martedì 10 settembre 2013

Scott Fitzgerald, sua moglie Zelda e il "Diamante grosso come il Ritz"


11/09/2013
Etichetta: Salotto 2013

Il diamante più grosso del Ritz non è soltanto una favola per adulti: è una delle tante perle di Scott Fitzgerald scritte per le riviste del tempo e solo per denaro. Hemingway le considerava uno spreco di talento, un vero delitto letterario, “ma non poteva combattere contro il più grande affetto di Fitzgerald, e il suo più grande tarlo emotivo e psicologico, sua moglie Zelda.”
A proposito, l’avete visto Midnight in Paris di Woody Allen? Se non ancora fatelo presto, c’è un ritratto di Zelda molto suggestivo ed eloquente che vi propongo nel video. Nell’aprile del 1924 uscì sul Saturday Evening, un racconto dal titolo: “Vivere con 36.000 dollari all'anno” e che documenta il tracollo finanziario dei Fitzgerald, indebitato dopo un anno di spese non del tutto commisurate al loro reddito. Spero sia riuscito bene il video perché è il primo che ho zippato su you tube. Scusate la digressione.




Non vale la pena che vi racconti la trama, ma se proprio volete potete travarla qui. Sappiate però che è una riflessione sulla ricchezza e la felicità umana per eccellenza: la giovinezza. Se vi capita tra le mani il racconto soffermatevi sulle ultime dieci righe, capirete di cosa stiamo parlando. Qui vi propongo una paginetta dove si descrive l’arrivo di John Hunger nel castello da mille e una notte, che si erge sopra il diamante più grande del mondo. Lo stile è di una leggerezza visionaria e di una eleganza forse eccessiva e ricercata, ma si addice perfettamente alla natura surreale e favolistica della storia.

(frame)



da IL DIAMANTE GROSSO COME IL RITZ

Imponente nella luce delle stelle, un castello delizioso si ergeva sulle sponde del lago, elevandosi con lo splendore dei marmi fino a mezza costa di un monte vicino, per poi fondersi con eleganza, in simmetria perfetta, in traslucido languore femmineo, con le fitte tenebre di una pineta. Le molti torri, i sottili trafori dei parapetti obliqui, la cesellatura meravigliosa di mille finestre gialle con i loro rettangoli e ottagoni e triangoli di luce dorata, la morbidezza interrotta nell’intersecarsi di piani fra la luce stellare e l’ombra azzurra: tutto vibrò nell’animo di John come una nota musicale.
In cima a una delle torri, la più alta, la più nera alla base, il gioco di luci esterne creava una sorta di fiabesco fluttuare; e mentre John guardava in su con fervido incanto, il flebile suono di un’acciaccatura di violini discese su di lui in un’armonia rococò che gli ricordava nulla che avesse mai udito prima.
Nel giro di un istante l’automobile si fermò al cospetto di un’ampia e alta scalinata di marmo, intorno alla quale l’aria notturna aveva la fragranza di una moltitudine di fiori. In cima alla scalinata, due grandi porte si spalancarono silenziose, e una luce ambrata inondò l’oscurità disegnando i contorni di una donna squisitamente elegante da capelli neri intrecciati alti sul corpo, che tese le braccia verso di loro.
«Mamma», disse Percy, «questo è il mio amico, John Unger, di Hades».
Più tardi, John rammentò quella prima notte come un’allucinazione fatta di mille colori, di sensazioni fuggevoli, di una musica dolce come una voce innamorata e di una bellezza che permeava ogni cosa: luci e ombre, gesti e volti. C’era un uomo dai capelli bianchi che beveva un cordiale dai riflessi cangianti in un calice di cristallo a forma di ditale su uno stelo d’oro. C’era una ragazza dal viso in fiore, vestita come Titania e con i capelli intrecciati di zaffiri. C’era una sala in cui l’oro morbido e uniforme delle pareti cedeva alla pressione della mano, e poi una stanza che pareva la concezione platonica del prisma ideale: soffitto e pavimento e pareti erano rivestiti senza soluzione di continuità da un’unica massa di diamanti, diamanti d’ogni foggia e dimensione, che illuminati da alte lampade violette poste negli angoli abbagliavano lo sguardo con una luce che poteva essere paragonata solo a se stessa, al di là di ogni desiderio o sogno umano.


