domenica 26 maggio 2013

Serenella Tozzi - narrativa - racconto



Osservando la vita e la natura



27/05/2013
etichetta: la stanza di Serenella Tozzi



Lucius si svegliò al primo canto degli uccelli, stiracchiò le braccia e ancora assonnato indossò la tunica per correre a vedere se la giornata fosse bella, quindi si dedicò velocemente alla sua ientaculum: la prima colazione, così chiamata in epoca romana.
E, sì, perché Lucius aveva 12 anni e si era nel 92 d.c.
Quel giorno aveva appuntamento con i suoi amici, una banda di ragazzini di varie età, per fare il bagno in mare.  Il primo bagno della stagione.
In cucina trovò delle focacce, una scodella di miele e del latte.
Mangiò tutto avidamente e poi corse verso il luogo dell'appuntamento sulla spiaggia, appena oltre le dune di sabbia fiorite di gigli selvatici.

La vasta costiera, lambita placidamente dalle onde che ritmicamente vi si andavano ad infrangere, si estendeva deserta con le sole orme dei gabbiani a renderla visitata.
Il mare che la fronteggiava degradava in colori che mutavano dal celeste chiaro in strisce di un celeste più acceso guardando verso l'orizzonte. Cielo e terra erano la rappresentazione della calma universale.

Lucius, rimase affascinato come sempre da quello spettacolo che pur conosceva da tempo, gli sembrava di essere l'unico essere vivente sulla terra, il padrone del mondo.
Sorrise e ringraziò gli dei non sapendo come esprimere la gioia di vivere che lo stava invadendo.
Anche Vinicius, il suo migliore amico, arrivato silenziosamente al suo fianco, rimase muto a contemplare mentre aspettavano che gli altri li raggiungessero.
"Sembrate due statue di Marcus Ulpius Orestes" li derise Marcus arrivando poco dopo.
Marcus era orgoglioso di portare lo stesso nome del famoso scultore romano e non si lasciava scappare nessuna occasione per poterlo citare.

L'acqua era ancora un po' fredda, ma loro neanche se ne accorsero, e mentre i più piccoli si fermavano vicino al bagnasciuga, i più grandicelli cominciarono a spruzzarsi e a nuotare verso il largo.

Lucius era abituato fin da piccolo a nuotare in quel mare trasparente, brulicante di pesci che talvolta gli giravano incuriositi attorno ai piedi.
Era il più agile e resistente, anche quando si immergeva sott'acqua era lui che sapeva resistere più a lungo. Pure Vinicius non era male: senz'altro loro due erano i più capaci del gruppo.

Così, in piena libertà, fra cielo e mare, il tempo passò. Il sole si era fatto caldo e benchè le dita fossero ormai ben ben raggrinzite dalla lunga permanenza in acqua non avevano ancora nessuna voglia di uscire: le piroette e i tuffi li stavano appassionando troppo e le risate e l'allegria erano al colmo.

Fu Marcus il primo a vederli: un gruppo di grossi pesci che si stava avvicinando velocemente a loro.

"Presto, via, via!" gridò il ragazzo nuotando lesto verso la riva.
Ma gli altri non lo sentirono, né videro i grossi pesci che si erano fermati a distanza, come ad osservare il gioco di abilità dei fanciulli.

Quando i nuotatori finalmente uscirono dall'acqua richiamati dai disperati gesti di Marcus, il branco di pesci era ancora lì e si allontanò solo quando il luogo rimase deserto.

Alcuni giorno dopo i ragazzi tornarono alla spiaggia. Il mare era calmo e luccicante, un vero invito per loro.

Come sempre si sfidarono sulla distanza, poi nei tuffi a piramide e in varie altre gare di abilità e resistenza.

Marcus, però, era rimasto troppo impressionato dall'apparizione dei giorni precedenti e continuava a guardarsi intorno guardingo.

"Avevo ragione io, altro che fifone" gridò il ragazzo-vedetta ad un certo punto, "eccoli di nuovo. Scappiamo!" E immediatamente si mise a nuotare verso la riva seguito dagli altri.

