domenica 5 maggio 2013

Terra Piatta - racconto fantasy - Rubrus




TERRA PIATTA

di Rubrus

6/05/2013
etichetta: la stanza di Rubrus



 Guarda dove metti i piedi.
Glielo diceva sempre sua madre e, per quanto gli seccasse ammetterlo, aveva, ancora una volta, ragione.
Era andato per funghi e da un ovulo era passato a un boleto, poi a un gruppo di chiodini, poi a un mucchio di foglie secche che pareva nascondere un porcino.
E così aveva perso il sentiero.
Quella su cui Filippo si trovava, infatti, era una pista per cacciatori e, una volta raggiunto un ruscello che scorreva in una forra, si perdeva del tutto.
Era tornato indietro, aveva raggiunto una biforcazione che non ricordava, aveva preso il ramo di sinistra, sperando di riconoscere un qualche elemento del paesaggio, era tornato sui suoi passi un’altra volta, non era riuscito a trovare il bivio e, alla fine, aveva dovuto arrendersi all’evidenza: s’era perso.
Il primo, vero morso di panico l’aveva avvertito quando si era accorto che il cellulare non aveva campo.
Calma – si disse – sei dalle parti di Mezzacosta, non in Alaska o nella foresta amazzonica e la tua auto si trova a meno di due ore di cammino. Quel grosso faggio, nella radura che hai appena lasciato, quello segnato da un fulmine, l’avevi notato mezz’ora dopo essere partito, quando ti sei fermato a bere un succo di frutta. Se torni indietro e ti metti esattamente nella stessa posizione in cui ti trovavi quando hai bevuto, ritroverai senz’altro la strada.
Corse di nuovo fino alla radura, malgrado s’imponesse di non affrettarsi, col cestino che pareva ballonzolargli beffardo appeso al braccio sinistro, come una Cappuccetto Rosso particolarmente incapace.
Quando lo vide, il faggio parve accoglierlo con l’espressione enigmatica di una statua antica. Se ai suoi piedi c’era un sentiero, non si vedeva.
Filippo impugnò di nuovo il cellulare e dovette constatare che, ancora una volta, non c’era campo – ma c’era, quando era stato lì prima? Certo che no. Non poteva esserci, non c’era mai stato. Esaminò lo stato della batteria. C’era solo mezza carica. Alzò lo sguardo verso il sole allo zenith, appeso al centro del cielo come se volesse godersi lo spettacolo, e allora, con la coda dell’occhio, lo vide.
Un ramo dell’albero si protendeva fuori dalla chioma e, come una bizzarra meridiana naturale, la sua ombra si allungava sulla radura proprio verso una macchia più scura nel verde della foresta, come un foro, o una galleria, nel fitto del bosco.
Spense il cellulare (c’era mezza carica, vero, ma perché sprecarla se quel dannato aggeggio non funzionava?) e s’incamminò.
Era un sentiero, quello che vedeva. Non molto battuto, ma innegabilmente un sentiero, con tanto di striscia d’erba striminzita che lo divideva a metà.
Conduce a un paese – si disse – “Non c’è Borgosparso, o come diavolo si chiama, poco sotto il Passo della Civetta?
Appena sotto le fronde, l’oscurità lo accolse come qualcosa di solido. Per un attimo, un attimo solo (ma fu più che sufficiente, altrochè) la mente gli fece balenare l’immagine di un branco di lupi affamati.
“Non diciamo sciocchezze – disse con un risolino – l’ultimo lupo, da queste parti, è stato accoppato più di duecento anni fa”.
Oh, ma ci possono essere dei cani randagi. O magari qualche grosso mastino ringhioso, a guardia di chissà quale casale.
“Scemo” disse ad alta voce incamminandosi.
Prima di inoltrarsi nella selva, si voltò verso il faggio. Era coperto dall’ombra di una nuvola passeggera e, ormai, non indicava più nulla.

