giovedì 17 ottobre 2013

Giovanni dei cerchi - frame - racconto



17.10.2013
etichetta: la stanza di frame
Giovanni dei cerchi
(alriP)
A quarant’anni suonati, senza esperienza alcuna nel settore metalmeccanico e in piena congiuntura economica, Giovanni, per botta di culo ricevuta e forse anche grazie alla raccomandazione del parroco, fu assunto a tempo indeterminato e con la qualifica di manovale generico nella grande azienda milanese.


Il Perotti, soddisfatto come il giorno del congedo militare e felice quasi quanto per l’ultimo scudetto del Toro, fu assegnato al reparto di manutenzione della forgia, con mansioni che andavano dalla pulizia al magazzinaggio e alle dirette dipendenze del capo reparto: una testa di cazzo insopportabile, soprattutto di mattina quando ancora era sobrio.
Giovanni, uomo della Bassa di poche parole e la schiena dritta, non si perse d’animo e per lui fu uno scherzo da ragazzi eseguire tutti gli ordini impartiti senza protestare, e sempre con il sorriso sulle labbra. Inoltre era puntuale, non domandava permessi e aderiva solo agli scioperi generali, cioè a quelli indetti dai tre maggiori sindacati di categoria.
Dopo un paio d’anni soltanto, passati senza un giorno di malattia, la direzione nella persona dell’Ingegnere capo, di punto in bianco e cioè in linea con la politica aziendale, gli comunicò che l’indomani avrebbe iniziato a lavorare sulla fresatrice. Una macchina utensile che sino a quel momento aveva solo sentito nominare, che certamente aveva già visto, ma della quale non sapeva assolutamente nulla.
Vite madre a più principi e senza fine, brida, girabrida e staffa; mandrino, goniometro, micrometro, punta elicoidale e… Alidada!?
Alidada? Che sarà mai, si domandava Giovanni, frastornato da quelle parole incomprensibili, mentre le sue mani si muovevano incessanti, intorno alla sua macchina utensile che sfornava cerchi d’acciaio come fossero noccioline.
In realtà Giovanni questi cerchi del diametro di trenta centimetri e dalla sezione rettangolare, li doveva solo sbavare. Un’operazione semplice e di scarso impegno mentale, tanto che una volta preso il ritmo egli si permetteva perfino il lusso di seguire il corso dei propri pensieri ‒ cosa che di solito aiuta a far passare il tempo, combatte la noia, e ritarda l’inevitabile rincoglionimento.
Tutte le mattine alle otto in punto, sereno come mai in vita sua, avviava la fresatrice e gioiva di quel rumore d’ingranaggi, emozionandosi sempre come la prima volta. La sera poi, quando smetteva al suono della sirena, i cestoni erano pieni dei suoi pezzi e il calcolo sul cottimo gli permetteva anche di raggranellare qualche liretta in più rispetto a prima.

Dopo qualche mese di quella pacchia, Giovanni, che tra un pezzo e l’altro non si permetteva il lusso di alzare la testa e il suo sguardo non andava mai oltre l’armadietto degli attrezzi, si trovò alle spalle un tristo individuo che, con il cronometro in mano, gli ricontrollò i tempi di lavorazione al secondo.
Giovanni avvertì quella presenza silenziosa come una minaccia e allo stesso tempo un monito a dare il meglio di sé, pertanto lavorò come un forsennato per quattro ore filate, dimenticandosi pure di andare al gabinetto.
«Datti 'na calmata.» suggerì un collega durante la pausa pranzo.
«Perché?» domandò lui ingenuamente.
Il collega cercò di spiegargli i delicati e complessi meccanismi legati al sistema del cottimo, ma inutilmente, quando Giovanni si sentiva osservato, aumentava automaticamente il ritmo, con il risultato di far lievitare la media di produzione oraria.
Dopo tre giorni di duro lavoro, alla costante presenza dello spaventapasseri in camice bianco, a Giovanni infine furono assegnati i nuovi tempi, con i quali era costretto a lavorare sempre al massimo per ottenere il minimo della produzione.
Non temeva la fatica, aveva la salute e la volontà per farcela, ma il timore che la macchina s’inceppasse, o che perdesse del tempo per altri imprevisti, con la conseguenza di vedersi decurtare il già misero stipendio, gli fece perdere la serenità che lo aveva sorretto fino ad allora e s’incupì accanendosi nel lavoro.
Col tempo tuttavia, dimostrando carattere e intelligenza, si abituò anche ai nuovi ritmi. Imparò nuovi trucchi del mestiere e acquisì la malizia necessaria per risparmiare qua e là attimi preziosi che sommandosi, si trasformavano al termine della giornata in minuti preziosi per rifiatare. In questo modo e senza rendersene conto, pezzo dopo pezzo, giorno dopo giorno, passarono incredibilmente dieci anni.
Accadde poi un giorno che, per mancanza di scorte, Giovanni fu costretto a interrompere la produzione. L’ufficio tecnico decise pertanto di approfittare di quella pausa forzata per approntare delle modifiche alla vecchia macchina utensile.
La tempestività dell’intervento fece sorgere molti dubbi sulla vera natura di quella sosta ma Giovanni aveva altri pensieri, e si aggirò disperato per tutto il tempo intorno al capezzale della sua macchina, seguendo con ansia e apprensione tutte le operazioni della squadra degli attrezzisti.

