giovedì 17 ottobre 2013

Bacchini Pier Luigi - Galleria di Poeti Contemporanei - ovvero - Poeti del XXI° secolo dall' A alla Zeta


Urna di vetro
 Ho provato a seppellirmi, per un poco,
dietro la porta, seduto tra le ante
della piccola bussola. -
                                   tutta la botanica del creato
- di là dai vetri, è ridotta a un vialetto
con una quercia, i cedri,
e due emerocallidi.......
(segue)

Pier Luigi Bacchini è nato a Parma nel 1927 dove ha vissuto fino al 1994.
Ora abita in campagna, nei pressi di Medesano (Parma). Ha pubblicato i libri di poesia Dal silenzio d'un nulla  Canti familiari (De Luca, Roma, 1968), Distanze fioriture (La Pilotta, Parma, 1981), Visi e foglie (Garzanti, Milano, 1993, Premio Viareggio), Scritture vegetali (Mondadori, Milano, 1999, Premio S. Pellegrino 2000). 

Suoi versi sono stati editi nell'Almanacco dello Specchio (1978), e in varie riviste, fra cui “Paragone, “Nuovi argomentie e “Kamen, oltre che in diverse antologie, fake rolex watches tra cui Il pensiero dominante, a cura di Franco Loi e Davide Rondoni (Garzanti, 2001) e Terra gentile, aria azzurrina, a cura di Daniela Marcheschi (Einaudi, 2002).
Nel 2003 ha pubblicato anche un'opera narrativa, "L'ultima passeggiata nel parco".  Poeta appartato per antonomasia, definito da qualcuno lucreziano per la costante presenza della natura nei suoi versi, una natura a tratti metafisica e oracolare, a tratti osservata con una acutezza classificatoria da scienziato, ma comunque sempre mondo a cui apparteniamo, in modo perfino religioso e animalesco insieme, Bacchini è poeta di stile e di purezza, di sostanza e leggerezza, in cui il lirismo perde gioiosamente il suo tanto deprecato -ismo.

Urna di vetro
 Ho provato a seppellirmi, per un poco,
dietro la porta, seduto tra le ante
della piccola bussola. -
                                   tutta la botanica del creato
- di là dai vetri, è ridotta a un vialetto
con una quercia, i cedri,
e due emerocallidi.
                                            I godimenti di una volta,
quando l'organismo era me stesso
secondo il desiderio - tutta la materia, credo,
vibri così, trascorsa dalla vita,
anche gli antri aridi dei vulcani, quando fuoriescono
le lave che si consolidano, e che s'imponga sempre la giovinezza
per i canalicoli seminali.
                                                  Come può darsi
che uno come me, senza castità,
possa un giorno salire sino a un eremo,
distaccarsi in preghiera, esalarsi di sera
se non nel maggio, trascinando con sé un'intera foresta
e la volatile polvere dei suoi profumi,
che apre le bocche dappertutto
per nutrimento, per amore?

Questa è un'urna di vetro - ma all'esterno
le generazioni metodiche delle ombre
si spostano, e un tepore penetra il legno,
dà sussulti, scotimenti, moti
d'atomi:
e anche le parole sono fiato, soglia dell'audiogramma,
energia-materia
che rientra nell'eterno. 


Non doratevi, già segretamente aurate
 Non doratevi, già segretamente aurate,
non arrugginite, non raggrinzite
quanto un piccolo pugno,
disseccato; restate sempreverdi
finte immortali, simili all'altamente profumata
- e nemmeno sfrangiata
di fronte al vento, coriacea e lucente -
alla regale magnolia, con i semi amaranto;
o alle conifere montane
le antiche cenozoiche.
Non diventate trasparenti, sempre più,
telari lisi
già scarse nel mese d'ottobre,
con nostalgie infinitesimali, un po' indeterminate
come i fischi d'un treno distante
e collegi là in fondo, dentro la foschia
- spazzini sotto muretti erbati,
irrealtà, quasi un disturbo visivo
che nell'intimo spaventa
con l'immagine talvolta
che la materia
d'improvviso scompaia.