Nel folto, l’impressione era quella di camminare sul fondo di un acquario o nella navata di una strana, verde cattedrale, coi rami intrecciati a formare archi e volute che si perdevano in alto.
Dopo pochi passi, Filippo si accorse di camminare con cautela, quasi con rispetto.
Sono alberi antichi – lo avvertì la parte razionale della sua mente – la maggior parte del bosco che ti sei lasciato alle spalle ha cinquanta, cento anni; le piante hanno un diametro di trenta, quaranta centimetri al massimo, ma questi… quanto sarà larga quella quercia laggiù: un metro? Un metro e venti?
Proseguì sul sentiero che saliva, scendeva, voltava, girava.
Per un attimo, tra le fronde, gli sembrò di riconoscere Cima Garotta, ma come vista da un’altra angolazione che la rendeva irriconoscibile – e forse non era nemmeno quella.
A metà di un rozzo, scricchiolante ponte di tronchi si fece di nuovo prendere dall’ansia ed accese il cellulare: niente campo.
Mentre, per l’ennesima volta, si malediceva per non aver detto, lasciando Mezzacosta, dov’era diretto, vide il cartello.  
Era appeso mezzo sbilenco all’albero ai piedi del quale, finito il ponticello, riprendeva il sentiero.
La scritta era quasi cancellata, seminascosta da strati di muschio. Chi, chissà quando, l’aveva intagliata, doveva aver avuto velleità artistiche o un bizzarro senso dell’umorismo. Le lettere, circondate da svolazzi e ghirigori, dicevano “Terra Piatta”. Un’estremità del cartello era scheggiata e sembrava sporgere in fuori come freccia che indicasse la direzione.  
Il sentiero era un sentiero, però, e, a voler essere ottimisti (il che implicava che avrebbe dovuto ignorare il cellulare, che rimaneva ostinatamente inutile), da qualche parte portava.
L’ultimo tratto lo percorse quasi di corsa, malgrado le gambe iniziassero a dolergli e, quando, alla fine, vide il prato, la stanchezza era quasi scomparsa.
Balzò letteralmente fuori dal bosco, e, subito, il terrore lo colse, come se le macchie nere che gli erano apparse davanti agli occhi abbacinati dalla luce improvvisa fossero neri corvi del malaugurio.
Non devi startene qui.
Ma perché poi?
Era quel che si dice un paesaggio da cartolina.
La cerchia dei monti (non avrebbe saputo dire quali) cingeva il paese come un abbraccio.
Il sentiero, uscendo dal bosco, piegava a sinistra, costeggiando un basso muretto, poi scendeva e, con tutta probabilità terminava in un gruppo di casupole a meno di un chilometro da lui.
L’erba era verde e lucida e il cielo, oltre le rocce grigie, splendeva come lucidato da un gigante.
Senza vederlo, Filippo avvertiva il gorgogliare di un ruscello, forse un torrente, da qualche parte alla sua destra.
No, non avrebbe potuto succedergli niente di male. Non là.
Si sorprese a fischiettare mentre si metteva di nuovo in cammino e, giunto nei pressi del muretto (doveva essere quello del cimitero, li costruivano sempre fuori dal paese), un impeto di ottimismo lo indusse a controllare di nuovo il cellulare. Inutile… oh beh. Forse lì prendeva un gestore diverso dal suo.
Quando abbassò lo sguardo vide le due scritte sul muro del cimitero (perché quello era).
Noi siamo ciò che tu sei, tu sarai ciò che noi siamo.
E, più sotto, sempre tra svolazzi e ghirigori.
Chi accresce la propria conoscenza accresce il proprio dolore.
Questa poi…
Si fermò. Il cancello del cimitero era semiaperto, una striscia più scura nel terreno ne segnava l’uso recente.
Filippo si sentì di colpo stanco, molto stanco.
Tanto stanco da aver voglia di sedersi proprio lì, sulla prima tomba, a godersi il sole del tardo pomeriggio.
Bortolo Poretti. 1921 – 1984. Vendeva prosciutto avariato.  
Balzò all’indietro. Non era uno scarabocchio, il dispetto di un ragazzo. Era incisa nella pietra bianca della lapide.
Elsa Bettini. 1952 – 1999. La stessa faccia del Poretti, tranne che per i baffi. Era una gran pettegola.
Filippo si strofinò gli occhi. Un gesto che, dicevano, scacciava le allucinazioni.
Guido Poretti 1969 – 2003. Non aveva voglia di lavorare.
Evaristo Sangiorgi. 1943 – 2008. Annacquava il vino dell’osteria. Sempre le stesse facce, pressoché identiche, malgrado il nome diverso.