Finalmente la fresatrice tornò a nuova vita e superato il collaudo, Giovanni si trovò tra le mani un mostro capace di produrre addirittura due cerchi in una sola volta e quasi nello stesso tempo. Adesso Giovanni raccattava dal cestone due pezzi grezzi per volta, li posizionava sopra il nuovo porta-pezzi e dava inizio alla passata, che a confronto con la precedente era solo di qualche secondo più lenta, un tempo tuttavia sufficiente a mettere in crisi il suo logoro e delicato equilibrio psicofisico. Il ritmo acquisito in tanti anni gli era entrato nel cervello e quella seppur breve pausa gli procurava degli scompensi al sistema nervoso. Prese così l’abitudine a sistemarsi il cappello, soffiarsi il naso o grattarsi in quel posto. Col passare dei giorni scoprì perfino che poteva raggiungere l’armadietto sistemato a tre metri dalla postazione, aprire l’antina, estrarre qualcosa, richiuderlo, e ritornare in tempo per prendere i pezzi al termine della lavorazione. Si ritrovò a fumare molte sigarette più di prima e addirittura allargò i suoi orizzonti volgendo lo sguardo oltre la sua postazione.
Proprio in quei giorni, passando da quelle parti, mi sentii salutare in quel suo modo originale.
«on.roi.gno.uB oc.narF!» disse.
«Buongiorno Giovanni!» risposi quella volta. In seguito presi l’abitudine di soffermarmi davanti alla sua fresatrice per scambiare qualche battuta nel linguaggio dei gamberi, come lo definiva lui, ma con scarsissimi risultati e ricordo che i miei tentativi goffi lo divertivano molto.
Aveva passato ormai la cinquantina e forse pensava già alla pensione, al meritato riposo, senza immaginare quanto fosse lontano quel sospirato momento e che l’azienda, prima di quell’evento, aveva in serbo per lui ancora delle grosse novità.
Infatti, una mattina di un autunno caldo, si ritrovò un altro sinistro individuo alle spalle, il quale, sempre con il cronometro in mano, ricontrollò per l’ennesima volta tutti i suoi movimenti nel tentativo di ottimizzare i tempi di produzione. Si sperimentarono pertanto anche nuove velocità di taglio e di trasporto automatico, allo scopo di ridurre al minimo i tempi morti che Giovanni, con il suo comportamento, non aveva saputo dissimulare.
Il risultato fu che il tempo impiegato da Giovanni per grattarsi in quel posto, fosse destinato con più profitto per eliminare meccanicamente, cioè con l’ausilio di una mola elettrica affiancata alla fresatrice, le superfici rotonde dei cerchi che ancora presentavano residui di saldatura.
Tempo impiegato: un primo e ventotto secondi netti. Quaranta pezzi all’ora, trecentoventi al giorno, milleseicento la settimana, circa sessantaquattro mila al mese. Più di mezzo milione di cerchi in un anno.
Giovanni divenne suo malgrado famoso in tutto il reparto ed anche nel resto dell’azienda. Era impossibile passare dalle sue parti e resistere alla tentazione di soffermarsi per vederlo in piena azione. In quei gesti semplici, essenziali e cadenzati, era concentrata tutta l’esperienza, la tecnica, l’alto grado d’efficienza tecnologica applicata al lavoro in serie e per l’azienda quello divenne l’esempio e il modello di funzionalità da raggiungere.
