lunedì 20 maggio 2013

Augusto Benemeglio - Samuel Beckett




BECKETT E IL RUMORE DEL MARE


20/05/2013
etichetta: la stanza di Augusto Benemeglio


1. Una commedia di 35 secondi.

Samuel Barclay Beckett  lo conoscono tutti , anche quelli che non si sono “mortalmente annoiati , o terribilmente angosciati “ , come diceva un mio amico avvocato ed ex Sindaco di Gallipoli , nell’andare a teatro a vedere rappresentato un suo testo,  come sempre oscuro , difficile , che richiede un’estrema concentrazione. Beckett, come tutti sanno , è uno che ha cambiato l’intero teatro contemporaneo scrivendo una commedia  ( Aspettando Godot) che tratta di due vagabondi che aspettano in nessun posto particolare Qualcuno (forse Dio?) che non compare mai.
Sammy, come lo chiamava la madre ,  era un irlandese  , o meglio un dublinese , che nacque il Venerdì Santo del 13 aprile 1906  da due protestanti , Franck , agrimensore , e  Mary Roe , casalinga e femminista “ante litteram” , un giovane intellettuale timido e introverso , che iniziò la sua carriera letteraria celebrando Joyce ,Dante , Giordano Bruno e Vico , e la concluse con una commedia  (Respiro) senza attori , che dura esattamente trentacinque secondi e si basa esclusivamente sul vagito di un neonato.


2. Il poeta dell’assurdo e della depressione.

 Beckett è uno che ha fatto della privazione e della depressione estrema materia d’arte , anziché di psichiatria ; un uomo costantemente in bilico tra l’arte e la follia , del resto il discrimine è costituito da un filo sottilissimo ; uno che ha espresso la sua visione catastrofica , assurda , angosciosa ,  desolata  dell’esistenza (“Speriamo che Dio mi aiuti e mi dia una morte veloce”)    con una forza , un’originalità ,una purezza e una fede davvero unica.  La sua non è arte , ma follìa , dice qualcuno. “Non apre niente , non ha niente da aprire , tutto è nella sua testa malata”. Diciamolo francamente,  uno così , che crea mondi assurdi ,  in cui i Godot non arrivano  mai , mondi aggrovigliati  fatti dai non a caso dal  Sig. Knott ( leggi “nodo”) , uno a cui sembra perfettamente normale passare il tempo in un’urna o in una pattumiera , o nella sabbia fino al collo, o con la faccia nel fango , uno che ti fa vedere il tuo passato in un nastro magnetico  e il tuo futuro in un fazzoletto macchiato di sangue , o in una stanza a forma di cranio , che t’apre un mondo devastato , postatomico e  talmente vuoto che un essere umano sembra un’intrusione mostruosa, forse sarebbe meglio dimenticarlo , cancellarlo dalla memoria.  E invece no. In tutti i posti del mondo , qualche anno fa , si è celebrato il suo centenario dalla nascita:  da Parigi  a Dublino, da New York a Tokio, da Timbcutù a Canicattì.. E allora è lecito chiedersi del perché di tanto spreco d’energie per celebrare quest’artista che nacque depresso , ed è stato come pochi fedele alla sua vocazione alla depressione . Perché gode di tanta popolarità, tanto seguito, tanto clamore un poeta , uno scrittore, un commediografo  dell’assurdo come lui , che  ha scritto commedie senza attori, atti senza parole, romanzi senza trama , lontanissimo dal pubblico , a cui non ha mai voluto fare alcuna concessione ? La gente comune non si riconosce affatto con la sua opera in cui personaggi misteriosamente infermi e disperatamente  monologanti incarnano l’orribile solitudine dell’uomo contemporaneo e la sua paradossale resistenza all’oscuro annientamento che lo sovrasta.


3. Buster Keaton della timidezza 

Perché tanto parlare  ,ancora oggi,  di lui ?, fiumi di libri , di tesi di laurea , di esercizi accademici in tutti i campi, dalla letteratura al teatro, dalla metafisica alla psicologia , nei confronti di un’artista  che è  sì di grande originalità  e di grande purezza , ma anche di grande oscurità.  Qual è il fascino di  questo   martire della timidezza , alla Buster Keaton  ( fece un solo film intitolato appunto “ Film” ed è in sé un’allegoria della timidezza) ,  quest’uomo fatto di agonie silenziose, di ultimi  respiri e ultimi spasmi , nemico giurato delle folle, dei convegni  e della vita sociale , uno che ha sempre sfuggito la pubblicità come la peste bubbonica e  man mano che cresceva la sua fama è andata sempre aumentando  la sua diffidenza e reticenza ?.
 Anche la sua carriera è stata anomala. In fondo  prima di “Aspettando Godot” era praticamente uno sconosciuto al grande pubblico, nonostante fossero trent’anni che scriveva  romanzi, poesie, commedie, saggi.  Lo conoscevano gli avanguardisti e gli accademici. E ancora oggi , a distanza di oltre mezzo secolo , non è facile trovare compagnie teatrali che “s’arrischino”  di portare in scena le sue opere , perché (almeno qui da noi) il grande pubblico   preferisce altri autori e  altri tipi di spettacolo. Ma probabilmente per lui, come per Carmelo Bene, il teatro perfetto sarebbe stato senza pubblico, anche perché – non fosse stato per la scrittura – aveva delle difficoltà  ( un po’ come Montale ) a credere che l’uomo esista veramente.  