I giovani rimasero a guardare dalla spiaggia i pesci che, quasi ad imitarli, cominciarono a giocare superandosi a turno, immergendosi gli uni dopo gli altri e riemergendo da sotto gli spruzzi con i loro corpi affusolati che brillavano al sole con un'espressione simile ad un sorriso allargato sul loro muso a becco.
I ragazzi ebbero l'impressione che stessero facendo quello spettacolo per loro.
Era una scena affascinante dalla quale i piccoli spettatori non sapevano distaccarsi, e
Lucius si propose di ritornare il giorno dopo per vedere se sarebbero venuti.

Immancabilmente i pesci si presentarono all'appuntamento.

Neanche con la migliore fantasia si può immaginare con che batticuore Lucius decidesse di non uscire dall'acqua quando i pesci li raggiunsero: mentre gli altri alla loro vista fuggivano rimase a nuotare per osservare il loro comportamento, e quale non fu il suo stupore quando vide un giovane delfino avvicinarsi a lui e cominciare a nuotargli intorno, quasi volesse sfidarlo al gioco.
Il ragazzo lo osservò divertito, non era più intimorito, aveva capito l'intenzione del pesce: voleva solo giocare con lui, così come aveva visto fare a lui e ai suoi compagni.
Cominciò a nuotare per vedere se il delfino lo seguisse, e così avvenne: il giovane pesce giocava col ragazzo mantenendosi a giusta distanza, girandogli intorno e facendo salti  e piroette fuori dall'acqua senza urtarlo con le pinne. Si allontanava e poi si faceva raggiungere per tuffarsi e riapparire poco più in là. Una vera e propria gara.

I compagni guardavano preoccupati quella strana connivenza, e anche il gruppo dei pesci osservava da lontano senza avvicinarsi.

La cosa si ripeté: ogni volta che i ragazzi andavano a nuotare i delfini immancabilmente arrivavano e Lucius e il suo nuovo amico cominciavano a nuotare rincorrendosi, inabissandosi e riemergendo fra gli spruzzi bianchi.
Ormai era diventato un vero e proprio appuntamento il loro, e ogni volta che i fanciulli andavano a nuotare i pesci dopo poco si presentavano.

Il fatto straordinario, però, non rimase segreto a lungo e ben presto la notizia si riseppe e gruppi di curiosi accorsero per osservare il fenomeno.

Tutto andò bene finché un triste giorno la cosa non giunse all'orecchio del gran sacerdote del dio Giano, il dio dai due volti: la divinità che presiede ad ogni genere di cambiamento.

La setta sacerdotale venne ad osservare quello spettacolo eccezionale e stabilì che si trattava della metamorfosi di un dio sconosciuto.
Il povero delfino fu catturato, incensato, cosparso di unguenti, idolatrato, finché dopo poco tempo morì.

Lucius rimase solo col suo dolore e, nonostante la giovane età, forse capì che  non tutto è spiegabile nel mondo della natura, mentre la tracotanza dell'uomo e la sua capacità distruttiva è cosa certa.

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Plutarco scriveva che il delfino “pur non avendo alcun bisogno dell’uomo, è amico di tutti gli uomini. La natura ha accordato al solo delfino il dono dell’amicizia disinteressata”.


       

12 commenti:

  1. Racconto semplice nella struttura ma, come altri tuoi che ho letto su questo blog, teso a scuotere la coscienza dell'uomo, forsennatamente teso alla distruzione della natura circostante.
    Lode alla tua fantasia e all'impegno preso di renderci più attenti e sensibili a quanto, con noncuranza e senza rispetto per il bene comune, andiamo impoverendo.

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    1. Serenella Tozzi27 maggio 2013 13:26

      Grazie dell'attenzione Salvo.
      E' vero, è da tempo che sento il dovere di diffondere la richiesta di aiuto che l'ambiente ci lancia a piè sospinto: un grido inascoltato, purtroppo, e l'uomo si dà la zappa sui piedi.
      Per quanto riguarda il racconto, il delfino è stato sempre guardato con simpatia fin dall'antichità, però, anche a quel tempo esistevano gli animi stupidi e superstiziosi che remavano contro.

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  2. Un tema che ti sta molto a cuore e che affronti con la consueta sensibità e fantasia. La natura dell'uomo? Non credo sia mutata in questi ultimi tre millenni, mentre il suo potere distruttivo è cresciuto a dismisura. Anche gli antichi romani non erano certo insensibili alle bellezze della natura, ma che si ponessero problemi ecologisti, è una cosa sulla quale non avevo mai riflettuto.
    Interessante e scritto come sempre, bene.

