domenica 22 settembre 2013

GRAND CANAL HOTEL - Racconto di Sergio Boldini


23/09/2013
etichetta: la stanza di Sergio Boldini


Grand Canal Hotel

 Il salone era pieno di gente. I tavoli bianchi di ricami. Posate rilucenti. Candele accese. Due grossi lampadari con le gocce di Murano penzolavano dal soffitto come alberi di Natale capovolti. Sulle pareti grandi quadri con le cornici dorate: laguna al tramonto, Canal Grande, piazza San Marco, le calli.
   Il tavolo apparecchiato per due. Rumore di sedie spostate. Marlène con le spalle alla sala. Lucia di fronte, la schiena al muro tappezzato di rosa. Le mani allungate sulla tovaglia a cercarsi. Dita nervose, strette, quasi a far male.
 «Lucia, tesoro, io… »
«Sei bella Marlène, bellissima e io ti amo.»
«Dio mio… dimmelo ancora.»
«Ti amo, ti amo, ti amo.»
«Oh, Lucia, cara… sì, anch’io ti amo, sono felice, mi sento così… così strana, innamorata. Stringimi la mano, ho di nuovo voglia di baciarti, di guardare il tuo corpo. Non riesco a crederci.»
«Marlène, non voltarti. Dietro di te c’è una coppia come noi. Due uomini. Quello di fronte a me è giovane, sui trentadue, biondo, occhi verdi, bello. L’altro è bruno, sembra più anziano. Si tengono la mano.»
«Come, così?»
«Si, nello stesso modo.»
«Ma noi siamo donne.»
«Già, donne, donne in amore.»
«Dici che si vede?»
«Che siamo innamorate?»
«Si.»
«Beh, non ci vuole molto a capirlo.»
«Cosa fanno? Si guardano? Si parlano?»
«Si, quello biondo ci ha osservate. Mi ha anche sorriso, di certo ha capito. Probabilmente sta dicendo al compagno le stesse cose che dico a te. Mentre parla lo fissa, gli brillano gli occhi.»
«Dio, Lucia… mi gira la testa, sono ancora confusa.»
«Sei pentita?»
«Pentita? Oh, no… tesoro, no, non è questo. È scoprire di desiderarti, di pensarti, di volerti tenere stretta, fare l’amore, scoprire che il tuo corpo mi eccita e il solo pensarti mi trasmette un erotismo nuovo, intenso, completo, così, da un giorno all’altro, dopo tutti questi anni insieme. Oh, Dio, è incredibile e dolce, non riesco neppure a rendermene conto, è talmente bello che… »
«Marlène, amore, quanto ti ho desiderata. Quando ti stavo vicina, a volte la voglia di toccarti era così forte che dovevo mordermi un labbro o conficcarmi le unghie nel palmo della mano. In quei momenti odiavo il mio corpo, i sensi, la passione che mi struggeva. Ti amo, Marlène, ti amo da morire.»
«Smettila tesoro, ho le lacrime agli occhi, mi sembra di soffocare.»
   Si alzarono quasi contemporaneamente. Le due donne e i due uomini. Il tempo di un mezzo giro. Un’occhiata appena. Il cuore impazzito. Imbarazzo. Ecco, è fatta. Una di fronte all’altro: moglie e marito. Così, sul palmo del destino. Un attimo solo. Un pensiero che nasce e già muore. Quasi un sollievo, la fine di un giorno, di un anno, di una vita intera. E gli occhi spalancati, sorpresi, perduti. Il cuore come le salve di un cannone.
   Poi…


