lunedì 7 ottobre 2013

"Io credo, che una fricassea di polli sia il migliore di tutti i cibi." Madame la Dauphine, Maria Giuseppina di Sassonia - da Il Duello di Giacomo Casanova


Il duello
di
Giacomo Casanova

Re, regine, principi, nobili e personaggi celebri d’ogni tempo sono legati a filo diretto con la cucina e a molti piatti diventati famosi anche grazie al nome illustre che li identifica.

Vorrei partire, in questa breve carrellata, dalla Regina Margherita, sì proprio quella che mangiava il pollo con le dita e che durante una visita a Napoli nel 1889, secondo la leggenda, legò il suo nome alla più conosciuta e nobile tra le pizze: la “Pizza Margherita” per l’appunto. Per non scendere di lignaggio e grado, anche se siamo in un settore soltanto affine alla cucina, dovrei citare Maria I Tudor detta la sanguinaria, che molto più tardi e involontariamente ispirò un famoso barman parigino, il quale per primo dettò la ricetta del Bloody Mary. Il colore della bevanda infatti (succo di pomodoro) ricorda quello del sangue. Solo per rispetto alla Germania citerò Bismark il cancelliere tedesco tanto ghiotto di uova da mangiarne in quantità e di abbinarle con qualunque pietanza. Oggi ogni piatto di carne con l’aggiunta di uova prende il suo nome. E che dire dei celebri “Turnedos alla Rossini” e della altrettanto famosa “Pasta alla Norma”, in onore di Vincenzo Bellini?
Tutti piatti molto conosciuti nel resto del mondo, che trovano un posto d’onore in tutti i libri di cucina, ma forse pochi sanno che il “Pollo in fricassea” deve la sua notorietà non solo alla squisitezza della pietanza, ma anche grazie a sua altezza reale, Maria Giuseppina di Sassonia e più modestamente a Giacomo Casanova che nell'anno 1750, a Fontanablò, era nel circolo di quelli che assistevano al pranzo, o (per meglio dire) guardavano la regina di Francia a mangiare. Al termine del quale, Madame la Dauphine in persona ebbe a dire in chiara voce: Je crois, que rien n'est meilleur d'une fricassée de poulets. - Io credo, che una fricassea di polli sia il migliore di tutti i cibi.”
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Da il “DUELLO”
di Giacomo Casanova

Mi trovai, nell'anno 1750, a Fontanablò nel circolo di quelli che assistevano al pranzo, o (per meglio dire) guardavano la regina di Francia a mangiare. Il silenzio era profondo. La regina, sola alla sua tavola, non guardava che le vivande, che le veniano poste innanzi dalle sue donne, quando, gustando essa di un piatto a segno di volerne la replica, alzò maestosamente lo sguardo, ed accompagnando gli occhi col girar lento del capo, a differenza di certe signore poco accorte del nostro paese, che non girando che i soli occhi sembrano spiritate, scorse in un istante tutto il circolo; poi fermatasi sopra un signore, il più grande di tutti, e quello forse al quale solo era a lei conveniente di fare tanto onore, dissegli in chiara voce: Je crois, monsieur de Lowendal, que rien n'est meilleur d'une fricassée de poulets. - Io credo, signor Lowendal, che una fricassea di polli sia il migliore di tutti i cibi. Egli (avanzatosi già di tre passi tosto che udì la regina a pronunziar il suo nome), rispose con voce sommessa, serio, e guardandola fisso, ma col capo chino: Je suis de cet avis-là, Madame. - Tale, o Madama, è il mio parere. Detto questo, ei ritornò, tenendosi curvo, in punta di piedi e camminando all'indietro, al luogo dov'era, e 'l pranzo si terminò senza che si pronunziasse più parola.
Io ero fuori di me. Tenevo gli occhi fissi su quel grand'uomo, che pria non conoscevo se non per nome e pel famoso espugnatore di Berg-op-Zoom, e non potevo concepire come avesse egli potuto tenersi dal ridere, egli, maresciallo di Francia, a quella frase da cuoco, che la regina si era degnata d'indrizzargli, ed alla quale egli avea risposto con lo stesso serioso tono e con quella gravità con la quale in un consiglio di guerra avrebbe opinato per la morte di un uffiziale colpevole. Più vi pensavo, e più sentivo a venirmi meno la forza, che impiegavo per trattenere lo sbruffo del riso che mi strangolava. Guai a me, se non avessi avuto il vigore di trattenerlo! mi avrebbero preso per un solenne pazzo, e Dio sa cosa mi sarebbe avvenuto. Da quel giorno in poi, cioè per un intero mese che passai a Fontanablò, trovai ogni giorno in tutte le case dove andai a pranzo, la fricassea di polli che cuochi e cuoche componevano a gara, sostenendo che la regina avea detto il vero, ma che vero altresì era, che non v'era nella cucina francese piatto più difficile di quello. Io poi non seppi mai intendere come quel piatto potesse in fatti esser tanto difficile, mentre il trovavo dapertutto, e dapertutto egualmente perfetto, ma mi guardavo di spiegarmi, poiché, dopo che la regina ne aveva fatto l'elogio, mi avrebbero fischiato. Fu deciso che non v'era che il cuoco della regina che potesse vantarsi di comporlo alla perfezione.



