mercoledì 29 maggio 2013

Rubrus - Sherlock Holmes - narrativa



SHERLOCK HOLMES E L’AVVENTURA DEL DOTT. WATSON

(impudente apocrifo in tre parti)


30/05/2013
etichetta: la stanza di Rubrus






(I)

Da molto tempo non ricevevo notizie dal mio amico Sherlock Holmes e, quantunque il suo silenzio mi angustiasse alquanto, avevo deciso di rispettarlo.
Benché fosse stata una decisione dolorosa, mi ero attenuto ad essa fino a quella mattina, quando, dopo una notte insonne, mi ero alfine risolto a prendere il treno per Eastbourne, dove il celebre consulente investigativo si era da tempo ritirato.
Ora, mentre la campagna inglese mi correva incontro, avvolta nella nebbia novembrina, cercavo di raccogliere le idee e, in tal modo, sia di trovare una giustificazione alle possibili rimostranze che il mio amico, vedendomi, avrebbe potuto muovermi, sia di penetrare i misteri per risolvere i quali avevo deciso d’infrangere il suo veto. 
Un anno prima avevo ricevuto da Holmes una missiva con la quale egli mi pregava di inoltrargli, in copia, tutti gli scritti nei quali avevo raccolto le sue avventure. Era una raccolta che posso definire completa in quanto escludeva solo le vicende che, per espressa disposizione del mio amico o per superiori ragioni, dovevano restare segrete.  
La richiesta mi aveva lasciato perplesso perché, in più di un’occasione, il celebre consulente investigativo si era lamentato dell’eccesso di romanzesco che, a suo dire, era presente nei miei resoconti. A detta di Holmes avrei dovuto concentrarmi di più (o addirittura esclusivamente) sui fatti e sul processo logico deduttivo che aveva condotto alla soluzione del caso, trascurando, in quanto irrilevante, ogni altro aspetto.
Ciò nonostante, avevo acconsentito di buon grado, confezionando un plico che si era rivelato più voluminoso del previsto e spedendolo all’indirizzo al quale, ora, ero diretto. L’unica condizione che non avevo soddisfatto era quella di mettere le spese di spedizione a carico del destinatario. Mai e poi mai – così gli avevo risposto – avrei potuto soddisfare una simile richiesta, tanto più che (gli confidavo) i proventi che avevo ricavato dalla pubblicazione mi consentivano una serena vecchiaia nella casa di riposo dove, dopo la sventurata dipartita della mia seconda moglie, mi ero ritirato.
Holmes, con la pudica asciuttezza che ben conoscevo, mi aveva risposto qualche tempo dopo, accusando ricevuta del pacco, ringraziandomi calorosamente con accenti che non riporto ma che, confesso, mi avevano commosso sino alle lacrime e pregandomi, da quel momento in poi (e per quanto potesse essere per me straziante farlo), di non mettermi più in contatto con lui, poiché, secondo quanto egli stesso scriveva, era impegnato nell’ultima, più misteriosa e più grande delle sue missioni.
Sapevo, per esperienza, che il mio amico era solito scomparire anche per molto tempo – salvo poi riapparire nei modi più inaspettati, con quel gusto per la teatralità che era un suo piccolo vezzo e che lo rendeva più umano.
Lo avevo dato per morto quando era precipitato dalle cascate di Reichenbach assieme al suo mortale nemico, il professor Moriarty e, almeno in un’altra occasione, egli stesso mi aveva fatto credere di essere ormai giunto alla fine della vita.
Questi precedenti, però, non mi confortavano. Sia Holmes sia io ci potevamo definire, ormai, ben più che attempati e, per quanto prodigiose potessero essere le sue facoltà mentali, mi riusciva difficile concepire l’idea che, ancora una volta, egli potesse essere tornato alla sua antica professione.
Non si era forse ritirato, e da vent’anni ormai, a vita privata, prendendo dimora a cinque miglia da Eastbourne per dedicarsi alla filosofia ed all’apicoltura?
Era vero che, dieci anni prima, il Governo aveva chiesto ancora i suoi servigi (e solo io avevo un’idea di quanto essi si erano rivelati preziosi per la Gran Bretagna nell’immane carneficina che, di lì a poco, era scoppiata), tuttavia, alla nostra età, dieci anni non passano invano. E non era tutto. Quale altro grande pericolo ci poteva sovrastare a soli cinque anni dalla conclusione di una guerra che, per la prima volta nella storia, aveva incendiato tutti i continenti?
La risposta a quest’ultima domanda stava probabilmente nel giornale che avevo dinnanzi e nel quale trovavo conferma, una volta di più, di quanto i tempi moderni fossero incomprensibili per me, vecchio gentiluomo vittoriano.
Holmes, però, con il suo formidabile intelletto, era forse in grado di scorgervi ben altri segnali e così mi ero rassegnato all’idea di affidarmi, ancora una volta, alle istruzioni del mio amico, per quanto bizzarre ed ostiche da seguire fossero.
Mi ero astenuto dal contattare Holmes anche quando, sei mesi prima, mi era capitato un fatto assai curioso.
Un’infermiera che prestava servizio nella casa di riposo in cui (come ho detto) mi ero ritirato da tempo, mi si era avvicinata domandandomi se, per caso, conoscevo davvero il noto detective.
