martedì 4 giugno 2013

Salvatore Scollo - narrativa


Tre solitudini
(terzo ritratto)
    

4/06/2013
etichetta: la stanza di Salvo Scollo



Il mio non è stato un matrimonio d’amore. Riflessione tardiva ma inevitabile, alla luce di quanto ho intravisto dopo, nella costruzione lenta e faticosa di un progetto di vita aliena da compromessi e ambiguità. Ne sono sicura, senza tema di essere smentita.
    Se anche gli altri usassero la medesima sincerità critica, sarebbe difficile sostenere che la loro esperienza presenta caratteri diversi dalla mia.
    Il fidanzamento, segnato da battiti di cuori sempre più veloci. Mano nella mano, passeggiate lunghe sino a sfiancarsi, sorrisi ebeti (oggi li giudico così) passati da uno sguardo all’altro.
Anche i preparativi per le nozze non hanno presentato novità di rilievo. La scelta dei negozi dove lasciare la lista dei regali, la ricerca ansiosa e stressante dei vestiti per la cerimonia, l’aggiustamento concitato delle misure dai sarti, il patteggiamento frustrante su chi invitare al ricevimento.
    Per non parlare poi della cerimonia: la scelta dei fiori, del fotografo, dei testimoni, figure canoniche prive di guizzi di novità per non intaccare con spiacevoli sorprese “il giorno più bello della vita”.
    E per fortuna abitiamo in un piccolo centro, altrimenti avrei avvertito più forte la mancanza d’identità, il senso di solitudine che attanaglia tutti, dai comprimari ai personaggi principali della sceneggiata.
    In chiesa, poi, quante ridicolaggini! L’Ave Maria suonata malamente dal sacrestano tuttofare, lo strascico del vestito a imbrigliarmi l’attraversamento del corridoio centrale della chiesa al braccio di mio suocero, il luccicore di tanti occhi dietro i quali di sicuro si nascondeva il vuoto dei sentimenti e dei valori.
    Anche i primi tempi del matrimonio si sono svolti secondo un copione già collaudato.
    Le prime notti colme di passione, poi pian piano l’insediamento dell’abitudine, della ripetitività, della stanchezza. Rapporti veloci, privi di carezze e di coccole, nessuna voglia di parlare, dopo.

    Ho capito che non ce l’avrei fatta a reggere a lungo, ad accontentarmi di una sistemazione in cui tutto ruotasse intorno secondo regole codificate da una società che non si perita mai di apportare novità.
    L’affetto vischioso dei miei suoceri, senza volerlo, ha rafforzato la decisione. Ho perso i genitori da piccola e sono cresciuta con una zia materna tutta casa e chiesa, che non mi ha aiutato di certo a far venire fuori il mio carattere. Con lei ho sprecato tanti anni, sempre ad assentire alle sue regole prive di logica, volte solo a inquadrarmi in modo da non disturbare il suo quieto modo di vivere. Ora che ho una mia famiglia e in qualche modo posso disporre di me, ho deciso di non continuare a imbottirmi di rinunce per amore degli altri, ho voluto un figlio senza parlarne con mio marito - ho smesso di premunirmi e sono rimasta incinta. L’annuncio della gravidanza ha reso maggiormente problematica la mia indisponibilità a condividere con altri la prosecuzione della mia vita.
    Raccomandazioni continue: “Stai attenta, non fare sforzi, riguardati, ora devi pensare alla creatura che porti dentro, se sarà un maschio, lo chiameremo … oppure, se dovesse essere femmina, …”.
    A denti stretti, ho distribuito sorrisi e rassicurazioni a tutta la famiglia allargata che, senza darlo a vedere, già faceva progetti propri su MIO figlio.
    Se mi sono riguardata, è stato solo per partorire un alleato forte, capace, insieme con me, di far fronte a quella marmaglia, di difendersi da tutte le manifestazioni d’affetto altrui che avrebbero voluto impadronirsi della MIA creatura.
    E subito dopo il parto, ho iniziato a elevare paletti verso tutti, ho recintato di barriere la mia casa, ho cominciato a negarmi alle visite di felicitazioni. Mio marito, poverino, che aveva studiato sommariamente le complicanze psicologiche del postparto, mi ha assecondato docile in questo rifiutarmi al mondo esterno, convinto di possedere la capacità di cambiarmi dopo avere accondisceso alle mie “stranezze”. Non ho avuto quindi  da respingere attacchi all’interno della mia fortezza.
    Il figlio da me generato sarebbe stato solo mio, l’unico motivo per continuare a vivere, a intravedere un futuro privo di ossequio a un mondo codificato. Mio figlio come unico motivo d’interesse e di allontanamento dell’angoscia per un mondo sempre più deturpato dall’inconsistenza dei sentimenti. La povertà di tanti miliardi di persone, i sismi della Terra, l’inquinamento atmosferico, i disastri ecologici o di altro genere, le guerre sporche, nessuna di queste calamità mi avrebbe messo in ginocchio psicologicamente perché io avevo da badare a mio figlio.