Lei.
   Sì. Doveva farlo. Doveva lasciarlo. Cos’è che aveva causato quella rottura? Erano stati piccoli passi, gesti impercettibili di noia e di rabbia. Sì, rabbia. Rabbia per un malessere che confonde il tempo e ti passa sopra come una sferzata, innervosisce e ti cambia. Sì, cambiare. Era cambiato tutto. Il lavoro, la casa, gli amici, le vacanze. Restare insieme, una birra appoggiati al balcone a contare le stelle e sognare di non morire e baciarsi e sorridere e accorgersi di non farlo più ormai da mesi. Diverso. Come voltare la pagina di un libro, indossare un altro vestito. Anche la musica, quasi che una nota si fosse persa e quella canzone ascoltata, ballata e ripetuta si fosse trasformata in una litania uggiosa. Eppure i ricordi sono dolci, luminosi. Tanti. Era maggio. La chiesa splendeva. La gente a gruppi, qua e là, con l’abito nuovo e la sigaretta in mano, sul sagrato già macchiato di colori. Lo strascico bianco nell’aria e nel sole. Una voglia matta di piangere, di ridere, di correre. Dio, l’emozione. Com’ero felice. E gli anelli, l’incenso e lui, lo sposo, alto, bello, la voce forte, un “sì, lo voglio” che corre nell’eco attraverso le arcate, il bacio sotto al velo sollevato. Quel sapore in bocca che non andrà più via. Il suo viso, gli occhi. Un tuffo nel blu. Fermatemi il cuore!
  Da soli, nudi sul letto. Le lenzuola stropicciate, la testa appoggiata al suo petto.
«Mi ami?»
«Ti amo.»
«Quanto?»
«Tanto.»
«Tanto quanto?»
«Quante stelle riesci a contare?»
«Più di mille. Davvero, lo giuro, no, di più, si, tremila, quattromila… cinquemilatrecentoventidue.»
«Così tante?»
«Si, guarda, le segno con il dito, così, fin dove riesco ad arrivare, a vederle.»
«Il mio bene comincia da lì.»
«E copre tutto il resto del cielo?»
«Copre anche te, così.»
   Tenero. Il giorno di un parto prematuro. Sentirlo vicino, commosso, quasi un bambino. O una sera d’estate. Il rumore del mare. Un cielo fatto di buio e di mille occhi come spicchi d’argento. I versi recitati di una poesia sconosciuta e già dimenticata. Tutto sprecato. Andato. Nascosto chissà dove. Quando sbiadirà il colore dei ricordi? Lei… lei dorme ancora. Sta rannicchiata con le mani tra le ginocchia. La sua pelle è calda. Ha il profumo delle spezie d’oriente. Mi piace starle accanto, sentirla respirare. Ha un viso dolce. La bocca… Dio, Dio mio, quando è cominciata questa storia? Un pomeriggio d’estate. Sì, adesso ricordo.
«È finita, Lucia, finita, capisci?»
«Non fare così, Marlène. Perché finita? Come fai ad essere così sicura?»
«Lo sento, lo vedo, non comunichiamo più, mi sfugge.»
«Sarà un po’ stressato. Il lavoro, il laboratorio.»
«Non c’entra il lavoro, è lui, è cambiato, non è più lo stesso, conosco il suo modo di fare.»
«Pensi che… sì, che ci sia un’altra donna?»
«Non lo so, io… sì, forse, non ne sono sicura, ma i segnali sono quelli. Ho cercato di capire, di individuare una ragione, non lo so, Lucia, non lo so.»
«È diventato scontroso? Nervoso?»
«No, è solo che non parla, non ascolta e… è due mesi che non abbiamo rapporti, che non mi tocca, io non ce la faccio più.»
«Ti pesa così tanto? Non avere rapporti, voglio dire.»
«Sì, mi manca, mi mancano le carezze, a volte… »
«A volte?»
«Mi… mi tocco da sola, fino a stordirmi, non so se… »
«Sì, capita anche a me.»
«Ma tu… tu sei sola. Sì, insomma, tu non sei innamorata, non ti mancano le carezze di un lui.»
«Come fai a dirlo? Non sai neppure se ho qualcuno, se sono innamorata, se… »
