giovedì 16 maggio 2013

Selly - narrativa - racconto


Ho preso l'abitudine di pensarti così.



16/05/2013
etichetta: racconti AA.VV.



Così ogni notte, prima che il sonno mi porti via, immagino di salire su una bicicletta rossa e, in una pedalata lunga da te a me, cerco e trovo una strada a doppio senso, una salita che ridiscende, una scala immobile, a chiocciola che giunge fin dove tu sei l'in-canto.
Impalpabile il sentimento che faceva da cordone. Fino a che non te ne sei andata.
Poi ha preso la consistenza viva del dolore, dell'assenza, di quel senso strano che ti fa pensare di non averti dato ciò che con poco chiedevi.

Ho preso l'abitudine di pensarti così.

Così come quell'ultimo lasso di tempo che ha separato il tuo respiro dal mio.
Vedo il letto dell' hospice, in legno di ciliegio credo. Chiaro, striato appena come le tue mani bianche fatte di pelle e rughe tiepide. Le lenzuola erano candide, stese, senza l'impronta del tuo peso, come se non ti avessero nemmeno posata, inconsistente, come se il corpo si fosse reso leggero per seguire l'anima che ormai vagava in cerca del perché eterno. Avevo quasi timore nell'appoggiarmi alla tua sagoma piccola, ricalcare la stessa posizione che tenevi da tre giorni. Mi sono rannicchiata piano, con i gesti di fumo bianco che conservo per le occasioni speciali. Mi sono fatta ombra, messa come il feto che portavi in grembo.
Ma ti ero dietro, questa volta. Ho pensato per un attimo che forse era giusto così. Una madre non può sopravvivere al proprio figlio. L'ho sempre sentito ripetere, ma in quel momento avrei voluto prendere il tuo posto, affrontare a muso duro la morte.
Avevo le forze per farlo, tu no, inerme davanti all'abisso, arresa.
Ma non era una resa, la tua. Era la consapevole rassegnazione che la polvere non deve sempre essere levata. A volte può scaldare, altre dare la possibilità di scriverci sopra dell'esistenza, un appunto breve per la vita, un promemoria da lasciare in eredità.
E così, rassegnata pure io dalla potenza della vita al suo traguardo, ti ho preso una mano nella mia e con il palmo aperto dell'altra ho protetto la tua testa rosa, spoglia, tenera come quella di un neonato ma che mi punzecchiava con i piccoli capelli che ancora cercavano le vie di fuga.
Lo so che mi hai aspettata. Da che mi hai pensata a che mi hai salutata. Quello che volevi lo cercavi, lo aspettavi sempre con la tenacia delle madri e della terra.
Siamo ritornate ad essere un unico corpo quella domenica, come un tempo siamo state.
Ed è arrivato. E' lì che ho sentito l'ultimo, meraviglioso, massacrante respiro che usciva senza pretesa di ritorno.
Un timido sibilo si è mescolato all'aria della stanza immobile e io l'ho preso, al volo, a bocca spalancata come gli uccellini in attesa di cibo. Per deglutirlo e conservarlo là, dove il tuo essermi madre è radice di un sorriso eterno che ogni sera ti rivolgo.


3 commenti:

  1. Serenella Tozzi16 maggio 2013 11:55

    E' molto intimo, molto delicato: un brano commovente che merita rispetto.
    E' scritto bene, ma non è di questo che qui bisogna parlare.
    Pur non conoscendoti permettimi un abbraccio.

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  2. Mi piace Selly, al di là del tema che incute rispetto e sul quale c'è poco da dire. Un testo certamente sofferto, svolto bene, e non deve essere stato facile per te decidere di pubblicarlo. Hai fatto bene, la scrittura ha anche questa funzione liberatoria. Complimenti

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  3. Selly, dimmi che non è autobiografica, ed allora mi potrei scatenare in commento.
    Siddharta

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