Una volta mentre gli raccontava una fiaba le sfuggì la parola < amante >, che subito ritrattò dicendo di essersi confusa.
Bianconeve non ne capì il significato, restando però colpito dal fatto.
In un vicino paesino a valle, dove esisteva una minuscola centrale elettrica, abitava Otto , un militare tedesco di basso grado.
Otto era buono.
Alle bambine di primina diceva < forza, il grembiulino > e gettava loro dal secondo piano delle caramelle.
Ad una di esse, dai capelli biondi quasi chiari, diceva che le ricordava la sua figlioletta lasciata in Patria.
Le regalò addirittura un bella bambolina, la quale divenne l'invidia di tutte le amichette.
Un dono tanto raro in quei tempi di magra che la piccola beneficata la custodiva gelosamente, facendola vedere solo di tanto in tanto alle altre bambine.
Il giorno innanzi i periodici bombardamenti tedeschi, Otto avvertiva sempre i paesani con un < raus > perentorio a che si tenessero lontani.
Ma gli Stukas sbagliavano sempre la mira sia perchè la centrale aveva il tetto mimetizzato in grigioverde sia perchè era riparata in una gola tra le montagne.
Verso la fine della guerra venne preso dai partigiani e fucilato.
A molti dispiacque.
Rimase in casa solo il suo libretto di identificazione militare, ov'era scritto che era delle SS.
La mamma-zia Fata Turchina si faceva aiutare nelle faccende domestiche dalla locataria contadina, di una certa età.
Un pomeriggio essa stava mescolando in una ciotola degli ingredienti per una torta paesana.
Ad un certo punto disse in dialetto alla Fata Turchina : " Mi devi scusare se ho il raffreddore e se qualche goccia mi cola dal naso e cade nell'impasto... ".
Ne sortì un pandemonio e quella volta la torta finì alle galline.
Intanto la preparazione religiosa di Bianconeve era al di sotto dello zero.
Nessuno che in casa pregasse o parlasse di Dio, i contadini bestemmiavano da matti, ma di domenica la chiesetta era strapiena.
Talvolta si celebravano anche le rogazioni per impetrare la pioggia: processioni con baldacchino, turibolo e prete in testa.
Intanto la sorellina minore della vigliacca Pecoraia, quella illegittima come Bianconeve, la sera continuava a recitare le orazioni al buon Dio.
Lui che la sentiva sempre ciaccolare ne ricordava anche questa:

" Angioletto del buon Dio
cosa fai vicino a me?
Sono l'Angel del Signore,
son l'amico del tuo cuore.
Quando dormi, quando vegli
sempre sempre son con te! ".

