venerdì 10 maggio 2013

Salvo Scollo - narrativa -


TRE SOLITUDINI

(primo ritratto)


11/05/2013
etichetta: la stanza di Salvatore Scollo



Uno
    
    Comincerò dall’inizio.
    La mia infanzia non è stata facile. A quei tempi abitavo in un quartiere che non aveva buona nomea, nel centro storico della città. La via dove stavo era percorsa di continuo, la sera, da macchine e motocicli d’ogni tipo. Le soste erano brevi, poi si udiva lo smanettare dei motori, il fischio bruciante dei copertoni.
    Gli studi si sono fermati alla scuola dell’obbligo, i genitori a ripetermi che a una ragazza non serviva tanto saperne di storia e geografia, quanto saper cucinare e soddisfare il proprio uomo. Neanche io, a quei tempi, avevo affidato alla mia vita uno scopo ben preciso.
    Quando alla periferia della città hanno iniziato a costruire le case popolari, ci siamo trasferiti lì, pur non essendo assegnatari. Mio padre sosteneva che certi diritti non si devono chiedere, non si può sottostare alle regole dei furbi che aiutano gli amici a danno della gente veramente povera. Così una notte, insieme con altri disperati come noi, abbiamo occupato un intero stabile, che era ancora da consegnare. Certo, i primi tempi sono stati difficili, qualcuno di noi stava sempre in casa a evitare che le forze dell’ordine la requisissero a favore dei legittimi proprietari. Poi, come in tutte le cose, dopo un periodo nemmeno tanto lungo di baccano e di minacce, siamo stati lasciati in pace. Mio padre, che già possedeva di sé un’alta considerazione, dopo questo “successo” dimostrò ancora meno propensione al lavoro, obbligando mia madre ad andare a servizio. L’indennità di disoccupazione, qualche lavoretto in nero e nemmeno tanto regolare, l’aiuto, anche se modesto, della Parrocchia, ci consentivano di non morire di fame. L’allaccio abusivo alla luce del Comune ci permetteva di tenere la casa illuminata a giorno in ogni momento della giornata.

    In questa nuova residenza ho trascorso la mia fanciullezza. Certo, forse niente corrispondeva ai miei desideri, ma probabilmente sarei rimasta a casa se mio padre non si fosse messo delle idee storte in testa. Una volta l’ho sentito discutere animatamente, a proposito della mia nascita. Lui convinto che io fossi frutto di una sbandata sentimentale di mia madre, lei a spergiurare di non aver mai accolto nel proprio cuore (e fra le proprie gambe) altro uomo che non fosse il marito. Evidentemente mio padre non è rimasto tanto convinto se ogni tanto ha provato, con la scusa di abbracciarmi paternamente, a toccarmi qua e là. Anche la notte, qualche volta, l’ho visto spuntare davanti al letto, lo sguardo alterato.

    Ho deciso allora di andarmene, ormai maggiorenne e non soggetta a rientrare forzatamente a casa. Il giovane prescelto, il figlio della famiglia della porta accanto, tre anni di lavoro già alle spalle, regolarmente ingaggiato, desideroso, almeno all’apparenza, di formarsi una famiglia. La scelta non s’è rivelata opportuna: dopo essersela spassata per un po’ di mesi, se n’è tornato a casa dai suoi, sostenendo di non avermi trovata vergine, d’avermi scoperta scansafatiche e nullatenente (solo su quest’ultimo particolare potevo essere d’accordo).
    Non me la sono sentita di tornare a casa anch’io. Mio padre ci avrebbe riprovato, mia madre succube della sua prepotenza, i miei fratelli a occuparsi solo di spaccio e di scippi.
    Trovare un appartamentino dove andare a stare per conto mio non è stato difficile, ho concesso i favori del mio corpo (si dice così?) e ho trovato un padrone di casa che non ha preteso una cifra esorbitante come pigione.
    Sono serenamente convinta che il sesso per me non sia un problema, né un traguardo da raggiungere ad ogni costo. Voglio dire che l’ho conosciuto in un modo non esattamente romantico, a casa dei miei genitori, quando li sentivo gemere e agitarsi nel letto, la parete divisoria sottile come cartone. Per non parlare poi di quello sperimentato direttamente con quel giovane cui accennavo prima. Le rare volte di cui ho memoria, ricordo che copriva il mio corpo con quel suo sbuffare un po’ ridicolo, che terminava dopo pochi minuti, per trasformarsi in un sonoro russare.