    Ho rifiutato con fermezza l’aiuto di psicologi, di psichiatri, i miei suoceri e gli altri parenti sempre prodighi di consigli, camuffati da benevolenza, in realtà tendenti a togliermi mio figlio, a farmi ricoverare in qualche clinica costosa, lontana dagli sguardi pettegoli del vicinato. Non sono caduta nella trappola della favola raccontatami che mio figlio aveva bisogno di rapportarsi con gli altri, che crescendolo da sola gli avrei impedito di poter volare da solo un giorno, distruggendo la sua personalità.
    Che importanza poteva avere farlo istruire, immetterlo nel mondo del lavoro e poi farlo sposare? Per fargli vivere una vita anonima come quella di tutti gli altri abitanti della terra?
Avrei voluto gridare: “Ma vi rendete conto di quanto affetto neghiamo ai nostri figli, di quanto affetto ci priviamo, immettendoli nell’arena della vita?”
    Mio figlio cresce solo con me; anche mio marito, alla lunga, non ha retto, ha chiesto la separazione. Ecco un altro tassello positivo raggiunto per avere deciso di difendere la mia libertà di essere!
    Mio figlio sta sempre con me, esce solo con me, rifiuta (perché anche lui l’ha capito), l’approccio con gli altri bambini, col mondo esterno.
    Si nutre dei cibi che gli preparo, incurante di farlo seguire dal pediatra. Se è pallido, è solo colpa del posto dove viviamo, che non conosce il sole.
    Parla solo a monosillabi, perché ha capito anche lui l’inutilità del linguaggio, sta sempre attaccato alle mie gonne, perché ha capito che io sono il suo unico bene.
    Non sono cascata nella trappola predisposta da un mondo avaro di sentimenti e capace solo di farsi guerra o di rimpinzarsi lo stomaco o di distruggere gli altri, tutti potenziali nemici.
    Il sentimento che ha sviluppato mio figlio è solo quello dell’amore filiale, l’unico che possa dargli garanzia che non sarà mai tradito.
    E in questo vivere in modo diverso dall’usuale, affermando la mia sete di libertà e d’indipendenza, ho realizzato la mia vittoria che durerà sino alla morte.










5 commenti:

  1. L’istinto materno, (ammesso che esista davvero, che sono in molti a sostenere si tratti invece della solita invenzione maschilista per sbolognare l’onere di allevare i figli alle mogli), in menti psicologicamente disturbate, può complicare notevolmente il quadro e portare a situazioni incresciose. Questo però, detto senza mezzi termini, mi sembra il ritratto di una schizzata, una fuori di testa. Un caso limite che hai descritto con la solita bravura.
    Comunque sia caro Salvo, è bello e anche facile farti i commenti, tanto sappiamo che tu per celia e per abitudine non usi la funzione del controcommento, così che uno può dire ciò che vuole e andarsene con la convinzione di aver scritto una cosa intelligente. Ah ha ha ha. A parte gli scherzi, grazie e complimenti ancora per questi tre ritratti femminili che ho avuto il piacere di pubblicare.

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  2. Serenella Tozzi4 giugno 2013 12:18

    Gli usi di una società visti in negativo, con una negatività portata al patologico.
    Eppure, senza arrivare a questi eccessi, quante donne si comportano con i figli come se fossero cosa loro, senza pensare alla persona altra che essi sono e dovranno diventare.
    All'inizio del racconto avevo pensato: ecco la solita visione di vittima negativa relegata alla donna, poi, invece, si è palesata la malattia mentale ed allora tutto è proceduto sotto un'altra ottica.
    Molto interessanti questi tre ritratti. Bravo come sempre.

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  3. Brrr un racconto che mi fa venire i brividi, trafitta dal pallore del bambino, se fosse mio nipote glielo andrei a strappare di mano.
    Bravo Scollo :-)

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  4. Un racconto molto bello e anche molto (e direi sottilmente) inquietante. Acuta - anche se come uomo non sono qualificato al 100% nel dirlo - la rappresentazione della psicologia femminile. Piaciuto molto.

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  5. Nella sua follia, una donna diabolica tratteggiata con mano sicura da un Salvo in ottima forma, devo dire. Aggiungere "come sempre" è un optional.
    Certo, te ne hai fatto una descrizione all'eccesso, ma nella realtà di donne che allungano i loro "artigli" sui figli, soffocandoli e rendendoli poco pronti alla vita, ce ne sono non poche...

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