mercoledì 5 giugno 2013

Poeti del novecento italiano - A. Soffici - G. P. Lucini



TRA CREPUSCOLARISMO E FUTURISMO

Poesie di

ARDENGO SOFFICI
GIAN PIETRO LUCINI

5/06/2013
etichetta : Poeti del 900 italiano





ARDENGO SOFFICI (1879 – 1964)

Ardengo Soffici, cioè una delle intelligenze più vivide delle gloriose avanguardie storiche della letteratura italiana ed europea. Si maturò immergendosi a lungo in quel crogiolo culturale che fu a quei tempi Parigi. Pittore qual era, aspirò sempre a realizzare una poesia visiva, portando all’estremo quella aspirazione a creare poesia combinando in modo diverso le righe di stampa e i caratteri che già in Francia aveva sperimentato Apollinaire chiamandoli, Calligrammi.


POESIA

Un solo squillo della tua voce senza epoca e tutte le
gioiellerie di questo crepuscolo rassegnato in pantofole si
mettono a lampeggiare creando un gioco nuovo
Un'ala inzuppata d'azzurro tacita gli spleens il nero-
fumo di tante ritirate prima del corpo a corpo fuori de'
geroglifici delle metafisiche acerbe
Si direbbe che non siamo mai morti Questi pallidi
vermi sarebbero dei capelli biondi e le vecchie ironie una
menzogna di rèclames fiorite sui muri del sepolcro
Un solo giro dei tuoi occhi d'oro (non parlo a una
donna)-e addio dunque l'aspettativa di riposo e il tramonto
metodico e la saggezza diplomatica delle
liquidazioni amorose
Di nuovo eccoci fra la gioventù de'verdi infranti
de'frascami stemperati nelle nudità primitivismo abbrividito
lungo queste striature d'acque rosa e blu rifluenti a un riflesso
di mammelle e di sole in un diluvio di violette gelate
Le luci le sete l'elettricità degli antichi sguardi idilli
irreperibili dimenticati co'vini e i paradossi Scienza laboriosa!
arcobaleno che rotea e ronza con una diffusione di
prismi come nelle creazioni
Si ricomincia Città campagne e cuore E'la vita
davvero A quando la fanfara idiota delle fantasmagorie in
maschera nel trotto buio delle diligenze?
Addio mia bella addio
O non è ancora che una farsa povera nello scenario a
perpetuità delle stelle oscillanti su questa casa d'illusioni
creduta chiusa e aperta forse a tutto?






ARCOBALENO

Inzuppa 7 pennelli nel tuo cuore di 36 anni finiti ieri 7 aprile
E rallumina il viso disfatto delle antiche stagioni
Tu hai cavalcato la vita come le sirene nichelate dei caroselli da fiera
In giro
Da una città all'altra di filosofia in delirio
D'amore in passione di regalità in miseria
Non c'è chiesa cinematografo redazione o taverna che tu
non conosca
Tu hai dormito nel letto d'ogni famiglia
Ci sarebbe da fare un carnevale
Di tutti i dolori
Dimenticati con l'ombrello nei caffè d'Europa
Partiti tra il fumo coi fazzoletti negli sleeping-cars diretti al
nord al sud
Paesi ore
Ci sono delle voci che accompagnan pertuttto come la luna e
i cani
Ma anche il fischio di una ciminiera
Che rimescola i colori del mattino
E dei sogni
Non si dimentica nè il profumo di certe notti affogate nelle
ascelle di topazio
Queste fredde giunchiglie che ho sulla tavola accanto all'inchiostro
Eran dipinte sui muri della camera n.19 nell'Hotel
des Anglais a Rouen
Un treno passeggiava sul quai notturno
Sotto la nostra finestra
Decapitando i riflessi delle lanterne versicolori
Tra le botti del vino di Sicilia
E la Senna era un giardino di bandiere infiammate
Non c'è più tempo
E'un verme crepuscolare che si raggricchia in una goccia
di fosforo
Ogni cosa è presente
Come nel 1902 tu sei a Parigi in una soffitta
Coperto da 35 centimetri quadri di cielo
Liquefatto nel vetro dell'abbaino
La Ville t'offre ancora ogni mattina
Il bouquet fiorito dello Square de Cluny
Dal boulevard Saint-Germain scoppiante di trams e d'autobus
Arriva la sera a queste campagne la voce briaca della





