domenica 29 settembre 2013

Giorgio Caproni - Luciano Erba - Angolo della poesia - Settembre 2013

ALBA

Amore mio, nei vapori di un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rifresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?... Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse
di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte,
qui, col tuo passo, già attendo la morte.

Dal blog poesia e scrittura di Giuseppe Porreca

Questa poesia è contenuta ne Il passaggio di Enea (1956). Lo stile è malinconico, la scrittura di versi fitta, senza pause, come se l’autore volesse dire in fretta quel che ha nell’animo, prima che la morte giunga o che tutto finisca. In questa poesia è presente la sua idea di sonetto “monoblocco”, mentre la fluidità del verseggiare è resa utilizzando ampiamente gli enjambement.
Il senso della fine incombente appare spesso nelle poesie di Caproni. La morte si palesa prima nella figura della fidanzata scoparsa precocemente, Olga Franzoni; più tardi, negli anni ’50, sarà presente la madre, Anna Picchi, cui Caproni dedicherà gli splendidi Versi livornesi presenti ne Il seme del piangere. Sarà un ricordo privo di retorica, affatto melodrammatico, eppure vivido, non occultato dietro forme ermetiche o, peggio, dietro un inutile pudore…





La Grande Jeanne

La Grande Jeanne non faceva distinzioni
tra inglesi e francesi
purché avessero le mani fatte
come diceva lei
abitava il porto, suo fratello
lavorava con me
nel 1943.
Quando mi vide a Losanna
dove passavo in abito estivo
disse che io potevo salvarla
e che il suo mondo era lì, nelle mie mani
e nei miei denti che avevano mangiato lepre in alta montagna.

In fondo
avrebbe voluto la Grande Jeanne
diventare una signora per bene
aveva già un cappello
blu, largo, e con tre giri di tulle.


Luciano Erba (Milano, 18 settembre 1922 – Milano, 3 agosto 2010)

Dopo l’esordio nel 1951 con la raccolta Linea K per Guanda, seguirono negli anni Cinquanta opere come Il prete di Ratanà per Scheiwiller, fino alla raccolta Il male minore pubblicata da Mondadori nel 1960, che raccoglie parte della prima produzione del poeta. 

Vennero nei decenni successivi altre importanti raccolte come Il nastro di Moebius uscita per Mondadori nel 1980, Il tramviere metafisico per Scheiwiller nel 1987, L’ippopotamo (Einaudi 1989) e L’ipotesi circense (Garzanti, 1995), fino alla pubblicazione più recente, Negli spazi intermedi (Scheiwiller, 1998) e all’Oscar Mondadori che raccoglie le Poesie 1951-2001, a lui dedicato nel 2002.
Stilisticamente, Erba si può dire che abbia ripreso la lezione di Jacques Prévert, tenendosi ad equa distanza da neorealismo ed ermetismo. Di conseguenza mantenne uno stile apparente semplice, leggibile, ma al tempo stesso raffinato e sottile. Fu coautore con Piero Chiara dell'antologia di poesia contemporanea Quarta generazione (1954). È considerato uno dei maggiori poeti italiani ed europei del secondo Novecento tanto che in occasione degli ottant'anni gli venne tributato un prestigioso omaggio tramite un'antologia di inediti di ottanta tra i maggiori poeti viventi.


Da “IL PRETE DI RATANÀ” (All’Insegna del Pesce d’Oro, 1959)

GLI IREOS GIALLI

I ragazzi partiti al mattino
di giugno quando l'aria sotto i platani
sembra dentro rinchiudere un'altra aria
i ragazzi partiti alla pesca
con un'unica lenza ma muniti
di un paniere ciascuno a bandoliera,
in silenzio ora siedono sul filobus
arrivato veloce al capolinea
e il sogno rifanno che Milano
abbia azzurre vallate oltre il Castello
dove saltino i pesci nei torrenti.
Sui prati rimane un po' di nebbia
la tinca nella sua buca di fango
ricomincia a dormire. Mattiniera
la carpa perlustra attorno ai bordi
di un tranquillo canale. La carpa
è astuta e non abbocca mai.
I pescatori non avranno fortuna. Ma
risalendo i canali e le roggie,
di prato in prato, di filare in filare,
arriveranno i ragazzi dove è fitta
la verzura dei fossi, dove gialli
sono i fiori degli ireos e come spade
le foglie tagliano fresche correnti
sotto l'ombra dei salici,
Arriveranno fino ai fiori lontani
i pescatori senza ventura
i ragazzi in gita nella pianura!


Da “IL PRATO PIÙ VERDE” (Guanda, 1977)

GLI ANNI QUARANTA

Sembrava tutto possibile
lasciarsi dietro le curve
con un supremo colpo di freno
galoppare in piedi sulla sella
altre superbe cose
apparivano all’altezza degli occhi.
Ora gli anni volgono veloci
per cieli senza presagi
ti svegli da azzurre trapunte
in una stanza di mobili a specchiera
studi le coincidenze dei treni
passi una soglia fiorita di salvia rossa
leggi "Salve" sullo zerbino
poi esci in maniche di camicia
ad agitare l’insalata nel tovagliolo.
La linea della vita
deriva tace s’impunta
scavalca sfila
tra i pallidi monti degli dei.


