venerdì 27 settembre 2013

il Post it di Rubrus - Stephen king - IL RE... E ME. ALCUNE PERSONALI OSSERVAZIONI SU STEPHEN KING


Come ha scritto (mi pare) Oreste del Buono, esiste qualche tenue possibilità che Voi non conosciate Stephen King. E' invece impossibile che Lui non conosca Voi.
Se non avete letto un suo libro, avrete visto un film tratto da uno di essi (peccato che il più delle volte siano vere schifezze), alle volte anche senza saperlo.


Sicuramente, qualcuno ve ne avrà parlato. Mi perdonerete, quindi, se,  da “consumatore” di narrativa e da autore dilettante di racconti del brivido lo faccio anch'io dividendo il presente intervento in più parti riguardanti:
A) le tematiche, ossia 1) il potere del desiderio ed il potere della narrazione 2) l’infanzia 3) il rapporto con le cose    4) la vita di provincia B) lo stile ed uno sguardo di insieme.

LE TEMATICHE
1) il potere del desiderio e il potere della narrazione;
Lo stesso King afferma (Danse Macabre) che tutta la narrativa fantastica, e forse tutta la narrativa, ruota attorno al concetto di potere: la cattiva narrativa narra di chi il potere ce l'ha e lo usa, quella buona di chi il potere lo conquista a caro prezzo, lo perde, o, comunque, ha con esso un rapporto conflittuale.
Coerentemente con questa premessa l'autore sottende, in quasi tutti i suoi scritti, che, appena sotto la superficie delle cose (o incommensurabilmente sopra di essa) agiscono forze spaventose, "fantastiche" nel senso più ampio del termine, che hanno strettamente a che fare col senso della vita e con le quali tutti dobbiamo fare i conti. La nostra incapacità, voluta o no, di rapportarci con questo mondo trascendente, allorché entriamo in contatto con esso, è la fonte dell'orrore.
La possibilità (anche se non la certezza) di salvezza è data dal potere dell'immaginazione, il quale si esprime, spesso, attraverso il racconto. King lo dice in maniera evidente, per esempio, in "La metà oscura": e' l'atto stesso del narrare ad evocare ed esorcizzare George Stark. E' il potere dell'immaginazione (e, in senso lato, della fede), a consentire di sconfiggere IT, oppure che permette ad Alan Pangborn di esorcizzare Leland Gaunt (il nome Gaunt è un omaggio a Lovecraft). E' sempre il potere del narrare e della memoria che riporta Lisey nel mondo alieno dove il marito viveva la sua doppia vita.
Nel più recente “Duma Key” la forma d’arte è la pittura, e non la scrittura, ad aprire le porte dell’Oltre (complice, come negli esordi de “La Zona Morta”, l’irruzione dell’imponderabile – l’incidente d’auto – che scardina le nostre certezze quotidiane), ma il discorso non cambia.
Ovviamente, questo potere ha un vasto lato oscuro e, quindi, è in grado creare, più o meno direttamente, dei mostri (l'infermiera di Misery, i fantasmi di Shining, il già citato George Stark, lo "Spilungo" di Lisey, etc.).
Parlare tuttavia di un sentimento religioso, in King, è eccessivo.
Senza dubbio non si può parlare di religione tradizionale od organizzata.
Il critico americano Edward Casebeer, citato da Massimo Introvigne, definisce King come uno “sciamano moderno” che, prosegue lo stesso Introvigne “Accompagna milioni di persone verso un incontro diretto con la morte, che in altri contesti tutti cercano di evitare. Come uno sciamano, insegna loro ad addomesticare la morte attraverso semplici rituali che riaffermano la fedeltà non a istituzioni complesse, ma alla famiglia o alla tribù. Ma si tratta di uno sciamano minimalista, che di fronte alla morte e all’orrore non presenta senza ambiguità la risposta religiosa tradizionale… né propone con chiarezza un’alternativa esoterica e gnostica come fa una Anne Rice. Suggerisce, al massimo, l’efficacia dei piccoli riti del quotidiano.”[1]
Credo che la prova più di questo atteggiamento stia nel finale di “It” dove il futuro scrittore Bill Denbrough si oppone all’entità malefica che dà il titolo al romanzo ripetendo, come un mantra, uno scioglilingua infantile. [2]
All’awe, al cosmic horror lovecraftiano, al wonder and terror di Fritz Leiber, al terror (contrapposto ad horror) della Radcliffe, insomma, a quella paura non disgiunta a meraviglia che segna la scoperta dell’insignificanza dell’uomo in mondo spaventosamente grande e incomprensibile, assai spesso ostile, assai spesso indifferente, King contrappone – quasi in una personale versione della poetica del “fanciullino” – il potere del microcosmo infantile.
E tutto questo ci porta al punto successivo.           
[1] Avvenire. Quotidiano di ispirazione cattolica, anno XXX, n. 20, 24-1-1997, p. 18.
[2] Stanno stretti sotto i letti sette spettri a denti stretti : si tratta in realtà di un omaggio al romanzo di Curt Siodmak “il cervello mostro”. 