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La trama
Polonia, 1766. L’avventuriero veneziano Giacomo Casanova sta facendo il provolone con una donna di spettacolo subito dopo un’esibizione. I due ridono, scherzano, diremmo oggi che flirtano, almeno stando al racconto di Casanova. A un tratto sopraggiunge un tale potente Pòstoli, che dichiara di amare la dama (nel senso della donna) e di esserne piuttosto geloso. Senza pensarci due volte, Pòstoli caccia Casanova con «sommo disprezzo», minacciando «di subitanea risoluzione a via di fatto, se pronto non ubbidisse».
Il nostro illustre connazionale, per non avere rogne, ubbidisce eccome, battendo in ritirata. Mentre però si trova ancora a portata d’orecchio, sente il Pòstoli commentare: «quel poltrone veneziano prende, andandosene, il buon partito; ero per mandarlo a farsi fottere». Apriti cielo.
Il problema per Casanova non è tanto l’essere stato cacciato in malo modo, o chiamato “poltrone”, o mandato a farsi fottere. Infatti se «al termine, benché grossolano, di poltron, egli non avesse accoppiato l’epiteto di veneziano, avrebbe forse l’altro sofferto l’affronto; ma una parola che vilipende la nazione, non v’è, a mio credere, uomo che possa soffrirla». Non potendo rischiare che l’amata Venezia perda di prestigio, Casanova sbotta: «un veneziano vigliacco, da qui a un pochetto, manderà all’altro mondo un valoroso polacco». A questo punto le parole lasciano spazio alle pistolettate.

Buona lettura.

2 commenti:

  1. Un testo pesante da digerire per i postcontemporanei, godibile quanto mai da me affogato fino al collo nel classicismo dei secoli passati.
    Un vero piacere dello spirito e dell'intelletto ritrovarsi tra arguzie letterarie di tal fatta.
    Gente che meditava a lungo prima di scrivere, ponendosi a pedagogo di vita.
    Rileggere questo testo mi ha riconciliato con la speranza che non tutto sia perduto per la cultura.
    Siddharta

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    1. Ah ecco... volevo ben dire!
      Be' consolati, anche a me piace di tanto in tanto leggere questi testi che poi proprio pesanti non lo sono affatto, anzi, hanno una leggerezza e una eleganza che oggi è difficile riscontrare negli scritti cosiddetti moderni. Senza considerare che Casanova gode di grande fama per alcune cosette che tutti sappiamo, mentre per altre è trascurato e sottovalutato. A mio modestissimo modo di vedere, naturalmente.

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