venerdì 24 maggio 2013

Salvo Scollo - narrativa

Tre Solitudini
(secondo ritratto)

23/05/2013
etichetta: la stanza di Salvo Scollo


Ho sempre fatto la casalinga. La mia famiglia è stata all’antica nell’educarmi, insegnandomi a sviluppare le doti prettamente femminili, quelle cioè capaci di preparare buoni pranzetti e fare felice il proprio uomo (a letto con una disponibilità perenne; fuori, con gli amici, tacendo e ascoltando con occhi rapiti e cuore attento i discorsi del coniuge).
Ho quindi imparato a tenere pulita la casa, a rassettare i letti, a preparare pietanze non ricercate ma gradevoli al gusto. Nel matrimonio, non ho avuto molta scelta: le passeggiate con le amiche sul corso principale del paese sono state rare, gli amici maschi conosciuti, pochi.
    Così quando un ragioniere, con lavoro fisso presso una ditta che esportava agrumi, si è presentato a casa per chiedere la mia mano, i miei genitori, per fare il mio bene e regalarmi una vita dignitosa, in prosecuzione di quella già donatami, hanno acconsentito. Io, in fondo, ero contenta: mi era offerta la possibilità di uscire definitivamente da casa, di provare da sola a organizzare la mia vita, dandole insomma quello slancio emotivo e pratico che a casa subiva continue battute d’arresto. Ricordo il giorno del mio matrimonio, non tanto perché fosse la realizzazione di un sogno a lungo coltivato, quanto per le discussioni sulla ripartizione fra le due famiglie delle folli spese che sono occorse per quella messinscena.
    All’inizio mio marito mi rispettava, e nel fare l’amore badava anche a stimolare e soddisfare i miei desideri. Si sa come vanno queste cose: passati i primi tempi, la passione scema, la fantasia decade, le preoccupazioni legate a una vita in due prendono il sopravvento.
    Sull’impegno lavorativo di mio marito, niente da eccepire: oltre le canoniche otto ore, ha cercato di fare tutto lo straordinario possibile che la ditta gli richiedeva. Ciò man mano l’ha portato a stare fuori di casa per giornate intere, anche se mai ho temuto che avesse l’amante. Obiettivamente, mio marito non è un adone, ha pochi grilli per la testa, non è amante di cinema, di teatro, di letteratura, e soprattutto non guadagna grosse cifre. Un membro della maggioranza silenziosa, direi. Da buon siciliano, non ha mai voluto che io m’impegnassi in lavori fuori di casa: la moglie, a ripetermi sempre, è l’angelo del focolare, ha il dovere di crescere, restandogli sempre vicina, i figli che verranno. Non voglio correre il rischio, per guadagnare di più, per avere il secondo televisore e la seconda macchina, di avere dei figli sbandati, privi di quel calore affettivo che solo la presenza della madre a casa può assicurare. Questi i discorsi che ormai avevo imparato a memoria, vista la frequenza con cui li esponeva.
    Venivo da una famiglia in cui ragionamenti simili erano pane quotidiano, non c’è da meravigliarsi quindi se mai ho provato a dire di pensarla diversamente.
    Alla lunga, questa prolungata inattività mentale (la fatica fisica non mancava, se volevo tenere lucidi i pavimenti, far brillare le stoviglie, preparare succosi pranzi e cene) mi ha scosso un po’ il sistema nervoso. Ho cominciato a non avere più un sonno regolare, ho perso, almeno in parte, l’entusiasmo per una vita borghese che, a ben guardare, rappresentava più una prigione che lo sviluppo della mia personalità, dei miei sogni, dei miei progetti (anch’io, da casalinga, ne avevo la valigia piena).
    Ho dovuto trovare uno sbocco a questa insoddisfazione latente, non volevo che il rapporto coniugale si spegnesse completamente. Pian piano ho provato a fare amicizia con le altre casalinghe del condominio; non tutte hanno risposto, alcune per ritrosia, altre per acquiescenza al proprio modo di vivere il matrimonio.  Con una, in particolare, la scusa del prendere insieme il caffè a metà mattinata ha funzionato. Si è sviluppato il desiderio di conoscersi meglio, di raccontare il proprio vissuto. Niente di nuovo sul fronte occidentale, come recita il titolo di un vecchio film, nel senso che nessuna novità è uscita dalle nostre labbra, che già non facesse parte dell’esperienza dell’altra. È stata proprio questa identità di situazioni che ci ha fatto sentire più vicine sul piano emozionale.
    Poi, un giorno, è successo. In un momento di commozione, lei mi ha preso la mano e l’ha appoggiata sul suo seno, come a dire che il cuore partecipava pienamente al mio racconto. Mi ha carezzato le gambe con una delicatezza e una dolcezza mai ricevute prima. Infine, un bacio sulla fronte ha suggellato quel momento d’intimità. Da allora, abbiamo moltiplicato le occasioni d’incontro, non è stato solo il prendere il caffè insieme a farci cercare reciprocamente; ogni scusa era buona per ritrovarci sempre più spesso, per tenerci sempre più spesso strette le mani. I gesti d’affetto si sono moltiplicati, estesi all’intero corpo.
    La delicatezza dei movimenti, l’attenzione alle esigenze dell’altra non fanno parte dell’universo maschile, la sensibilità femminile è di tutt’altra pasta. Col crescere delle confidenze fisiche, è sorto il desiderio di essere carezzate più a lungo, anche in quei recessi nascosti alla vista, là dove si avverte il desiderio di essere possedute e di darsi per intero, anima e corpo, come si dice.
    Senza rendermene conto, sospesa fra sorpresa e stupore, ho considerato di essermi innamorata. Nessun’altra spiegazione per giustificare un desiderio così forte, un languore così estenuante, una sconfitta della ragione così totale. Sensazione di allontanamento dai codici di comportamento imparati in un’intera vita, partecipazione eccitata a un modo d’essere mai prima conosciuto o immaginato.
    In breve, siamo diventate amanti. Come per magia, le tensioni si sono allentate o addirittura sono scomparse, i desideri inespressi al coniuge son venuti fuori avendo la certezza che qualunque richiesta sarebbe stata esaudita senza provare vergogna. Con lei mi sono sentita veramente donna, pienamente accettata.
    E il brusio fitto che seguiva diventava completamento orale del piacere di rimanere insieme, ancora non sazie del nostro ritrovarci.

