lunedì 1 aprile 2013

Siddharta - 1° parte Bianconeve... - biografia


Bianconeve senza i nani :

istoria in prosa senza pretese letterarie di un Lazzarillo  di provincia.

di

Siddharta


2/04/2013
etichetta: la stanza di Siddharta -narrativa



prima parte

In un Regno vicino, poi diventato Repubblica, viveva Bianconeve senza i nani. Era un bambino piccino piccino, dagli occhi grandi e dal cuore tenero. Il suo Papà Cattivone l'aveva messo nelle mani della Pecoraia, una donna ignorante e manesca. La Pecoraia probabilmente era l'amante del Papà Cattivone, ma Bianconeve allora non poteva saperlo.
Perchè la Pecoraia da bambina accudiva un gregge in montagna, ma un giorno la mandarono a servizio in casa di Papà Cattivone. Lei aveva meno di diciassette anni, mentre lui viaggiava sulla trentina o poco più.
E si sa come vanno a finire queste cose: passa un giorno, passa l'altro e finirono a letto. Lei dalla pelle di pesca, lui dal portafoglio pieno.
La sgualdrina subito fiutò l'affare: invece di fare la pastora era più conveniente fare la padrona. Lui però, scapolone impenitente, a quei tempi non cedette alle lusinghe matrimoniali: era un medico affermato dal futuro promettente, lei un'astuta ignorante, cosa che però non poteva immaginare...
E da qui nacque l'avventura di Bianconeve miserello, un Lazzarillo di provincia che il destino aveva segnato.

Avvenne che il Papa' Cattivone fosse nato in un'amena cittadina del sud, oggi dichiarata Patrimonio dell'umanità. Si trasferì poi con la famiglia nel capoluogo, ove durante la seconda guerra mondiale sbarcarono le truppe alleate.
Suo padre, cioè il nonno di Bianconeve, era un colonnello dei Carabinieri, e per avventura padre e figlio si trovarono entrambi al fronte nella guerra '15-'18. I loro rapporti dovettero essere conflittuali, perchè Papà Cattivone ne fece sempre accenni fugaci.
Fatto sta che negli anni giusti visse una condotta medica in un paese del nord, da dove più non si mosse. Quivi, in pieno regime dittatoriale (ma a suo dire rivestì raramente l'orbace), volando di fiore in fiore incappò nella madre del pischello.
Donna bellissima, si buccinava, dagli occhi verdi di ghiaccio.
Di ghiaccio anche il cuore, tanto che quando Bianconeve nacque ella pensò bene di non riconoscerlo, abbandonandolo.
In quel torno di tempo, Papà Cattivone si era dato ad una vita di baldoria...
Un giorno, dopo aver mangiato un'intera anguria da solo in un chiosco locale (tutti se ne meravigliarono...), fu colto da grave colica, fin quasi da morirne. Siccome era un gran devoto, secondo gli usi della sua terra, fece voto solenne alla Madonna di Pompei che se fosse guarito avrebbe riconosciuto Bianconeve come suo figlio legittimo.
Detto fatto, fu accontentato e lui mantenne fede al giuramento. La storia del Lazzarillo senza i nani praticamente iniziò qui.

