mercoledì 23 ottobre 2013

il Post it di Rubrus - Stephen king 3° parte: Il rapporto con le cose - La vita di provincia


IL RE... E ME. 
ALCUNE PERSONALI OSSERVAZIONI SU STEPHEN KING

3) il rapporto con le cose:
Solo la patria del consumismo poteva produrre un autore che sa così bene descrivere il rapporto dell'uomo moderno con gli oggetti. Il tema è centrale in "Cose Preziose", che ruota tutto intorno ad esso. L'oggetto, meta del desiderio immaginato, e quindi del potere, assurge a feticcio, talismano, strumento di maledizione e di morte a seconda del modo in cui il potere si rapporta con esso. Si veda, per esempio, l'automobile in Christine (e in Buick8), il cellulare (tema poi, purtroppo, non sviluppato) in Cell, la macchina da scrivere in Misery od in un piccolo capolavoro come il racconto lungo "La ballata della pallottola flessibile", e così via.
Mi tocca, ancora una volta, tornare alla questione della credibilità e della sospensione dell’incredulità.
Un lettore non specificamente interessato al fantastico non verrà attratto da un racconto come “L’abitatore del buio” di Lovecraft (malgrado il fascino stregato del racconto) e credo che tutti, chiuso il libro, facciamo fatica a credere al Trapezoedro Lucente (per non parlare di Nyarlathothep).
Nessuno di noi, invece, ha bisogno che gli venga spiegato che cosa sia un cellulare, un’auto, una macchina da scrivere, un computer.
L’abilità di King sta per l’appunto nel mostrare il lato perturbante del quotidiano. L’autore inizia il racconto utilizzando concetti e oggetti che tutti conosciamo. Poi, gradualmente, ce li mostra in una luce del tutto particolare.
Grazie alla capacità descrittiva di King, il lettore sente parlare della propria casa, del proprio oggetto di uso quotidiano e diventa facile preda della narrazione.
Personalmente, poi, credo che il fascino dei romanzi stia nel fatto che, magari inconsciamente, leggendoli vediamo solleticato qualche segreto dubbio che ci rode: ho davvero pagato ciò che posseggo… oppure c’e ancora un rata assai salata? E per quanto tempo ciò che possediamo – ed a cui abbiamo così strettamente legata la nostra vita – sarà ancora nostro? Non è possibile che quel determinato oggetto ci si rivolti contro? Quanto di noi rimane, nostro malgrado e a nostra insaputa, in ciò che ci appartiene? (questa domanda è alla base di un bel racconto non horror sull’Undici Settembre: “Le cose che hanno lasciato indietro”).
La prova migliore di questo rapporto con le cose e della sua evoluzione (e, probabilmente, la dimostrazione che King è arrivato all’ultima fase della sua carriera) sta forse in un romanzo non pienamente riuscito come “Cell”. Qui, a mio parere, il lato perturbante di questo oggetto (la sua invadenza, la sua pervasività, la sua indispensabilità coatta) non viene sfruttato appieno. A parte l’utilizzo iniziale del telefonino come strumento (non voluto) di sterminio, il racconto vira poi verso una storia assai più canonica di “apocalisse da zombi” che deve molto ai film di Romero e termina con quello che credo sia uno dei peggiori finali kinghiani in assoluto.
Ulteriore prova di questa involuzione è data, nell’opera di King, da una clamorosa assenza: internet.
King è stato uno dei primi autori a scrivere un racconto solo per la rete (The plant) e certo sa sfruttare gli e book, ma internet non è affatto l’oggetto della narrazione. Compare, ovviamente, nei romanzi, ma non è un elemento della trama e non riveste per nulla il ruolo che auto ed altri oggetti hanno in altre opere. Il suo ultimo libro (non strettamente horror e forse un po’ strappalacrime) cioè “Joyland” si è avvalso solo, quanto a distribuzione, dei canali tradizionali e si svolge negli anni ’70 quando la Rete non c’era.
Insomma, è come se King, in questi suoi ultimi anni, si sia “disconnesso” da quel luogo dove crescono i neri miti che usa per i suoi racconti (tant’è che, nei suoi racconti macabri, il soprannaturale è assai meno presente).         