Avuta risposta affermativa (e in quel “sì, lo conoscevo” ero riuscito a non far trapelare l’amarezza che mi coglieva nel ricordarlo) mi aveva riferito che, da qualche tempo, uno strano individuo pareva aggirarsi accanto all’ospizio.
In principio, era stato notato solo da quei pochi pazienti che, essendo abbastanza in salute da poter passeggiare in giardino, si erano avveduti della sua presenza ed avevano quindi riferito al personale che un individuo sospetto era stato notato sbirciare dietro la siepe che delimitava la proprietà.
La circostanza, come prevedibile, era stata del tutto trascurata, dato che gl’inservienti erano propensi a credere ad una fantasia dei ricoverati, piuttosto che ad un evento reale.
Era anche vero, però, che una buona parte degli ospiti della casa (tra i quali, invero, anch’io) aveva un certo reddito e quindi non poteva essere scartata a priori l’ipotesi che si trattasse di un malintenzionato intento ad osservare l’ospizio in previsione di un furto o, peggio, di un rapimento.
Posto che Scotland Yard non si sarebbe certo scomodata, l’unica soluzione era affidarsi ad un investigatore privato e la povera, ingenua ragazza, benché, negli ultimi anni, gli emuli di Holmes si fossero moltiplicati, aveva pensato di rivolgersi al primo e più celebre di loro o, meglio, al suo migliore amico.
Sorridendo, avevo risposto che il grande investigatore si era ormai da tempo ritirato dall’attività e che, in ogni caso, sarebbe stato inopportuno seccarlo per una simile bazzecola. Spero di non essere sembrato troppo presuntuoso allorché le avevo risposto che, almeno in una prima fase, avrei potuto occuparmene personalmente.
Benché vecchio (di me stesso, posso dirlo senz’altro) possedevo ancora una salute fisica e mentale più che invidiabile e potevo entrare ed uscire dall’istituto a mio piacimento senza rendere conto a nessuno purché avvertissi il personale e, al mattino ed alla sera, mi facessi trovare nella mia stanza.
Presi dunque l’abitudine di vagabondare attorno alla casa di riposo, soprattutto nelle ore più calde del giorno, quando la maggior parte degli ospiti in condizioni di farlo si raggruppava in giardino, godendosi il primo sole dell’incerta primavera londinese.
In apparenza, vagavo senza meta, appoggiandomi al bastone, ma, in realtà, cercavo di osservare con la maggiore acutezza possibile tutto quanto avveniva intorno a me e devo dire che provare ancora una volta, dopo tanti anni, il brivido dell’investigazione (se così si poteva definire questa mia piccola avventura) mi faceva sentire vivo e giovane come ormai non speravo più di sentirmi.
Lui mi rimprovererebbe, leggendo queste parole, tacciandomi di sentimentalismo (e chissà, forse invidiandomi un poco segretamente perché egli stesso provava quei sentimenti, seppur non avesse mai trovato veramente il coraggio di esprimerli), ma era come se quel sole di aprile, quella scarica che, di nuovo, vibrava nelle mia membra prossime a rattrappirsi per sempre, fossero per me un’ultima, insperata grazia prima del grande mistero in cui, presto, avrei riposato per sempre. Solo lo sconforto di non avere Holmes accanto a me per l’ultima volta immalinconiva il mio animo, ombreggiandolo con un velo che non voleva levarsi.
Immerso in queste riflessioni, fui colto del tutto di sorpresa quando l’oggetto delle mie ricerche mi si parò dinnanzi.
Avrebbe egli stesso potuto essere ricoverato nell’ospizio se gli abiti che indossava non avessero rivelato una povertà estrema e se il ghigno malefico che mi rivolse non fosse stato così sicuro sintomo di follia da suggerirne il ricovero in qualche manicomio.
Non mi ero ancora riavuto del tutto dalla sorpresa che l’individuo già stava mettendo una mano all’interno del sudicio cappotto che lo infagottava.
Questo gesto, in qualche modo, mi riscosse dal torpore e mi consentì di precederlo ponendo mano all’arma che avevo con me e che non era, come avrebbe potuto essere ai bei tempi, un revolver, ma un più banale fischietto.
Soffiai quindi con forza e ripetutamente attirando l’attenzione dei passanti e, così speravo, di qualche poliziotto nelle vicinanze.
Il losco individuo, a sua volta preso alla sprovvista, si guardò spaventato intorno, mi gettò un’ultima occhiata con uno sguardo febbrile e si dileguò velocemente quanto le sue gambe ormai malferme consentivano.
Rinunciai ad inseguirlo sia perché, in concreto, non potevo accusarlo di nulla (bighellonare intorno all’ospizio non era certo un reato!) sia perché – e per quanto mi dolesse ammetterlo – io stesso, a mia volta, non avrei potuto muovere che pochi, incerti passi.
La bizzarra vicenda terminò lì e fu fonte per me, quella notte, di un piacevole sonno ristoratore quale ormai non gustavo da tempo e dal quale mi svegliai con l’assoluta consapevolezza che, dopo quell’innocuo, delizioso frisson, nulla più avrebbe turbato la pace dei miei ultimi giorni.
Non potevo immaginare che, di lì a qualche tempo, ben altre ambasce mi avrebbero attanagliato, inducendomi a infrangere i desideri del mio amico Holmes e facendomi sedere su quel treno per Eastbourne.   