Inciso nella pietra.
Teresa Bettini. 1947 – 2005. Aveva una tresca col Poretti.   
«Se la faceva anche col Sangiorgi, dicono, ma non ne siamo mai stati sicuri, così abbiamo deciso di non scriverlo».
Filippo si voltò di colpo.
La ragazza sedeva su una lapide con una naturalezza tale che sembrava vi fosse stata scolpita sopra. Una lunga gonna variopinta, che le dava un che di zingaresco, risaliva fino a mezza gamba, scoprendo un polpaccio abbronzato. Aveva lunghi capelli neri, così folti e ricci che dovevano sembrare sempre un po’ scarmigliati. Un grosso orecchino dorato accentuava l’impressione selvaggia.
«Diciamo sempre la verità da queste parti» aggiunse la ragazza «Altrimenti stiamo zitti». Aveva la pronuncia aspra, un po’ chiusa, dei montanari.
Filippo si fece sotto, appoggiando il cestino sulla tomba dell’oste imbroglione.
«Quindi il tizio sulla cui tomba sta seduta lei, per esempio, barava al gioco».
La ragazza si girò di tre quarti, distendendosi, allo stesso tempo, un poco all’indietro, come per mostrarsi nella luce migliore. Filippo poté vedere il sole scivolare su di lei, come se volesse infilarsi nel decolleté.
«Non era un esempio, era il suo mestiere» rispose la ragazza con voce bassa, sensuale.
Filippo rise nervosamente.
«Conosce anche la strada per Mezzacosta, per caso?».
La domanda era scontata, logica, ma, nel momento stesso in cui la formulava, Filippo la trovò inappropriata, come se fosse la logica ad essere fuori posto, in quel cimitero con quelle strane epigrafi.
La ragazza sorrise, mostrando denti candidi, forti. «Certo che la conosco. Ma non credo che gliela dirò».
Filippo rise di nuovo, un po’ più nervosamente stavolta. I funghi, sulla pietra calda della tomba, erano stati dimenticati.
Era come se i timori dell’inizio, quei corvi del malaugurio, si fossero avvicinati di nuovo. Non svolazzavano sulla sua testa, non ancora, ma erano appollaiati lì vicino, intenti ad osservarlo con occhi severi.
«È sicura di dire la verità?» chiese.
La ragazza distolse lo sguardo, lasciandolo vagare sul prato oltre il cimitero, mosso appena da una brezza tranquilla.
«Come del fatto che la terra è piatta».
Filippo si preparò a sghignazzare di nuovo, ma quando la ragazza posò lo sguardo su di lui il riso gli morì sulle labbra.
Questa i funghi se li è mangiati e fumati – pensò Filippo arretrando.
Anzi no.
Non era follia. Era consapevolezza. Che cosa c’era scritto all’ingresso del cimitero? Chi accresce la propria conoscenza accresce il proprio dolore. Già. E la propria follia.
Filippo arretrò ancora, mentre lo sguardo della ragazza lo seguiva con la fissità ostile degli occhi dei morti.
Incespicò e, cadendo, affondò nella terra fresca, smossa di recente. Cercò di rialzarsi e i suoi piedi scivolarono nel terriccio, sgambettando. Fu costretto a mettersi gattoni, appoggiandosi alle palme delle mani, guardando la lapide di fronte a lui e ciò che vi era scritto.
Filippo Vannucci. 1982 – 2012. Non guardava dove metteva i piedi.
Si rizzò di colpo, a malapena consapevole di aver urlato e allora li vide.
Erano apparsi all’improvviso, quasi fossero spuntati di colpo dalla terra, e stavano fermi appena al di fuori del cimitero come pezzi di scacchi in attesa della mossa di un giocatore invisibile. Lo guardavano.
Qualcuno era appoggiato ad un forcone, qualcuno ad un rastrello o a una zappa o ad un altro attrezzo agricolo che Filippo non avrebbe saputo riconoscere. Indossavano pantaloni di tela, gilet sdruciti e fazzoletti al collo. Quasi tutti portavano cappelli di tela o di paglia e tutti trasudavano una sensazione di antichità, come se fossero più vecchi delle pietre del paese, delle lapidi sulle tombe e delle stesse montagne che li circondavano.
Quelli della Terra Piatta suggerì la voce nella mente di Filippo. Sicuro. Quella gente aveva tutta l’aria di credere ancora che la Terra fosse piatta.
Filippo si diresse verso l’uscita del cimitero, fissandoli. Nessuno di loro si mosse.
Giunto al cancello, si voltò. Una nuvola passò proprio in quel momento davanti al sole e la ragazza divenne un’ombra immobile, tranne per i capelli appena mossi dalla brezza. Anche a quella distanza, a Filippo parve di sentire il suo sguardo sulla schiena come il tocco di un’unghia appuntita.
