lunedì 2 settembre 2013

Il mestiere del traduttore - Tradurre alla lettera oppure tradurre il senso? - Ernesto Pavese


Leggendo le traduzioni dei grandi scrittori 
stranieri s’impara a scrivere l’italiano?

O meglio, la lingua che troviamo in un testo tradotto in italiano, è la stessa che userebbe un italiano per scrivere un testo? E in particolare, di quale lingua italiana stiamo parlando?


 Quando si legge una traduzione, anche la migliore, è indispensabile mettere in conto una sostanziale perdita del sapore e della musicalità che l’autore ha impresso nel proprio scritto, dato che, inevitabilmente, non tutte le voci, i modi di dire e le costruzioni sintattiche trovano un perfetto equivalente nella lingua di arrivo. Assistiamo quindi a un generale appiattimento che non riguarda — nei lavori ben eseguiti — la ricchezza lessicale di partenza, bensì il colore che una determinata lingua riesce ad esprimere solo ai suoi parlanti — la sua essenza caratteristica, e pertanto impossibile da restituire fedelmente. Al traduttore, di conseguenza, non rimane che rendere il senso dell’opera, rimodellandolo su un italiano esclusivamente letterario, ovvero privo di influenze regionali o legate a un dialetto specifico, proprio per ragioni di fedeltà al testo originale.
Anche se è vero, infatti, che una buona traduzione non deve sembrare una traduzione, non è tuttavia concesso al traduttore di sostituirsi all’autore, imponendo la propria inflessione o stile, come invece spesso avviene nelle cosiddette traduzioni d’autore, tuttavia destinate, nella maggior parte dei casi, ai palati più raffinati — e spesso più affezionati al traduttore che non all’autore originale —, tanto da costituire edizioni speciali, in alternativa a quelle tradizionali più commercializzate ed eseguite dai veri mestieranti del settore — non meno dotati o creativi, ma tenuti alla suddetta fedeltà letterale, quindi semplici ambasciatori della penna originale. 
Ma in cosa consiste questo appiattimento, e cos’è che rende spesso artificiosa e riconoscibile una traduzione? Per rendere l’idea, basti pensare al doppiaggio di un film: anche l’orecchio meno allenato si accorgerà subito della distanza abissale tra la dizione perfetta e asettica dei doppiatori, e quella più naturale e imperfetta — appunto perché impreziosita da sfumature e accenti particolari —della lingua parlata. Nei dialoghi, inoltre, non di rado incontreremo forme del tutto inconsuete nel nostro linguaggio quotidiano, che ci appariranno forzate e poco realistiche, se non inverosimili.
Un’eccezione a quanto detto finora è riscontrabile nelle traduzioni da francese, spagnolo, portoghese, e in generale dalle lingue romanze, che in quanto cugine dell’italiano presentano maggiori affinità sia dal punto di vista sintattico che da quello lessicale, offrendo un catalogo più ampio di equivalenti.
Il paradosso, che ci riporta alla domanda iniziale, è che un numero sempre maggiore di scrittori italiani tende a emulare lo stile — ovvero costruzioni sintattiche e lessico — delle traduzioni dei romanzi anglosassoni, producendo così testi già in partenza impoveriti, e ripiegando su scelte linguistiche sempre più letterarie e sempre meno appartenenti al registro tipico delle proprie zone di provenienza: ovvero a una sorta di parlato — da non intendersi come tono colloquiale — che, anche mantenendo la correttezza formale, contiene sempre inflessioni regionali/dialettali che aggiungono colore all’altrimenti grigio italiano scolastico.
D’altro canto, lo stesso parlato tende a sua volta ad omologarsi secondo standard definiti da televisione e altri media, convergendo verso la lingua scritta — non bisogna dimenticare, a tal proposito, che quello che noi oggi chiamiamo italiano, altro non è che un recupero del fiorentino letterario del Trecento.
La lingua che incontriamo nelle traduzioni, pertanto, non è più così distante da quella utilizzata ab origine dai nostri stessi autori.
Va inoltre considerato che un testo più pulito ha maggiori possibilità di fortuna sia nel proprio paese che fuori; ne è una prova Calvino, il cui italiano, estremamente concreto e preciso — al contrario, per esempio, di quello di un Pavese, reso peculiare dall’apporto interno ma discretissimo di forme espressive regionali e dialettismi —, ha permesso ai suoi romanzi di essere, insieme a quelli di Moravia, tra i più tradotti all’estero.