(II)

L’uomo che aveva interrotto la mia solitudine (se si eccettuava la compagnia degli altri ospiti della casa di riposo e quella dei pochi colleghi con cui ero rimasto in contatto) si era presentato come Roderick Swanson, Presidente dell’Associazione Britannica Apicoltori.
Era un individuo di pochi anni più giovane di me, rosso di capelli e di corporatura smilza. Aveva mani nodose, in netto contrasto con l’aspetto generale, complessivamente gracile, ed il colorito acceso di chi, in gioventù, ha passato molto tempo all’aria aperta e, raggiunta la maturità, non ha abbandonato le vecchie abitudini.
Dopo che ci fummo accomodati nel salone della casa di riposo, al riparo della pioggerellina autunnale, che si fu sincerato della mia identità ed ebbe appurato che davvero conoscevo Sherlock Holmes, il Sig. Swanson mi mostrò dei numeri della Rivista Britannica di Apicoltura segnalandomi alcuni articoli del mio amico e spiegandomi come (circostanza che mi sorprese poco, a dire il vero) Holmes fosse un vero luminare della materia e, anche se dedicatovisi in età non più verde, si fosse conquistato rapidamente la stima dei più esperti professionisti del settore.
In particolare – disse Swanson – Holmes si era distinto nella creazione di una nuova specie di ape, più adatta a vivere nell’imprevedibile clima inglese.
Questa scoperta, dopo alcuni iniziali resistenze dovute al fatto che, a compierla, era stato un dilettante, per quanto ingegnoso, aveva destato un profondo interesse da parte dell’Associazione che, dopo essersi fatta spedire alcuni esemplari della nuova specie e dopo aver constatato che, effettivamente, rispondevano alle attese, aveva deciso di conferire all’ormai ex detective un cospicuo premio in denaro, dichiarandosi disponibile anche a considerare, qualora si fosse iniziato a produrre la nuova specie su più vasta scala, forme ancora più consistenti di emolumento.
A questo punto, inspiegabilmente, Holmes aveva iniziato a non rispondere più alle lettere e, anzi, le ultime missive erano tornate indietro inesitate. Il mio amico non possedeva un telefono e ogni altro tentativo di contattarlo era stato vano. Swanson era a conoscenza del fatto che Holmes avesse un fratello, ma non era riuscito a raggiungerlo in alcun modo (in effetti, persino io ignoravo se Mycroft Holmes fosse vivo o morto, anzi, considerati gl’incarichi segreti che costui svolgeva per il governo, mi sorprendeva che il mio interlocutore ne conoscesse l’identità).
A questo punto l’apicoltore si era rivolto a me, che di Sherlock Holmes ero stato il più noto e più fido compagno.
Mi complimentai con Swanson per le sue capacità investigative e gli assicurai che avrei fatto il possibile per reperire Holmes e, mentre lo congedavo con la migliore cordialità possibile, ero tormentato da mille dubbi ed angosce.
Ad angustiarmi, ovviamente, non era tanto il fatto che Holmes non potesse beneficiare della somma riconosciutagli e di cui, di sicuro, dato lo scarso interesse che aveva sempre avuto per le proprie finanze, aveva bisogno, quanto il fatto che le lettere senza risposta erano dirette all’indirizzo che ben conoscevo e che, allo stesso tempo, Holmes era impegnato (per usare le sue stesse parole) nell’ultima, più misteriosa e più grande delle sue missioni.         
Eccomi dunque, in quel tetro novembre, in viaggio per Eastbourne, a sfogliare e risfogliare le lettere di Holmes e le mie ed a rammaricarmi di non avere vent’anni di meno.
Ero talmente assorto nei miei pensieri che il bigliettaio (un individuo, d’altro canto, palesemente scontento dal dover prestare servizio su quella linea secondaria) dovette chiamarmi due volte per ottenere la mia attenzione per poter timbrare il biglietto ed allontanarsi infine brontolando.