«Oh, Lucia, davvero sei… »
«Beh, è una cosa difficile da spiegare.»
«Ma è bellissimo. Non pensavo che tu… »
«Cos’è che non pensavi?»
«Beh, che tu fossi innamorata di qualcuno, non me ne hai mai parlato, non ti sei mai confidata. Io lo faccio, lo faccio sempre, anche adesso. Ti voglio bene.»
«Forse è proprio per questo.»
«Per questo cosa?»
«Perché mi vuoi bene.»
«Non capisco.»
«Non voglio che tu capisca, voglio che tu sia felice. Vieni qui tesoro, stenditi, togliti l’accappatoio, ti faccio un massaggio. Sono sicura che dopo ti sentirai meglio, cerca di rilassarti, passerà, vedrai.» 
   Non ci ho neppure pensato. Ho lasciato cadere l’accappatoio. Ecco, il mio corpo nudo. Il brivido che mi ha attraversato la spina dorsale. Le mani. Sono state le sue mani, le sue dita. L’ho sentito subito, come le ha appoggiate sulla mia schiena e mi ha sfiorato la pelle.  Un calore in tutto il corpo, come non avevo mai provato. Difficile dire, ho chiuso gli occhi. Ancora non capivo. Pensavo: se davvero… se mi desiderasse, se non avesse mai avuto il coraggio di confessarlo, se mi amasse, se… sì, è in quel momento che ha preso ad accarezzarmi. Un tocco leggero, caldo. Mi ha sorpresa e mi… mi piaceva. Avevo voglia di… Cristo Santo, mi sono anche vergognata di pensarlo. Avevo paura che se ne accorgesse. No, avevo paura che smettesse. Dunque era vero? Possibile? Non mi sono mai resa conto di nulla. Non ho mai avuto l’impressione di… Dio mio, ricordo quella sensazione, il gusto di sperare, di indovinare una carezza. Ho avuto paura, tanta. Ho persino cercato di immaginare qualcosa di diverso, distrazioni. Invece mi sono lasciata andare. Lei ha percepito il mio tormento, ha perso il controllo, ha cominciato a baciarmi la schiena, le natiche, le cosce. Ancora carezze. Più intime. Ed era la prima volta. Non era mai successo, neppure un tentativo, un accenno. Non riuscivo a muovermi. Continua, ti prego, pensavo. Non avrei mai creduto di poter… eppure ero in preda a una voglia isterica e sensuale, uno struggente desiderio di farmi toccare. Toccare da lei. Quando mi ha chiesto di girarmi mi sono sentita persa. Ero bagnata tra le gambe e le lacrime mi rigavano le guance. Ho chiuso gli occhi. Mi sono offerta. Ho sentito le sue labbra sulle mie. Leggere. Calde. Non ho neanche pensato di girare la testa o di guardarla, di dire qualcosa, non so cosa, una cosa qualunque, una stupidaggine. In quel preciso momento le sue dita sono entrate dentro di me. Sono scivolate come fossero impregnate d’olio. Mi è mancato il respiro. Il cuore a mille. Ho aperto gli occhi. E la bocca. La sua lingua mi è schizzata dentro. Ho alzato le braccia e me la sono stretta contro. Forte.
   Ecco, adesso la sveglio. Ho voglia di baciarla, di accarezzarla. Mi piace il suo odore. Quel gemito lieve che mi scuote la mente. La sensazione di sentirla mia, di essere sua. Completamente. Poi faremo colazione. Stanza 216, Grand Canal Hotel. Una gita a Venezia. Lei e io. Da sole. Ancora non ci posso credere. Magico. Stupendo. Decidere. Sì, forse domani. Lui non lo ha ancora fatto. Ha di nuovo mentito, lo sento.
«Venerdì vado a Stresa. Un congresso sulla genetica sperimentale.»
«Torni quando?»
«Domenica sera, credo. Non li sopporto più, mi pesa stare ad ascoltare, passare la sera a far finta di ridere. Le solite barzellette, le bottiglie di whisky, le occhiate nelle scollature.»
«Vuoi che ti accompagni?»
«No, vado via da solo. Grazie.»