14 commenti:

  1. Quasi quasi me l'aspettavo.
    Cioè, in questo stralcio, la descrizione minuziosa, quasi maniacale, dei dettagli individuali ed ambientali.
    Ho sempre pensato che non sia difficile soffermarvisi, solo che si sappia posare l'occhio indagatore su ciò che ci circonda.
    A me, ad esempio, il sapere dove si trovi la scriminatura dei capelli, quale il loro colore, o se ondulati, ecc. non mi ha mai preso.
    Ritengo invece indispensabile la minuzia ai fini di una eventuale trasposizione cinematografica.
    Sempre che il regista vi si voglia poi attenere.
    Siddharta

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  2. Io non riuscirei a scrivere così nemmeno se mi impegnassi. Non è una questione di scelta letteraria, scrivo come mangio e soprattutto come posso. Leggo però con ammirazione questo genere, anche se prediligo un lessico meno ricercato, più terra terra, ma ogni tanto fa bene elevarsi dal grigiore e respirare altra aria.

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  3. Mezza domanda e mezza provocazione: questa è la descrizione di una dimora principesca e un po' decadente.
    Perfetto.
    Ora prendiamo quest'altra descrizione di una casa principesca e un po' decadente: "La casa in fondo non era un granchè. Era più piccola di Buckingham Palace e probabilmente aveva meno finestre del Chrysler Building". Viene da Chandler ("Addio mia amata").
    Adesso ditemi: quale delle due descrizioni rimane più impressa e, quindi, è più efficace - al netto dell'importanza che la casa ha nel racconto?

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    1. Se lo domandi a me ti risponderò che non ha senso confrontare Fitzgerald con Chandler. Si possono paragonare mai Picasso e Modigliani? Entrambi gli scrittori sono stati grandi interpreti di generi e scuole diverse. Se adori il minimalismo eviterai di leggere gente come Fitzgerald e viceversa. Abbiamo avuto prima il rinascimento e poi il verismo che ha prodotto il neorealismo nel cinema e nessuno si domanda chi sia il migliore tra De Sica o Visconti. Sono due scuole diverse. Scrivere però non è soltanto un mezzo per arrivare all’essenza delle cose e tutto il resto diventa superfluo, scrivere è anche dare aria, colore, musica, ritmo, fantasia alle parole. Poi gli insegnanti di scrittura creativa insegnano che una cosa se la puoi dire con due parole non ne devi usare quattro, ma questo è un altro discorso che forse non centra nulla.

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  4. Fuori dal cul-de-sac in cui ci si potrebbe infilare proseguendo nella diatriba, a me queste prolisse asfissianti descrizioni minuziose fanno venire un sospetto.
    E se fosse un espediente per riempire pagine e pagine a nascondimento del vuoto di idee?
    Licenziando così un bel librone di centinaia di fogli, con profitto personale ed editoriale?
    Sid

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  5. beh... la domanda è ovviamente mezza domanda e mezza provocazione, come detto.
    Al di là del fatto che è verissimo che la prassi di pagare gli scrittori a battuta ha prodotto indigestioni di aria fritta - ha ragione Sid - io invece credo che non sia affatto erroneo paragonare due scuole di scrittura andando un po' oltre al semplice mi piace / non mi piace.
    I due modi di scrivere si confrontano dai tempi di Cesare e Cicerone, della diatriba tra attici e asiani e forse anche prima.
    Quello che mi interessa non è tanto "è più bravo questo o quello" - tanto alla fine si rimane (ancora una volta ha ragione Sid) in un cul de sac.
    Quello che mi interessa è se tu lettore ritieni più efficace, ai fini della rappresentazione a te stesso della realtà descritta, una descrizione - appunto - minuziosa, dettagliata, precisa, oppure il particolare rivelatore, la visione d'insieme, il colpo d'occhio.