A dispetto di tutti i miei anni d’indagine con Holmes, una cosa avevo imparato grazie alla mia professione o forse solo grazie al progredire degli anni: l’uomo è un essere molto meno razionale di quanto egli stesso si stimi. Non ero propenso a credere alle teorie di quel medico austriaco, quel tal dottor Freud (o forse non mi rassegnavo a credervi), ma la terribile esperienza della guerra dalla quale eravamo appena usciti, le delusioni portate dal nuovo secolo, in cui la scienza e la tecnologia, in cui tanto confidavamo, avevano mostrato il loro volto oscuro e distruttivo, lo stesso giornale che avevo davanti, così pieno di rivoluzioni, scioperi, tumulti, conflitti, non smentiva forse l’utopia in cui tutti, un tempo, sia Holmes che io, avevamo creduto? Non dimostrava forse che il caos e l’istinto – e non la ragione – reggevano le sorti del mondo? Che, per il poliziotto, non era possibile estirpare e vincere il male più di quanto non fosse possibile per il medico vincere la morte? Holmes amava sostenere che sono le teorie a doversi piegare ai fatti e non viceversa, come spesso, purtroppo, avviene… ebbene, che cosa dimostravano i fatti di questo sanguinoso ventesimo secolo?
Le mie tetre riflessioni furono interrotte da un’apparizione che mi lasciò sconcertato poiché nello scompartimento era entrato nientemeno che il Sig. Roderick Swanson in persona.
«Mio caro Watson! » esclamò vedendomi «A quanto pare l’indagine è un vizio dal quale non riesce a liberarsi!»
«Swanson! – proruppi a mia volta – voi qui!»
«Ebbene sì» mi rispose entrando nello scompartimento «Posso accomodarmi?» e, senza attendere risposta, mise in atto il suo proposito sedendosi al posto davanti al mio ed appoggiando accanto a sé una valigetta e su di essa (fatto che m’incuriosì non poco) un cuscino.
«Scommetto – proseguì agitando l’indice con fare complice – che siete diretto ad Eastborune».
«Elementare, vecchio mio, elementare. Voi mi avete chiesto di trovare Sherlock Holmes e, quindi, per quale altro posto avrei dovuto partire?».
A questa uscita Swanson proruppe in una risata così fragorosa da coprire persino il fischio del treno (stavamo entrando in stazione, infatti, ed il mezzo cominciava a rallentare).
Risi a mia volta, ma, devo dire, con un certo nervosismo perché, forse a causa delle mie riflessioni di poco prima, la reazione di Swanson mi apparve eccessiva, spropositata, come se, anziché una banale freddura, avessi pronunciato la più divertente battuta di questo mondo.
Stavo per porre fine a quella pantomina così plateale prorompendo in un’uscita alquanto risentita quando il mio interlocutore s’interruppe a sua volta e mi fissò con due occhi assolutamente folli e nei quali non ebbi alcuna difficoltà a riconoscere quelli del guardone che gironzolava attorno all’ospizio.
Non feci in tempo a riavermi dallo spavento che già il delinquente aveva aperto la valigetta ed estratto un revolver, che ora mi puntava contro.
«Eccoci qua – sghignazzò coprendo lo sferragliare del convoglio – senza nessun poliziotto intorno e con un frastuono tale da coprire qualunque fischietto. In ogni caso – e così dicendo mise il cuscino davanti alla canna della pistola – nessuno vi sentirebbe. Il Professor Moriarty avrebbe dovuto pensarci. Eravate voi l’anello debole. Siete sempre stato voi».
A quella distanza non avrebbe potuto sbagliare ed il colpo sarebbe stato fatale.
Chiusi gli occhi, come ad anticipare il buio che, di lì a poco, mi avrebbe accolto, quando il rumore aumentò ancor di più e, come se qualcuno avesse tirato il freno di emergenza, il treno ebbe un violentissimo contraccolpo. Swanson (o come si chiamava) venne proiettato contro di me e, anche se le mie gambe non erano più quelle di una volta, nelle mie braccia c’era ancora abbastanza forza da afferrargli il polso e far esplodere il colpo, con uno schianto assordante, contro le pareti dello scompartimento.
Subito ci trovammo avvinghiati in un forsennato corpo a corpo, ma il delinquente sembrava possedere la vigoria dei pazzi e mi avrebbe senz’altro sopraffatto se non fosse stato per l’intervento del controllore.
O, per meglio dire, del mio amico Sherlock Holmes.      
      


