martedì 27 agosto 2013

La Terra Promessa - Ivan Bui - Narrativa

Non è necessario credere in una fonte sovrannaturale del male: gli uomini da soli sono perfettamente capaci di qualsiasi malvagità. Joseph Conrad


                                

LA TERRA PROMESSA
Ivan Bui

Uomini, donne e bambini che rinunciarono alle proprie radici per aggrapparsi alla speranza di una nuova vita. Un’esperienza durissima e al tempo stesso avvincente, vissuta tra zanzare, aratri e politica.


Nunzia non riusciva a distogliere lo sguardo da quel ragazzo in canottiera che stava spaccando la legna. La pelle lucida per il sudore faceva risaltare quella figura aumentandone l’eleganza. Gesti sempre uguali, ritmati, regolari. Una danza senza musica. A fare da sfondo i colori di una giornata ancora indecisa su come mostrarsi. Il freddo sembrava purificare quell’aria malsana, quell’odore di palude che nemmeno il progresso riusciva a cancellare. Seduta sul letto guardava dalla finestra accostata. Uno spiraglio, un raggio di luce. Non riusciva a controllare il desiderio di accarezzare quel corpo. Si vergognava di quello che stava provando ma non poteva impedire ai pensieri di sgorgare sempre più spudorati. Non credeva di poter provare emozioni così forti. Era giovane Nunzia, trentaquattro anni, un figlio di sedici, una vita fatta di niente. Bella come possono esserlo solo le contadine, aveva conservato i tratti della giovinezza anche se il tempo l’aveva un po’ spenta. La mano scivolò sul seno generoso, i capezzoli si erano induriti e sembravano volersi liberare dalla stretta del reggipetto. Non distolse lo sguardo nemmeno quando Mario, ignaro di essere osservato, si sbottonò i pantaloni e cominciò a urinare. Nunzia trasalì e si sentì quasi soffocare. Non vedeva che il fumo provocato dal contatto del liquido con l’aria ma ormai i sensi avevano preso il sopravvento. L'orgasmo la trovò impreparata. Stesa sul letto senza forze incapace di comprendere cosa le stesse succedendo.

Per fortuna le sue giornate erano durissime, il lavoro nei campi lasciava spazio solamente alle faccende di casa e anche quando la giornata era finita c’era sempre qualcosa da fare: raccogliere le uova nel pollaio, dar da mangiare agli animali, preparare il cartoccio per il pranzo del giorno dopo, ovviamente consumato nei campi. La cena era l’unico momento che la famiglia trascorreva insieme ma la stanchezza era tale che le parole uscivano a fatica e si finiva per rimanere quasi tutto il tempo in silenzio. Era abituata alla povertà, aveva vissuto quella che tutti avevano definito la grande crisi. Nel 1922 se l’erano vista brutta, il lavoro non c’era e per fortuna il padre meccanico di biciclette e alla bisogna di erpici, aratri, birocci, li aveva aiutati. Nonostante le difficoltà stavano risparmiando per pagarsi il viaggio in America ma avevano dovuto usare quel gruzzolo per sopravvivere dopo che il marito aveva perso un’altra volta il lavoro. A togliergli il dispiacere di quel sogno spezzato ci aveva poi pensato il regime, che di migrazioni non voleva nemmeno sentir parlare. Eravamo nel 1928 e da qualche mese era in vigore una legge che sanciva che gli iscritti al Partito Nazionale Fascista avrebbero avuto la precedenza nelle liste di collocamento.

La camicia nera non migliorò le loro condizioni.

La bonifica dell’Agro Pontino era sembrata una manna caduta dal cielo e la propaganda aveva fatto il resto. Erano stati tra i primi ad arrivare e anche ad accorgersi che il loro calvario sarebbe continuato, ma per chi è abituato al niente anche il poco regala una speranza.