    A scanso di equivoci (ma qui finisce la domanda ed inizia l'esposizione della mia personalissima visione) non sono del tutto d'accordo (anzi sono poco d'accordo) coll'attribuire importanza al suono al colore, al ritmo ecc "in sè" - e sottolineo in sè.
    Secondo la mia personalissima visione, suono, ritmo, colore, aria etc. sono importanti o importantissimi nella misura in cui sono funzionali a quello che vogliono esprimere - azione, pensiero, emozione, ambiente etc. Non sono importanti in valore assoluto, ma relativo, funzionale.
    Ovviamente sto parlando di prosa (penso che in poesia sia diverso, ma forse anche per questo la poesia è oscura e quindi evito di addentrarmici per non inciampare).
    Poi le parole possono essere tante o poche.
    Ti faccio un esempio: prendiamo una scena d'azione. Le parole di solito sono sempre "fuori fase" rispetto all'azione e "lente". Se io descrivo un combattimento (è un esempio), quello che scrivo, per quanto stringato possa essere, sarà di solito meno veloce dell'azione stessa - a patto magari di non essere sciatto, banale. Allora, paradossalmente, è meglio "iperdescrivere", usando cioè qualcosa di simile al rallenty nel cinema.
    Ma tornando alla descrizione: "vedi" meglio, tu lettore, la casa descritta da Chandler o quella descritta da Fitzgerald?
    In realtà i due fanno un movimento esattamente opposto l'uno all'altro (perchè non confrontare le due tecniche? non vedo proprio perchè no).
    Fitzgerald prende il lettore e lo porta in casa con sè. Gli fa fare una visita guidata.
    Chandler invece prende la casa (cioè un modello di casa che il lettore già conosce) e la porta al lettore.
    Tra i due passa la stessa differenza che passa nei discorsi che Shakespeare (un altro "asiano", per così dire) fa fare a Bruto e Antonio sul cadavere di Cesare.

    Altra domanda ed altra mezza provocazione: nell'era di internet e dell'immediatezza, quando siamo andati già oltre il tipo di visualità ed immediatezza che (per esempio Chandler) conosceva e siamo penetrati nella interattività immediata, ha senso ed ancora è possibile (e se sì come) un tipo di scrittura come quella (per esempio) di Fitzgerald oppure quella scrittura rischia di non dire più nulla, di essere fine al suono, all'aria, al ritmo delle parole in sè a prescindere (nel senso che quel suono quel ritmo quell'aria nulla più dicono) dal contenuto? - insomma (per usare un'espressione un po' forte e tenendo ben presente che esiste un'arcadia minimalista a volte insopportabile) accademia?

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    1. Sembrerebbe che lo scontro debba limitarsi al < questo sì e quello no >.
      Invece penso che possa inserirsi una terza scuola di pensiero, la più sbrigativa.
      Quella che pone l'accento sull'emotività del lettore.
      Il testo cioè può trovare riscontro o meno nella sensibilità di chi vi s'approccia
      Naturalmente parlo per me.
      Al di fuori del < mi piace > e < non mi piace > troppo sbrigativi e senza costrutto per povertà d'ingegno, preferisco per formazione conoscitiva e psicologica la narrativa essenziale, concludente, ficcante, veloce.
      Tutto il contrario di altri, ad esempio mia moglie che va in brodo di giuggiole per i particolari soggettivi ed ambientali.
      Comunque interessante ed accurata la tua disquisizione.
      Siddharta

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  6. A me non interessa stabilire se Chandler sia meglio o peggio di Fitzgerald, e non credo di dover difendere una tesi a favore di un’altra. Ho i miei gusti letterari, ma sinceramente ci vado piano a stilare graduatorie di merito tra stili, generi e scrittori vari. Non ho capito perché Sid veda in tutto questo una diatriba. Non c’è nessuna disputa e non mi schiero né a favore dell’uno o dell’altro. Per me Fitzgerald è un grande scrittore e mi piace da morire anche Chandler, ma stabilire chi dei due sia meglio, credo sia semplicemente impossibile. Preferisco lo stile asciutto di Chandler ma allo stesso tempo vorrei saper scrivere con Scott. E’ un delitto? Non sarà che ho una mutazione genetica in atto e mi sto trasformando in uno struzzo?
    Io non conosco un metodo scientifico o anche pratico per stabilire se Tizio scriva meglio di Caio, entrambi sono sulla piazza perché hanno avuto degli estimatori e di conseguenza anche dei denigratori. Gli scrittori di un certo livello possiedono uno stile, grazie al cielo uno diverso dall’altro. Meglio uno? Meglio l’altro? E chi lo decide?
    La discussione è aperta siamo qui per questo però…
    Nemmeno la critica è sempre d’accordo sul valore o meno di uno scrittore, per forza di cose e non solo per ignoranza o per pigrizia mentale, si arriva alla fine a stabilire che è bello soltanto ciò che piace.

