lunedì 15 luglio 2013

frame - Cos'è il romanzo?

C'è chi crede che il romanzo abbia una funzione divulgativa e una vocazione pedagogica. Niente di più lontano dalla verità. Il romanzo non è fatto per mettere ordine nel caos. Il romanzo non è fatto per mettere ordine in un beneamato cazzo. Il romanzo non è nato per dare soddisfazione agli amanti dell'ordine. È fatto per divertirsi con le vertigini, per creare casino, per goderne, per rimestarlo.

Paco Ignacio Taibo II




“Il romanzo si distingue dal racconto essenzialmente per la maggiore lunghezza e per la complessità delle vicende e dei personaggi.” Pertanto il romanzo breve e il racconto lungo stanno nella “terra di mezzo” là dove le capre si confondono con i cavoli, e il compito di scovare la sottile differenza tra i due generi, dove non abbia provveduto l’autore a fare chiarezza, è di competenza della casa editrice e di scarsa importanza per il lettore. Quasi sempre è un fatto di convenienza, ed è più facile spacciare un racconto lungo per un romanzo e non il contrario.
Un esempio per tutti – Diario di un Killer sentimentale di Luis Sepùlveda, pubblicato nel 1996 da Guanda è stato messo sul mercato come romanzo e nonostante non superi la cinquantina di pagine, mentre di recente e più coerentemente è stato inserito nella collana di Racconti Famosi del Sole24ore. Punto!
Poi se scopri cos’è l’uno, per somma o per sottrazione magari riesci a farti un’idea di cosa sia l’altro. Forse, perché non è detto! Ma cominciamo dal più semplice a definirsi, il romanzo,  in quanto sull’altro fronte dovremmo poi fare delle distinzioni sul monologo, la lettera, la novella… eccetera…

Cos’è il romanzo

Se la parola romanzo risale al Medioevo, reminiscenze scolastiche, il genere letterario, legato alla disposizione dell’uomo a raccontare storie, ha origini antichissime, risalenti addirittura all’epoca ellenistica. Ma è nel Medioevo che il romanzo trova la sua prima compiuta espressione. Il romanzo medievale ispirato alle vicende di Carlo Magno e dei suoi paladini, e quello bretone, che narra le vicende di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Ma facciamo un passo avanti e dopo aver ricordato il Don Chisciotte (1605) Robinson Crusoe (1719), I viaggi di Gulliver (1726), Tom Jones (1749), I promessi sposi 1840, I tre moschettieri 1849, David Copperfield 1850 I miserabili 1862, e prima di arrivare ai giorni nostri soffermiamoci a riflettere quanta strada abbia fatto il romanzo dell’ottocento, se non altro per la quantità prodigiosa di titoli e autori. Nella nostra mitologia collettiva e privata, Ulisse, Gargantua, Don Chisciotte, Edmond Dantès,  Dartagnan , Swann, Dorian Gray e Odette hanno acquisito la stessa realtà che hanno Cesare, Cleopatra, Alessandro o Carlo Magno.
Alla fine del XIX secolo il naturalismo francese influenzerà in Italia il Verismo (Giovanni Verga, Matilde Serao, Grazia Deledda). Il romanzo è, a questo punto, un genere conosciuto e rispettato, almeno nelle sue espressioni più elevate (i "classici"): con il Novecento la forma del romanzo, e più in generale l'intera cultura, è "investita da un vero turbine". Appaiono all'orizzonte culturale e filosofico la psicoanalisi (Italo Svevo), la logica, la linguistica, e anche la tecnica narrativa cerca di adeguarsi.

Ma il problema del romanzo di questi ultimi trenta quaranta anni è l’assenza di storia. Come dice Giovanni Tranchida, tutti hanno cominciato a scrivere di se stessi, di psicologia, di relazione col proprio io, con l’intimo e così piano piano si è persa la storia.» Alla base dei romanzi moderni c’è dunque la “perdita della storia”, e l’autore non sente necessario avere una trama da raccontare, uno svolgimento da tirare avanti fino a una conclusione. No: l’autore contemporaneo si rivoltola sul proprio ego, e se vuoi una storia o vai al cinema o leggi un Harmony, o tendi l’orecchio al muro quando la tua vecchia vicina di casa comincia a sparlare dell’intero quartiere. Invero potrà succedere di sentir narrare la tua stessa storia, ma non è poi così grave. L’autore dovrebbe imparare a considerare che non è una cosa malvagia rimettersi da capo, dall’inizio, a raccontare storie. Poi dentro puoi metterci tutte le possibili varianti, tutte le possibili digressioni, tutti i possibili temi, l’uomo, le sue problematiche, amori, dolori, turbamenti, etc. etc., ma sempre dentro quella cornice benedetta che è la storia.