I primi tempi furono durissimi. Non c’era ancora una vita di comunità, almeno non come la si intendeva al nord, ma la natura è più forte di tutto. Ogni tanto veniva organizzata una festa, i motivi erano i più diversi: un Santo, un battesimo, l’arrivo di qualche famiglia nuova. Un discorso del duce trasmesso per radio e diffuso dagli altoparlanti. All’inizio il clima era mesto, la diffidenza la faceva da padrona, ma seppure lentamente la voglia di normalità prese il sopravvento. Le diversità finirono per diventare una risorsa, la curiosità di scoprire abitudini e tradizioni diverse contaminò un po’ tutti. Le donne erano le più attive. A dir il vero, le nuove arrivate dal nord erano giudicate troppo disinvolte ma il bisogno di ottimismo era tale che non ci misero molto a conquistare tutti. Tra i boscaioli c’erano molti ex pastori, il loro compito in quelle occasioni era di procurare ricotta e formaggi. La pasta con il guanciale e l’olio di oliva non mancavano mai ed erano molto apprezzati dai nuovi arrivati. Una scoperta gradita. Ferraresi e veneti preparavano la polenta e riempivano i bicchieri di clinto, un vino sconosciuto da queste parti che aveva avuto un grande successo. I libri di storia non ne parlano ma quel vino contribuì non poco al processo di socializzazione di quelle collettività. Borgo Sabotino è nato così, dove prima c’erano solamente le baracche di operai e avventizi adesso stava nascendo un centro con tanto di dispensario, osteria e una scuola a sottolineare la volontà di mettere radici. Littoria da molti considerata il simbolo dell’Agro Pontino non era lontana e offriva tutto quello che si poteva desiderare ma quelle piccole realtà avevano il pregio di essere più vivibili. Per molti era come ritrovare ciò che avevano lasciato.

Nunzia in quelle occasioni incontrava spesso Mario e incrociando il suo sguardo non poteva fare a meno di sentire quel calore quasi insopportabile. Non era mai riuscita a cancellare quell’episodio né voleva farlo, non le dispiaceva aver scoperto di poter provare quei turbamenti.  Era solamente fantasia e tale sarebbe rimasta. Una volta avevano ballato insieme incoraggiati dal marito e avevano riso come dei pazzi quando lui, inciampando, l’aveva trascinata a terra e gli era finito sopra. Le risate avevano nascosto l’imbarazzo e il leggero affanno fu scambiato per fatica.

Mario era arrivato come tanti con la speranza di costruirsi un futuro. Il sogno era di diventare un giorno proprietario della terra che fino a poco prima era stata una palude maledetta. Mussolini era stato chiaro, lo aveva ripetuto in più occasioni e lui voleva crederci anche se suo padre era convinto che il fascismo fosse il male assoluto. L’agricoltura era importante per il futuro, era stata proprio una frase sentita a un comizio a convincerlo a fare quella scelta: le nazioni più solide sono quelle che contano il maggior numero di piccoli proprietari terrieri. La terra ai contadini …. sentiva ancora il tono del duce nel pronunciarla, il tono di chi sa quello che vuole. Era partito da Ferrara pieno d’entusiasmo e anche se l’impatto era stato ben diverso da quello che aveva immaginato non aveva nessuna intenzione di desistere. Soffriva il distacco dal suo paese ma non voleva pensarci. Non che avesse molto da rimpiangere, in particolare negli ultimi anni i mezzadri avevano visto peggiorare sempre di più le loro condizioni e dopo la morte della madre la famiglia si era divisa. La miseria prima e la politica poi erano state più forti della parentela. Rossi e neri. Poveri diavoli con poco presente e ancor meno futuro. A mancargli era soprattutto la bellezza della sua campagna, i suoi colori, gli alberi. Il Po dove tante volte era stato a pescare. Qui era quasi un deserto, “basta avere pazienza” si diceva.