Le giovani coppie

Le giovani coppie del dopoguerra
pranzavano in spazi triangolari
in appartamenti vicini alla fiera
i vetri avevano cerchi alle tendine
i mobili erano lineari, con pochi libri
l'invitato che aveva portato del chianti
bevevamo in bicchieri di vetro verde
era il primo siciliano della mia vita
noi eravamo il suo modello di sviluppo.


10 commenti:

  1. Mi è venuto un attacco di epilessia.
    Ora stanno rianimandomi.
    Il medico dice che leggere certe poesie fa male...
    *** ( rogge o roggie? ) ***
    SID

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    1. Si scrive "rogge".
      Le c e le g mantengono la i se sono precedute da vocale. Ci sono due sole eccezioni: provincia e ferocia che si dovrebbero scrivere provincie e ferocie per la loro etimologia latina (cioè per il valore sillabico della i). Ciò nonostante per il plurale di provincia è molto diffusa anche la forma province, anche se meno esatta.
      Bisogna inoltre tener conto che quando le terminazioni -cia e -gia hanno la i tonica, cioè accentata, questa i rimane ovviamente in ogni caso: farmacìa, farmacìe, bugìa, bugìe, nevralgìa, nevralgìe.
      (da Aldo Gabrielli - Di dice o non si dice? -)

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    2. Non avevo dubbi, dopo tanto studiare.
      Le licenze poetiche a volte servono per coprire i propri svarioni.
      ...Si dice, ma non si dice... ( per il nostro Erba ).
      Appassionata/mente, Sid.

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  2. Ho controllato il testo "Poeti italiani del novecento" della Mondadori ed effettivamente rogge è scritto con la i. L'autore è un illustre letterato, evidentemente si sarà concesso una licenza poetica.
    Avrei scommesso la camicia che le poesie di Erba non rientravano nei parametri e nei vostri gusti, e fate bene a palesare le vostre perplessità, ma io ci andrei piano prima di fare tanto gli schizzinosi, perché se questo non è il meglio che offre il secondo novecento italiano, poco ci manca.
    Non muori Sid, non ti preoccupare, fai un bel sospiro e vedrai che ti passa, magari hai mangiato pesante. ;-)))
    Se mi piacciono o meno queste poesie è irrilevante, io ne capisco poco e non ho le vostre certezze, cerco solo di arricchire le pagine di questo blog. Poi se non vi piacciono però fate benissimo ad esprimere il vostro parere, ci mancherebbe altro. Io non mi offendo, mica le ho scritte io.

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    1. Da noi si dice < nel paes dei orb i fa fortùna i sguers > ( nel paese degli orbi fanno fortuna gli sguerci ).
      Trasponendo, nel disastro poetico contemporaneo anche i peggiori trovano posto e allori.
      Fai bene a pubblicare questi < mostri > letterari: perlomeno ci confermano in quale baratro siamo precipitati.
      Alla mia età se non avessi delle convinzioni dovrei spararmi...
      Sid

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  3. Dimenticavo...
    Giovani coppie, l'avessi scritta io ne sarei davvero orgoglioso.

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  4. Questa poesia di Caproni non è la prima volta che la pubblichiamo ma è sempre bella. Interessante anche l'analisi che segue di Porreca.
    Complimenti un ottimo post.

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    1. Ne approfitto per trascrivere questa poesia-invocazione di Giorgio Caproni ( 1912-1990) da << Le pensatine dell'antimetafisicante >>, nella quale esprime una profonda meditazione di pensiero su un tema forse comune a tanti.

      " Il Dio-nulla.

      Un'idea mi frulla,
      scema come una rosa,
      Dopo di noi non c'è nulla.
      Nemmeno il nulla,
      che già sarebbe qualcosa.
      E allora, sai che ti dico io?
      Che proprio dove non c'è nulla
      - nemmeno il dove-
      c'è Dio ".

      Siddharta

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  5. Bravo Sid...
    E allora mettiamoci anche queste

    Lo stravolto
    da Il muro della terra, 1975

    "Piaccia o non piaccia!"
    disse. "Ma se Dio fa tanto",
    disse, "di non esistere, io,
    quant’è vero Iddio, a Dio
    io Gli spacco la Faccia".


    Preghiera d’esortazione o di incoraggiamento
    da Il muro della terra, 1975

    Dio di volontà,
    Dio onnipotente, cerca
    (sforzati), a furia d’insistere
    − almeno − d’esistere.


    Pensiero pio
    da Il muro della terra, 1975

    Sta forse nel non essere
    l’immensità di Dio?


    Professio
    da Il muro della terra, 1975

    Dio non c'è,
    ma non si vede.
    Non è una battuta: è
    una professione di fede


    Deus absconditus
    da Il muro della terra, 1975

    Un semplice dato:
    Dio non s'è nascosto.
    Dio s'è suicidato.

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  6. Caproni, cosa sei, anzi cosa eri purtroppo. Oh mia intramontabile passione!

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