Lui.
   Doveva trovare il coraggio di dirglielo. Non ce la faceva più ad andare avanti in quel modo. Da quanto erano sposati? Sei anni… una vita. Eppure erano stati bene insieme, un rapporto intenso: mille momenti, parole, sguardi, carezze. Sì, le carezze: dolcissime, piacevoli come brezze sulla pelle sudata. Lei era brava. Mi sfidava. Sdraiata sul divano, le gambe sollevate, la gonna arrotolata sui fianchi, i riccioli a macchiare la seta sempre bianca, come cespugli al di là di un muro spruzzato con la calce. Da mozzare il fiato. Il suo profumo. L’odore della pelle. Cos’era? Amore? Passione? Un uomo e una donna. Un lui e una lei insieme. Tante sere a guardare le stelle. Un bacio dietro l’altro. Il cuore gonfio per un parto prematuro. Una vita persa. Fosse nato quel bambino… chissà. Ricordi come schegge impazzite. Gesti di bambola lontani. Amicizie viziose. Lucia. Forse innamorata, sicuramente delusa.
«Non mi piace come ti guarda.»
«Chi?»
«Lo sai benissimo di chi sto parlando.»
«Stupido.»
«Non sto scherzando, si vede lontano un chilometro.»
«Ma si vede cosa?»
«Che ti porterebbe a letto più che volentieri.»
«Gianni, cosa ti salta in mente? Lucia è la mia migliore amica.»
«Ecco, appunto, sono sempre quelle.»
«Smettila, non dire cretinate, mi fai ridere.»
«C’è poco da ridere. Guarda che lo sanno tutti.»
«Ma sanno cosa? Chi? Adesso basta, figuriamoci, abbiamo fatto la doccia insieme, ci siamo scambiate i vestiti, i costumi. Abbiamo diviso il letto di un albergo cento volte e non è mai successo niente di quello che pensi, nulla di nulla. È il colmo, io e Lucia… »
«Tu no, lo so. Ma lei?»
«Gianni finiscila, questo discorso mi ha già stufata e seccata.»
«Va bene, d’accordo, però una cosa me la devi spiegare.»
«Se non è un’altra cretinata.»
«È tutt’altro che brutta, ha un bel corpo, come mai non si vede mai in compagnia di un uomo?»
«Perché quello di cui si era innamorata si è sposato con un’altra e lei è crollata, ha avuto una specie di esaurimento e non l’ha ancora digerita.»
«Se lo dici tu.»
«Si, lo dico io e dovrebbe bastare.»
   Bastare. Diceva che le bastava. Le cose che le facevo, quelle che le dicevo. Sono stato felice? Non so. Forse. Per il tempo di viverle accanto, conoscerla, scoprire il suo mondo tinto di rosa. Sono rimasto troppo a lungo a guardare il suo modo di essere donna. Osservata. Anche spiata. Perché? Cosa poteva insegnarmi lei? Ad amare forse? Ma come hai fatto a non capire? Come hai potuto? Era palese. Bastava fermarsi, pensarci un attimo. Qualcosa non quadrava. Il cambiamento. Sì, d’accordo, è stato graduale, lento, ma per Dio, costante, inarrestabile. Era evidente! Persino quando mi hai giurato un tradimento. Dio, la luce che avevi negli occhi. L’ho apprezzata sai. Si, avrei voluto vederla più spesso. Era un giorno di festa, la tua voce un po’ rauca.
«Perché non ci stendiamo sul letto?»
«Devo finire questo lavoro.»
«È una settimana che lavori a quella relazione e oggi è domenica.»
«Lo so, domani è lunedì e la devo consegnare.»
«E io?»
«Tu cosa?»
«Non esisto più io?»
«Da quando esistere è sinonimo di scopare?»
«Da quasi due mesi!»
«Smettila, Marlène.»
«Si, la smetto. Adesso mi vesto e me ne vado, esco, vado al parco, lungo il fiume, all’inferno, a cercare qualcuno che mi parli, che mi guardi, che mi ami anche.»
«Non essere ridicola… »
«Ridicola? E no eh! Lo giuro, guarda, questa volta sì, giuro che ti faccio le corna.»