Per fortuna era stato accolto bene dai marocchini, come venivano chiamati gli abitanti locali e lui non si offendeva quando veniva definito polentone, sapeva che i coloni venivano apostrofati in questo modo. Il suo carattere lo aveva aiutato: mai sopra le righe, sempre educato e pronto a dare una mano. I suoi vicini erano toscani, gente semplice: Luigi, Nunzia e il figlio Galeazzo. Per la verità c’era un piccolo esercito di cugini che ogni tanto vedeva lavorare nei campi, ma difficilmente si fermavano per la notte e anche in quel caso preferivano la stalla alla casa. Per ottenere l’assegnazione servivano nuclei famigliari appropriati, particolarmente numerosi. Non era però difficile mescolare famiglie e parentele, soprattutto se si avevano le amicizie giuste. Il lavoro non mancava oltre ai campi c’era il disboscamento, l’edilizia e gli scavi del canale. Un inferno, foreste impenetrabili, aria irrespirabile. La paura della malaria era ancora forte ma la fame e la miseria facevano più paura e poi le condizioni stavano migliorando. Erano stati assegnati fondi praticamente simili, una quindicina di ettari, una casa, una stalla e qualche attrezzo. Mario aveva convinto la sorella maggiore e il marito a unirsi a lui, se era lì lo doveva a loro, sia per la composizione del nucleo famigliare che per il legame della famiglia del cognato con Italo Balbo. A completare la famiglia tri putìn*1 e i due fratelli di Albano, giovani, ma già in grado di cavarsela, sia nei campi che con le bestie.

A farlo soffrire era stato il rifiuto categorico del padre che non avrebbe mai lasciato la sua terra e tanto meno avrebbe accettato qualcosa che puzzava di nero. Lo aiutò a caricare il carro con le poche povere cose che si sarebbe portato. Prima di salutarlo gli allungò il quadretto con la foto della madre che teneva sul comodino e il suo coltello da cui non si separava mai. Abbracciandolo non riuscì a trattenere le lacrime e gli sussurrò all’orecchio “Mi raccomando tua sorella che … so marì l’an sta gnanch in piè a puntlàral”.*2

La provincia ferrarese e l’agro pontino era quanto di più diverso si potesse immaginare, ma la vita non era poi cambiata molto: i campi, la stalla, gli attrezzi che avevano sempre bisogno di manutenzione. La giornata iniziava all’alba e non ci si fermava fino al tramonto e spesso anche oltre.

“I contadini sono uguali dappertutto.” 

Molte attività si facevano insieme agli altri coloni, quelli confinanti e vicini. Era stato facile legare, il bisogno di difendersi dalle ostilità degli abitanti locali aveva favorito questa solidarietà di classe. Non c’erano solo i maruchin*3 ad avercela con loro ma anche i braccianti, i boscaioli, gli scariolanti, i muratori. Insomma quelli che lavoravano a giornata e non avevano ottenuto l’assegnazione della terra. Per loro i coloni erano dei privilegiati e dei fascisti da cui guardarsi. Quasi mai però si superava il limite: parole acide, sguardi astiosi. Ogni tanto rimbalzava qualche insulto, poi si finiva per bere un bicchiere insieme. I vecchi ripetevano spesso che nemmeno Dio aveva creato il mondo in un giorno.

Nonostante questi problemi la vita aveva cominciato a scorrere, c’era stata la prima raccolta tra entusiasmo e sconforto. Le quantità erano davvero poca cosa, non bastavano nemmeno a sopravvivere. Serviva tempo dicevano gli agronomi e proprio per questo era stato previsto un contributo in attesa che la bonifica producesse i frutti sperati.