 Ma tutte le sfumate gradazioni
i delicati intrecci,
gl'inudibili crepitii particellari
sarebbero stati inutili: lo sperpero
d'un Dio, la sua noia.
E ogni minimo sgretolamento, tipo il trascurabile uragano,
il ferro sciolto nel magma,
dicono la fatica
dall'origine
e la tremenda concretezza del mondo,
- senza via di scampo per noi.


Il tacchino
 Eccolo: è il tacchino bianco.
Il piccolo cranio calvo,
muso di vecchio,

                           scorticato e rosso.

Cacciatore di vipere e dunque
difensore di noi tutti.

Adunco.
Roco. Strumento di battaglia
emulo sconfitto del pavone
gallopavo
dalla boria pneumatica.

O condoruccio di terra
dal gorgozzule pendente,
o bitorzoluto di bacche sanguigne,
grande onore ci fa
la tua verruca erettile
e la lunga processione con le vesti candide
per i prati verdi.

Da “POESIE 1954 – 2013″


TRIPUDIO
 Protuberanze molli
e sono le gemme del glicine violetto che porta
sensi di donna nei vecchi giardini. Verdi
accartocciate
ma già s'aprono in piccoli ventagli
ormai s'aprono irrefrenabili. E le punte
le corte lingue appena arcuate
le rose dei muri. E altre.
Altre. Capezzoli
dove sono i morti
la sostanza della morte
in minimi peni
lievi barbe
piccole pelose.

Sì tra le dita
per una voglia d'amore
che esalta
l'ho stretta schiacciata tutto il succo
gommoso che odora
sui polpastrelli
di glutine di morte.
Di vita. Rompe dallo stecchito inverno
e rombano le gonadi della terra.
Niente è casto eiaculazioni primaverili
i primi fiori si danno
ingravidano
insetti che s'indorano
di polveri seminali.

Per le colline della mia terra
ma non i miei
gameti.
Per tutto il mondo il boccio
dell'emisfero che pareva di luna eterna.


CONSIDERAZIONI SU UN MASSO
 Specie casta del geoide.
Giallognolo verdastro
e lunghe piogge, chissà perché
non ti avevo riconosciuto prima, sasso
roccia
raggiera d'angoli cristalli odiati a scuola.

Mi sei apparso nell'ombra del bosco, dall'umidità
affioravi come una schiena d'animale morto.
Ti eri frantumato senza sangue
o linfa senza dolore
né morte o vita.
Inerzia
peso: l'opposto del divino.
Ti ho accarezzato per la prima volta
sede dei torrenti d'estate asciutti e vani.

Ti accarezzavo. Le acque non ti avevano ancora levigato
e mi parevi buono benché sappia della tua insensibilità.
Da te ha proceduto la vita
e fai le due dimore degli uomini. Mi sostenti
hai sprizzato la scintilla.

Anche il fuoco non t'intacca
ma il vento
ma l'acqua ti rodono, la vegetazione ti ricopre
come una tomba. Sosti
in silenzio. Di te
so che sei l'impalcatura del mondo.
So che sei la memoria del mondo, graffita.


 Radiografia
 Ho guardato il mio spirito
                      come una nube, era
nelle profondità del corpo.
           Seghettato
                 il tubo spettrale
con la sacca dello stomaco, e il tenero cardias
dolorosamente corroso.
Colpa di attese, e di quelle parole
                     che mi sono state scagliate contro
come cani da morso.


(Urna di vetro e Radiografia sono tratte da 
Contemplazioni meccaniche e pneumatiche, gli altri testi risalgono agli anni '70 
e sono presenti in raccolte successive)


Quello che so
 La contemplazione delle torri e delle querce
mi ha fatto amare il vento -
                                      striscie cupe e lucentezze

Dànno ancora frastuono le campane
con il batacchio elettrico sbattuto          da un vento a tasti,
ma il rintocco del tram
certe volte lo sovrasta.