4. Nobel per la letteratura

Quando vinse il Nobel, nel 1969 , Beckett si trovava in un hotel tunisino . Fu letteralmente assediato da un piccolo esercito di giornalisti  ( erano 257e venivano da tutte le parti del  mondo)  , ma non ci fu nessuno di loro che riuscisse non a fare un’intervista ( cosa praticamente impossibile), ma neppure a fotografarlo. Si barricò letteralmente e non volle vedere nessuno.  Ovviamente non si sognò neppure di andare a  ritirare il premio , né ritenne di doversi scusare.
“Beckett  era uno drogato di silenzi – disse una volta Richard Ellman – e con Joyce si impegnavano in conversazioni che erano spesso fatte di silenzi, rivolti l’uno all’altro, entrambi soffusi di tristezza, Beckett soprattutto per il mondo, Joyce soprattutto per sé stesso.I due sembravano anticipare le conversazioni di Vladimiro ed Estragone che non sanno cosa fare( “Speriamo che la morte arrivi in un clima caldo  e secco in cui crocifiggono velocemente”). Beckett era ossessionato dalla sua apatia e malinconia, dal cancro del Tempo  e dei suoi attributi, l’Abitudine e la Memoria. In base a  essa , il tempo è la condizione velenosa  in cui siamo nati , che ci muta costantemente senza che lo sappiamo  e che alla fine ci uccide senza il nostro consenso.
Noi siamo condannati al tempo perché abbiamo commesso il peccato originale  ed eterno…di essere nati, una frase che riecheggia costantemente attraverso i suoi romanzi e le sue commedie. Noi espiamo questo peccato originale con la nostra vita , che Beckett considera una faccenda particolarmente dolorosa , e mitighiamo la pena di vivere con l’abitudine , che è la corazza che ci protegge da tutto ciò  che non può essere predetto e controllato , da quell’intero mondo di sensazioni che assicura solo sofferenza. Per Beckett la possibilità che la vita possa offrire alternativa alla sofferenza – cioè l’amore o il piacere –semplicemente non esiste. “La sola consolazione è che la  sofferenza è una precondizione dell’arte ; la sofferenza ispira , altrimenti il massimo che possiamo aspirare sonole infrequenti illuminazioni di una memoria involontaria .


5. La solitudine e il rumore del mare.

L’arte è l’apoteosi della solitudine , non vi è comunicazione perché non vi sono mezzi di comunicazione”, scrisse tanti anni prima . E poi: “ Essere un artista vuol dire fallire, come nessun altro osa fallire ;  questo fallimento è il suo mondo ed evitarlo vuol dire diserzione …” Più dura lo sforzo artistico più ti porta ineluttabilmente nelle profondità spirituali interiori , in cui la parola si contrae sempre di più, finchè  arrivi al massimo della contrazione in cui la solitudine e la profondità non sono più sopportabili, ed ecco che tutto ciò che rimane è una specie di stenografia arcaica , la “rune”  della disperazione,“Ceneri”,  la concentrata affermazione drammatica delle  difficoltà di essere uno scrittore , in cui ti chiudi sempre più nel tuo universo solipsistico.  La sola realtà esterna è il rumore del mare , che egli non può tollerare  ma da cui non può nemmeno fuggire , un basso continuo che tormenta una vita deprivata che si sta spegnendo come il fuoco nella casa di Bolton, ridotta in cenere.  E quel rumore del mare , quella vita che si sta spegnendo, quella “cenere”  non è forse anche la nostra?

5 commenti:

  1. Serenella Tozzi20 maggio 2013 18:12

    Un autore difficile Beckett, ha viaggiato nel corso della vita per giungere nel finale ad una economia espressiva sempre maggiore: insomma, per lui le parole sono servite per comunicare che non c'è niente da comunicare.
    E come poteva non essere depresso? Ma noioso o no, il suo capolavoro "Aspettando Godot", esprime bene le incertezze sul significato della nostra esistenza.

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  2. http://trollipp.blogspot.it/2013/05/le-associazioni-associano.html
    A proposito di Beckett... che adoro,ovviamente, mi permetto di inviarti un mio blog su un sentire beckettiano, il mio
    ciao, con stima.
    Bel post il tuo

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  3. Perché abbia tanto seguito, tanto clamore un poeta , uno scrittore, un commediografo dell’assurdo come lui... me lo sono sempre domandato anch'io.
    Faccio parte di quell'esigua schiera che non andrebbe mai a teatro per sapere se e quando Godot si deciderà ad arrivare. Resto sempre della mia idea, però grazie a te adesso ne so qualcosa di più.
    Ottimo post, ha ragione Ippolita.

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  4. Io quel Godot l'ho visto a teatro, una valigia in attesa.
    E più di tutto ebbe a colpirmi la musica classica d'accompagnamento in sottofondo, con un pianista in carne ed ossa.
    Il mio Godot metafisico l'attendo da più di ottant'anni, ma non s'è fatto mai vivo.
    O forse mi parla da sempre nella coscienza, il che è già molto...
    Sid

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  5. ...quella "cenere" non è forse anche la nostra?
    E' tutto qui il dubbio , e non è dappoco. Ma devo
    dirvi che - onestamente - è un qualcosa che mi ha
    sempre - e tuttora perdura - accompagnato, il tarlo
    del dubbio. Non ho nessuna certezza, tutto oscilla,
    tutto è avvolto dalle nebbie, tutto è misterioso,
    e quindi temo che anche la stessa vita sia un "dubbio",
    come sosteneva il vecchio Montale. Siamo sicuri che non
    siamo già morti da tanti anni fa, ma fingiamo di non saperlo?
    Ti prometto, Ippolita, che andrò a vedere il tuo blog e naturalmente
    ti farò sapere. Ma allo stesso tempo prometto a Franco che il prossimo "profilo" sarà meno angosciante.
    Ciao a tutti.
    Augusto

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