Il Fascio promuoveva molte iniziative, in particolare a Littoria, e anche i forestieri cominciarono a vivere quella realtà come la propria. Ogni tanto sentivi un veneto, un ferrarese, un marchigiano dire “qua da noi” nel proprio dialetto e capivi che, come diceva Benito: il popolo è femmina. A preoccupare però non erano soltanto i problemi legati al quotidiano. Anche in quei luoghi isolati cresceva l’angoscia per la guerra che tutti davano per imminente. Le poche notizie che arrivavano non lasciavano speranze e molti temevano di essere chiamati a imbracciare il fucile per conquistare l’Etiopia. C’era anche chi non vedeva l’ora, inebriati dall’idea dell’impero e della paga che non era male. Erano soprattutto quelli che lavoravano a giornata, i mezzadri scuotevano la testa, faticavano a capire, loro erano venuti fin qua per la terra e non avevano nessuna voglia di andare in Africa. Non si parlava quasi mai di politica, ogni tanto qualcuno che la camicia nera l’aveva indossata solo per fame inveiva contro il Fascio ma veniva subito ripreso, qualcuno temeva rappresaglie e molti sentivano invece di dover essere riconoscenti a chi gli aveva offerto quell’opportunità. “Se era per i socialisti eravamo ancora là a patire la fame.”

Eravamo nel 1935. La chiamata arrivò quando ormai si era illuso di essere stato risparmiato. Non era stata proprio una chiamata, era passato uno importante del Fascio di Littoria e guardandolo fisso gli aveva chiesto: “Di voi chi viene?”. Poche parole ma dal significato chiarissimo: noi vi abbiamo dato la terra, il lavoro e adesso … vediamo se avete il coraggio di tirarvi indietro.
 “Vengo io” disse Mario deciso.
Non aveva scelta, i fratelli erano giovani, la sorella era gravida ed era giusto che il marito le rimanesse accanto. A onor del vero Alieto, uno dei fratelli del cognato tentò di proporsi. Era pieno di entusiasmo, spesso imitava Mussolini, ascoltava tutti i suoi discorsi e lo sentivi spesso dire: “Un giorno anch’io …” ma i suoi 15 anni erano un ostacolo insormontabile.

Guardava il pozzo, il forno, l’orto curatissimo. Si chiedeva se li avrebbe rivisti. Le cose non erano andate come aveva sperato e anche senza la guerra non era più così sicuro di poter realizzare i suoi sogni. Non era dispiaciuto per tutta la fatica fatta in questi mesi, era felice di lasciare qualcosa a chi restava. Sperava che il cognato non mollasse, non si lasciasse prendere dallo sconforto anche se non ci contava molto. Se ci fosse stato suo padre allora si, lui non mollava mai, ma non osava nemmeno pensare a questa possibilità. “E poi chissà, forse torno presto, cosa vuoi che sappiano di guerra quei negri!”. Ma subito tornava a domandarsi perché dovevamo andare i Africa a rompergli le balle a quei negri. “Sarà vero che gli portiamo la civiltà ma non ce l’hanno mica chiesto …”. Non era mai stato attratto alla politica, anche lui come tanti andava ai comizi e a qualche adunanza ma si annoiava. Non si poteva certo definire un fascista impegnato anche se aveva sempre provato fastidio per l’atteggiamento ostile della sua famiglia nei confronti del Fascio e di Mussolini in particolare. Adesso però la frase di suo padre gli martellava il cervello: “Quello è un delinquente e ci rovinerà tutti.”

Era già scuro quando appoggiò la bicicletta al muretto davanti alla casa di Luigi. Era tutto buio, le finestre erano socchiuse ma dall’interno non veniva nessuna luce. Stava per andarsene quando Nunzia uscendo dal pollaio lo vide. L’imbarazzo era palpabile, era sola, il marito aveva dovuto recarsi in Toscana per i problemi di salute della madre e Galeazzo aveva insistito per accompagnarlo.
“Mi hanno chiamato, ero venuto a salutarvi.”
 La donna aveva ascoltato in silenzio e sembrava non avesse afferrato. Quelle parole l’avevano obbligata a fare i conti con cose che non aveva mai voluto considerare.
“In guerra?”
Non era una domanda, ma un grido anche se appena sussurrato. Per un attimo pensò con terrore che potevano chiamare anche Luigi. Si sentì un’egoista.