Tuttavia secondo Raffaello Avanzini, editore della Newton Compton, c'è una buona notizia: finalmente, anche in Italia i "romanzi commerciali" hanno conquistato le classifiche. Nel farlo, però, hanno scalzato i "grandi scrittori": e questa per qualcuno è una brutta notizia. C'è chi arriccia il naso nel vedere le classifiche monopolizzate da giallo, nero e rosa. Fino a qualche anno fa non era così: capitava di trovare, tra i libri più venduti, "Le braci" di Sandor Marai. Bei tempi? Di sicuro tempi diversi: quando in Italia si leggeva meno e si vendeva meno, e i favoriti dai "lettori forti" contavano di più. Quando i libri non si compravano al supermercato, o le classifiche non tenevano conto della grande distribuzione. Quando i ragazzi leggevano così poco che ogni estate i compiti delle vacanze - "Se questo è un uomo", "Uno nessuno e centomila" - finivano tra i bestseller. Poi "Harry Potter" ha fatto fuori "Il fu Mattia Pascal". "Il codice da Vinci" è finito nel carrello insieme al detersivo. E oggi, mentre le librerie francesi sono vuote e gli editori tedeschi piangono miseria, gli italiani investono in letture d'evasione. Ed editori e librai possono investire anche in John Berger, Amos Oz e Nikos Kazantzakis.

Secondo lo scrittore Paco Ignacio Taibo II, c'è gente convinta che un romanzo debba spiegare tutto. Che il romanzo debba essere il riparatore della vita e delle sue incoerenze. Ma la vita è mai stata coerente? E perciò pensa che lo scrittore occupi questa posizione centrale nello spazio e nel tempo per dare un inizio e un finale alle storie (ma lei conosce qualche storia che abbia un finale, una cosa che si dovrebbe chiamare finale, finale-finale?), collegare riempire vuoti e dissipare zone d'ombra; spiegare i comportamenti dei personaggi.
C'è chi crede che il romanzo abbia una funzione divulgativa e una vocazione pedagogica. Niente di più lontano dalla verità. Il romanzo non è fatto per mettere ordine nel caos. Il romanzo non è fatto per mettere ordine in un beneamato cazzo. Il romanzo non è nato per dare soddisfazione agli amanti dell'ordine. È fatto per divertirsi con le vertigini, per creare casino, per goderne, per rimestarlo.
Non si tratta di rispondere a domande ma di farne altre, sempre nuove, sempre più inquietanti.
Il romanzo, come la realtà reale, come le storie che conosciamo tutti e che ci capitano sempre, è pieno di parentesi, buchi, ellissi che ballano saltellando da una parte e dall'altra senza desiderare concretizzarsi, senza voglia di spiegarsi.
Credo di essere ben lontano dall'illusione che quando la vita diventa profondamente incoerente arrivi il romanzo a metterci una pezza.
D'altra parte non dobbiamo lamentarci troppo. Il romanzo è certamente il guercio in questo luminoso deserto messicano in cui abbondano i ciechi.

Fonti:
Espresso Cultura
htt/laguerre7739.wordpress.com
http://archiviostorico.corriere.it
Wikipedia

4 commenti:

  1. Sono d'accordo con Tranchida - per quanto possa valere il mio parere, cioè zero.
    La narrativa - ed il romanzo in particolare - necessitano di una storia.
    I romanzi commerciali hanno una storia (i critici non lo sanno, i lettori sì), magari o spesso brutta, scontata, scritta male... tutto quello che volete, ma hanno una storia ed il lettore medio quello cerca.
    Il lettore "alto", no.
    Quindi gli editori mandano a quel paese il lettore alto e Fabio Volo vende più di Beppe Fenoglio.
    Quando chi è davvero capace di scrivere comprenderà che scrivere storie ben fatte non è semplice "banusia" avremo fatto un passo avanti e magari avremo avvicinato le masse ad una forma di narrativa un po' più di qualità.
    Certo scrivere buone trame con una buona forma e un buon contenuto non è per niente facile. Di solito ce se ne rende conto dopo un bel po' che sono state pubblicate.
    Non sono per niente d'accordo invece (e ancora una volta ribadisco che il mio parere vale zero).
    E' ovvio che la narrativa è opera di finzione e questa finzione serve a creare un ordine ipotetico o fittizio dal caos. Cosa che, ancora una volta, i lettori sanno ed i critici no.
    Se invece preferisci "raccontare la realtà" allora questo discorso non vale più - la realtà è caotica e raccontandola per quello che è e non per quello che vorresti (o che hai paura che o pensi che o temi ecc...) che sia ne de vi tenere conto.
    Che poi secondo me "raccontare la realtà" è una sciocchezza.
    Ogni volta che la racconti la falsi. Se ne sei consapevole, bene. Tu lo sai, il lettore lo sa e tutti e due prendete lo scritto con le dovute pinze. Se non sei consapevole ti atteggi a vate e allora non va bene per niente.
    Ma questo, ancora una volta, è il mio parere che vale zero.


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    1. Non credo si debba essere qualcuno per esprimere una opinione in merito. Sono anch'io d'accordo su quanto scrive Tranchida, però devo confessarti che il parere di Taibo II l'ho trovato interessante ed anche spassoso. La materia è vasta, i pareri talvolta discordi, ho scelto quelli che mi sembravano più attuali.
      Ciao

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  2. Grazie per il riferimento, e complimenti per la disamina :)

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    1. Il riferimento era dovuto, ricambio i complimenti per il tuo blog. Bello!
      Ciao Franco

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