Molti definirono il caso di Giovanni semplicemente penoso, ma i più impegnati politicamente lo considerarono un pericoloso precedente, quindi materia da discutere e dibattere all’interno del sindacato aziendale. I delegati di linea e di reparto cercarono di convincerlo ad avanzare una formale protesta, ma lui, caparbio e in fondo anche orgoglioso di tutta quell’attenzione, abbassò il capo ancora una volta, e di protestare non ne volle sapere.
Subì con dignità e rassegnazione qualche burla e qualche sberleffo da parte dei soliti cretini, ma la maggioranza prese le sue difese e ben presto il caso si sgonfiò, perse d’interesse, e Giovanni rimase solo a combattere la sua battaglia quotidiana.
Prima di partire per militare lo salutai abbracciandolo e mi disse con gli occhi lucidi:
«non eranrot ùip iuq!», non tornare più qui!
Invece tornai e Giovanni era ancora lì. Avevo sperato tanto di trovarlo in un posto più consono alla sua età, ma nessuno aveva più interesse a sollevare il problema, perché temevano di essere costretti a sostituirlo, e sentii molti asserire e giurare che piuttosto avrebbero preferito licenziarsi.
Lo trovai quindi con le spalle più curve, e nei brevi e sporadici incontri, constatai con rammarico che era diventato più taciturno, meno pronto alla battuta, e più riservato. Cercai di decifrare il suo sorriso enigmatico, senza affrontare mai apertamente il suo problema, anche perché della sua situazione, aveva l’orgoglio e la decenza di non lamentarsene continuamente.
Poi mi sposai e dopo la nascita del mio primo figlio, Giovanni ‒ come tutti quelli che andavano in pensione ‒ salutò i colleghi con gli occhi lucidi e il giorno dopo calò il sipario sui cerchi e sulla storica fresatrice.
Tutti si domandarono preoccupati a chi sarebbe toccata quella sciagura, invece la fresatrice fu portata via con una gru e la produzione dei cerchi venne definitivamente sospesa.
Seguimmo con interesse tutte le operazioni degli attrezzisti, consapevoli che con quella macchina se ne andava un pezzo di storia della vita d’un uomo e anche della fabbrica stessa. Nessuno ebbe il coraggio di domandare apertamente la ragione che aveva indotto l’azienda a cessare quel tipo di produzione, ritenendosi già soddisfatti del pericolo scampato.
Raccontai gli ultimi avvenimenti al mio amico Mario, e per maggior sicurezza, nel caso in cui si fosse dimenticato qualche particolare, ricapitolai tutta la storia. Gli rammentai che Giovanni conosceva a memoria tutte le formazioni della nazionale italiana di calcio e che le poteva elencare senza mai sbagliare, anche all’incontrario, e che quando parlava di Gimondi gli brillavano gli occhi.
E se parlavi male del suo Torino non ti rivolgeva più la parola, infine gli ricordai che non lo avevano chiamato a Lascia o Raddoppia soltanto perché la Paola Bolognani era una bionda con due tette da far paura. Mario mi ascoltò con la solita faccia e infine mi sorprese con una domanda intelligente, alla quale ancora oggi non saprei dare una risposta sicura:
«Ma si può sapere infine,» domandò a bruciapelo, «a che servivano tutti quei cerchi?»
Rimasi a bocca aperta e con gli occhi sbarrati sul suo grugno che cambiava rapidamente espressione, cercai inutilmente nella mia mente vuota una risposta.
«Eh, ma allora» mi disse, allargando le braccia e scuotendo il capo, «Sei proprio un “alrip”.»
E se ne andò salutandomi con un gesto sin troppo eloquente. 