    Non avendo quindi prevenzioni d’ordine morale, né ritenendomi sporcata dall’accogliere dentro di me corpi maschili, ho deciso tranquillamente di esercitare in casa. Non con tutti, è chiaro, ma facendo circolare la voce per racimolare pochi clienti maturi d’età, senza eccessive pretese e soprattutto puliti. Niente giovani, per evitare complicazioni sentimentali.
    C’è voluto poco tempo per avere una conferma, che già in qualche modo avevo percepito: l’uomo cerca la puttana non tanto per sfogarsi, quanto per raccontare, dopo, di sé e della sua famiglia. Quante confessioni ho ascoltato, di quante situazioni imbarazzanti sono stata informata! Quante delusioni sui figli ho raccolto dalle loro labbra. E poi, le mogli! È possibile che le donne, dopo sposate, diventino così grette, autoritarie, incapaci di concedere un po’ di libertà ai loro uomini? Certo, il mondo che frequento non rappresenta l’universo intero, anch’io sono convinta che ci siano dei matrimoni dove tutto fila decentemente e senza particolari rancori.
    Quando stavo in casa con i miei, non trovavo molto ascolto. Non solo perché erano sempre distratti da altri problemi, ma anche perché ero io a non espormi più di tanto per dire di me. Ora, col lavoro che faccio, continuo a tacere, o almeno intervengo poco, ma ho  sviluppato la capacità d’ascolto. Questo i clienti mi chiedono, dopo aver fatto l’amore: di ascoltarli, loro con i sensi ormai rilassati, desiderosi di raccontarsi, di accompagnarsi con me nei sogni. I discorsi spesso si somigliano: la moglie non capisce, ma vuole avere lo stesso l’ultima parola, sempre a lamentarsi che i soldi non bastano, eppure desiderosa di fare bella figura con l’abbigliamento alla moda; i figli se ne impipano dell’autorità paterna, studiano poco, gentili solo nel chiedere soldi per la pizza e la discoteca, mai un gesto di buona volontà nel provare a sbrigare piccoli servizi; il capoufficio fa di tutto per stroncare l’impegno lavorativo e favorire il collega fannullone.     Dietro questi discorsi ordinari e prevedibili, il loro sguardo fisso al soffitto, avverto attese per le quali non s’è persa la speranza, ribellione verso una vita avara che ha tradito le attese, angustia per il disinteresse altrui, rabbia per non sapere affermare la propria personalità, timidezza nel raccontare a un’estranea malesseri che pesano dentro come macigni.
    Io ascolto, e faccio memoria, ma evito di coinvolgermi emotivamente. Avrei voglia talvolta di ribattere che la felicità, o almeno la serenità, è difficile da realizzare, che la vita è ingiusta e qualcuno ne deve pagare le conseguenze. Oppure, che “la vita è un pozzo di meraviglie. C’è dentro di tutto, stracci, brillanti e coltellate alla gola”. Però riesco a trattenermi. Mi chiedo se abbiamo coscienza di essere mediocri.
    E quando i clienti tornano, gli regalo un sorriso e chiedo se ci sono novità, m’informo come vanno le cose, baluginio di attenzioni per non fargli avvertire tanto la condizione di solitudine.
    In questo modo, non guadagno molto; il tempo trascorso ad ascoltare potrei dedicarlo a fare altre sveltine, eppure continuo così, mi sento utile nel rasserenare tante coscienze inquiete.
    Se Fabrizio De André mi avesse conosciuta, mi avrebbe imparentata alla sua Bocca di rosa.
    L’ascolto partecipato per sconfiggere la solitudine, il vuoto che si avverte dentro, la caduta di ideali che rende simili alle pecore, che cercano solo di brucare l’erba e avere un riparo di notte nell’ovile.

    Che cosa rimane, alla fine di ogni giorno? Poco o niente, la consapevolezza del tempo che trascorre senza rumore trasformando il presente in passato, l’illusione che un domani, chissà, qualcuno restituisca anche a me, utilizzando il cuore, il desiderio di riprendere a vivere con dignità e consapevolezza.  

13 commenti:

  1. La tua Boccadirosa lo faceva proprio con passione, tanto da farne una missione, aggiungerei io.
    Questo racconto, (il primo dei tre ritratti femminili) inserito nella raccolta dal titolo suggestivo, A sud ovest della poesia, ha come sottotitolo, per un eccesso di modestia e a conferma della tua proverbiale ironia: Racconti per prendere sonno.
    Una sera di non tanto tempo fa, (forse tu non lo sai ma questo libro lo avevo citato nel mio salotto, ma non ricordo a proposito di che, forse dei concorsi letterari, ma non ci giurerei)
    Ebbene quella sera, commisi l’errore di darti retta! Ho fatto l’alba con il libro in mano.
    Non è vero niente gente, non dategli retta, i suoi racconti non favoriscono di certo il sonno. Questo poi mette tanta tristezza addosso, ma merita di essere letto comunque, anche se soffrite d'insonnia.