GIORNALAIA

Di rue de la Harpe
"Pari-curses""l'Intransigeant""la Presse"
Il negozio di Chaussures Raoul fa sempre concorrenza alle
stelle
E mi accarezzo le mani tutte intrise dei liquori del tramonto
Come quando pensavo al suicidio vicino alla casa di
Rigoletto
Si caro
L'uomo più fortunato è colui che sa vivere nella contingenza
al pari dei fiori
Guarda il signore che passa
E accende il sigaro orgoglioso della sua forza virile
Ricuperata nelle quarte pagine dei quotidiani
O quel soldato di cavalleria galoppante nell'indaco della
caserma
Con una ciocchetta di lillà fra i denti
L'eternità splende in un volo di mosca
Metti l'uno accanto all'altro i colori dei tuoi occhi
Disegna il tuo arco
La storia è fuggevole come un saluto alla stazione
E l'automobile tricolore del sole batte sempre più invano
il suo record fra i vecchi macchinari del cosmo
Tu ti ricordi insieme ad un bacio seminato nel buio
Una vetrina di libraio tedesco Avenue de l'Opera
E la capra che brucava le ginestre
Sulle ruine della scala del palazzo di Dario a Persepoli
Basta guardarsi intorno
E scriver come si sogna
Per rianimare il volto della nostra gioia
Ricordo tutti i climi che si sono carezzati alla mia
pelle d'amore
Tutti i paesi e civiltà
Raggianti al mio desiderio
Nevi
Mari gialli
Gongs
Carovane
Il carminio di Bomay e l'oro bruciato dell'Iran
Ne porto un geroglifico sull'ala nera
Anima girasole il fenomeno converge in questo centro di danza
Ma il canto più bello è ancora quello dei sensi nudi




SILENZIO MUSICA MERIDIANA
Qui e nel mondo poesia circolare
L'oggi si sposa col sempre
Nel diadema dell'iride che s'alza
Siedo alla mia tavola e fumo e guardo
Ecco una foglia giovane che trilla nel verziere difaccia
I bianchi colombi volteggiano per l'aria come lettere
d'amore buttate dalla finestra
Conosco il simbolo la cifra il legame
Elettrico
La simpatia delle cose lontane
Ma ci vorrebbero della frutta delle luci e delle moltitudini
Per tendere il festone miracolo di questa pasqua
il giorno si sprofonda nella conca scarlatta dell'estate
E non ci son più parole
Per il ponte di fuoco e di gemme
Giovinezza tu passerai come tutto finisce al teatro
Tant pis Mi farò allora un vestito favoloso di vecchie affiches




AEROPLANO
Mulinello di luce nella sterminata freschezza zona elastica della morte
Crivello d'oro girandola di vetri venti e colori
Si respira il peso grasso del sole
Con l'ala aperta W Spezia 37 sulla libertà
La terra ah!case parole città
Agricoltura e commercio amori lacrime suoni
Fiori bevande di fuoco e zucchero
Vita sparsa in giro come un bucato
Non c'è più che una sfera di cristallo carica di silenzio
esplosivo enfin
Oggi si vola!
C'è un allegria più forte del vino della Rufina con l'etichetta del 1811
E' il ricordo del nostro indirizzo scritto sul tappeto del mondo
La cronaca dei giornali del mattino e della sera
Gli amici le amanti e perpetuità il pensiero strascinato
nei libri
E le mille promesse
Cambiali in giro laggiù nella polvere e gli sputi
Fino alla bancarotta fraudolenta fatale per tutti
Stringo il volante con mano d'aria
Premo la valvola con la scarpa di cielo
Frrrrrr frrrrrr affogo nel turchino ghimè
Mangio triangoli di turchino di mammola
Fette d'azzurro
Ingollo bocks di turchino cobalto
Celeste di lapislazzuli
Celeste blu celeste chiaro celestino
Blu di Prussia celeste cupo celeste lumiera
Mi sprofondo in un imbuto di paradiso
Cristo aviatore era fatto per questa ascensione di gloria
poetico-militare-sportiva
Sugli angoli rettangolari di tela e d'acciaio
Il cubo nero è il pensiero del ritorno che cancello con
la mia lingua accesa e lo sguardo di gioia
Dal bianco quadrante dell'altimetro rotativo
Impennamento erotico fra i pavoni reali delle nuvole
Capofitto nelle stelle più grandi color rosa
Vol planè nello spazio-nulla