Papà Cattivone, già imbranato con la sua Pecoraia lolita, pensò bene allora di affidare il neonato ad una sua sorella (che d'ora in avanti verrà chiamata Fata Turchina, perchè tale si dimostrò) residente in città, già sposata con due figli. Così da guadagnare tempo e decidere sul da farsi.
Papà Cattivone, da sospettoso quale era, si affidò però anche ad un investigatore privato per saperne di più sulla madre snaturata da lui scopata nove mesi prima.
Dalle carte venne fuori che la < signorina > era conosciutissima in riviera lacustre, e forse anche come una delle spasimanti del Rapagnetta nazionale. Fatto sta che da allora ogni loro rapporto si interruppe: ognuno per la sua strada. Bianconeve crebbe i suoi primi anni in casa della Fata Turchina, con suo marito (zio Ciccio) ed i due cuginetti più grandi di lui.
Furono gli anni più belli.
Bianconeve non ricordò mai d'avere avuto uno scapaccione o una punizione solenne. In casa zio Ciccio ogni tanto lo chiamava < il ferroviere >, non si sa perchè, ma senza cattiveria.
Poi giunse la guerra. Zio Ciccio partì per il fronte francese, la bocca a orciolo... La Fata Turchina rimase sola coi figlioletti e Bianconeve.
Tempi duri, da fame, malgrado l'aiuto di mantenimento di Papà Cattivone. Non c'era cibo, il pane ed altro tesserati, bisognava arrangiarsi. La Fata Turchina ogni tanto poneva delle briciole di pane in fila dal poggiolo alla cucina. I colombi entravano beccando ed i ragazzini nascosti < pam! > chiudevano la porta- finestra facendoli prigionieri. Svolazzavano per tutta la cucina, ma una volta catturati la zia li annegava sotto il rubinetto del secchiaio, tra l'orrore dei bambini.
Ma zitti, tutti zitti, che il vicinato non sapesse...
Era cosa proibita dalle Autorità, ma Bianconeve non ne sapeva il perchè!
Intanto la guerra era quasi al suo apogeo. Le bombe alleate piovevano sulla città con l'obiettivo di far saltare le fabbriche convertite in produzione di guerra ed i nodi ferroviari.
Al piccino Bianconeve piacevano tanto gli spezzoni incendiari ed i bengala per le loro luci notturne che illuminavano gli orizzonti tutt'intorno.
Con la gente in strada che naso all'insù sottovoce commiserava quei poveretti presi di mira dai bombardieri.
Gli piacevano molto anche le formazioni dei quadrimotori che, in successione, solcavano il cielo dirette al nord per sganciare i loro carichi di morte.
I curiosi, tra il contento ed il preoccupato, mormoravano che andavano a rendere la pariglia a certi cattivi, che però Lazzarillo non aveva mai visto.
Lo stupivano anche le scritte sui muri < rifugio antiaereo > che spiccavano in grande con la freccia direzionata verso le bocche di lupo alla base del palazzo ove abitava.
Un terrore invincibile lo prendeva quando le sirene d'allarme ululavano sulla città. Allora bisognava uscire di corsa sulle scale, precipitandosi tra una folla in fuga, e rintanarsi negli scantinati.
Quando le bombe scoppiavano fragorose facendo tremare le fondamenta, gli prendeva un'ansia profonda per il timore di morire sotto le macerie.
Il rifugio gli sembrava una trappola per topi.
Appena scesi nel sotterraneo, c'erano degli animosi che cercavano di farsi e fare coraggio scherzando con la voce rotta dalla paura. Ma ai primi scoppi tutti zittivano d'improvviso e movevano silenti le labbra, chi in preghiera, chi coprendo con le braccia i piccini, chi stringendosi l'uno con l'altro.