19 commenti:

  1. dovrebbe essere Alrip vero? non Arlip
    sempre maestro di storie piene di significato e di ottima scrittura caro Frame
    ciao e buona giornata

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    1. ;-) hai ragione :-) ho corretto... sono proprio un alriP.
      Grazie neh

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    2. Mi sono permesso di postare il racconto su facebook a mio nome e girarlo agli Amici.
      Se non concordi, dimmelo.
      Sid

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  2. Serenella Tozzi17 ottobre 2013 13:12

    Un racconto molto, molto bello. Hai saputo creare l'atmosfera di un ambiente che di per sé poco si presta ad attirare l'interesse, ed invece si rimane incollati a leggere sino alla fine.
    Molto preciso nelle descrizioni tecniche e molto capace a creare un alone che sembra di mistero, ma mistero non è.

    Poi con Alrip, ho imparato un nuovo termine.

    Complimenti.

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    1. Le cose imparate, sudate e studiate in gioventù diventano il sottopelle, tutto il resto è scorza.
      E' un po' "romanzata" la storia, ma gli elementi essenziali sono veri o perlomeno io li ricordo come tali.

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  3. Potrebb'essere fantasia, potrebb'essere storia vera dei miei tempi.
    Fatto sta che mi ci sono calato tutto intiero, galleggiando sui ricordi man mano che procedevo nella lettura.
    Chaplin con < Tempi moderni >, ove parodiava la paranoia delle catene di montaggio di recente introduzione ( 1936 ).
    Il Valletta dei miei tempi che aveva preteso la tempistica cronometrata negli stabilimenti Fiat.
    Stachanovic ( 1906-1977 ) del paradiso sovietico che nel 1935 stabilì il primato nella quantità di carbone estratto individualmente, tanto che nel mondo si coniò il relativo neologismo.
    Il giovane rampante Ford che partecipando ad un 'Esposizione ed alla vista in ingresso di una scimmietta che instancabile pedalava in bicicletta sbottò a dire < Ecco l'operaio ideale senza bisogno della pausa pranzo >. Al che il cronista accompagnatore ebbe a rintuzzare < Sì, ma quella non compera nè guida automobili! >.
    E poi la leonessa di Pordenone, allora minorenne, belloccia e sogno degli italiani tv.
    A che continuare?
    Bravo Franco, soltanto vorrei ricordare che gli operai metallurgici ( e non solo ) degli anni cinquanta morivano poco dopo la pensione, verso il sessantesimo.
    Se le cose sono migliorate, lo si deve anche all'impegno riformatore del lavoro di allora di noi vecchi novantenni e dintorni...
    Siddharta

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    1. Diciamo che è una via di mezzo tra la fantasia e la realtà.
      Per quanto riguarda i riferimenti che hai fatto mi lusingano e non nascondo di essere sempre stato influenzato dal film di Elio Petri, La classe operaia va in paradiso. Quel film è un documento in sintesi di quegli anni, e di quel tipo di società.Si arrivava alla pensione veramente sfiniti, a sessant'anni si era veramente vecchi, ma non dimentichiamo i danni causati al fisico e allo spirito dal lungo periodo della guerra e prima ancora se non la fame nera, una alimentazione povera, insufficiente.
      Infine non dimentico i risultati ottenuti con le lotte sindacali, soprattutto le norme che hanno migliorato le condizioni generali sul lavoro, nel campo della sicurezza e della salute.Per il resto credo che l'eccessiva politicizzazione del movimento operaio abbia alla fine nuociuto alla categoria stessa. Ai nostri tempi un operaio specializzato aveva la sua dignità, come si diceva allora, "l'era un sciurèt" adesso invece "lè un por crist" e basta. Di chi sia la colpa ancora non lo so,

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  4. Sarò un Alrip anche io ma mi riesce difficile immaginare l'uso dei cerchi eheheh.
    Ovviamente certi riferimenti possono essere colti solo da chi appartiene alla stessa generazione (al Toro ed a Gimondi ci arrivo.. ma Paola Bolognani, chi era costei?).
    In realtà l'aspetto che ritengo più pregevole è l'assenza della laudatio temporis acti.
    Quanto alla "cronometratura" dei tempo di lavoro, in realtà, c'è anche oggi, sia pure con modalità differenti.
    Nel racconto si coglie l'eco della scomparsa - o dell'inizio della scomparsa - del mondo industriale italiano, ma questo discorso ci porterebbe lontano..