(III)

«Mio caro Watson» diceva Holmes mentre sorseggiavamo un the in una sala di Eastbourne «pare che, alla fin fine, non sia poi così contento di vedermi».
Non potevo negarlo.
Da troppi anni ci conoscevamo e, anche a prescindere dalle sue facoltà, era sin troppo facile, per Holmes, intuire i miei pensieri… ma era così penoso, lo spettacolo offerto dal mio amico!
Se, nei tempi andati, era stato magro, adesso era addirittura filiforme, emaciato. Il suo naso aquilino che, come ogni cartilagine, cresceva per tutta la vita, gli conferiva un aspetto sinistro, come una freccia piantata nel bel mezzo del viso. Persino il suo famoso sguardo appariva velato, di quando in quando, e, anche se tentavo d’illudermi attribuendone la causa ai miei occhi stanchi, al fumo che saliva dalla tazza e financo alla nebbia che stagnava fuori dalla finestra, non riuscivo ad ingannarmi del tutto.
«Holmes…» dissi, a malapena incapace di proseguire.
«Via, via Watson» reagì lui con quel tono a metà tra il brusco ed il divertito che conoscevo così bene «non ha forse imparato nulla, in questi anni? Non ha controllato se esisteva un’Associazione Britannica Apicoltori, né se il Presidente era un certo Sig. Roderick Swanson, non si è messo in contatto con la Rivista Britannica di Apicoltura né con l’ufficio postale di Eastbourne… no, senza por tempo in mezzo, lei si è precipitato qui, dal suo vecchio amico».
Nel dirlo, si sporse verso di me battendomi la mano sul braccio e, a questo punto, non potei fare a meno di notare che i suoi occhi erano davvero velati, anche se, intuendo la ragione di quell’opacità, preferii distogliere lo sguardo, per non metterlo in imbarazzo.
«L’unica scusante che posso concederle è che Alastair Moriarty si era camuffato davvero molto bene» concluse appoggiandosi nuovamente allo schienale.
«Il figlio di Moriarty?» trasecolai.
«Già. Il suo unico figlio di carne e sangue, anche se per fortuna privo del genio del padre. Quanto ai figli spirituali …» tacque per un attimo, guardando fuori della finestra con aria assorta. «I figli spirituali, se così si può dire, temo che siano molti, molti di più».
«La vendetta, dunque» conclusi.
«Già. Alastair seppe chi era suo padre solo dopo che raggiunse la maggiore età e, grazie ai suoi racconti, Watson, seppe anche chi era responsabile della morte del proprio genitore».
«E’ colpa mia, dunque»
Holmes fece spallucce. «In realtà lei mi salvò indirettamente la vita. Con i suoi scritti ha creato sul mio conto una tale aura di infallibilità che Alastair non osò affrontarmi direttamente. Non per questo, tuttavia, rinunciò al suo proposito di vendetta».
Holmes posò la tazza e prese a caricare la pipa.
«Un giorno, questa primavera, venni informato di una bizzarra effrazione all’Ufficio Postale di Eastborune. L’ignoto malvivente, in apparenza, non aveva rubato nulla, né aveva violato alcuna lettera, plico o pacco. Semplicemente, aveva rovistato nella corrispondenza, senza aprirla e sparpagliandola per ogni dove. Esaminando l’apparente disordine che il furfante aveva creato, notai che tutte le lettere a me dirette, benché intonse (e da ciò si poteva dedurre che il colpevole non era interessato al contenuto), erano state sparse sotto la finestra. Da ciò si poteva inferire che il reo, non potendo evidentemente accendere alcun lume, che sarebbe stato notato dalla strada, era interessato a leggere i nomi dei mittenti riportati sulle buste. In cima al piccolo mucchio di missive c’era l’ultima lettera speditami