Mentre la guerra imperversava, i monelli del quartiere si davano un gran daffare per divertirsi e passare il tempo.
Il gioco più praticato era quello del carrettino di legno a tre ruote con cuscinetti a sfere ( anzi un semplice assone con tanto di manubrio per sterzare: una tecnologia avanzatissima...), col quale si facevano delle sfide memorabili per superarsi in curve a gomito.
Essendo eternamente il più piccino, Bianconeve non ne possedeva uno, ma lui tifando per gli altri era come se l'avesse avuto.
Le gare si facevano lungo i viali pubblici e le strade periferiche della città, ma i vigili non volevano per il gran fracasso e il pericolo per i passanti. E allora appena comparivano, tutti a scappare a gambe levate. I più ardimentosi si cimentavano anche col carburo. Lo mettevano in scatolette chiuse aggiungendo acqua e poi le coprivano con monticelli di terra.
Poi i monelli aspettavano al riparo che saltasse per dilatazione interna con un bum rumoroso a mò di bombetta, schizzando la terra tutt'intorno.
Il Meschinello non ci provò mai perchè non aveva i soldi per il carburo ( chi oggi l'ha più visto? ) che si acquistava di nascosto dal rivenditore di biciclette.
Ma il divertimento più pericoloso consisteva nel mettere ciottoli sui binari del tram, per vedere come li stritolava. Se erano troppo grossi, il tranviere si fermava per non deragliare, scendeva e li toglieva, imprecando contro i monellacci ben nascosti che spiavano l'accaduto.
Anche Bianconeve ci provava, ma con i sassolini che riusciva a trovare: e purtroppo il tram non si fermava mai e nemmeno deragliava...
Un altro gioco bellissimo era quello con le scatole vuote di legno della marmellata Quarenghi.
Tirandole avanti e indietro con doppio filo di spago, i compagni di ringhiera si scambiavano da un balcone all'altro , sopra l'ampio cortile, giornalini (meravigliosi quelli dell'Uomo mascherato... ), biglie ed altro.
Ma Lazzarillo non possedeva niente da barattare e se ne stava a guardare i più grandi.
Lui aveva in tasca solo un paio di biglie di terracotta ( mica quelle di vetro screziate... ), rubate ai compagni disattenti durante le sfide: ma non poteva farle vedere per non essere scoperto. Tutti giochi di ripiego, come si vede, in un tempo in cui la gente tirava la cinghia a causa della guerra.

Avvenne ( misteriosamente per Bianconeve ) che zio Ciccio dopo meno di un anno tornasse dal fronte, rioccupando il posto di Dirigente Capo in Prefettura. Ma qui avvenne un fattaccio.
Un giorno sul divanetto del suo ufficio, si mise a scopare una dipendente. Scoperto sul più bello da un usciere, il fatto fece scalpore nell'ambiente.
Una mattina Bianconeve vide uscire di corsa tutta aggrondata zia Fata Turchina, che sotto i portici prese a ombrellate la malcapitata chiamandola puttana pubblicamente.
Rientrando poi tutta soddisfatta a casa.
Zio Ciccio per punizione venne trasferito in una cittadina romagnola, ove ancor oggi il sommo Dante dorme sonni tranquilli.
Il Meschinello però non seppe mai quando Ciccio, scontata la pena, fosse stato reintegrato.
Intanto la città era diventata un inferno. Bombe da tutte le parti.
La Fata Turchina allora si trasferì come sfollata prima in un paese confinante, e poi per sicurezza in mezzo ai monti di una valle a nord, proprio ad un tiro di schioppo dalla condotta medica del fratello Papà Cattivone.
Si trattava di un paesino tipo Rio Bo ( che d'ora in avanti chiameremo Poggio Ridente ), non per caso proprio quello ov'era nata la terribile Pecoraia.
Il piccino e i parenti vi restarono rifugiati fino alla fine della guerra.
In quel torno di anni gli si aprì un nuovo mondo suggestivo. Un mondo di scoperte e di giochi. E là v'erano anche altri sfollati, con bambini più o meno della stessa sua età.

Poggio Ridente era un paesino di cinquanta abitanti, salito a settanta con gli sfollati.
Adagiato su un pianoro, a sud ammirava il panorama sottostante, a nord s'inerpicava subito sui monti. Era diviso in due contrade, quella di sotto e quella di sopra, poche case rustiche accorpate ciascuna attorno ad una fontana pubblica.
L'acqua freschissima (chissà se potabile secondo i moderni criteri sanitari...) veniva trasportata a mano nel secchiaio di casa, ov'era bevuta con la casseruola di zinco.
D'estate le mosche cadevano nei secchi pieni e venivano buttate via a colpi di mestolo, con gesto altamente professionale... Le due vasche erano a doppia partitura: in quella inferiore si lavavano i panni, in quella superiore si risciacquavano e il mattino e la sera vi si abbeveravano le mucche e gli equini.
Nelle lunghe sere d'inverno gli abitanti per risparmiare si riunivano nelle stalle al tepore animale, solo la luce di una lanterna. Dal lato del fieno le donne e i bambini, vicino alle bestie gli uomini; tutti seduti su sgabelli a tre gambe, fatti a mano dai contadini. Erano i momenti più belli per i più piccini, gli occhi sgranati ad ascoltare discorsi sentimentali allusivi che non capivano, ma soprattutto le storie di fantasmi e di mostri.