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    1. Sui cerchi di Giovanni lasciamo ancora il mistero, non indaghiamo.
      La Bolognani era una biondona maggiorata che sapeva tutto di calcio, e spopolava in tv con Mike Bongiorno negli anni cinquanta. Nemmeno io me la ricordo bene.
      I temp indrè, per me rappresentano soltanto il passato, ma non ho grandi nostalgie o recriminazioni da fare. Ma di una cosa sono sicuro, quando i mulini erano bianchi i biscotti facevano schifo. Nel senso che non rimpiango il passato, non lo demonizzo e guardo ancora avanti. Non è che ci veda tanto tanto bene, ma tengo sempre i fari accesi e guido con prudenza.
      Ciao

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    2. Rimpianto forse no, ma una certa sana invidia per la Bolognani della tv d'antan forse sì.
      Almeno per me.
      Bionda, prosperosa, prorompente, compita e intelligente.
      Ah, bei tempi...
      Sid

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  5. Con certi autori, il piacere inizia ancor prima della lettura, perché è sicuro che non si rimarrà delusi :-))
    A livello di parere, non posso che ripetere le stesse cose: la scrittura è densa, scorrevole, intrigante, ironica senza strafare, e bla bla bla.
    Anch'io ho pensato al film Tempi moderni, e al ritmo frenetico imposto nelle varie industrie.
    Produrre per consumare, produrre per consumare, produrre per consumare ...
    Solo oggi ha preso a circolare l'idea che l'esistenza personale non può esaurirsi in quel diktat, e che altri valori avrebbero diritto di cittadinanza..
    L'esperienza di Giovanni, malvisto dai colleghi per la totale dedizione al lavoro, mi ha fatto pensare che anche negli uffici pubblici chi si impegna e si guadagna onestamente il proprio stipendio non è molto apprezzato nel suo ambiente. La domanda che circolava ai miei tempi più frequentemente era ( e penso che lo sia anche oggi) : Ma chi te lo fa fare? Pensi forse che ti daranno una medaglia?
    Questo, naturalmente, per nascondere la propria ignavia e la scarsa propensione all'impegno fattivo.
    Rinnovo i miei complimenti.

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  6. Letto su fb (grazie a Sid) e così da me commentato:

    Scritto con la solita bravura. Un racconto che parla del passato, ma che, da come vanno le cose, predice il futuro e, in alcuni casi, il presente.
    Sono già molte, infatti, le aziende che "usano" la manodopera fornita dalle cooperative, e so che i ritmi di lavoro sono più o meno simili; se no il giorno dopo te ne stai a casa.

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    1. Ma non solo non è cambiato nulla, ma il potere d'acquisto dei salari è diminuito.
      Grazie e scusa per il ritardo.

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  7. Sergio Boldini22 ottobre 2013 14:27

    Bello questo spaccato di vita preso dal periodo in cui trovare lavoro era solo una questione di differenza di paga o di vicinanza da casa. Quanto ai cerchi credo che questo non fosse il vero motivo dell'impiego di Giovanni, ma, semmai, un modo di dare ai colleghi e all'azienda un esempio e una certa immagine di concretezza e serietà.
    Scrittura senza sbavature per cui con te la fresatrice non sarebbe proprio servita.
    Un caro saluto.

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    1. Caro Sergio sei troppo buono,
      Contento ti sia piaciuto.

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  8. Mi hai strappato sorrisi e ricordi. Essere metalmeccanico era un salto di qualita',un vanto.
    ma non erano I soli a dover lavorare col cronometro: lo erano un po' tutti. Mio marito lavoro' per un breve periodo in una fabbrica di piatti, un po' come I cerchi di Giovanni, ne faceva ad un ritmo incredibile ,si licenzio' prima di spiattellarsi una mano sotto la pressa.
    Che bel racconto Franco! Mi era sfuggito su fb! Bravissimo

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  9. Che sia fantasia o realtà poco importa Frame. Quanta tenerezza Giovanni, quanto bello il racconto, quanto bravo tu!!!
    Un abbraccio

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