2) l'infanzia;
I bambini, si sa, hanno molta fantasia. Essi, quindi, sono i soggetti privilegiati nel rapporto col fantastico. Gli adulti, a loro volta, per avere questo rapporto col fantastico, devono essere, in qualche modo "come bambini" (John Coffey de "Il miglio Verde"). Il tema, centrale in IT, si trova, magari accennato, anche in molti romanzi. Per esempio, in "Le notti di Salem", uno dei protagonisti un adulto, incontrato un vampiro, ha un infarto; un altro, un ragazzo, lo scaccia con una croce giocattolo. Idem per i protagonisti del Talsimano / la Sfera del Buio. Ovviamente, proprio per tale caratteristica, i bambini sono le prime vittime dell'orrore (Cujo, Pet Sematary, Mucchio d'ossa, Shining etc.) e, allo stesso tempo, l’unica possibilità di far fronte all’orrore stesso.
Come scrive lo stesso King, se ci sono migliaia di contadini medievali che credono nei vampiri ce n’è sempre uno, ed è probabilmente un bambino, il quale crede che un paletto di frassino ben appuntito possa ucciderli.
L’infanzia, in quanto luogo della formazione del mito, tempo e punto d’incontro di microcosmo e macrocosmo, è spesso direttamente il fulcro della narrazione, l’origine del problema, la fonte della soluzione.
Prendiamo un romanzo (pubblicato di recente, ma risalente ad anni fa) come “The Dome”. Sono dei ragazzi a scoprire il marchingegno che genera la misteriosa cupola che imprigiona la città. Determinante, ai fini della soluzione, è il recupero, da parte di uno dei personaggi, di un episodio dell’infanzia, episodio che, in qualche modo, riesce a metterla in contatto con l’entità aliena – anch’essa, in qualche modo, un bambino.
Come in molti altri romanzi, “tornando bambini” si può affrontare l’origine del male e vincerla o soccombervi (questo è il diverso destino che incontrano i coniugi Creed in “Pet sematary”). È una possibilità e l’esito non è scontato. Viceversa, la negazione del rapporto con l’infanzia porta, invariabilmente, al disastro.   
Gli esempi, però, potrebbero sprecarsi e quindi mi fermo qui.
Quello che mi preme evidenziare, insomma è che, con questo espediente (alle volte non disgiunto da una buona dose di psicologia spicciola) King risolve il problema della sospensione dell’incredulità e della introduzione, nel narrato, del soprannaturale.
Mentre un adulto non accetta quello che gli anni gli hanno insegnato a credere come impossibile, e il lettore, immedesimandosi con lui ed adottandone il punto di vista, incontra analoga se non maggiore difficoltà, un bambino, o un adulto che, in un certo qual modo, è o torna ad essere bambino, è assai più facilitato. Immedesimandosi in questo “fanciullo”, il lettore entra senza sforzo in questo mondo di wonder and terror e ne rimane prigioniero.

King risolve spesso così il problema della credibilità del “mostro” o del fantastico in generale. A differenza, per esempio, di Lovecraft, non ricorre ad una “più o meno oscura verosimiglianza scientifica”. A differenza di Poe ricorre raramente a personaggi allucinati o, in qualche bizzarro modo, ipersensibili o sopra le righe (come i protagonisti de ”Il gatto nero”, de “La caduta di Casa Usher” o de “Il cuore rivelatore”), né li colloca in contesti del tutto e palesemente immaginari. Come Poe, e a differenza di Lovecraft, King rende credibile l’incredibile non lavorando sull’oggetto, ma sul soggetto, tuttavia, a differenza di Poe, riporta i suoi personaggi e i lettori con loro ad un luogo ed un tempo nel quale tutto era nuovo e possibile.