Il racconto più terribile e terrorizzante era quello che narrava di diavoli a custodia di un tesoro nascosto dietro una edicola votiva diroccata a metà strada della valle. A mezzanotte, quando le donne tornavano dal lanificio, i satanassi uscivano di colpo spaventandole a morte. Le donne e le ragazze grandi ridevano divertite al racconto, ed accennavano ai fantasmi chiamandoli per nome (Giacomo, Piero, Giovanni, ecc. ) come fossero degli umani che le aspettassero al varco...
Bianconeve in quelle sere, al momento di andare a letto, vedeva assassini dappertutto nelle ombre sinistre della notte, e bisognava spingerlo a letto con le buone e le cattive.

Un mattino Bianconeve se ne andava bighellonando poco fuori del paesello. D'un tratto sentì un rombo diffuso di motori aerei. Ed ecco d'improvviso solcare il cielo un paio di caccia che s'inseguivano l'un con l'altro volteggiando in capriole.
Un secco crepitio di mitragliatrici, senza che lo spicchio di cielo azzurro incorniciato dalle montagne lasciasse intravvedere bene nella sua pienezza il duello aereo. Pochi secondi, e gli piovve addosso una gragnuola di bossoli bei grandi dal lucido colore ottone. Lui avrebbe voluto raccogliere i preziosi cimeli, ma si ricordò degli avvertimenti degli adulti: per nessun motivo prendere in mano oggetti di guerra; potevano esserci munizioni inesplose o oggetti esplosivi in grado di mutilare ( penne, bamboline, ecc. ). Rinunciò a malincuorre a quei trofei...
Certe sere poi vedeva in casa un via vai sospettoso di adulti. Tutti intorno ad una Radiomarelli a valvole sintonizzata sulle onde corte. Bum... bum...bum..., faceva tra fruscii ed alti e bassi: qui radio Londra, vi parla Ruggero Orlando...
Appena i monelli facevano capannello incuriositi, i grandi li cacciavano dalla stanza: via, via, andate via! Dai loro discorsi e mezze parole, si capiva del divieto di ascoltare tale emittente, a rischio di denunzia dei vicini...
Bianconeve ricorda solo i bollettini ufficiali delle vittoriose armate italo-tedesche che abbattevano aerei e affondavano navi del nemico a iosa. Tra i sorrisetti degli adulti sintonizzati sull'EIAR.
Un altro giorno si era inoltrato con altri grandicelli lungo una roggia, a caccia di farfalle e sassetti colorati. D'un tratto sentì un gran vociare: tutti gli amichetti intorno spariti e dalle finestre le fantesche a gridargli di rientrare subito. Pochi secondi, e con stupore vide ai suoi piedi un grandinare di bossoli piovuti dal cielo.

( SEGUE )


10 commenti:

  1. Ti si conosce come grande estimatore dell’endecasillabo classico, gran commentatore e estenuo difensore della letteratura classica, fine pensatore e artefice di arguti e sibillini elzeviri, pertanto quando ho letto: storia di un lazzarillo “senza pretese letterarie”, pensavo fosse per celia, per eccesso di modestia, ed invece mi sono dovuto ricredere.
    Abbandonato il tono aulico e il linguaggio erudito, senza fronzoli e con uno stile favolistico ci proponi la triste storia, (la prima di tre parti) di Bianconeve, un bambino che ancora non siamo autorizzati ad identificare con l’autore.
    Ho scritto biografia soltanto per definire il genere, ma potrebbe essere un bel lavoro di fantasia, sarai tu, se lo vorrai , a svelare il mistero. In conclusione, avendo già detto sul piano stilistico, non mi resta che attendere le altre puntate per vedere come va a finire e poi tireremo le somme.