***


GIAN PIETRO LUCINI
(Milano, 1867 – Villa di Breglia, Plesio, 1914)

Anche Lucini passò attraverso l’esperienza della scapigliatura, pur se si trattò di una scapigliatura ormai superata, defunta; ma da quell’esperienza derivò un umore ghibellino, anticlericale, antimilitarista, feroce e implacabile che non lo abbandonò mai. Divenne quando fu il momento, futurista, ma di un genere particolare, che rifiutava ogni avventura militarista. Ebbe rapporti con eroi nazionalisti che andavano allora di moda e fu con essi spietato. Nel 1901, l’anno del manifesto futurista, pubblicò una raccolta di liriche che ebbe come titolo, Revolverate, e fu tale che si contrappose come salvezza, nei confronti di tutti i futurismi compromessi con il nazionalismo di moda.





PER CHI?
Per chi volli raccogliere
questo mazzo di fiori selvaggi
stringerli in fascio nel gambo spinoso ed acerbo?

Tutti i fiori vi sono di sangue e di lacrime
raccolti lungo le siepi delle lunge strade;
dentro le forre delle boscaglie impervie;
sui muri sgretolati delle capanne lebbrose;
lunghesso i margini che lambe e impingua
il rivolo inquinato dai veleni.
decorso dal sobborgo alla campagna.
Tutti i fiori vi son, che, pei giardini urbani e decaduti,
tra le muffe e i funghi, s’ammalan da morirne,
e gli altri che sboccian sfacciati e sgargianti,
penduli al davanzale d’equivoci balconi meretrici:
tutti i fiori cresciuti col sangue e colle lacrime ai detriti.
Per chi io canto questi fiori plebei e consacrati
dal martirio plebeo innominato,
in codesto sdegnoso rifiuto di prosodia,
per l’odio e per l’amore,
per l’angoscia e la gioia,
e pel ricordo e la maledizione,
per la speranza acuta alla vendicazione?
Ed è per voi, acefale ed oscure falangi,
uscite da un limbo di nebie e di fiumi,
tra il vacillar di fiamme porporine, in sulla sera,
da portici tozzi e sospetti di nere officine?
ed è per voi, pei quali non sorride il sole,
schiavi curvi alla terra, che vi porta,
e rinnovate al torneo dell’armata,
ma non vi nutre, vostra?
ed è per voi, pallide teorie impietosite
di giovani, di vecchie e di bambine
inquiete tra la fède e i desiderii,
tra la tentazione della ricca città
e il pudor permaloso della verginità?

Per chi, per chi, questa lirica nuova,
che bestemmia, sorride, condanna e sogghigna,
accento sonoro e composto dell’anima mia,
contro a tutti, ribelle e superbo,
in codesto rifiuto imperiale d’astrusa prosodia?…



L’ORA MORBIDA

Languidezze! Ristagnan nella mente
dell’intime domande senza fine…
Vidi poc’anzi brillar pigramente
dei paludi; morienti e resupine
delle coppe rosate in queste lente
acque annegarsi... Poi, vicine,
tenendosi per man’, l’iridi intente
a quanto io non vedeva, tre Bambine

passaron sulle rive; e han fatto gesti
al cielo paurosi! E piú lontano
la minore diè un grido. Oh, tra i canneti,
a grovigli, dei serpi verdi e presti
guizzare e svincolarsi!... Oh nel pantano
della mente i sospetti, ed i secreti!