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    1. Non una escort, ma una semplice prostituta con poca istruzione che però deve aver letto molto dal libro della vita.
      Perchè le sue analisi socio-individuali sono da psicoterapeuta avveduta.
      Forse meriterebbe lauti guadagni da intellettuale professionista.
      Ai tempi qualcuna l'ho sperimentata anch'io, ma al solito era rozza, frettolosa, superficiale.
      Le escort laureate erano solo d'alto bordo...
      Il tema ricalca tutta la trafila del degrado ( povertà, incesto, ecc. ), con un accenno finale alla speranza di risalita dal baratro e conseguente rivalsa morale.
      Se non altro non compare l'odiosa figura del magnaccia di strada.
      Siddharta

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  2. Di una realtà impressionante, questo tuo racconto. A partire dall'occupazione delle case popolari, per poi passare ad una adolescenza "difficile" a causa di genitori strani ed una situazione economica disastrosa che porta spesso ad imboccare strade sbagliate; sembra quasi una pagina diaristica di un passato che sta tornando minacciosamente di moda.
    Bella anche la chiusa che evidenzia il punto di vista della meretrice, spesso trascurato, che, nonostante tutto, intravvede ancora un raggio di speranza.
    Davvero bello, caro Salvo...Dovrò procurarmelo sto libro

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  3. Serenella Tozzi10 maggio 2013 13:17

    Un racconto interessante per i suoi risvolti psicologici.
    La figura di questa donna, nata e vissuta in una situazione familiare disastrata, e che proprio per questo avrebbe potuto diventare lei stessa disonesta, egoista e gretta, mi appare tutto sommato positiva.
    E' una donna che per necessità si trova a vendere il proprio corpo, ma così facendo fa del male solo a sé stessa, alla propria dignità e, anzi, dal racconto ne esce una persona buona, gentile e generosa, capace di capire gli altri e di sacrificare maggiori introiti per ascoltare le pene altrui.
    Dimostra altresì intelligenza nel classificare i proprio clienti e si meriterebbe certo un avvenire migliore.
    Viste tutte queste buone qualità secondo me ha ampie possibilità di poter vedere avverate le sue aspirazioni che "qualcuno restituisca anche a lei, utilizzando il cuore, il desiderio di riprendere a vivere con dignità e consapevolezza".  

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    1. Più che capire direi, ascoltare, cara Serenella. Ascoltare senza coinvolgimenti emotivi.
      Ascoltare...In quanto alle "pene" userei un sinonimo meno...ambiguo, per l'occasione.

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    2. Serenella Tozzi10 maggio 2013 13:51

      Ma quanto è ambigua questa lingua italiana :-)))
      Hai ragione sull'ascoltare senza coinvolgimenti, lo dice anche lei nel racconto; però, capire li capiva dimostrando anche un animo sensibile.

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  4. Racconto realisticamente tragico che ci conduce nella vita infelice di chi cerca di sconfiggere la solitudine con l'ascolto dell'altro, un donarsi, non solo con il corpo, ma anche con una parte segreta del cuore, mettendo da parte il guadagno pur di rasserenare tante coscienze inquiete.Mi è piaciuto molto!

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  5. In queste confessioni di uomini lamentevoli alle meretrici o ad amiche compiacenti io sento solo il suono della mistificazione.
    Loro sarebbero incompresi da figli, suocere e gattini,
    quindi ergo dunque a piangere il loro destino
    ok ok
    e ci sono i poi i parroci che, caro Salvo,nel confessionale ascoltano la seconda versione della tua.

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  6. Un racconto che si fa leggere e che fotografa con realismo un ramo della categoria degli "ultimi".
    Piaciuta, in particolare, la prima parte.

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  7. E' un racconto realistico e se da un lato si fa apprezzare per la scrittura piana e pulita, semplice, quasi dimessa, dall'altro si fa apprezzare perchè evita volgarità gratuite ( e direi facili) e dall'altro evita un certo tono da "elegia o apoteosi del maledettismo" che personalmente trovo insopportabile.
    Piaciuto.

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  8. di questo bel racconto scritto con un linguaggio limpido, piano, impressiona proprio il contrasto che si crea con la storia che narra e la sensazione nitida che regala è quella di ineluttabilità, di rassegnazione quasi completa all'impossibilità di cambiare la direzione, proprio per via del suo incedere lento, morbido a dispetto della sequenza di drammi che contiene.
    Solo le ultime quattro righe regalano un barlume contenuto di speranza, comunque privo della forza della rabbia necessaria.
    Molto apprezzato, Salvo.

    Franco "Pale"

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  9. Una bella prosa si. Scrittura ben liniata ( tu sei bravo in questo), la lettura scorre molto bene.Un racconto reale, realtà che esiste ancora oggi.Non è facile ascoltare ma la tua protagonista ci riesce alla grande, ( ho sentito che chi lo fa per mestire sono riusciti in questo, ascoltare i clienti). Solo un neo, mio modesto parere, scrivi:"Questo i clienti mi chiedono, dopo aver fatto l’amore" L'amore loro non lo fanno, loro offrono sesso. L'amore è altra cosa.
    Un bellissimo pezzo
    Ciao

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  10. Mi ricorda una signora chiamata ''la barona'' ma questa non scappo' dal padre che abusava di lei bensi' fu allontanata dalla madre perche' gelosa del marito porco.
    Rivide suo padre proprio dentro la casa chiusa dove lavorava.
    Ho letto una pagina di vita tristissima. Bravo Salvatore.

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