da un certo Dott. John Watson, segno che il delinquente aveva trovato quel che cercava e poteva interrompere la sua ricerca. Mi è bastato chiedere quali forestieri si fossero fatti vedere in paese negli ultimi tempi per sentirmi descrivere una fisionomia che, malgrado le inevitabili differenze tra consanguinei, non poteva che essermi familiare. Lei, mio caro Watson, col suo gusto per il sensazionale, lo definirebbe “Il marchio della Bestia”. Infine, e per quanto detesti questo infernale marchingegno, mi sono bastate due telefonate, una alla casa di riposo ed una alla stazione ferroviaria, per sapere dove lei era diretto e quale treno aveva preso. Il resto è stato facile».
«Ma perché io?»
«Davvero, mio buon amico, non si rende conto di quale colpo sarebbe stato per me la sua perdita?».
A quell’uscita tacqui e dato che, a differenza di Holmes, non riuscivo a dominare la commozione che mi stringeva la gola, dovetti alzarmi e guardare fuori mentre Holmes, alle mie spalle, riprendeva il discorso.
«Noi due rappresentiamo un’epoca ormai scomparsa, Watson. Si guardi indietro, ripensi alla guerra, legga qui, guardi questo giornale, oggi. Legga di questo tentativo tragico di rivoluzione in Germania. Un colpo di stato iniziato una birreria e che tutti credono fallito, ma che, io penso, non terminerà che con un altro bagno di sangue a paragone del quale la Grande Guerra sembrerà una scaramuccia. È un mondo folle e dissennato quello in cui viviamo, ed assurdi e caotici gli anni che si parano dinnanzi alle generazioni a venire. Benché sublime, il sogno di curare il male come se fosse un germe non è stato forse che un sogno».
Mi voltai di scatto sentendo proferire e, con maggior chiarezza, i miei cupi pensieri di poco prima.
Non poteva essere così, non doveva essere così… chiamando a raccolta tutte le mie facoltà razionali, cercai di ripercorrere tutta l’avventura che avevo appena vissuto, come a cacciare i tetri scenari che si aprivano di fronte. Ricompostomi, mi ero appena seduto, quando un pensiero mi colpì.
«Un momento, Holmes – dissi – non capisco: lei ha detto poco fa di aver appreso del piano di Moriarty questa primavera… ma lei mi ha scritto pregandomi d’interrompere i nostri rapporti molto prima della primavera; se non ricordo male, sin dall’inverno precedente…».
Holmes sorrise mestamente.
«Si è domandato perché le ho chiesto di spedirmi i suoi racconti, Watson, anche se, qualche volta, mi è capitato di criticarli negativamente?».
«No, io... » .  
Il mio amico si allungò all’indietro sulla sedia, guardando il soffitto.
«Dimentico le cose, Watson. Un po’ per volta, a sprazzi, ma inesorabilmente. Ho consultato qualche libro di medicina e temo che la malattia sia irreversibile. All’inizio non ce se ne accorge, quasi, ma, ben presto… ».
Si chinò e prese da sotto il tavolo un pacco che, come potei subito intuire dalle dimensioni, era lo stesso che gli avevo spedito quasi un anno prima e che conteneva i libri con le nostre avventure.
«Non escludo che, un domani, la scienza possa trovare un rimedio, ma temo che né io né lei vivremo abbastanza da vederlo. Nel frattempo…»
Così dicendo spinse verso di me il pacco.
«C’è la mia vita, qui dentro. O quantomeno quanto di essa vale la pena preservare. Per questo Moriarty ha cercato di uccidere lei. Senza di lei, Watson, io non esisto».
Afferrai l’involucro e nulla, mai, mi era apparso più pesante.
«Holmes – dissi maledicendomi perché non riuscivo a chiamarlo Sherlock – io… cosa posso fare».