   Invidia. Dio, quanta. Ecco, sì, invidia da vendere. Da non resistere. Tu che mi tocchi, mi guardi, mi baci. Tu che lo stringi, te lo strofini contro. E’ così che bisogna fare? Ti faccio male? Ti piace così? Parole, suoni. Dov’è? Dov’è la passione? Non l’ho mai vista disegnata sulle tue labbra o riflessa nei tuoi occhi. In quei momenti non c’è stato mai uno stupore, mai un sospiro. Non hai mai provato piacere nel toccare, nello stringere? Non hai mai sentito il cuore scoppiare nel sentirlo crescere tra le dita? E io impotente, deluso, senza nulla da far vibrare, stuzzicare, vivere. Le dita vuote, immerse qua e là, umide, odorose, ma senza anima né calore. Basta! Adesso basta. Voglio qualcosa da amare. Un germoglio, un seme, non importa, qualcosa che puoi vedere fiorire, puoi scoprire, cullare, accarezzare. Qualcosa che ti parli, che ti faccia capire di essere felice, che te lo mostri con un palpito, un gonfiore. Qualcosa che ti riempia le mani, che si accorga di te, che ti ringrazi per quello che fai, che ti benedica con un segno imperioso della sua soddisfazione. Sì, è così. Lo tenevo dentro chissà da quanto. Ecco, l’ho detto. Ecco perché: è un lui che volevo. Inimitabile, suggestivo, gratificante più di mille profumi; dolce, così dolce da versare lacrime sulla sua pelle e baci e carezze e ogni altra tenerezza. Un’altra vita. La mia. Quella vera. Solo questo, Marlène. Devo dirtelo, devi capirlo. Sì, forse mi odierai. Eppure ho cercato di aprirti gli occhi. Te l’ho portato in casa. Non ti sei nemmeno accorta di come lo guardavo, come lo desideravo.
«Tesoro, questo è Roberto, il mio assistente.»
«Ah, finalmente. Ero stufa di sentirne solo parlare. Si sieda, la prego… le offro un aperitivo, un Martini, uno scotch?»
   Io che lo guardavo. Gli occhi pieni di tenerezza. Tu che continuavi a non capire. Indifferente. Presuntuosa.
«Allora? Le piace il lavoro? Avere a che fare con lui, una specie di robot.»
«Suo marito è molto apprezzato.»
«Oh, lo immagino, un apprezzamento morboso.»
«Lei, lei non approva?»
«Approvare? Lei è sposato?»
«No.»
«Fidanzato?»
«Beh, ecco… non proprio.»
   Ti fissavo Marlène. Te lo gridavo: guardami, guardami gli occhi. Non vedi nulla? Non vedi un’altra luce? È impossibile. Non puoi non vederla. La passione, il desiderio. Sono loro la vita, quella che arricchisce l’anima, che ti toglie il respiro, che ti fa battere il cuore, che ti stordisce. Sì, lui mi soddisfa. Lo vedo, lo sento. Non può mentire. Mi riempie le mani, la bocca, il cuore. No, non chiedere nulla, non ha più importanza. Quando torno te lo dico. Preparo le valigie e via, per sempre. Sono stufo di raccontare palle: una riunione, una cena di lavoro, un congresso a Stresa. Venezia invece è stupenda. Meno male che ho telefonato. Avevano solo più questa camera libera. Ce n’era un’altra, ma è stata prenotata da due signore dieci minuti prima della mia telefonata. Guarda, guarda come dorme. Sembra un bambino. Il suo respiro è regolare. Di notte mi scalda, mi fa star bene. Ci frequentiamo da sei mesi, non ci conosciamo ancora, eppure… adesso è ora, devo svegliarlo.
«Roberto, Roberto, svegliati, è tardi, dobbiamo andare a visitare il Palazzo Ducale. Ordino la colazione.»
«Oooh… sì, ma che ora è? Dio mio, che dormita… Grand Canal Hotel… non c’ero mai stato, è bello, anche tu sei bello e bravo, come stanotte.»
«Tu sei stato bravo. E non solo questa notte. Vai, vai a farti la doccia… no, stai così, nudo, mi piace guardarti.»