Uscì dal cimitero. Quelli della Terra Piatta non si mossero. Solo un paio di loro girò appena la testa, con movimento faticoso, rigido. A Filippo parve di sentire i tendini scricchiolare.
Si allontanò dal cimitero, passando loro davanti come se sfilasse davanti ad una giuria o ad un plotone di esecuzione.
Non devi correre – si disse – non devi metterti a correre finché non sei abbastanza lontano.
Percorse a ritroso il sentiero con passi lenti, misurati, come se temesse di calpestare l’erba. Giunto a mezza strada dal bosco, si ricordò del cestino di funghi abbandonato sulla tomba e dovette trattenersi dallo scoppiare a ridere.
Quando raggiunse l’ombra degli alberi, l’impulso di correre divenne quasi irresistibile.
L’oscurità lo accolse come un manto materno, protettivo, e si voltò di nuovo.
Quelli della Terra Piatta avevano preso a seguirlo, ma con movimenti rigidi, innaturali, come giocattoli azionati da una molla mezzo arrugginita.
Alle loro spalle, come una divinità irata e tempestosa, la ragazza che stava seduta sulla tomba.
Quando si girò di nuovo per riprendere la corsa, il sentiero era scomparso.
Se avesse avuto più tempo, Filippo si sarebbe chiesto se, per caso, era impazzito, ma tempo non ne aveva.
Solo quel tanto che bastava per rendersi conto che si trovava nel bel mezzo della foresta, su un terreno che aveva l’aria di non essere stata calpestato per secoli da piedi umani, circondato da alberi antichi che stendevano i loro rami come a voler afferrare l’aria per stritolarla.
E lui con essa.
Si guardò intorno un’altra volta, ma non come chi sa che è un brutto sogno e spera di svegliarsi, bensì come chi vuole sincerarsi che, davvero, non c’è via d’uscita, poi si mise a correre.
I rami presero a frustrarlo, a volte a trattenerlo, come accadeva a Biancaneve quando attraversava la Foresta Stregata e, un paio di volte, inciampò in una radice, cadendo a terra e spellandosi le mani fino a farle sanguinare.
S’inoltrò nel fitto del bosco, cercando di ritrovare la strada percorsa all’andata e scoprendo che, a ritroso, i punti di riferimento erano irriconoscibili, come se qualcuno li avesse spostati.
A un certo punto prese una brutta storta e, quando cercò di rimettersi a correre, la sua caviglia protestò ferocemente. La ignorò.
Qualche centinaio di metri più avanti – ma, per come il cuore gli batteva nel petto, avrebbero potuto essere chilometri – si trovò in una radura che non ricordava, in posizione sopraelevata, e si voltò di nuovo.
Mezzo chilometro più in basso, Quelli della Terra Piatta lo seguivano ancora, ma sempre con quel passo lento, meccanico, come se non ci fosse bisogno di affrettarsi. Stavolta la ragazza stava davanti.
Filippo riprese a salire e, questa volta capì dove si trovava, come se le cime dei monti, le radure, i pascoli, gli alberi isolati, fossero pezzi di un cubo di Rubik che qualcuno aveva finalmente rimesso a posto, raggruppando su un’unica faccia tutti i pezzi dello stesso colore.
Non seppe trattenersi dal fare un gestaccio ai suoi inseguitori, anche se, da quella distanza, non potevano vederlo.
Poco più avanti, sulla destra, c’era il Passo della Civetta e, da lì, una pista tagliafuoco lo avrebbe portato, in meno di dieci minuti, alla strada provinciale.
Continuò ad avanzare, zoppicando vistosamente mentre la caviglia aveva preso a gonfiarsi nello scarpone.
Che razza di gente (e che razza di lapide, vero?- disse la voce nella sua testa, ma stavolta non era il caso di darle retta: era un’omonimia, perché, cos’altro avrebbe potuto essere?).
Quelli della Terra Piatta
Certo, una vita isolata, in un posto fuori dal mondo, incroci tra consanguinei… non c’era da stupirsi che fossero tutti pazzi.
Si mise di nuovo a ridere, cercando di aguzzare la vista tra le fronde in modo da individuare il Passo della Civetta e, di nuovo, mise un piede in fallo.
Cadendo si chiese se, toccando il fondo, avrebbe sentito dolore. O se ci fosse davvero un fondo.
Perché, sotto di lui, si trovava una candida, ininterrotta distesa di nuvole.   


