sabato 22 giugno 2013

Cinema - James Gandolfini

La vera fine de “I Soprano” 



E' morto a Roma James Gandolfini
Caratterista navigato, specializzato nel ruolo del gorilla, del criminale di bassa lega, preferibilmente italoamericano, nel 1999 viene scelto per la parte di Tony Soprano, il protagonista di una serie su un boss della malavita che soffre di attacchi di panico e depressione...

21/06/2013
etichetta: post critica - attualità - arte e varie
Non si può parlare di serialità televisiva — non come la intendiamo oggi, non come la intendiamo qui su Serialmente — senza pensare a I Soprano e non si può pensare a I Soprano senza pensare a James Gandolfini. È stato il volto di una serie a cui dobbiamo tutto o quasi, una rivoluzione copernicana che ha cambiato tutte le carte in tavola legittimando un genere minore ed elevandolo a forma d’arte. I Soprano è il telefilm d’autore e Gandolfini era I Soprano. Premiata con numerosi riconoscimenti, la serie tv I Soprano il 3 giugno scorso ha vinto anche il premio del Sindacato degli Sceneggiatori di Hollywood come la serie meglio scritta di tutti i tempi. Alcuni critici hanno definito David Chase, l'autore della serie, il Charles Dickens di oggi.  




ROMA – Ecco, allora, cosa nascondeva la famosa scena finale de “I Soprano”, quello schermo nero che improvvisamente troncava la saga di una famiglia mafiosa del New Jersey abbandonando gli spettatori allo sconcerto, le illazioni e un’emozione rara per un cimento televisivo. Indifferentemente.
Quella che il New York Times ha giustamente definito come “La più grande opera della cultura pop americana dell’ultimo quarto di secolo” ha segnato addirittura la storia della narrazione televisiva esponendola a raffinatissime sfumature analitiche e letterarie incarnate perlopiù dal suo protagonista, Tony Soprano. Boss depresso alle porte di New York, fragile e scaltro sovrano di una fetta di New Jersey.
David Chase ha scritto “I Soprano” ispirato dallo Scorsese di “Quei bravi ragazzi” (una sorta di rapsodia della piccola manovalanza mafiosa), dall’Harold Ramis di “Un boss sotto stress” (con De Niro costretto all’analista) e dalla magniloquente carica omerica del miglior Coppola. Ma, riverite le fonti, Chase è andato persino oltre grazie anche ai tempi lunghi del serial, alla sua vera e propria capienza drammaturgica. Così ha trasformato la storia di Tony Soprano e della sua gente in un indimenticabile affresco edipico in cui la cultura popolare, il ricatto dei principi della tradizione, vengono messi in discussione da un inaspettato senso di inadeguatezza del boss. Un boss deluso dal concetto stesso di famiglia in un contesto antropologico in cui la famiglia è tutto. E discuterla significa uccidersi un po’ alla volta, riflessione dopo riflessione.
Non a caso, il personaggio di Tony è stato accostato a Emma Bovary per la sua consapevolezza della solitudine, il suo struggente consegnarsi all’ineluttabilità della vita (e dunque anche della morte). Tony Soprano diventa un personaggio sviscerato nei proprio recessi e senza reticenze, raccontato attraverso i suoi rituali mafiosi, i sentimenti contrastanti, i sensi di colpa, i sogni e gli incubi (fra i più intensi visti in tv). Il tutto filtrato da uno sguardo disincantato eppure disperato verso il mondo “reale”, impersonato dalla dottoressa Melfi, l’analista che lo ha in cura.

Come accade a Luca Zingaretti con il suo Montalbano, anche James Gandolfini ha faticato ad allontanarsi, come dire, dall’universalità del suo Tony Soprano. Interprete di razza, celebrato da James Lipton nel suo “Inside The Actor’s Studio”, vincitore di 3 premi Emmy come miglior attore, ha lavorato con i migliori registi della sua generazione e non sarà dimenticata la sua versatilità, la sua corpulenta presenza scenica capace di commuovere e spaventare con una spontaneità piuttosto mediterranea (sua madre era di Napoli, suo padre di Borgo Val di Taro) che più che ad altri grandiglioni del cinema Usa come Charles Durning o John Goodman lo accosta semmai a solisti europei come Depardieu o Lino Ventura. Tormentati con un cuore grande.