«Oh beh – disse lui tirando un paio di boccate dalla pipa – per esempio, potrebbe ordinare un’altra tazza di the».   

11 commenti:

  1. Ho letto soltanto la prima parte, non che ci volesse molto a leggere tutto, ma per sperimentare la lettura a puntate, che solitamente è un metodo che mi lascia perplesso.
    Il vantaggio è che si impiega meno tempo così, elementare Watson, avrebbe detto Holmes, lo svantaggio e che sino alla fino non puoi dare un giudizio. E che dire della memoria, ma in fondo anche un libro lo leggiamo qualche pagina alla volta. O no?
    A presto

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  2. Eh eh eh... Holmes non ha MAI detto, nei libri di Doyle, "Elementare Watson": non è mai stato un suo intercalare. Solo una volta, in un racconto o in un romanzo, afferma, rivolgendosi a Watson, che "E' un ragionamento elementare".
    Insomma, la frase gli è stata cucita addosso da chi NON aveva letto i libri e gli è rimasta appiccicata.
    Nel mio racconto prendo un po' in giro questo falso detto e lo faccio pronunciare... a Watson.

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  3. Serenella Tozzi30 maggio 2013 20:23

    Holmes è un uomo imperturbabile, che non dimostra i propri sentimenti (se ne ha), freddo e cinico, come può commuoversi davanti a Watson? è pur vero che la vecchiaia indebolisce la capacità di frenare le emozioni, però questa sua debolezza risulta comunque una delusione per il lettore. :-)
    Io l'ho letto tutto, e trovo il linguaggio usato consono ai tempi e ai soggetti, così come trovo indovinate le loro delusioni di fronte alla realtà che sta apparendo ai loro occhi.
    Un racconto ben condotto che si mantiene molto bene sui binari doyloniani, con una punta di umanità in più, specie per la conclusione.