(Ernesto Pavese)



TRADURRE ALLA LETTERA O TRADURRE IL SENSO

In Occidente la riflessione sulla traduzione si è fin dalle origini caratterizzata per l’opposizione tra il senso e la lettera. Citando Cicerone, Gerolamo (1993, 66) afferma nella Epistola LVII ad Pammachium, scritta alla fine del IV secolo d. C.

“nelle mie traduzioni dal greco in latino, eccezion fatta per i libri sacri, dove anche l’ordine delle parole racchiude un mistero, non miro a rendere parola per parola, ma a riprodurre integralmente il senso dell’originale.”

Alla traduzione della lettera del testo (una parola per una parola, cercando addirittura di rispettarne l’ordine) si oppone così la traduzione del senso (un’idea per un’idea). http://rivistatradurre.it/2012/11/i-quattro-problemi-del-traduttore-della-lettera/


Incipit famosi

CHECHOV

La morte dell'impiegato (versione trovata in internett)
Una magnifica sera un non meno magnifico usciere, Ivàn Dmitric' Cerviakòv, era seduto nella seconda fila di poltrone e seguiva col binocolo Le campane di Corneville. Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine, ma a un tratto il suo viso fece una smorfia, gli occhi si stralunarono, il respiro gli si fermò... egli scostò dagli occhi il binocolo, si chinò e starnutì.

Morte di un impiegato (versione di una vecchia edizione De Agostini 1983)
Una bella sera, lo stimabilissimo Ivan Dmitric’ Cervjakòv, usciere di tribunale, se ne stava seduto in una poltrona di seconda fila e assisteva, con l’ausilio di un binocolo, alla rappresentazione di Le Campane di Corneville. L’usciere si sentiva al culmine della felicità, ma a un tratto… Nei romanzi capita spesso d’incontrare questo «a un tratto» E i signori scrittori hanno perfettamente ragione: la vita è così piena d’imprevisti! A un tratto dunque, contrasse il viso, strabuzzò gli occhi, il respiro gli si fermò e…ecci! Insomma starnutì come avrete capito.

GOGOL

Il cappotto
In un ministero... ma è meglio non dire in quale. Non c'è nulla di più suscettibile dei ministeri, dei reggimenti, degli uffici e, insomma, d'ogni sorta di corpo burocratico. Al giorno d'oggi, ormai, ogni privato cittadino ritiene che in esso venga offesa tutta la società. Pare che molto recentemente un capitano di polizia…

Il cappotto
Nel dipartimento di… ma è meglio non dire di quale dipartimento si tratta. Non c’è nulla di più squallido dei dipartimenti, dei reggimenti, delle cancellerie, in una parola degli uffici di ogni sorta. Oggigiorno ciascuno sente che in lui viene offesa tutta la società umana. Si dice che poco tempo fa un capitano di polizia…

E.A.POE

A Descent Into the Maelström
We had now reached the summit of the loftiest crag. For some minutes the old man seemed too much exhausted to speak.
"Not long ago," said he at length, "and I could have guided you on this route as well as the youngest of my sons; but, about three years past, there happened to me an event such as never happened before to mortal man—or at least such as no man ever survived to tell of—and the six hours of deadly terror which I then endured have broken me up body and soul. (places/literature_poe.html#ixzz2dYG7fc44)

Una discesa dentro il Maelstroem
Avevamo raggiunto il sommo della rupe più elevata. E per qualche momento il vecchio parve troppo esausto per parlare. «Non è passato tanto tempo» disse alla fine «da quando io avrei potuto guidarvi su questa strada come il più giovane dei miei figlioli; ma circa tre anni or sono, mi capitò una avventura quale non è mai toccata a essere umano o almeno a essere che le sia sopravvissuto per raccontarla; e le sei ore di terrore mortale che ho passate allora, mi hanno rovinato anima e corpo.

Una discesa nel Maesstroem
Eravamo giunti ormai sulla vetta della rupe più elevata. Per alcuni minuti il vecchio tacque: sembrava ormai troppo esausto per parlare.
«Non molto tempo fa, - disse alfine, - avrei potuto guidarti lungo questo percorso come il più giovane dei miei figli, ma circa tre anni orsono mi successe un fatto, mai capitato a nessun mortale, - o per lo meno a nessuno che sia sopravvissuto  per poterlo raccontare, - e le sei ore di terrore che allora dovetti sopportare, mi hanno stroncato nel corpo e nell’anima.

