mercoledì 17 luglio 2013

Pina Tosi - Il vestito rosso - Narrativa


IL VESTITO ROSSO 
                                                            

Per chi ha avuto la pazienza di leggermi forse ricorderà che, nella mia famiglia di origine, la politica imperava su tutto e, essendo mio padre fascista sfegatato e mia madre altrettanto sfegatata antifascista, si può ben immaginare quale clima di serenità aleggiasse giornalmente sulla nostra casa. La nostra famiglia era composta da un padre abruzzese, figlio di un conte, allevato secondo i canoni della nobiltà meridionale di allora, moglie remissiva, baciamani, domestiche con pantofole di feltro che dovevano rivolgersi ai padroni in terza persona, più vecchio di mia madre di circa venti anni,  gelosissimo, nervoso e squattrinato; da una madre romana, popolana, figlia di un operaio, bravissima sarta di mestiere, terza elementare di istruzione, bellissima e allevata naturalmente tutto al contrario di mio padre, ma lusingata di essere stata scelta da un uomo così importante.

Mia nonna raccontava che quando ebbe da mio padre il primo baciamano della sua vita, per l’emozione stette due giorni senza lavarsi quella mano. Poi c’eravamo noi due figli, abbastanza confusi per il clima in cui crescevamo. Veniamo al vestito rosso. Mi era stato regalato da mia madre per fare un dispetto a mio padre che qualche giorno prima mi aveva fatto una scenata da far tremare i vetri per avermi sentito fare degli apprezzamenti ironici su una frase del Duce. Mia madre era intervenuta difendendomi violentemente e la cosa era finita con la solita litigata fra i due. Il giorno in cui me lo consegnò era un lunedì, il peggior giorno per me di tutta la settimana. A scuola avevamo due ore di una materia noiosissima, “Il fascismo e l’Italia”, di cui nessuno capiva niente, per cui non si poteva mai racimolare un voto decente. Inoltre sapevo che a casa mi aspettava il solito pranzo del lunedì: spaghetti spezzati in brodo, bollito e patate fritte. Sarebbe stato un pranzo normale se non ci fosse stata la proibizione da parte di mio padre di sedersi a tavola finché la minestra non si raffreddava e gli occhi di grasso non assumevano quella colorazione giallastra che mi faceva rivoltare lo stomaco. 
Quella volta c’era in più il fatto del vestito rosso che mia madre mi aveva detto di indossare e che mio padre avrebbe visto a pranzo. Sapendo quanto lui odiasse il rosso, colore sovversivo, già immaginavo come sarebbe finita la giornata. Me ne andai a scuola con il cuore un po’ stretto, ma lì trovai una graditissima sorpresa: al posto delle due ore sul fascismo c’era la cerimonia della distribuzione delle pagelle. Il preside chiamava gli alunni per ordine alfabetico, leggeva a voce alta i voti e li commentava. Quando arrivò il mio turno lesse i voti che erano buoni, ma alla voce “Il fascismo e l’Italia” si fermò, si guardò intorno fissando i ragazzi uno per uno, poi quando gli sembrò di aver creato sufficiente suspence nella classe, sillabò: “Il fascismo e l’Italia: dieci con lode! 
Imparate tutti come si deve studiare” e, cosa mai successa e che lasciò tutti a bocca aperta, mi abbracciò e mi stampò due baci sulle guance.  Io pensai che forse in cielo ci doveva essere qualcuno che aiutava i poveri studenti in crisi e subito il mio pensiero corse alla Madonna della Seggiola. Ci passavo tutte le mattine dovendo attraversare la Basilica di S. Maria Maggiore per andare a scuola, mi piaceva tanto con quel viso dolce, la salutavo e poi instauravo le trattative: se oggi non mi fai interrogare in matematica ti regalo cinque lire. E così tutti i giorni, c’era sempre una materia in cui non volevo essere interrogata e la promessa delle cinque lire. Avevo una fiducia cieca nel suo aiuto, pensavo, in fondo, a Lei che le costa far scivolare il dito del professore su un altro nome? Purtroppo non avevo mai i soldi per saldare il mio debito, ma Lei non sembrava prendersela. Credo, anzi, che quella volta, con quel dieci e lode, si fosse divertita ad intervenire. Perché, ecco che cosa era successo: due o tre settimane prima, sempre di lunedì, al momento delle interrogazioni il professore fermò il dito sul mio nome. Mi alzai con il cuore che mi batteva, perché mi sentivo molto poco preparata. Ero appena arrivata alla cattedra quando la porta si aprì ed entrò di corsa il bidello: professore corra a casa, ha telefonato sua moglie che le è nata una bella bambina. Il professore si alzò di corsa, fece un segno vicino al mio nome, arrivederci ragazzi, ci vediamo lunedì! Io non credevo alla mia fortuna, avevo una settimana intera per prepararmi. Imparai il libro a memoria, compresi tutti gli articoli della Carta del Lavoro, una cosa noiosissima, incubo di tutta la classe.  
Il lunedì seguente il professore si presentò di ottimo umore, ci raccontò della gioia di essere genitori, ci descrisse la bambina in ogni particolare. Non aveva voglia di fare lezione, “finiamo invece le interrogazioni” disse. Prese il registro, facendo scivolare l’indice sui nomi. Io lo prevenni, professore, lunedì scorso aveva cominciato con me, quando è uscito. Già -fece lui- allora vieni tu, di che stavamo parlando? Della Carta del Lavoro. E allora ricominciamo perché non mi ricordo niente. Parlai per mezz’ora e più. Sciorinai tutti e dieci gli articoli, commentandoli, espressi considerazioni personali sui vantaggi materiali e psicologici dell’autarchia. Stavo attaccando con le bonifiche, ma il professore mi fermò: brava, basta così.!  