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  4. mmmm... Holmes, più che cinico, è razionale all'eccesso e senz'altro dotato di autocontrollo ed aplomb alquanto "british"; in realtà, però, leggendo i racconti, non mancano affatto accenni alla sua sfera emotiva; più d'una volta lo vediamo malinconico (in questi casi di solito si dedica alla morfina o al violino) o irritato (con la polizia o con se stesso per non aver compreso il caso) ed egli stesso ammette un suo gusto per la teatralità ed una certa vanità. E più di una volta ammette, senza farsene travolgere, quanto conti l'amicizia di Watson per lui. Potrei fare diversi esempi, ma mi limito a due. Ne "Il ritorno di Sherlock Holmes", il detective, redivivo per volontà dei lettori dopo che Doyle l'aveva fatto precipitare dalle cascate di Reichenbach, incontra Watson casualmente e quasi si fa sopraffare dalla commozione, tanto da fuggire (e ricomparirgli davanti più tardi, camuffato). Ne "Uno scandalo in Boemia" Irene Adler riesce a sfuggirgli e questo fa sorgere nel detective un sentimento di ammirazione (d'ora in poi si riferirà a lei come a "la donna", senza nominarla) che parrebbe quasi sfociare nell'affetto e nella paura. Noi moderni (v. le ultime trasposizioni filmiche) con la nostra idolatra ossessione per l'emotività ne abbiamo fatto, non a caso, l'amante di Holmes.

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  5. Dunque come prevedevo, mi sono bastate 24ore per perdere il filo. Però è bastata una rapida lettura delle ultime righe perchè tutto tornasse alla mente. La preparazione al fatto delittuoso è stata laboriosa, tanto da farmi domandare dove volessi parare. Insomma l'entrata in scena del grande Holmes l'hai preparata per benino. Domani mi gusterò il finale.

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  6. Eh... eppure le avventure di Holmes apparvero a puntate sullo "Strand".
    Forse i nostri nonni avevano più memoria di noi. Probabilmente perchè non c'era internet (igh igh igh)

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  7. Negli U.S.A. è stato accordato un divorzio per colpa di lei, in quanto per vendetta soleva evidenziare il nome dell'assassino nelle prime pagine del < giallo >, di cui il marito era un appassionato cultore.
    Nella mia vita, a scanso di pericoli, non ho mai letto neppure un poliziesco: e il mio matrimonio sta durando da oltre cinquant'anni...
    Sid

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    2. Non è un dramma.
      Semplicemente, chi scrive polizieschi non ha avuto un lettore che, in ogni caso, non valeva la pena di avere.

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  8. Mi sono documentato e ho scoperto che Moriarty era considerato un genio del male e nemico per eccellenza di Sherlock Holmes, solo così il movente ha preso più consistenza. Solo così il movente diventa più consistente e più credibile. Inoltre è stato utile per rivelare un aspetto abbastanza sconosciuto del carattere di S.H. Un lato tenero che non si deve attribuire solo all’età, come giustamente tu fai notare nel commento a Serenella.
    Conosco la difficoltà di imbastire noir con trame convincenti e allo stesso tempo avvincenti, in breve spazio. Quattromila parole sono proprio pochine per un giallo. Mi sono piaciute soprattutto le descrizioni dei personaggi e il climax era perfetto. Complimenti davvero.

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  9. Grazie. Riguardo al "giallo" - che non è esattamente un poliziesco, è un po' diverso - il cuore del racconto è di solito sintetizzabile in poche frasi (specie se si tratta di un giallo classico, all'inglese). Il resto (che però deve essere intimamente connesso con la trama gialla, altrimenti non vale) è un elemento comune a un po' tutte le forme di narrativa.
    Qualcuno ritiene che esistano forme di narrativa inferiori (e che il giallo sia una di esse), ma non è il caso di discuterne.
    Sono pregiudizi e, ammesso e non concesso che possano essere dette idee, si può stare certi che siano le uniche di chi li coltiva.

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