 3) il rapporto con le cose:
Solo la patria del consumismo poteva produrre un autore che sa così bene descrivere il rapporto dell'uomo moderno con gli oggetti. Il tema è centrale in "Cose Preziose", che ruota tutto intorno ad esso. L'oggetto, meta del desiderio immaginato, e quindi del potere, assurge a feticcio, talismano, strumento di maledizione e di morte a seconda del modo in cui il potere si rapporta con esso. Si veda, per esempio, l'automobile in Christine (e in Buick8), il cellulare (tema poi, purtroppo, non sviluppato) in Cell, la macchina da scrivere in Misery od in un piccolo capolavoro come il racconto lungo "La ballata della pallottola flessibile", e così via.
Mi tocca, ancora una volta, tornare alla questione della credibilità e della sospensione dell’incredulità.
Un lettore non specificamente interessato al fantastico non verrà attratto da un racconto come “L’abitatore del buio” di Lovecraft (malgrado il fascino stregato del racconto) e credo che tutti, chiuso il libro, facciamo fatica a credere al Trapezoedro Lucente (per non parlare di Nyarlathothep).
Nessuno di noi, invece, ha bisogno che gli venga spiegato che cosa sia un cellulare, un’auto, una macchina da scrivere, un computer.
L’abilità di King sta per l’appunto nel mostrare il lato perturbante del quotidiano. L’autore inizia il racconto utilizzando concetti e oggetti che tutti conosciamo. Poi, gradualmente, ce li mostra in una luce del tutto particolare.
Grazie alla capacità descrittiva di King, il lettore sente parlare della propria casa, del proprio oggetto di uso quotidiano e diventa facile preda della narrazione.
Personalmente, poi, credo che il fascino dei romanzi stia nel fatto che, magari inconsciamente, leggendoli vediamo solleticato qualche segreto dubbio che ci rode: ho davvero pagato ciò che posseggo… oppure c’e ancora un rata assai salata? E per quanto tempo ciò che possediamo – ed a cui abbiamo così strettamente legata la nostra vita – sarà ancora nostro? Non è possibile che quel determinato oggetto ci si rivolti contro? Quanto di noi rimane, nostro malgrado e a nostra insaputa, in ciò che ci appartiene? (questa domanda è alla base di un bel racconto non horror sull’Undici Settembre: “Le cose che hanno lasciato indietro”).
La prova migliore di questo rapporto con le cose e della sua evoluzione (e, probabilmente, la dimostrazione che King è arrivato all’ultima fase della sua carriera) sta forse in un romanzo non pienamente riuscito come “Cell”. Qui, a mio parere, il lato perturbante di questo oggetto (la sua invadenza, la sua pervasività, la sua indispensabilità coatta) non viene sfruttato appieno. A parte l’utilizzo iniziale del telefonino come strumento (non voluto) di sterminio, il racconto vira poi verso una storia assai più canonica di “apocalisse da zombi” che deve molto ai film di Romero e termina con quello che credo sia uno dei peggiori finali kinghiani in assoluto.
Ulteriore prova di questa involuzione è data, nell’opera di King, da una clamorosa assenza: internet.
King è stato uno dei primi autori a scrivere un racconto solo per la rete (The plant) e certo sa sfruttare gli e book, ma internet non è affatto l’oggetto della narrazione. Compare, ovviamente, nei romanzi, ma non è un elemento della trama e non riveste per nulla il ruolo che auto ed altri oggetti hanno in altre opere. Il suo ultimo libro (non strettamente horror e forse un po’ strappalacrime) cioè “Joyland” si è avvalso solo, quanto a distribuzione, dei canali tradizionali e si svolge negli anni ’70 quando la Rete non c’era.
Insomma, è come se King, in questi suoi ultimi anni, si sia “disconnesso” da quel luogo dove crescono i neri miti che usa per i suoi racconti (tant’è che, nei suoi racconti macabri, il soprannaturale è assai meno presente).         
4) la vita di provincia:

'Salem's lot (uno dei primi romanzi) viene definita dallo stesso autore come "Peyton Place con i vampiri". Tutte o quasi le opere di King sono ambientate nei tranquilli paesi del New England, dove l'autore è nato ed abita. Si tratta ovviamente di villaggi immaginari (Castle Rock e dintorni, Derry), descritti con il rapporto odio / amore tipico di chi, in paese, ci è nato ed abita. Sovente, nei romanzi e nei racconti di King, il "ritorno a casa" è un viaggio agl'inferi, un ritorno fisico a quello stato originario, spesso coincidente con l'infanzia, di cui si è detto sopra ("A volte ritornano", "Salem's lot" "IT").
Ciò è oltremodo palese nel più recente “The Dome”, dove un intero paese viene intrappolato sotto una misteriosa, impenetrabile cupola.
Il romanzo, benché pubblicato un paio di anni fa, è degli esordi ed è, fuor di metafora, ciò che King fa con la sua Bangor. La analizza, la disseziona, la esamina fino a conoscerne tutti gli angoli, i segreti, i peccatucci, le dinamiche, gli slanci, le miserie.
In una nazione nata e cresciuta “on the road” andando ad ovest, King è ossessivamente legato al suo paesello e non riesce ad allontanarsene se non per brevi periodi e con esiti non sempre felici.
Con tutte le debite differenze tra i due autori, il rapporto che lega King al suo Maine è lo stesso rapporto che legava Lovecraft a Providence (sulla tomba di questo autore è scritto proprio “I am Providence”) ed al Massachussets. Se Lovecraft ha creato un Rhode Island ed un Massuchessetes immaginario dove si trovano Arkham, Inssmouth, Dunwich ecc. King ha creato uno pseudo – Maine dove si trovano Castle Rock, Derry, ecc.
Forse è eccessivo dirlo, ma questo ripiegamento su se stesso potrebbe anche essere inserito nel generale affievolimento della spinta espansionistica americana.
Finita la corsa all’ovest, la corsa all’oro, svanita la nuova frontiera kennediana (quella vissuta dal giovane King), in crisi e scricchiolante la svolta di Obama, forse gli Usa (nei quali, peraltro, la tendenza isolazionista è sempre stata presente) tendono a rinchiudersi nei propri confini (forse l’emblema di tutto ciò è il muro alla frontiera messicana).

Credo che, in qualche modo, il localismo di King sia espressione, sintomo e conseguenza di questa tendenza e, se ciò ha tanto successo anche da noi, periferia dell’impero, penso che dipenda sia dalla identità di immaginario creatasi tra noi e gli Usa sia dalla comune tendenza a erigere muri e arroccarsi in sé.

 5) colpevoli omissioni da parte dell’autore del presente  

Ci sono ovviamente altri temi (l'amicizia, il rapporto di coppia, la vita in carcere), ma quelli sopra, più o meno, sono presenti in tutte le opere.  



LO STILE
King stesso ammette di soffrire di "elefantiasi letteraria": scrive, scrive, scrive e, ovviamente, a volte, scrive troppo; un eccesso di chiose, descrizioni, parentesi, flashback, introspezioni, particolari, appesantisce lo scritto.
Il Re sembra amare in particolare due tecniche, che usa in modo quasi cinematografico: il flashback ed il rallenty.
La memoria è sovente l'espediente che King usa per dipanare la trama: ciò vale per i primi scritti (es. Salem's lot) per quelli di mezzo (es IT, Mucchio d'ossa) per gli ultimi (la storia di Lisey: un vero e proprio "lessico famigliare" in chiave horror).
Il rallenty sembra derivare da una consapevolezza: la parola scritta è sempre più lenta dell'immagine, quindi non può batterla sul suo terreno, ma su quello opposto: deve descrivere le cose che sfuggono all'occhio: i particolari, le minuzie, gli accidenti ai margini del campo visivo. E, spesso, in quei particolari c'è una comprensione più piena dell'evento.
Con gli anni, il mestiere, la tecnica di costruzione della frase, l’amore per il dettaglio tende a prevalere sull’idea, sull’immagine, sullo scatto narrativo e credo che ciò sia segno del progressivo inaridimento dell’autore.
Di questo però parlerei alla fine. 