MAUPASSANT

Une Partie de Campagne
On avait projeté depuis cinq mois d'aller déjeuner aux environs de Paris, le jour de la fête de Mme Dufour, qui s'appelait Pétronille. Aussi, comme on avait attendu cette partie impatiemment, s'était-on levé de fort bonne heure ce matin-là.

Una scampagnata
Da cinque mesi c'era il progetto d'andare a mangiare nei dintorni di Parigi, il giorno della festa della signora Dufour, che si chiamava Petronille. Sicché quella mattina, dopo aver aspettato la scampagnata per tanto tempo, tutti s'erano alzati prestissimo.

Una scampagnata
Da cinque mesi si erano proposti di andare a fare colazione nei d’intorni di Parigi, il giorno onomastico della signora Dufour, che si chiamava Petronille. Perciò, siccome quella gita era attesa con impazienza, tutti si erano alzati di buon’ora quel mattino.



8 commenti:

  1. E’ una domanda che mi pongo anch’io frequentemente di fronte a un libro, sto leggendo lo scrittore che ha firmato il testo oppure il suo traduttore? Non mi angoscia la cosa, per carità, tuttavia è interessante quanto dici. Certo quando leggi Sciascia o Pavese, sei sicuro che quel sostantivo non è un sinonimo, e quella virgola sta lì perché quello era il suo posto. In ogni caso da profano ho notato anch’io un livellamento generale nello stile della scrittura. E’ in atto un’omologazione verso una forma di linguaggio di stampo anglosassone: frasi brevi, concetti chiari, bando alle ciance, e cerca di far succedere qualcosa d’importante nelle prime cinquanta pagine altrimenti sei finito. Tuttavia, l’altra sera leggevo un racconto si Scott Fitzgerald, il diamante grosso come il Ritz, ebbene non è un capolavoro, ma ho letto una pagina stupenda che mi ha riconciliato con la bella scrittura, certo lo scrittore non è di primo pelo, nemmeno un contemporaneo… b’ forse per questo che scrive così bene, forse la proporrò qui sul blog, ma dovrei ricopiarla, mannaggia.
    Comunque complimentissimi per l’articolo che hai scritto espressamente per questo modestissimo blog, spero che questo sia soltanto l’inizio di una proficua collaborazione.
    Un saluto Franco

    ps:Interessanti anche gli esempi, molto esplicativi, vero?

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  2. serenella Tozzi3 settembre 2013 16:23

    Molto interessante questo inserto sul metodo di tradurre: una scelta di maniera che lascia spazio alle preferenze di ognuno.
    Io, devo dire, preferisco la traduzione "del senso".
    Nei nostri grandi traduttori credo che Vittorini tendesse ad avvicinare la visione ai lettori di arrivo anche attraverso tagli e manipolazioni del testo originale mentre, al contrario, Pavese tendesse ad una traduzione letterale, come del resto già sottolineato da Franco.
    Sono d'accordo: molto efficaci gli esempi riportati che ci danno un'idea della questione.

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  3. Invidio da sempre coloro che conoscono una lingua a tal punto da poterla tradurre a certi livelli naturalmente. Sento dire che è un mestiere difficile e solo in alcuni casi ben pagato. Ho sentito parlare di sette/otto euro a cartella e se si considera che per una pagina si può impiegare anche più di un'ora i conti sono presto fatti.
    Poi ci sono tutti quelli di madrelingua che oggi hanno tolto molto spazio ai giovani che volevano intraprendere questa carriera.
    Argomento interessante.
    Marco

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  4. Dei diversi testi in traduzione della Bibbia e delle religioni indoeuropee ( mi limito ad un esempio ), non uno è uguale all'altro.
    Non parliamo poi del cinese e del giapponese.
    Per me il dramma è la poesia, ne ho già parlato qui a proposito di Neruda: non leggo più opere straniere perchè stravolte dai traduttori.
    Il discorso è anche inverso: Tim Parks si è ficcato in testa di versare in inglese lo Zibaldone del Leopardi.
    Secondo me ne è uscito un bel pasticcio, atteso che già in italiano per certi versi è incomprensibile o equivoco.
    Non parliamo poi del Decamerone, della Divina Commedia , ecc. nella terra della < perfida Albione >.
    Ma vorrei concludere con le indagini statistiche circa l'alfabetismo socio- funzionale, non solo letterario.
    Nei Paesi comunitari prevale l'inglese, il francese resta stabile, in crescita il tedesco.
    L'inglese come lingua veicolare nel mondo rischia di frantumarsi in tanti inglesi diversi.
    Tant'è che il Regno Unito si difende con l'inglese doc, certificato da enti ufficialmente riconosciuti: l'Università di Cambridge, ad esempio, rilascia certificazioni ESOL ( 4 milioni di attestati annui - 150mila in Italia ) che stabiliscono i vari livelli di conoscenza linguistica.
    Della Francia conosciamo il protezionismo del passato.
    E l'italiano? Provate un pò a pensarci...
    Siddharta