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  7. Diatriba: nella Grecia classica, discussione pubblica su temi morali | †Dissertazione, discussione.
    In questo senso ho richiamato.
    Sid

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  8. Bello e brutto sono concetti difficilmente definibili; se ci si accontenta di una qualificazione approssimativa si perviene alla conclusione che dipendono dalla prevalenza dell'una o dell'altra opinione in un determinato contesto (in soldoni: il parere di critica e pubblico); se non ci si accontenta di una decisione approssimativa, ma si cerca un concetto generale ed astratto si arriva al "non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace" (lo diceva già Saffo, ma con altre parole). A questo punto si fa una questione di gusti che sono, per definizione, indiscutibili, e quindi la discussione si chiude (e spesso si arriva alla conclusione che era anche inutile iniziarla, allora).
    Mi interessa invece approfondire un altro punto: la crescente importanza della visualità del reale nel prodotto letterario.
    Fino a duecento anni fa il solo modo di "vedere" qualcosa che non era sotto gli occhi erano la parola scritta e le illustrazioni.
    Ergo, se non descrivevi, il lettore non aveva la minima idea di che cosa stessi parlando.
    Col tempo, abbiamo avuto la fotografia, il cinema, la Tv, internet.
    Tutti, oggi, possiamo vedere tutto (anche troppo). Siamo ossessionati dalla visualità del reale. Se leggo una minuziosa descrizione della Tour Eiffel mi "rompo" perchè l'ho vista tante volte - anche senza andare a Parigi. Idem il Chrysler Building o Buckingham Palace.
    Allora o quella descrizione ha una sua specifica funzione nella storia oppure mi dice qualcosa che già so, non serve a nulla che ad annoiarmi.
    Bene: quale funzione?
    Sgombriamo il campo da un equivoco: dire che le parole superflue sono inutili è tautologico. Se sono superflue sono inutili per definizione.
    Il punto è: utili a cosa?
    Il che equivale a chiedere all'autore: per cosa scrivi ed usi un determinato termine? per produrre quale effetto?
    A questo punto torno a due tuoi post precedenti.
    Perchè la gente "abbandona" i libri? a mio parere perchè essenzialmente voleva che essi producessero un effetto che invece non producono perchè vogliono produrne un altro. Mi aspetto di leggere di caccia alla balena e mi trovo dentro di tutto e il legame con la scena che io - sviato magari dal cinema - mi attendevo è troppo labile, sotterraneo (o subacqueo).
    Perchè la poesia è oscura (qui prendimi molto con le molle, non è decisamente il mio campo)? perchè le parole sono probabilmente funzionali a sè e solo a sè, al proprio suono, ad un'immagine, ad una emozione. Non hanno (e qui userò un termine a sproposito, probabilmente) un "correlativo oggettivo".
    Quindi la domanda è e rimane: perchè un autore usa una determinata parola e non un'altra? perchè tot parole e non +/- tot? che cosa vuole dire? e a chi?

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  9. Ma? M'arrischio a dire quello che provo io quando scrivo una poesia: cerco di trasmettere una mia sensazione nella speranza che qualcun altro la percepisca, e la scelta delle parole deriva dal desiderio di meglio trasmetterne il senso.
    Per quanto attiene un racconto penso che un autore scrivendolo dia spazio alla fantasia cercando di trasmettere, attraverso le parole scelte, il suo umore del momento, attento, però, a rimanere nel contesto del racconto stesso. Così, come un lettore preferirà, a seconda del momento, un Chandler o un Fitzgerald. Certamente i gusti personali prevaricheranno ogni altro elemento di scelta.