Restarono lì senza sapere cosa dire poi lo prese per mano. Il buio in casa era totale ma non avevano bisogno di luce. Mario stava per dire qualcosa, ma Nunzia gli mise una mano sulla bocca. Lo abbracciò con tutta la forza che aveva. Tremavano tutti e due. Successe tutto in silenzio, il ragazzo si muoveva in modo goffo, era intimorito ma le sue mani non smettevano di toccare quel corpo. Non aveva mai pensato potesse accadere, quella donna gli era sempre piaciuta e molte volte la notte quando non riusciva a prendere sonno pensava al suo viso e al suo corpo. Gli sarebbe piaciuto sposare una come lei. Adesso però era lì, si muoveva dentro di lei, i respiri si confondevano, le loro labbra si cercavano. Adesso provava sentimenti contrastanti. Nemmeno lei aveva molta esperienza, per anni si era limitata ad assecondare il marito. Il sesso era qualcosa di furtivo anche nella intimità del suo letto coniugale, momenti rubati al poco riposo che quella vita durissima concedeva loro. Si abbandonarono sfiniti dopo pochi minuti. Nunzia non provava vergogna, nessun senso di colpa, piuttosto si sentiva svuotata e incapace di qualsiasi movimento. Il pensiero corse alla prima volta che lo aveva visto, ai turbamenti, a quando lo spiava senza essere vista. Era tutto così lontano.

I sogni quando diventano realtà perdono spesso la loro magia.

Si rivestirono senza guardarsi. “Preparo la cena”. Pronunciò quelle parole con un tono normale come se non fosse successo niente. Mario cercò di ribattere ma Nunzia non volle sentire ragioni. Adesso era tutto diverso, lo guardava senza imbarazzo, senza quelle sensazioni che tante volte le avevano fatto abbassare gli occhi. Quelle emozioni a cui si aggrappava nei momenti difficili erano seppellite per sempre. La sua unica preoccupazione era per quel ragazzo che andava in guerra. Ogni tanto i loro sguardi si incrociavano senza dirsi niente. Mario si versò un bicchiere e guardando un punto indefinito del muro iniziò a parlare: “Una volta sono stato veramente felice.”
Raccontò di quando a Ferrara arrivò il Giro d’Italia. Era partito all’alba a piedi, era poi salito su un carro che lo aveva accompagnato per un lungo tratto. La città era in festa: gagliardetti, manifesti, banchetti con bevande e cibarie dappertutto. Il vero spettacolo però erano stati i corridori stravolti dalla fatica, ma con un’espressione di felicità che contagiava tutti. Non contava vincere, contava essere arrivati, aver dato il massimo. Era tifosissimo di Alfredo Binda ma in quel momento quasi se ne scordò. Gli sarebbe piaciuto provare quella sensazione, forse era proprio questo che era venuto a cercare in queste paludi. Non aveva mai raccontato quell’episodio, a dire il vero non se lo era mai raccontato. Solo adesso era riuscito a comprendere quel senso di libertà e al tempo stesso di angoscia che aveva provato. Guardò quella contadina con cui aveva appena fatto l’amore e gli sembrò di vederla per la prima volta. Lei provò a sorridere ma non ci riuscì, gli occhi si riempirono di lacrime. Avrebbe voluto stringerla forte ma restò immobile. Si era chiesto per tutta la sera perché l’avesse fatto, non trovava la risposta e questo lo sconcertava fino a farlo stare male. Per un istante l’aveva pure odiata pensando che fosse stato per pietà. Nemmeno adesso aveva trovato la risposta, ma non ne aveva più bisogno. Senza una ragione pensò alla data che aveva scolpito sulla base del pozzo il giorno dell’assegnazione. Istintivamente si palpò la tasca per accertarsi di avere ancora il coltello, lo estrasse: “Me lo ha regalato mio padre, non se ne separava mai. Lo porto sempre con me. Sono sicuro che mi porterà fortuna. Anche questa serata la porterò sempre con me …”. 