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    1. Serenella Tozzi27 maggio 2013 13:36

      Grazie Franco, anche per la bella rappresentazione.
      I romani erano dei tecnici perfetti, ma non mancavano certo di sensibilità verso tutto quello che fosse bello e, quindi, anche verso l'ambiente. Pare che prima di fondare un centro abitato mandassero i buoi e le mucche a pascolare su quel terreno, e dopo un certo lasso di tempo li uccidessero per esaminarne il fegato e vedere se fosse in buone condizioni. Se sì, procedevano con la fondazione.
      Ma, poi, basta guardare quello che ci hanno tramandato per comprendere come amassero attorniarsi di bellezze: costruivano anziché distruggere. Certo, in guerra distruggevano; ne ha saputo qualcosa Cartagine :-))

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  3. Gli antichi romani non erano ecologisti, senza dubbio non lo erano nel senso che noi lo intendiamo; la fama di belve da far combattere nelle arene spopolò intere contrade e, nelle zone dove l'equilibrio era più fragile, per esempio il Nordafrica, intere razze (come gli elefanti africani dell'Atlante o gli struzzi che vivevano a nord del Sahara) sparirono.
    Avevano, questo è vero, ma come tutti i popoli antichi, un rispetto della natura se e come luogo in cui si manifestasse il sacro, il divino. Giustamente hai citato auguri ed aruspici. Non come valore in sè, insomma, ma come manifestazione dell'invisibile.
    Nel tuo racconto leggo echi di Lucrezio e della leggenda di Arione che ben esprimono questo sentimento.

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  4. Interessante, originale e lodevole per la forza con cui impone il significato.

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  5. Brava Serenella, mi sembrava di poter sentire l'odore del mare.

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  6. Nell'antichità la natura era manifestazione del divino, nel soffio del vento, nel sorgere del sole, tutto era guidato dalla mano delle dovinità, per questo motivo rispettavano e ammiravano la forza di quella espressione senza volerla sfidare(come purtroppo avviene oggi). Bel racconto, mi è piaciuto poichè da animalista e amante della natura non posso non accoglere lo spunto di riflessione che offri al lettore.

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  7. Serenella Tozzi28 maggio 2013 12:52

    Mi fa molto piacere che si sia potuto apprezzare il messaggio a favore dell'ambiente e della natura nel loro complesso, soprattutto riguardo al rapporto uomo-natura.
    Grazie a Rubrus, Pale,Massimo e Chiara.
    Tu, poi, Massimo hai senz'altro ancora modo di vedere le spiagge incontaminate della costa dell'Africa del Nord e di poter godere della vista dell'ambiente descritto. E' ancora così?

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  8. Premetto che adoro i delfini, quindi già il racconto parte bene.
    Scrittura scorrevole dove rivedrei solo qualche ripetizione, per esempio da "La cosa si ripeté" a "si presentavano". E magari anche il titolo che non rende giustizia al contenuto.
    Per il resto il racconto l'ho letto con grande piacere. Quando poi il messaggio è teso verso l'ambiente, mi trovi in prima linea.
    Brava, dunque. Ti ho letto con vero piacere.

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  9. Purtroppo dalla memoria non mi si cancella un ricordo della guerra fredda.
    Gli U.S.A., non ancora informatizzati a dovere, addestravano dei delfini rivestiti di cariche altamente esplosive perchè avvicinassero sommergibili e navi da guerra del < regno del male > facendoli saltare.
    Ma ancor oggi non sopporto gli acquari che utilizzano questi mammiferi per divertimento.
    E odio anche la Bibbia, per la quale il mondo animale sarebbe al servizio dell'uomo ( Genesi ).
    Pur col cuore piangente, a suo tempo ho dato il voto alla Brambilla, animalista che ha avuto il coraggio di contrastare tra l'altro la potente lobby dei cacciatori.
    Siddharta

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  10. Serenella Tozzi31 maggio 2013 21:16

    Vi ringrazio Daniela e Sid della lettura.
    I delfini sono animali pacifici e pensare che possano essere stati usati in maniera così crudele, contro la loro stessa natura, crea vero sdegno, soprattutto pensando al doppio inganno: quello verso gli uomini che ritenendoli innocui ne sono rimasti vittime e quello verso l'animale sacrificato.

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