Dalle dimensioni verdi dei tronchi delle roveri -
benché prigioni nel folto dei recinti,
fuoriescono rami così intrecciati e torti,
così ammuffiti, e vòlti a Nord e col sapore di piogge,
e vòlti agli altri punti cardinali
da sembrare fierezza e dolore insieme.

Invece vengono ordinati a palchi
secondo la memoria numerica degli acidi.-

                                                        Sono ventosi
questi mesi, chiamati luglio e agosto, e anche settembre.
Al passaggio d'agosto le nubi basse,
nelle loro circolazioni imprevedibili
o secondo i modelli statistici,
sembravano staccarsi dal fogliame;
però le pagine degli alberi
fanno narrazioni favolose, fingono persino Dio
e le cose dell'anima. Come le campane
quando tace il traffico. Ma i differenti suoni dipendono
dalla rosa dei vènti - e la scienza

è il puntello dell'anima, e il corpo
ne è partecipe. Dove vanno le ipotesi sul cielo
confuse dalla birra? o quando i granuli anemòfili d'aprile
ci respirano eccitazioni tra le labbra? Avviene anche
tra i querceti delle cattedrali.
Poi esiste la presenza di Dio
quando ascolta la nostra preghiera.


Lavoro lavoro
 Le persone inchiodate nei loro cappotti -
in stanghe di luce, cristalli
lungo le stazioni.
                        Teste scosse
sul treno. E l'aurora

con emissioni cromatiche, frange, finte
esplosioni d'arancia,
nubi sbranate.
Tra pali neri. Alcune teste
sugli schienali.

Ma vi sono indimenticabili giorni nella vita

quando si vive
a livello biologico. Come la donna,
che teneramente fa tremare anche i vecchi,
che raccattano spremute ghiandole germinali.
Anche una donna matura, un poco patita
in viso, pallida
così abbandonata ancora. E come è illogica allora la morte
nell'inforcatura. I rami bianchi ora si velano.
                                 Mi piace
se piove lungo una strada, con un pò di sole
                             l'asfalto diventa azzurro, specchia.
Ma vi sono desideri impossibili.




4 commenti:

  1. Serenella Tozzi17 ottobre 2013 12:47

    Poesie passionali, mi sembra, queste di Bacchini Pier Luigi.

    "Tripudio" la trovo una poesia lussureggiante, come la rinascita della natura in primavera che l'autore contempla e descrive con passione.
    Più lieve e meditabonda è "Considerazioni su un masso", anch'essa legata alla malinconia del tempo che tutto distrugge.

    Un grido di dolore per l'esistenza che scorre e porta alla vecchiaia, alla distruzione di tutto quanto era legato alla giovinezza, ed è molto presente la figura femminile nelle sue poesie

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    1. Lussureggianti è un termine appropriato. Io che non sono avvezzo al lusso, all'abbondanza e mi accontento di molto meno, tanto che mi trovo a mio agio solo su praticelli spelacchiati di periferia, mi sento inadeguato a commentare. Sai, è qualcosa al di fuori della mia portata, e resto perplesso di fronte a tale abbondanza. Francamente in alcuni casi mi sembrano eccessivamente contorte e ricche. Ma questo non centra, sono minimalista mio malgrado.

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    2. Rileggendo il mio commento, non ho potuto fare a meno di ricordare un recente pensiero cinico di Sid, che faceva riferimenti alle apparenze, se non sbaglio.
      Infatti questo commentino, che ad una prima lettura superficiale potrebbe perfino sembrare carino, in realtà è una emerita cavolata che si adatterebbe perfettamente a quasi tutte le poesie postate nello sterminato web, tanto per non fare nomi e scadere di livello. Me lo devo ricopiare in bella calligrafia, è probabile che in questi giorni lo possa riciclare, tanto il futile va sempre di moda.

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  2. Dopo aver letto questi passi amletici e apoetici, torno a stimarmi con entusiasmo...
    Siddharta

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