Il salone era pieno di gente. I tavoli bianchi di ricami. Posate rilucenti. Candele accese. Due grossi lampadari con le gocce di Murano penzolavano dal soffitto come alberi di Natale capovolti. Sulle pareti grandi quadri con le cornici dorate: laguna al tramonto, Canal Grande…

13 commenti:

  1. Ben ritrovato caro Sergio, un ritorno sul blog molto gradito il tuo e con un genere di racconto nuovo e insolito per queste pagine. Ho parlato di genere anche se mi riesce difficile inquadrarlo, perché non è un rosa tra i più classici. Parafrasando il titolo di un romanzo che va ancora forte si potrebbe dire che il racconto ha sfumature sentimental-erotiche a tinte pastello. Non mi voglio sbilanciare oltre nel giudizio per non influenzare nessuno, ma sono curioso anch’io di sapere cosa ne pensano gli amici del blog. Aggiungo soltanto che la lettura non è semplicissima, districarsi tra dialoghi, pensieri, flashback e salti temporali improvvisi, richiede particolare attenzione. Insomma una lettura stimolante.

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    1. Caro Franco, come avrai avuto modo di capire, la mia continua ad essere una ricerca spasmodica concentrata sulla versatilità della scrittura, anzi, meglio dire dell'autore. Questo è un racconto datato che ha una storia particolare che non è il caso di raccontare. L'incipit era chiaro, motivare una scelta sessuale diversa a entrambi i protagonisti di un matrimonio. Le motivazioni hanno impronte differenti: semplice attrazione sensuale per lei, psicologica per lui. Il resto è casualità.
      Sì, forse difficile da leggere, quello che so è che scriverlo è stato faticoso. Molto. Sono curioso anch'io.
      Un caro saluto, Sergio.

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  2. Scrittura fluida e ...intrigante. Apprezzata la delicatezza con cui hai trattato i due amori omosessuali e la partecipazione emotiva che fuoriesce nel descrivere con tanta tenerezza le effusioni sentimentali di cui il racconto è pieno.
    I miei complimenti.

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    1. Grazie Salvo, un apprezzamento il tuo che ho gradito molto. È vero, ho cercato di dare forza alla tenerezza perché in certi casi le persone devono fare delle scelte drammatiche, a volte sconvenienti ma assolutamente libere. La sensibilità è un dono che bisogna valorizzare, sempre. Nel caso di specie andava descritta con maggiore puntiglio.
      Un saluto, Sergio.

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  3. Un terzo degli umani è omosessuale, dicono le statistiche.
    Il che mi sorprende:non pensavo così tanto.
    A me le effusioni tra congeneri disturbano anche solo a pensarle.
    Scontato quindi che il racconto l'ho letto a bocconi di traverso.
    E m'è sembrato forzato, tanto per cavalcare l'onda dell'attualità su di un tema che adesso
    tira molto ( perfino il Papa dice e non dice... ).
    Le descrizioni minuziose, ambientali e non, mi hanno fatto sempre incavolare.
    Sono un pessimo lettore al riguardo.
    Potevo esimermi dal commentare, ma ho ritenuto doveroso dire la mia per quanto poco valga.
    Sid

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    1. Il commento è sempre gradito, anche quando esprime un parere negativo. Purtroppo l'autore scrive la storia che ha in mente, non può certo accontentare tutti i lettori. Questo è un racconto scritto parecchi anni fa quando l'attualità aveva altri temi da tenere in evidenza. A volte la scrittura tocca corde che esulano dal profilo puramente letterario e il lettore dovrebbe saper scindere il gusto personale dal piacere di leggere. Cercare di entrare in un mondo diverso da quello che spesso consideriamo "normale" è sinonimo di cultura e non può che approfondire il libro delle proprie esperienze. Il fatto che, pur non condividendone le sfumature, si è arrivati al commento, è cosa che ritengo gratificante. Grazie.
      Un saluto, Sergio.

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    2. Ma guarda che non mi sono espresso contro l'Autore.
      E' il tema che non mi è congeniale per mia natura.
      E più forte di me.
      Vedo che hai pubblicato sei libri: complimenti. Forse li comprerò in e-book, dopo che avrò letto sul blog altro di tuo.
      Tra l'altro mi sei simpatico visto che mi sei conterraneo.
      Bresciana/mente.
      Sid

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    3. Credo si tratti di omonimia, il Sergio che conosco io è Torinese, ma qui nel web le identità non sono mai certe. Se avrà voglia sarà lui stesso a smentire, oppure a confermare. In ogni caso il nostro Sergio è uno scrittore di tutto rispetto e una persona in grado di sopportare anche qualche critica e tu hai fatto bene ad esprimere il tuo parere. Tuttavia mica ha torto quando dice che chi giudica, diciamo esprime un parere, deve saperlo fare andando oltre i propri sacrosanti gusti.