12 commenti:

  1. Bello, bello, bello... e tieni conto che di solito non sono molto indulgente con i fantasy. Alla fine non poteva che finire così. Vorrei segnalare altri punti che mi sono piaciuti ma non voglio togliere la sorpresa a nessuno rivelando dei particolari importanti.
    Scritto molto bene come sempre, senza fretta, con abbondanza di particolari ma senza inutili lungaggini. Insomma una piacevole lettura, complimenti.

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    1. Ciao e grazie.
      Come dico sotto i boschi la scritta sul muro del cimitero e (in parte) il paesino sono reali. Il tributo letterario maggiore devo pagarlo a Wells.
      Siccome la realtà supera la fantasia, la Società della terra Piatta è esistita davvero sino a tempi recentissimi.
      Vedere per credere.
      http://it.wikipedia.org/wiki/Flat_Earth_Society

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  2. Ciao Rubrus, mi è piaciuto moltissimo questo racconto, mi ha tenuto col fiato sospeso fino al termine, forse avrei allungato un po sul finale perchè ho avuto l'impressione che questo, dopo tutta la descrizione minuziosa,sia stato un po frettoloso. Resta in ogni caso un racconto ben scritto, molto piacevole da leggere e anche inquietante: non andrò più in un bosco per molto tempo!

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    1. Ciao. I boschi descritti nel racconto sono assolutamente reali e anche quello che si deve e non si deve fare quando vi ci si avventura.
      La scritta sul muro del cimitero è anche quella reale.
      Il resto è inventato, ovviamente (salvo quanto dico sopra a Franco).
      Sì l'inseguimento avrebbe dovuto durare un po' di più. La caduta non credo.

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  3. Serenella Tozzi6 maggio 2013 15:31

    Ho trovato questo racconto, e soprattutto la prima parte, davvero avvincente: crea uno stato d'ansia che prende e ti lega. La paura, la confusione, il senso di smarrimento di chi non riesce più a ritrovare un paesaggio conosciuto è reso davvero bene. Ha ragione Chiara quando dice che ti tiene col fiato sospeso.
    La parte centrale mi ha ricordato Brigadoon il misterioso villaggio che riappare ogni cento anni, ripreso anche in un film di Vincent Minelli.
    Il resto si svolge bene, anche se poi concordo con Chiara che un finale un po' più dilungato avrebbe giovato al racconto riuscendo più in linea col resto dello scritto più dettagliato nei particolari.
    Simpaticissima la trovata delle iscrizioni sulle lapidi.
    Insomma, tanto per rimanere in tema su quanto esposto da Full, sei riuscito ad offrire un momento di suggestione a chi legge.

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  4. Ciao. Sì forse l'inseguimento avrebbe dovuto durare un po' di più. La caduta meno. Letterariamente, il tributo più alto devo pagarlo a "il paese dei ciechi" di HG Wells. L'ambiente deriva da certi descrizioni di paesini e boschi assolutamente reali (compresa la scritta sul muro del cimitero).

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  5. Per certi versi fa il < verso > a Spoon River di Masters.
    Il racconto non convince pur se fantasy.
    Formalmente talora non ineccepibile.
    Attenzione: circonferenza= diametro per 3,14...
    Siddharta

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  6. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  7. Attenzione: detto "piatta", non "circolare".

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    1. aargh è saltata la connessione con mezzo commento: dicevo.
      Sì a Spoon River ci ho pensato. Il fatto è che i morti sono tutti buoni (non si sa mai, potrebbero offendersi) e la verità non è di questo mondo, magari di un altro, forse piatto.
      Ma ho detto "piatto", non "circolare" ehehe.

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  8. Caro Rubrus, mi riferivo alla circonferenza delle piante, da te accennata.
    Se le piante piccole per te hanno un diametro di cm 40, la loro circonferenza sarà di mt 1,25 circa ( cm 40x3,14= mt 1,2560 ): cioè la stessa circonferenza delle piante da te ritenute grandi...
    Probabilmente tu intendevi < circonferenza > di cm 40, e non < diametro di cm 40 >.
    Sid

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  9. mmm no.
    La frase è questa "le piante hanno un diametro di trenta, quaranta centimetri al massimo, ma questi… quanto sarà larga quella quercia laggiù: un metro? Un metro e venti?". Con "larga" mi riferivo ad un diametro di un metro, un metro e venti, non alla circonferenza. Ma, evidentemente, non volevo ripetere "diametro". Ho semplicemente comparato diametro a diametro, paragonando un segmento ad un altro, quindi figure geometriche simili.
    Come è logico.

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