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  5. Interessante il tuo intervento che, da lettore comune, mi suscita alcune riflessioni terra terra.
    Vero che alcune volte la traduzione può impoverire la ricchezza lessicale dell'originale, però è anche vero che, senza la traduzione di tante opere straniere, saremmo molto più poveri intellettualmente.
    Quando un romanzo mi appassiona sino alla fine, non mi chiedo se in ciò abbia influito, e in che misura, la traduzione: mi ritengo solo un fortunato per aver fatto una ulteriore scoperta.
    Per non far pendere la bilancia solo da una parte, accenno ora a un aneddoto che sconfessa quanto detto prima.
    Ad un corso sulla poetessa Wislawa Szymborska, il relatore ch'era uno studioso polacco residente da tanti anni in Italia, ha affermato che la versione italiana delle sue poesie, curata da Pietro Marchesani, non rispettava sempre il senso delle stesse.
    E ha portato alcuni esempi di traduzione propria che, in effetti, rendevano più profondo il contenuto dei versi.
    Meno male, mi dico però, che qualcuno l'abbia tradotta e ce l'abbia fatta conoscere, sennò cosa ci saremmo perso!
    L'augurio è che le traduzioni siano sempre migliori; nell'attesa godiamoci (seppure con qualche limitatezza da te accennata) la ricchezza contenutistica di autori che ci arrivano dappresso da tanti altri mondi (affascinanti anch'essi, come il nostro).

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  6. Grazie a tutti per i commenti stimolanti, e in special modo a Franco per il caloroso benvenuto e per avermi invitato in questa sua affollatissima (e animatissima) casa.
    In effetti, ognuno ha una propria opinione riguardo le traduzioni: D'Annunzio, per esempio, riteneva che distraessero (soprattutto in teatro) dal testo, lasciando sempre il lettore/spettatore col dubbio rispetto a come dovesse suonare la versione originale. Un aneddoto a riprova di quanto detto è che quando scrisse "La città morta" (in italiano), siccome si era accordato con la Bernhardt per farla rappresentare al Théâtre de la Renaissance di Parigi, pensò bene di farla tradurre dal suo amico Georges Hérelle senza che la cosa si risapesse, spacciando il lavoro finito per un testo scritto di suo pugno direttamente in francese (e senza nemmeno ringraziare il povero Hérelle, torchiato per settimana affinché terminasse la traduzione in tempo utile per le prove).

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  7. "Monti, poeta e cavaliero, gran traduttor dei traduttor d'Omero".
    Secondo me un buon traduttore deve essere un buon autore con, in più, la dote di sapere "scomparire". Non deve cioè sovrapporsi al testo. Deve capire che cosa e come il testo originale voleva dire e scegliere l'espressione, nella propria lingua, più idonea ad esprimere quel cosa e quel come.
    Altrimenti fa appunto come Monti che ha scritto appunto l'Iliade di Monti, non quella di Omero.
    Ciò detto, a mio parere è ovvio che leggere autori stranieri tradotti può aiutare la conoscenza dell'italiano perchè introduce nella nostra lingua idee e forme che sono nate altrove e siccome la lingua non è un ente rigido e fisso, ma dinamico, l'arricchisce.
    Ovvio, ci sono i rischi di "invasione" e il problema delle espressioni "intraducibili" - in effetti oggi e soprattutto nei linguaggi tecnici si tende a non tradurre nè ad adattare, con risultati a volte tra il tragico e l'esilarante.
    Al di là di questi eccessi, però, leggere autori stranieri aiuta.

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  8. Pensa che ai tempi ( molto lontani ) a scuola avevo studiato proprio sull'Iliade del Monti < Cantami, o Diva, del Pelìde Achille... >. In seguito ne persi il libro.
    Dopo anni comprai allora l'edizione NUE dell'Einaudi, ma quale sconforto: il testo tradotto non era più quello memorizzato.
    Quando si dice l'imprinting...
    Sul resto concordo anche con te ( oltre che con me... ).
    Antica/mente.
    Sid

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