IL (MIO PERSONALE) GIUDIZIO COMPLESSIVO

Dicono che King sia un re decaduto, e probabilmente, e' vero. Lui stesso lo ammette nell'introduzione della nuova edizione de "Le notti di Salem": non ho più le idee o la forza narrativa di un tempo. Del resto, dopo aver pubblicato il bellissimo "Mucchio d'ossa" dichiarò che non avrebbe più scritto. Se leggete "La storia di Lisey", troverete, incredibilmente, non poche debolezze narrative (es: il lettore fanatico - una figura già vista - brutalizza la povera Lisey?; bè, visto che non è possibile rivolgersi alla polizia - e perchè? - facciamolo fuori).
Ma insomma... vorrei ben dire: King ha scritto talmente tanto e, spesso, talmente bene, che si può giustificare il calo delle batterie.
Da più parti si è accusato King, in passato, di non sapere descrivere personaggi femminili convincenti, ma, dopo Dolores Claiborne, Rose Madder et similia, credo che lo scrittore abbia smentito efficacemente questa accusa.
Una critica tuttora in parte valida è quella di non essere uno scrittore originale.
In realtà, e non per difenderlo d’ufficio, anche perché non ne ha affatto bisogno, bisogna ricordare che King è un appassionato lettore di horror.
I suoi debiti verso Ray Bradbury sono notevoli  (basti pensare alla poetica dell’infanzia ed alla “mitizzazione”, in chiave marziana, del Midwest rurale, presenti in Bradbury) e quelli verso Richard Matheson ancora più grandi.
Qualcuno ha affermato, per esempio, che “Thinner / l’occhio del male” sia ampiamente debitore di “Tre millimetri al giorno” di Matheson. Personalmente reputo l’accusa eccessiva. I romanzi hanno al centro lo stesso concetto, cioè la perdita di potere, ma le strade sono diverse. “Cose preziose” ha alla base lo stesso meccanismo del racconto di Matheson “Il dispensatore”, ma King ci aggiunge di suo una domanda (di cui peraltro il romanzo aveva bisogno per reggersi, non essendo un semplice racconto) e cioè “che cosa sei disposto a fare e a non fare pur di avere quello che desideri?” che si trova splendidamente (e forse più efficacemente) espressa in un altro e precedente racconto dello stesso King “Io so di che cosa hai bisogno”.
Potrei proseguire ma credo che basti (anche se è doveroso dire che il gusto per la citazione, in King, è assai vivo).
Senz’altro fondata, invece, è l’accusa di crescente verbosità, di crescente aridità e di perdita di energia. Penso che sia del resto inevitabile che, con gli anni, il mestiere sostituisca quel misterioso oggetto che, in mancanza di parole migliori, definiamo ispirazione.
Il Re, si può dire, ha avuto le idee migliori negli anni ’70 / ’80 (se venti vi sembran pochi…), dopodiché ha rigirato, perfezionato e riproposto i vecchi spunti, perdendone in energia e venendo meno alla regola aurea della narrativa “show, don’t tell” (che può tradursi con “racconta, non spiegare”).
D’altronde – e chi scrive racconti con costanza lo sa benissimo – essere originali è una sfida che si perde quasi sempre.
Fondata in parte (benché dietro vi intraveda una certa spocchia intellettualistica) è anche l’accusa di avere un pensiero piuttosto superficiale e non molto profondo.
Può essere vero.
King è un romanziere e non un saggista e si lascia guidare, sopra altra cosa (forse a danno di ogni altra cosa) dal gusto di raccontare.   
Senz’altro, tra questo e certe stucchevoli mulierizzazioni dell’horror… vabbè meglio che taccia.
Senz’altro, nei suoi romanzi migliori, certe idee sono rese con una efficacia, una forza ed un’energia obbiettivamente fuori del comune.
Non saranno magari originali, non saranno profonde, ma quanto a forza d’espressione e capacità di avvincere il lettore, ad avercene…
Se scriverà meno o meno bene, ogni Fedele Lettore lo perdonerà volentieri.


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