Stavolta riuscì a sorridere, un sorriso tenero: “Hai paura?”
Non rispose, si limitò a guardarla negli occhi fissandola, allungò il braccio e senza avvicinarsi le accarezzò il viso. Nunzia chiuse gli occhi e quando li riaprì stava già aprendo l’uscio. Avrebbe voluto gridargli di stare attento ma rinunciò pensando che era una frase stupida, inutile, senza senso. Avrebbe voluto riflettere su ciò che era successo ma la mente sembrava rifiutarsi. Forse voleva solo un ricordo da conservare, forse voleva restituirgli uno dei momenti di felicità che lui inconsciamente le aveva regalato. Forse …

Il vuoto di quella casa aumentava la sua ansia, non si era mai chiesta come avrebbe reagito se fosse rimasta sola, la sua vita era talmente misera che non aveva mai considerato che potesse esserci qualcosa di peggio. Lo sguardo cadde sugli scarponi da lavoro di Luigi e si sorprese di quanto le mancasse. Uscì in cortile, faceva freddo ma l’aria pungente le procurava sollievo. I colori della notte erano carichi di sfumature, la luna non era di buon umore e tendeva a nascondersi. Il cortile si popolava di ombre. Si sentiva serena, stranamente leggera. Mentre rientrava rivolse uno sguardo a quella terra che sembrava godere del riposo dei suoi guerrieri e per la prima volta la sentì sua. Pensò a Galeazzo, forse lui avrebbe conosciuto quel mondo che lei aveva solo sognato ma scacciò con fastidio quel pensiero. Anche per lei, per loro, doveva esserci qualcosa di meglio. Aveva ancora voglia di lottare ed era per questo che erano venuti in Agro Pontino. La terra promessa.

   *   *   *   *   *
*1  tre bambini.
*2. Mi raccomando tua sorella che suo marito non riesce a stare in piedi nemmeno a sorreggerlo.” Un modo di dire in dialetto ferrarese per sottolineare la mediocrità di una persona o la sua salute precaria.
*3 marocchini: un modo per apostrofare la gente del sud.

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nota dell’autore
Leggendo questo racconto qualcuno avrà pensato a CANALE MUSSOLINI di Antonio Pennacchi. In realtà quando l’ho scritto non avevo ancora letto il libro, confesso che dopo averlo fatto ho aggiunto  qualche sfumatura, qualche pennellata. La voglia di scrivere su questo argomento mi è venuta sfogliando una ricerca del Centro Documentazione Storica del Comune di Ferrara: IL CONTRIBUTO DEI FERRARESI ALLA REDENZIONE DELL’AGRO PONTINO, alla quale ha collaborato una mia amica. Ho cominciato leggendo qualche articolo dell’epoca, documenti d’archivio, ecc. Mi sono appassionato e ….

31 agosto 2012


3 commenti:

  1. Una tenera storia d’amore e sullo sfondo un pezzo di storia recente, la bonifica dell’Agro Pontino. Due linee narrative che si intersecano e non si sa quale faccia da pretesto all'altra, anzi, lo si capisce dal tuo commento dell’importanza della parte storica e dell'impegno profuso a fornirci un quadro molto coerente dei fatti e del momento storico. E’ il pregio e al tempo stesso l’ostacolo in questo genere di racconti, che in taluni punti rischiano di diventare didascalici e assomigliare a un saggio sotto mentite spoglie. Io li preferisco perché almeno mi insegnano qualcosa piacevolmente altri, lo ritengono un difetto.
    In ogni caso mi è piaciuto, hai fatto un ottimo lavoro, complimenti.
    Ciao

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  2. Serenella Tozzi30 agosto 2013 11:14

    Lo trovo un racconto ben strutturato che riesce a trasmettere gli umori di quella gente che, da veri pionieri, fra speranze ed incertezze, si era avventurata verso un avvenire sconosciuto.
    Momenti drammatici, coinvolgenti ed interessanti, che fanno parte della nostra storia.

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  3. Proprio un bel racconto di quelli tosti.
    Piaciuto un sacco.
    Marco

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