giovedì 6 giugno 2013

Racconti d'autore - David Means


IL TAGLIALEGNA

di

David Means

6/06/2013
etichetta: racconti AA.VV.

- David Means,- si legge sulla quarta di copertina di, Episodi incendiari, è nato nel 1961 a Kalamazoo nel Michigan. - E’ un narratore dalla grazia incantatrice che riesce a trasferire nei suoi racconti un senso di pienezza e generosità, sebbene le vicende parlino di temi quali solitudine, morte, sofferenza e difficoltà nelle relazioni interpersonali. E’ considerato a pieno titolo il successore contemporaneo di Raymond Carver, grazie all’abilità con cui ha rinnovato e riportato alla ribalta il genere delle short stories.-

Il Taglialegna

Nato a casa, il primo giorno si mise a spaccar legna come un pazzo, e andò avanti giorno e notte – o almeno così dicono. Era tornato già da sei anni quando fui abbastanza grande per accorgermi di lui, e all’epoca aveva rallentato un po’ (almeno così mi hanno raccontato), ma riusciva ancora a spaccare un’intera catasta in circa due ore, a seconda del tipo di legno e del diametro dell’albero; aveva una specie di cuneo a motore che spezzava in due i tronchi; poi li piazzava nel punto prestabilito e dava un bel colpo secco, di solito gliene bastava uno solo, dopodiché levava di mezzo i pezzi spingendoli via con la punta di ferro degli anfibi; tutto il giorno, quasi tutti i giorni, sette giorni su sette, tranne quando faceva proprio brutto tempo.

Quando si fermava di solito aveva la barba nera coperta di goccioline di sudore e condensa: quando faceva freddo, di piccoli grumi di ghiaccio; in estate sotto l’attaccatura dei capelli, dove comincia la pelle, gli spuntava una sottile striscia di macchioline rosse. Eritema solare. La camicia da boscaiolo che indossava, una tradizionale Pendleton di ottima lana rossa e nera, gli rendeva servizio fino all’estate inoltrata. Quando si tolse la vita – il primo agosto del 1985 – lo fece con indosso proprio quella camicia, di fianco a una catasta di quercia stagionata spaccata di fresco e impilata accanto al garage. Vicino a lui la moglie, che gli sbottonava lentamente la camicia per scoprire la ferita, piccola e rotonda, prodotta da un proiettile rivestito di teflon (così c’era scritto sul giornale) che gli era penetrato senza difficoltà nel torace e ne era uscito di netto, come un fulmine: la tecnologia che ci ha portato sulla luna fa un passo avanti rispetto alle padelle antiaderenti (borbottò mio padre). Le teorie sulla causa del gesto abbondavano, ma dato che il suicidio è e resta un enigma insolubile, non ci volle molto a far ricadere la colpa di tutto sul Vietnam, sul ruolo da lui svolto nell’assedio di Khe Sanh, sui compagni morti e via dicendo, anche se all’epoca i giornali accennarono al fatto che qualcuno gli aveva fatto causa per aver abbattuto senza permesso un acero rosso in una proprietà privata: aveva imboccato il vialetto dei Janson (un viottolo circolare di ghiaia lavata di fronte al loro ranch circondato da cedri), legato una corda intorno all’albero e al gancio da rimorchio del suo camioncino e acceso la motosega; poi mi aveva detto di mollare la frizione appena mi avesse gridato di farlo ( a soli quattordici anni non ero pratico di cambi manuali, però feci come mi aveva detto, sollevai il piede piano piano, e il camioncino sobbalzò all’indietro e alle mie spalle l’albero andò giù con un enorme tonfo sordo e una gran nuvola di polvere). Prima ancora che avessi il tempo di smontare dal posto di guida lui era già lì che tagliava il tronco, e aveva quasi raggiunto il cuore dell’albero che, secondo il conto degli anelli (fatto in un secondo momento), doveva avere centovent’anni buoni. Non parlai con nessuno sul ruolo che avevo avuto con la sua morte. Non mi pareva il caso di spiegare alla gente che forse non era stato il Vietnam a fargli quel buchettino rotondo nel cuore, e che forse c’era di mezzo tutta un’altra cosa, il sempre più scarso riconoscimento del valore degli alberi, la magnifica assenza di peso di quando la scure abbandonava la sua traiettoria ad arco e lo proiettava verso il tronco. (L’avevo visto succedere un miliardo di volte.) La prospettiva di non poter più entrare nei giardini coperti d’alberi dei vicini, o nei parchi della zona dove si procurava il grosso degli alberi, per abbattere la crescita in eccesso, era insopportabile; i suoi giorni da boscaiolo erano contati.

1 commento:

  1. IL TAGLIALEGNA Perché si è suicidato? È veramente a causa della sua esperienza in Vietnam o per il semplice motivo che ben presto non ci saranno più alberi da tagliare e la sua vita sarà comunque finita?
    Il paradosso regge bene e il tema mi sembra estremamente attuale e stringente. Avrei qualcosa da dire sulla punteggiatura, ma non essendo un tecnico mi limito a sottolineare l’uso personalissimo soprattutto dei punti e virgola e dei due punti. Ho scelto il racconto più breve della serie, perché me lo sono dovuto ricopiare, prima o poi mi metteranno in gattabuia. Sich… sich!

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