Accadde verso mezzogiorno.
Da sud a nord gli Stukas cominciarono a bombardare in picchiata la ferriera della valle, convertita in produzione di guerra. Inutilmente: sfiorando in ripresa Poggio Ridente.
La comunità allora, come al solito, cercò rifugio nella grotta naturale a piè del monte della contrada di Sopra.
Un bambino di sei-sette anni trascinava per mano la sorellina piccolina piccolina, che cadendo per la fretta si sbucciò le ginocchia, ma non pianse perchè non c'era tempo.
Le sirene a valle lanciavano il lugubre allarme.
Nella caverna una mamma teneva due dita in bocca alla sua neonata, abbassandole la lingua perchè lo spostamento d'aria non la soffocasse.
Gli scoppi erano sempre più ravvicinati, tremendi e spaventosi.
Un adulto, di circa trent'anni, famoso bestemmiatore del paesino, ad un certo punto si mangiò ingoiandolo un santino ( immaginetta sacra ) invocando pietà e perdono.
Tra lo sgomento di Bianconeve impietrito dal terrore ( poi con l'età matura, anzi maturissima, comprese che chi bestemmia a torto o a ragione è persona che cerca Dio più degli altri, pur arrabbiatissima per il suo eterno silenzio ).
Quando ne aveva occasione il miserello andava a visitare di straforo la fornace di un paesino vicino.
Dall'alto i manovali gettavano le pietre della cava in un grosso camino verticale, ove cuocevano nella fornace e ne uscivano in blocchi asciutti di calce viva, che poi i muratori lavoravano spegnendola con l'acqua in ampi cerchi bianchi.
La calce spruzzata nei pollai serviva anche per bonificarli dai parassiti.
Le donne, quando il forno veniva spento, ci portavano il pane, i dolci , ecc. per farli cuocere al residuo calore.
Bianconeve, imitando i ragazzi grandi, accendeva a brace certi bastoncini di legno delle siepi, fumandoli a mò di sigaretta.
Le more, grosse e succose, erano dappertutto: i monelli ne facevano scorpacciate, la bocca e le mani blu scuro...
Era però proibito mangiare la frutta verde, perché i grandi dicevano che faceva venire il tifo e si moriva.
Accanto dove abitava, c'era un'osteria nella stessa cucina dei trattori ( un tavolaccio, due panche... ) dove i paesani giocavano a carte, alla proibitissima morra, si ubriacavano e cantavano fino a notte fonda, sperperando i pochi soldi che avevano.
Le madri di famiglia alla fine ottennero dalla fabbrica a valle di poter riscuotere personalmente la < quindicina >, prima che i congiunti la dissipassero riducendo la famiglia alla fame.
L'osteria era sopra il piano terra, con un balconaccio di legno.
Una notte il cugino grande sfidò Bianconeve a passare di corsa sotto un getto d'acqua che a intervalli scendeva dall'alto.
Naturalmente perse, bagnandosi tutto, tra le risate di scherno di tutti i monelli.
S'avvide poi, su loro indicazione, che il cielo era sereno e che l'acqua era la pipì degli ubriaconi che se ne liberavano facendola sulla corte attraverso la balaustra.
Intanto la sorellina buona della puttana Pecoraia continuava le sue preghiere serali borbottando a voce bassa.
Bianconeve ricorda anche questa:

" Io vado a letto
con l'Angelo perfetto,
con l'Angelo di Dio,
con san Bartolomio,
con la Madòna benedetta,
con santa Elisabetta,
coi dodici Apostoli,
coi quattro Evangelisti.
Tutte le sere
se questa preghiera
io dirò
cattiva morte non farò ".

Un bel giorno, di primo mattino, zia-mamma Fata Turchina caricò tutto su un carretto e coi ragazzini se ne partì. Da sfollati se ne andarono ad abitare nel paese capoluogo a valle, dove il fratello faceva il medico.
Col tempo Bianconeve realizzò che c'era stato l'armistizio dell'8 settembre 1943, con le speranze sulla fine della guerra.
Senonchè i tedeschi continuarono a bombardare dall'alto e la ferriera e la centrale elettrica poco distante, senza mai centrarle a causa delle montagne troppo ravvicinate.
Di quel periodo e fino al maggio 1945 ( fine del conflitto mondiale in Italia ) il monelletto ricorda solo poche cose.
" Pippo ", che di notte ronzava sul paese e i vetri delle finestre oscurati con la carta-zucchero azzurra per non farsi individuare.
Tutti dicevano che era un pericolo, ma a lui piaceva tanto quel puntolino vagante lassù in cielo.
Le prime vere scarpe ( di cartone ), con la punta ed il tacco rinforzati da lunette di ferro inchiodate: per ridurne il consumo.
Le < baracche degli zingari >, in realtà prefabbricati per la povera gente senza casa per via della guerra.
La colonna motorizzata dei tedeschi che attraversò il paese diretta al nord.
Si diceva che fosse intervenuto un patto di reciproca non aggressione: loro non avrebbero fatto razzie e rastrellamenti, i partigiani li avrebbero fatti passare.
Comunque a maggio del 1945 zio Ciccio se ne partì con la famiglia in biroccio per la città capoluogo ove lavorava.
Era un mattino, che vide il calesse prendere il largo, con il moccioso Bianconeve a rincorrerlo urlando e piangendo < Mamma, mamma...! >. Da quel giorno la Fata Turchina divenne solo zia e zio-Papà Cattivone solo papà.
Iniziò da allora la tragedia esistenziale del nostro Lazzarillo di provincia, caduto nelle grinfie della kapò Pecoraia.