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    4. Avrai certamente ragione.
      Il suo libro < Sensualità > mi deve aver fuorviato.
      Attendiamo la smentita e maggiori chiarimenti sulla sua opera...
      Purtroppo i miei gusti in materia sessuale sono troppo radicati e non riesco a superarli: se a < loro > fanno schifo i rapporti eterosessuali, perchè io dovrei accettare quelli omosex ?
      Il testo in lettura è esplicito nei particolari e non li digerisco.
      Sono con Serenella sugli orientamenti.
      Sid.

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    5. Quanto alla mia origine sono torinese di nascita e di residenza. Il collegamento con Brescia in effetti c'è ma è legato alla mia compagna.
      Sugli orientamenti c'è poco da dire, ognuno ha i suoi. Si possono discutere, anche criticare, il fatto è che le convinzioni restano e difficilmente si cambiano. Però qui si tratta di un racconto e di una pagina letteraria. La si può contestare con argomenti legati alla scrittura, alla grammatica, alla punteggiatura, mai al solo gusto e alle convinzioni personali. Del resto se un autore scrive una storia sul razzismo non è detto che sia egli stesso razzista. Se la storia è buona e scritta bene la si deve leggere e apprezzare per la sua forma, la sua costruzione, la capacità narrativa dell'autore. Le proprie idee non devono investire la funzionalità di un racconto. Altro esempio può essere fornito dalla cinematografia, dal teatro, dalla fotografia. Se all'interno di una di queste arti viene rappresentata una scena, qualunque essa sia, un po' forte, la visione dell'intera opera verrebbe censurata? Credo proprio di no. Almeno questo è il mio pensiero.
      Un saluto.

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    6. Prendo atto delle precisazioni anagrafiche ( aveva ragione Frame ).
      E mi scuso per aver preso lucciole per lanterne...
      Sid

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  4. Lo trovo un po' confuso nella stesura: tutti quei riferimenti alla coppia nello stesso albergo, i vicini di tavolo, ecc., se uno della coppia era il marito della sua amica, come ha fatto Lucia a non riconoscerlo? e se non lo era, l'ambiguità del racconto lascia alquanto perplessi; così come nel dialogo fra marito e moglie non si capisce bene chi dice a chi, ossia se sia lui a parlare oppure lei. Insomma, da rivedere per me.
    Per quanto riguarda la descrizione dei sentimenti provati vi trovo molta sensibilità: uno scavare nelle sensazioni di entrambi i protagonisti; così come per le scene erotiche, riportate in modo realistico ma non fastidioso.
    Anch'io, però, come Sid, provo un certo imbarazzo verso certe manifestazioni al di fuori della coppia naturale, anche se ho comprensione per le condizioni di coloro che si trovino a vivere in quel contesto. Non approvo, invece, i gesti o le manifestazioni eclatanti o esibizioniste di taluni omosessuali.

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    1. Cara Serenella, può darsi che nella stesura del racconto mi sia sfuggita qualche anomalia e che le stesse abbiano creato confusione. Me ne scuso e, nel caso, vedrò di provvedere. Quanto però alla tua osservazione sulla disposizione delle persone al ristorante, Lucia è la sola che può vedere il personaggio che ha di fronte, l'altro, il marito di Marlene, è di spalle e non è riconoscibile. Marlene sta di fronte a Lucia e non può vedere chi le sta alle spalle.
      Il racconto non è dei più facili alla lettura, questo lo so. Credo anche che, vista la delicatezza e l'ambiguità del tema, la lettura vada fatta con particolare attenzione. Confesso di averlo riletto decine e decine di volte e ogni volta tagliavo una riga, sostituivo un aggettivo, aggiungevo una virgola. Continuerò a farlo con la speranza di renderlo più fluido e, soprattutto, più digeribile.
      Un ringraziamento per l'attenzione e un saluto.

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