Gandolfini è morto ieri a Roma. Un infarto. Era in vacanza con la seconda moglie. Lo aspettavano al Festival di Taormina per una tavola rotonda con Gabriele Muccino.
Ora ci rimane in pugno il ricordo di un grande attore e di un grande personaggio che ci hanno insegnato come ogni patriarcato nasconda il suo governo ombra: il matriarcato. Così è la vita degli uomini, non solo dei boss.
(V.P.)

Se ad aver fatto esplodere la popolarità di James Gandolfini è stata la parte di Tony Soprano, boss del New Jersey di origini italiche della serie tv I Soprano, l'attore statunitense anche al cinema aveva dato il suo contributo con personaggi spesso sopra le righe. Strafottenti e alcolizzati, laconici e potenti, infedeli e bonari.

Riviviamo cinque film e cinque sue parti indimenticabili.

1) The Mexican - Amore senza sicura (2001)
Tra Julia Roberts e Brad Pitt, ecco James Gandolfini che torreggia nel road movie di Gore Verbinski. Sulle tracce di un'antica e ambita pistola, è un memorabile killer gay, ambiguo ma dal cuore tenero. Eccolo quando espone un suo grande dubbio: "Quando due persone si amano, quando si amano veramente ma non riescono a stare insieme, quando è che arrivano al punto di dire basta è finita?".


2) L'uomo che non c'era (2001)
Al servizio dei fratelli Coen, James è "Big Dave" in un noir dalla sceneggiatura sontuosa. Omone così leale da essere l'amante della moglie (Frances McDormand) del suo amico taciturno e triste Ed Crane (Billy Bob Thornton), lo vediamo cadere in rovina e, da beffatore, diventare beffato, facendo una brutta fine.

3) Romance & Cigarettes (2005)
Nel musical romantico alquanto sui generis di John Turturro, James Gandolfini è Nick Murder, operaio di New York, padre di tre ragazze e marito fedifrago di Litty, Susan Sarandon. La passione che lo avvince per la focosa e rossa Tula (Kate Winslet) crea scompiglio in casa Murder. Con la sigaretta facile e le voglie calde e irrefrenabili, canta anche!



4) Cogan - Killing Them Softly (2012)
Nel nero e "dolcemente" lento thriller di Andrew Dominik, anche i killer sono assoldati sulla base della più classica legge del mercato della domanda e dell'offerta. Protagonista è Brad Pitt, di professione killer, appunto. È assolutamente una chicca il dialogo spassoso e surreale che questi apre davanti a Martini e birre con il nostro James, collega killer di nome Mickey, alquanto alcolizzato e mal messo.




5) Zero Dark Thirty (2012)
Ultimo suo film arrivato in Italia. James Gandolfini compare solo sul finale, per dare il via definitivo all'operazione che ha portato all'uccisione di Osama Bin Laden. La sua figura si staglia però imponente, nel suo completo scuro e cravatta. Poche parole, tanto potere, è lui Leon Panetta, il direttore della Cia.







2 commenti:

  1. Serenella Tozzi24 giugno 2013 12:21

    Nessuno dice niente ed allora intervengo per dire che mi dispiace molto di questa perdita, fra l'altro era ancora relativamente giovane: aveva 51 anni, e uno dei suoi genitori (il padre forse) era delle mie parti, era nativo di Borgotaro, la patria del fungo DOC.
    Non ho mai visto la serie "I soprano" ma se verrà trasmessa non mancherò di guardarla.

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    1. In fondo non era molto famoso nel nostro paese. La serie I Soprano's l'hanno seguita i nottambuli come me e non ha avuto un seguito con grandi numeri. Ha interpretato magistralmente il mafioso italoamericano dei nostri giorni, senza mitizzarlo e nemmeno ridicolizzarlo. Non c'era riuscito nessuno finora in una serie televisiva, non un eroe, un vero boss duro e spietato, ma un uomo pieno di paure e di contraddizioni, che si innamora della sua psicanalista e che a modo suo cerca di fare il padre di famiglia. Va be', poi la morte così improvvisa, a soli 51anni e guarda caso proprio in Italia, ha fatto il resto.

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