Accanto al ragazzino si era mossa parte della Storia. Ora la storia diventava lui stesso.
La lercia Pecoraia lo prese per un braccio, livida di rabbia, e lo trascinò in casa, quella in cui viveva con Papà Cattivone.
Con un ceffone mise subito in chiaro chi era l'animale dominante.
Mentre il suo amante in quel mattino era per visite, gli indicò gli spazi in cui gli era possibile muoversi: la cucina, il letto, la scrivania del padre, i servizi igienici.
E subito lo mise a giorno del suo ruolo: il servo di casa.
Per prima cosa lo mandò a fare la spesa.
Uno sportone del tempo, a fatica trascinata per la via.
La gente da allora lo vide sempre affacendato in negozi, e non diceva nulla.
Gli amici monelli sparirono dalla sua cerchia e lui passava ore e ore da solo fantasticando sulle poche pubblicazioni in casa.
Ad esempio mandò a memoria la storia della Madonna di Pompei e del suo servo, beato Bartolo Longo.
In un cassone trovò i resti delle vestigia fasciste: il fez, la divisa nera, gli stivaloni, che il proprietario si ostinò sempre a dire di non aver mai indossato.
E gli tornò alla mente l'episodio, narrato in famiglia da zio Ciccio, sullo zio Piero, ostinato antifascista e pertanto discriminato sul lavoro e sempre a rischio di licenziamento.
Finché stufo delle angherie prese la tessera del PNF e vestito di tutto punto con la divisa fascista passeggiò pavoneggiandosi sotto i portici della città.
Era proprio l'8 settembre 1943: zio Ciccio lo prese di forza e lo sottrasse al pericolo di linciaggio...
Da leggere v'era poco altro: qualcosa sul classico, un pamphlet su una banca locale fallita, risicate pubblicazioni d'arte.
Si mangiava nella stessa stanza dell'ambulatorio medico.
Alla sera sempre nello stesso locale si apprestava il divano-letto per Papà Cattivone.
Il miserello dormiva con la vigliacca Pecoraia nel locale comunicante, in letti separati.
A fianco del fabbricato scorreva una roggia putrida: uno dei compiti di Bianconeve era di annegare le pantegane catturate in casa sotto una fontanella esterna al caseggiato.
Non passava giorno che non gli arrivasse una sberla educativa, tanto per non perdere tempo in spiegazioni.
La Lercia era piccola ( 1,60 di altezza ), tracagnotta, brutta, coi bottarelli (= polpacci ) da montanara, 3^ elementare, povera, cattiva di animo.
In casa trattava Papà Cattivone in malo modo, e lui come un agnellino le correva dietro.
In maturità Bianconeve si convinse che il padre soffrisse della sindrome masochista, e che gli piacesse essere maltrattato.
Non c'era altra spiegazione.
Un giorno a tavola gli cadde un boccone sulla camicia: < sporcaccione > gli inveì la Pecoraia, e lui tutto mogio mogio lo recuperò e se lo mangiò, con sguardo sottomesso.
La domenica pomeriggio stava della ore con lei dietro le persiane socchiuse, appoggiati coi gomiti al davanzale, parlottando e sparlando di chi passava nella via.

2 commenti:

  1. Non vorrei ripetermi, ma trovo splendidi questi racconti, dopo tanti anni descrivere una realtà così brutale con tanta scioltezza non è da tutti.
    " Un adulto, di circa trent'anni, famoso bestemmiatore del paesino, ad un certo punto si mangiò ingoiandolo un santino ( immaginetta sacra ) invocando pietà e perdono.
    Tra lo sgomento di Bianconeve impietrito dal terrore ( poi con l'età matura, anzi maturissima, comprese che chi bestemmia a torto o a ragione è persona che cerca Dio più degli altri, pur arrabbiatissima per il suo eterno silenzio )." bellissimo questo pezzo, la rabbia per un dio che sembra non ascoltare che sfocia nella bestemmia di chi desidera poter credere.Complimenti.

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  2. Sono d'accordo con Chiara, inoltre trovo questa parte ancora più bella, i miei complimenti.

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