4) la vita di provincia:

'Salem's lot (uno dei primi romanzi) viene definita dallo stesso autore come "Peyton Place con i vampiri". Tutte o quasi le opere di King sono ambientate nei tranquilli paesi del New England, dove l'autore è nato ed abita. Si tratta ovviamente di villaggi immaginari (Castle Rock e dintorni, Derry), descritti con il rapporto odio / amore tipico di chi, in paese, ci è nato ed abita. Sovente, nei romanzi e nei racconti di King, il "ritorno a casa" è un viaggio agl'inferi, un ritorno fisico a quello stato originario, spesso coincidente con l'infanzia, di cui si è detto sopra ("A volte ritornano", "Salem's lot" "IT").
Ciò è oltremodo palese nel più recente “The Dome”, dove un intero paese viene intrappolato sotto una misteriosa, impenetrabile cupola.
Il romanzo, benché pubblicato un paio di anni fa, è degli esordi ed è, fuor di metafora, ciò che King fa con la sua Bangor. La analizza, la disseziona, la esamina fino a conoscerne tutti gli angoli, i segreti, i peccatucci, le dinamiche, gli slanci, le miserie.
In una nazione nata e cresciuta “on the road” andando ad ovest, King è ossessivamente legato al suo paesello e non riesce ad allontanarsene se non per brevi periodi e con esiti non sempre felici.
Con tutte le debite differenze tra i due autori, il rapporto che lega King al suo Maine è lo stesso rapporto che legava Lovecraft a Providence (sulla tomba di questo autore è scritto proprio “I am Providence”) ed al Massachussets. Se Lovecraft ha creato un Rhode Island ed un Massuchessetes immaginario dove si trovano Arkham, Inssmouth, Dunwich ecc. King ha creato uno pseudo – Maine dove si trovano Castle Rock, Derry, ecc.

Forse è eccessivo dirlo, ma questo ripiegamento su se stesso potrebbe anche essere inserito nel generale affievolimento della spinta espansionistica americana.
Finita la corsa all’ovest, la corsa all’oro, svanita la nuova frontiera kennediana (quella vissuta dal giovane King), in crisi e scricchiolante la svolta di Obama, forse gli Usa (nei quali, peraltro, la tendenza isolazionista è sempre stata presente) tendono a rinchiudersi nei propri confini (forse l’emblema di tutto ciò è il muro alla frontiera messicana).

Credo che, in qualche modo, il localismo di King sia espressione, sintomo e conseguenza di questa tendenza e, se ciò ha tanto successo anche da noi, periferia dell’impero, penso che dipenda sia dalla identità di immaginario creatasi tra noi e gli Usa sia dalla comune tendenza a erigere muri e arroccarsi in sé.

 5) colpevoli omissioni da parte dell’autore del presente  

Ci sono ovviamente altri temi (l'amicizia, il rapporto di coppia, la vita in carcere), ma quelli sopra, più o meno, sono presenti in tutte le opere.  

4 commenti:

  1. Non avendo letto i suoi libri mi ero convinto che l'ambientazione in piccoli centri di provincia fosse solo per esigenze cinematografiche. E' più facile infatti ricreare gli esterni di un paese, ma naturalmente quando avrà incominciato a scrivere non pensava certo di vendere le sue opere al cinema. E invece vengo a sapere che Under the Dome è stato concepito all'inizio della carriera. Stupefacente.
    Questo articolo sta bene qui dove sta, ma sono certo che troverebbe spazio adeguato su qualunque rivista specializzata.

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  2. mmm... ti ringrazio della fiducia, ma non credo. E' solo qualche nota scritta da un lettore di King (anzi, da un Fedele Lettore). Oso sperare che contenga alcune osservazioni fondate e centrate (la modestia quando è troppa è insopportabile), ma, realisticamente, escludo che possa rivestire qualche interesse al di fuori del circolo degli interessati, delle cd. fanzine etc.
    In realtà credo che è vero che King non scrisse, all'inizio, per il cinema, ma il suo linguaggio è sempre stato, più o meno consciamente, più o meno volutamente, cinematografico (anche nei suoi aspetti meno convincenti). E credo che ciò abbia rappresentato un po' anche la sua fortuna.

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  3. Serenella Tozzi23 ottobre 2013 18:42

    Bello e compiuto, da vero conoscitore il tuo articolo, e quando sottolinei che Stephen King ci mostra gli oggetto sotto una luce del tutto particolare, mi hai richiamato alla mente quel tuo ammirevole racconto sull'automobile maledetta intitolato Riciclaggio. In qualche modo ti ha influenzato e non poteva essere altrimenti visto il tuo particolare interesse per questo autore.

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  4. Ti ringrazio. King mi ha influenzato moltissimo - ti basti dire che scrissi il mio primo racconto partendo da una frase che avevo letto in un suo romanzo (Le notti di 'Salem) e che, secondo me, riassume il senso profondo della natura horror: "La morte è quando i mostri ti beccano".

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