Me ne tornai a casa, quella mattina, con i baci del Preside, con la pagella e il vestito rosso, sperando che i due primi avrebbero ammortizzato gli effetti del secondo. Corsi subito da mio padre, “papà guarda che bella pagella, il preside mi ha dato anche due baci.” A tavola c’era già la minestra nei piatti, ma mio padre prese la pagella, la lesse a voce alta, poi mi abbracciò e mi disse: “e io di baci te ne dò quattro, sei l’orgoglio della famiglia.” (Non gli ricordai che, giorni addietro, ero stata il disonore della famiglia). Poi guardò il vestito e disse: “carino questo vestito, bisogna dire che mamma è proprio brava”. Le andò alle spalle e baciò pure lei. Mia madre rimase spiazzata, si era già preparata la litigata per il vestito, ma non volle turbare l’atmosfera idilliaca che si era creata.  Intanto la minestra si raffreddava, gli occhi di grasso erano sempre più gialli e lo stomaco mi si rivoltava solo a guardarli. 

Così tentai di sfruttare quel momento di gloria e, atteggiando il viso a una smorfia di dolore, dissi: “oddio che mal di stomaco, forse sarà l’emozione, non gliela faccio proprio a mangiare.” Mia madre capì al volo e disse: “si, è meglio che non mangi, va’ a riposarti, ti faccio portare una camomilla.” Andò in cucina a parlare con la donna e si misero tutti a tavola. Mio padre non fece commenti, l’amministrazione della nostra salute era compito di nostra madre.
In camera, dopo cinque minuti, arrivò la donna con la tazza su un vassoio coperto da un tovagliolo. Solo che nella tazza, al posto della camomilla, c’era un uovo sbattuto con lo zucchero e, vicino, un bel panino imbottito di prosciutto. Divorai tutto e mi addormentai placidamente, pensando che in fondo la vita non era poi così brutta.  Ricordi di un’epoca che non tornerà più, che sembra lontana dalla nostra anni luce. Tante volte mi sono chiesta se la vita di allora era migliore o peggiore di questa che viviamo. Non ho ancora trovato la risposta, ma ormai, data la mia età, non me ne importa più di cercarla.                        

6 commenti:

  1. Il racconto è gustoso, ricco di immagini e scritto con un garbo e una delicatezza oggi inconsueti. Il tutto condito da un velo d’ironia e una sobrietà di linguaggio invidiabili.
    Un saluto caloroso.
    Franco

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  2. Serenella Tozzi18 luglio 2013 23:21

    Molto, molto carino questo racconto, come poteva non raccogliere i consensi unanimi della giuria!
    Questi tuoi ricordi così vividi li riporti in maniera davvero piacevole, con una scrittura fluida e corretta.
    Sono in attesa di poter leggere il tuo prossimo libro: so che ci stai lavorando.
    Un affettuoso abbraccio cara nonna Pina.

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  3. Ciao Pina,
    non finirò mai di ammirarti, anch'io come Serenella non vedo l'ora di leggere il tuo prossimo libro.
    Con affetto
    Rita

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  4. Taluno, anche in questi spazi, sostiene la superiorità della narrativa di fantasia su quella autobiografica.
    Sottolineando in quest'ultima il pericolo della banalità.
    Questo stralcio smentisce l'assunto,
    Perchè nei dettagli della quotidianità familiare si nasconde il sale della scoperta.
    La verità è che il segreto del racconto sta tutto nella bravura a scorrere le minuzie esistenziali.
    In questo testo si espone un pezzo di storia domestica e nazionale, semplice ed intrigante, dolce e commovente.
    Mi ha fatto riaffiorare alla memoria, magia della mente, la fotografia di quand'ero fanciullino, con la divisa di piccolo balilla, con la grande M campeggiante sul petto.
    Mi sentivo importante, io, impersonificando col soprannome l'eroico Giambattista Perasso e la sua pietra patriottica.
    Come mi raccontava mio padre, fascista obtorto collo.
    L'Autrice odiava la minestra dai grandi < occhi > gialli, io invece la colazione con le fette di polenta fredda del giorno prima nel latte caldo, così viscide e schifose.
    Un bel salto, come detto, nel nostro passato, ove tutto assumeva il colore infantile dello stupore e del nuovo, spettatori incantati e impotenti di un mondo in dettaglio rimasto indelebile nella memoria.
    Ottima/mente.
    Siddharta

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  5. Grazie del bello ed articolato commento, vedo che abbiamo molti ricordi in comune.
    Un saluto cordiale.
    Pina Tosi

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  6. Bello bello questo racconto. Sono entrata da poco in questa casa e sto ancora esplorando i corridoi, le stanze, i disimpegni. Mi fermo, per il momento, appena trovo qualcosa di appetitoso da leggere. Così mi sono imbattuta in questo piacevolissimo racconto che mi riporta indietro nel tempo per alcuni versi. Certe atmosfere mi sono familiari. Mi è piaciuto tanto ma proprio tanto. Lo trovo dolce, tenero, elegante. Complimenti sincerissimi e a presto, spero

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