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  2. Serenella Tozzi2 aprile 2013 12:48

    Trovo splendidi questi racconti di vita vera (così lo vedo questo tuo), dove la fantasia nulla può al confronto.
    Questo, poi, è così carico di pathos che pare di essere noi quel piccolo Bianconeve con le sue scoperte del mondo e i suoi stupori infantili.
    La cornice della guerra è una cornice incidente sul quadro, troppo tragica, anche per gli occhi ingenui di un bambino.
    Molto bello questo primo brano, aspetto con interesse il seguito.

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  3. accattivante scrittura, indubbiamente. procedi dal reale al mito, alla favola e questo è interessante esattamente l'operazione contraria la fa Emanuele Trevi in un racconto di grande maestria che leggevo ieri, ne consiglio la lettura, dove si procede dal mito (paperopoli) al reale, qui potete trovarlo http://www.nazioneindiana.com/2012/12/21/psicotici-e-precari-a-paperopoli/ , e complimenti anche al Syd che con la penna ci sa fare (complimenti per il "quivi")

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  4. Scritto come fosse qualcosa di fiabesco, che non è.
    Mi sono trovata impelagata nella lettura per il piacere, forse per il modo di scrivere una autobiografia.
    Questi ricordi dovrebbero essere letti dai giovani, perché non possono capire come si sia ribaltato il mondo in pochi anni.
    Piacevole veramente, ora aspetto la seconda parte

    Ho scritto anch'io qualcosa del genere, ma solo per ricordare gli anni a cavallo della guerra, e, molte cose le abbiamo condivise; ad esempio le palline di terracotta, noi le chiamavamo di "fragna" o la scatola che faceva da teleferica, i miei avevano il Magnadyne per ascoltare Radio Londra , i rifugi della mia città, tutti, dico tutti furono trappole per topi.
    Bravo

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  5. A tutti gli Amici lettori del blog.
    Sì, è autobiografica, il dramma della mia infanzia e giovinezza.
    Per questo talora dico che sono nato già grande.
    Potevo diventare un delinquente: ma il destino ha voluto altrimenti.
    Fraternamente.
    Siddharta

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  6. Mi è piaciuto quel tuo "Potevo diventare un delinquente". Sono le stesse parole che mio fratello usava per descrivere quei tempi. E invece siamo qui a raccontarcela.
    Buona serata

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  7. E' spiazzante la diversità di stile tra il tuo modo di far poesia e il tuo modo di raccontare. Obsoleto il primo, intrigante e moderno il secondo.
    Piaciuta soprattutto la trasposizione della favola alla vita reale, o viceversa, trovata in assenza della quale il racconto, è probabile, non avrebbe avuto la stessa valenza attrattiva.
    Dammi tempo e leggerò anche la seconda parte.

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  8. Ho avuto il piacere di conoscere già la storia del "Lazzarillo di Campagna" ma.........
    Chiedo troppo almeno sapere chi è il lazzarillo che credo sia uno dei ragazzi della foto???
    Ropite Ruzol

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    1. La foto è di repertorio, postata dal nostro Webmaster per l'occasione.
      Quindi io non compaio: ma non è una gran perdita...
      Sid

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  9. Questo lo dici tu che non è una grande perdita!!!!! Io ci avevo messo un pensierino.
    Per farne che poi??? Forse per sapere che sei terreno, tangibile e non astratto!!!!!
    Ropite...amichevolmente!

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