    Sentirsi alla pari, nessuna premura nel prendersi il proprio piacere a letto, le paroline dolci come segno che non è il desiderio del momento a spingere nel cercarci. Dopo aver fatto l’amore, avvertire ancora la tenerezza dell’essere l’una accanto all’altra, a condividere il sogno di alzarsi sempre più, di volare oltre le cime più alte, invece di girarsi subitamente dall’altra parte del letto. Le carezze per colmare la distanza, senza consumarla nel possesso.

    Da dove entra la luce? Non lo so, forse siamo noi a chiudere le persiane per non incontrarla; e forse la facciamo filtrare solo dalle fessure per non scostarci dalla solitudine. Una finestra per affacciarsi, ci vorrebbe, e non contentarsi del lume fioco che permette di vedere al buio, ma disabitua a osservare intorno con rinnovato stupore, con sguardo fanciullo e teneramente appassionato.

7 commenti:

  1. L’omosessualità femminile, solleva spesso molti interrogativi, anche se è frequente quanto l’omosessualità maschile. Senza voler affrontare in questa sede un discorso sulla sessualità, in generale c'é sempre una situazione insolita che stimola e provoca il piacere puro e semplice il cui coefficiente di godimento dipende da quanto la situazione possa definirsi eccitante. In tutto ciò rimane irrisolta la domanda se la sessualità sia amorale, nel senso che qualsiasi circostanza che possa provocare il piacere ben venga. Naturalmente, per questioni intuibili, la società cerca di difendersi proprio da ciò che sembra provocarle piacere. Ma questo è un altro discorso. Interessante Salvo, molto interessante e come sempre, ben scritto.

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  2. La genetica, tra le varie teorie, avrebbe dimostrato scientificamente che l'omosessualità sia fattore ereditario per via materna: se ho capito bene primieramente quella maschile.
    Anche se a mio parere mi puzza troppo di ripiego mascolino per gettarne la colpa sulla donna,
    autoassolvendosi.
    Comunque parrebbe che un terzo degli umani sia direttamente o indirettamente omosex.
    La Sicilia: colà gli invitati al matrimonio sono per costume tantissimi e il rito fastoso.
    Le < buste > agli sposi assai ricche.
    Modalità, mi dicevano, a cui non ci si può sottrarre socialmente.
    Personalmente ho poi visto rinnovare la celebrazione in chiesa dopo ogni tot anni di matrimonio.
    Il racconto.
    Sul merito sospendo ogni giudizio, salvo un certo malessere che mi prende ogni volta che leggo o sento affrontata la questione ( oggi esprimere il proprio parere è come maneggiare l'instabile nitroglicerina... ).
    Sull'estetica, il testo è ben condotto, anzi ottimamente.
    Siddharta

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  3. Serenella Tozzi24 maggio 2013 12:38

    Un argomento scabroso affrontato con delicatezza e in un momento molto attuale.
    Non è facile esprimersi su certe situazioni.
    L'omosessualità è esistita da sempre e, anzi, nei tempi antichi, con determinate regole, era normalmente accettata. Momenti di repressione durissima si sono invece verificati successivamente, (il culmine si ebbe nel trecento; ai tempi della controriforma protestante e ai tempi della seconda guerra mondiale, con persecuzioni e uccisioni).
    Per fortuna oggi si accetta democraticamente la libertà individuale anche dal punto di vista sessuale.
    Per quanto riguarda le nozze gay, il discorso penso sarebbe troppo lungo e non pertinente in questo contesto.

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  4. bravo, scritto veramente bene.
    mi ha dato solo una lieve sensazione di spiare, leggendo, pagine di un diario,hai saputo troppo sapientemente descrivere emozioni e sentimenti con una delicatezza che, sbagliando, si potrebbero attribuire ad una penna femminile.
    Mi piace moltissimo la tua scrittura, spero di poter proseguire a deliziarmi leggendo i tuoi racconti.

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  5. Ottimi racconto che mette in evidenza un tema scottante: l'omosessualità, a volte, scoperta anche dopo il matrimonio. Concordo con Carla sul fatto che hai scritto con eccezionale sensibilità, hai fatto gustare fino in fondo una storia che, in realtà, non ha nulla di straordinario, però tu l'hai resa così dolce da renderla molto gradevole alla lettura.

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  6. Non è la prima volta che ti cali nella testa e nel corpo di una donna. Mi pare che ci riesci sempre molto bene. Come in questo caso. Un po' anacronistica la parte iniziale. Grazie a Dio oggi la donna non arriva più a sposarsi per "fuggire" di casa e il suo ruolo va oltre quello dell'angelo del focolare domestico.
    Ma per il resto sei riuscito a ben tratteggiare quelle che, penso, possano essere le motivazioni di una donna attratta dallo stesso sesso.

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  7. Gran bel racconto, Salvo, con il tuo passo lento e dolcemente inesorabile, per cui tutte le cose buone e cattive, alla fine dei giochi, tornano. Bravo bravo bravo.

    Franco

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