 (da Il libro delle Imagini Terrene, 1898)





Il Gallo canta ancora per tutto il vicinato
il suo rosso peccato sobillatore.
Grida:«Chiricchichì, sono la turbolenza
tra i timidi animali;
ho rejetto le greppie officiali,
che ci impinguano, ma che ci evirano.
Mi rifiuto alla pentola borghese;
sfoggio queste pretese d’insegnare il mio canto
a tutti quanti. Grassa truppa mi fa d’avvisatore,
epe tonde e spaventate
si rivoltano dentro allo strame.
Ma il mio duro corpaccio
vi sta inanzi ad impaccio.
Che mi direte un dì,
se dietro alla fanfara del mio chiricchichì
procederà una schiera di Galletti
ribelli, indomiti e schietti?


Io son fiero e tenace cantatore,
son l’instancabile vigilatore,
avviso di lontano, il nibbio, la faina, la volpe, il traditore;
noto e bandisco le colpe d’altrui;
guerriero senza macchia, forse donchisciottesco,
trombetto all’aer fresco la diana;
porto corazza, gorgera e cimiero,
sproni, e, nel rostro, lucida partigiana;
e piume rosse e nere».

• Da: Favoletta di un gallo.





Conosco l’Imbecilli delle Antologie, colle malinconie
di castrare le statue e le liriche,
e di sciupare, nella melma, i fiori.


Ho visto l’Imbecille a discutere Iddio
senza averlo cercato ne’ fornelli chimici.


Ho visto molti Imbecilli canori come sciacalli
che giuocavan, sui dadi, la prima nota e l’ultima
di certe canzoni peregrine non composte ancora.


Ho visto l’Imbecilli letterati, spudorati
per le loro sciocchezze, menarne vanto,
come un incanto d’errori di sintassi e di gramatica.


Ho visto l’Imbecille al Finimondo,
l’Imbecilli politici, statisti e arringa-popoli,
sfacciati ed imprudenti, stolti e paralitici.


Tra l’Imbecilli e i Coccodrilli è poca distinzione:
la Storia Naturale spiega il Natale
dell’una e dell’altra bestia:
dal fango delle inondazioni.


L’Imbecilli si soffiano il naso:
noi non siam persuasi della loro onestà.


Soffiansi il naso ed asciugansi l’occhi:
queste lustre alli sciocchi fanno di sicurtà.


Piangono l’Imbecilli; non ci credete;
la cattiveria tira le cuoja all’ignoranza,
ma sopra a quanto avanza,
combinano un grazioso giuocherello;
preparano il giubbetto a chi diffida,
al rosso farsetto
stiran le vertebre.


L’Imbecilli hanno il catarro:
essi aggiogano al carro, invece de’ pazienti buoi,
l’eroi dell’a venire.


Ho veduto dei grandi Imbecilli
girar poc’anzi a stuolo per il mio paese,
molte pretese sciorinando al Sole.


Ho veduto l’altr’jeri a concistoro in un palazzo antico
molti Imbecilli foggiare un intrico contro il Pensiero.


Ed ho veduto un Generale ameno
ricondurre il sereno sulle tombe
col buon ajuto della cannonata,
beata partecipazione del moschetto alla galera,
lezion buona e severa a chi verrà.
.................................
L’Imbecille è crudele.
Bestia rara! Le più rare s’accovaccian dentro all’are,
le preclare vanno a torno a buggerare,
le più care sono preste a malignare,
le più avare danno fondo al fondo mare.


Ora il mar, che fan seccare, stenta un poco a preparare
funerali e bare; ma verrà, quando verrà, la calamità.
Piangeranno, grideranno! Chi sa quanti in quel mattino
strilleranno in un cantuccio, per la triste avversità.
Poco furbi, o troppo tardi?
Per colmare la tormenta si saran raccomandati
alla comoda prudenza dei cerotti immostardati
dai magni economisti gagliardi e liberisti.

• Da: Nuova ballata in onore delli Imbecilli di tutti i Paesi.


3 commenti:

  1. Tutta roba che non fa per me, che sono di fattura ottocentesca...
    Sid

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    1. Pazienza, registriamo il tuo "noncipiace" e francamente, nemmeno a me piacciono poi così tanto, ma che dobbiamo fare, cancellarli dalle antologie? Far finta che non siano mai esistiti? E' una raccolta di poeti del novecento e hanno tutto il diritto di trovare spazio in questi post.

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    2. Naturalmente.
      Sid

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