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  10. “Edgar Allan Poe scrisse una volta che un racconto breve, per funzionare, non deve avere nemmeno una sola parola in eccesso. Ogni dettaglio, fino all'ultima virgola, deve essere essenziale alle dinamiche del racconto. Se questo è vero per i racconti brevi, lo è ancora di più per quelli brevissimi d’ oltreoceano chiamati flash fiction”.
    Quanto sia vero tutto ciò, per un romanzo rosa, di fantasy o di horror, non te lo saprei dire. Non sempre è applicabile questa teoria, del resto si riferiva solo ai racconti brevi.
    Però il problema che solleva Rubrus è molto pertinente, che senso hanno nell’era digitale l’eccesso di descrizioni, l’uso e l’abuso delle descrizioni dettagliate, quando con un click posso rendermi conto di persona cosa stai parlando?
    La sobrietà nella descrizione della torre Eiffel è ormai d’obbligo, tutti la conoscono, ma come la mettiamo con un romanzo fantasy, una storia erotica, una situazione d’amore, una di avventura o una favola? E’ possibile adottare uno stile universale che interpreti e vada bene per ogni genere di narrativa. E se fosse possibile non sarebbe in qualche modo riduttivo?
    Qui mi fermo perché non ho una risposta certa, ma solo tanti interrogativi.
    In ogni caso bella questa discussione, mi piace.

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  12. Non conoscevo la affermazione di Poe ma mi trova (manco a dirlo!) d'accordo e credo che valga non solo per il racconto breve, ma per ogni tipo di narrativa, anche lunga, con questa precisazione: nei romanzi o nelle opere di narrativa lunghe le parole di troppo, fine a se stesse, proprio perchè diluite in un testo più ampio, si notano meno che in un testo più breve. In effetti credo che sia un rapporto esprimibile, almeno in una certa misura, con una formula matematica di tipo probabilistico, statistico, con un certo scarto in più o in meno rispetto ad una (probabilmente inesprimibile) quantità ideale e questo è pensiero molto interessante. Del resto, se ci pensa un attimo, la poesia tradizionale conosce piedi, metri, numeri di sillabe ecc. - tutto in nome di un ritmo. Perchè la prosa non dovrebbe avere qualcosa di simile, anche se più sfumato?.
    Mettendo da parte questa (ovviamente opinabilissima) tesi, passiamo all'altro punto.
    Evidentemente non esiste uno stile "universale" - l'esperienza lo dimostra senza doversi sforzare troppo in disquisizioni logico / estetiche.
    Basti dire che non esiste uno stile "universale" perchè non è possibile una "reductio ad unum" dell'effetto letterario o poetico - e questo all'interno dello stesso insieme di canoni estetici che possiamo chiamare "cultura". Se poi passiamo da un cultura ad un'altra, da un epoca ad un'altra, figurarsi...
    E' però credo innegabile che, se si vuole raggiungere un certo effetto, certe tecniche siano più efficaci di altre.
    Ovviamente non sono canoni fissi ed immutabili: variano con le epoche e coi luoghi; in una parola con le culture (e con le mode).
    Non posso scrivere, oggi, un romanzo di avventure come lo avrebbe scritto Salgari (per esempio). Anzi, posso farlo, ma solo se faccio metaletteratura, in chiave citazionistica, come omaggio, parodia etc.
    Certo, se sono un genio creo uno stile nuovo, ma i geni sono per definizione pochi e di loro non ci occupiamo.
    Per venire alla questione circoscritta delle descrizioni, personalmente credo che la domanda sia sempre quella: perchè descrivi? a quale scopo? descrivi un ambiente perchè è la scena di un delitto, di una società, perchè vuoi mettere alla berlina qualcosa, illustrare qualcosa, creare uno scneario in cui deve accadere o è accaduto qualcosa oppure perchè è bello farlo per il gusto di descrivere che hai tu, autore?
    Ebbene - io credo che (e torno alla questione iniziale) - che si debba descrivere perchè lo richiede la storia (da intendersi in senso più ampio).
    E' la storia l'elemento che contraddistingue la narrativa, non l'argomentazione logica - elemento che contraddistingue la saggistica - nè la capacità di suscitare una qualche emozione attraverso le parole - elemento che contraddistingue la poesia.
    Non che nella narrativa non vi sia spazio per l'argomentazione logica (il contenuto, la morale del testo) o la costruzione della adeguata struttura sintattico/lessicale (lo stile). Ci sono e ci devono essere. Ma la narrativa c'è se c'è una storia. Da sola non basta quasi mai, ma senza di essa non c'è narrativa. E anche le descrizioni, credo, debbono adeguarsi a questa esigenza. Io almeno la penso così.



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