martedì 22 ottobre 2013

PUCCINI E LE SUE DONNE - di Augusto Benemeglio - 3° e ultima parte


22.2013
etichetta: la stanza di Augusto Benemeglio


8. La crisi
Siamo in presenza di un sostanziale  senso di distacco fra l’opera d’arte in sé ed i sentimenti del suo creatore. Che poi sono alcuni caratteri distintivi non soltanto della musica novecentesca, ma di gran parte della produzione artistica del nostro tempo. Anche  Mosco Carter , che aveva esaltato le sue eroine che s’inquadravano negli schemi freudiani, tutte sconfitte e “condannate”, tranne appunto Minnie, liquida sommariamente l’opera definendola un disfacimento del melodramma e definirà la successiva e incompiuta Turandot , un sarcofago del melodramma, la fine di un modo di concepire il teatro musicale. E’ il rovesciamento delle posizioni tra i personaggi e il suo autore, tra Puccini e le sue donne. Puccini è ormai avviato al tramonto e quest’opera è la testimonianza di una crisi , siamo lungo un crinale fra le inquietudini linguistiche ed espressive che separano l’Ottocento dal Novecento.
Puccini era un artista celebre e un uomo ricco. Ormai si poteva concedere tutto, il motoscafo che lo veniva a prendere a Torre del Lago per andare a Viareggio, fucili, motori, automobili, orologi, vestiva con eleganza, era un gran signore alla mano, ma a nessuno sfuggiva la sua indomabile malinconia, la sua accentuata tristezza , che egli stesso riconosceva essere senza ragione. La sua amante ,la baronessa Josephine von Stangel , una giovane signora di Monaco di Baviera divisa dal marito, che Puccini aveva conosciuto sulla spiaggia di Viareggio verso la fine del 1917 , gli propone di abbandonare la moglie Elvira e di farsi un nido altrove, ma Giacomo,  per quanto lo desideri, non ha il
coraggio di un gesto che avrebbe suscitato uno scandalo troppo grande e preferisce continuare la strada dei piccoli sotterfugi e degli incontri segreti. Ciò gli provocava ansia e malumore, ma la vera angoscia era quella di non trovare un libretto adatto alla sua ispirazione, cercare altri personaggi femminili. Gli propongono una collaborazione con Dannunzio, ma lui rifiuta: Il poeta porta male al teatro lirico , scrive nel novembre del 1918 , in lui manca sempre il vero e spoglio e semplice senso umano. Tutto sempre è parossismo, corda tirata, espressione ultra eccessiva.


9. Il Trittico
Accetta di mettere in musica il famoso Trittico , in cui troviamo “Il tabarro”, un grand guignol,  un’opera mancata con zone geniali, e poi “Gianni Schicchi” , un personaggio umoristico tratto dalla Divina Commedia, capolavoro d’equlibrio e di saggezza ridente, e infine  “Suor Angelica”, con al centro un altro personaggio femminile, un’armonia di femminee delicatezze , con una musica di una mollezza quasi pascoliana, ma anche un dolce sogno virginale  solcato da un momento di strazio. Siamo alla fine della prima guerra mondiale e Puccini ha un assillo sempre più crescente:  “rinnovarsi o morire? L’armonia d’oggi e l’orchestra non sono più le stesse.” Avverte l’esigenza di cambiare, ma non sa ancora esattamente come, in quale direzione. Ha scarti di malumore  e di nostalgia uniti ad un’insaziabile e mal dissimulata curiosità nei confronti del nuovo.


10. La Turandot
Puccini vuole stupire il mondo con una nuova opera , qualcosa che gli dia nuovo entusiasmo, nuova linfa, nuova vitalità e quando l’amico Renato Simoni , alla stazione di Milano , gli propone di  pensare alla messa in scena della fiaba gozzaniana “Turandot” , la storia della bella e crudele principessa  misantropa, la cosa lo affascina , gli sembra  adatta per realizzare le sue nuove idee. Conosce la fiaba  perché è stata già messa in musica da Ferruccio Busoni e rappresentata a Zurigo nel 1917, ma lui intende farne qualcosa di fantasmagorico. Un’amica gli parla del lavoro teatrale  messo in scena anni addietro in Germania da  Max Rehinardt , gli promette che gli farà avere delle fotografie. Puccini s’entusiasma,  chiede a Simoni di esemplificare il testo , di renderlo snello ed efficace , di esaltare la passione amorosa di Turandot  che per tanto tempo ha soffocato  sotto la cenere del suo grande orgoglio. Pensa ad un personaggio da realizzare “ attraverso il cervello moderno”, ma passano due anni e il  lavoro non va avanti , perdura il suo malumore, quel senso di annichilamento . Gli sembra di lavorare per le ombre, gli sembrano sforzi inani ,  tutto inutile.  “Ormai il pubblico – scrive all’amico Simoni – non ha più il palato e il gusto per la musica ; ama, subisce musiche illogiche , senza buon senso. La melodia non si fa più, o se si fa, è volgare. Si crede che il sinfonismo debba  regnare , invece io credo che è la fine dell’opera di teatro. In Italia si contava, ora non più.”
I dubbi e le inquietudini dell’artista , il timore di perdere contatto con la realtà circostante, con le nuove correnti musicali , ora non avevano più - sullo sfondo-  le nevrosi erotiche d’un tempo, che erano quasi del tutto tramontate , ma diventavano più intime e logoranti nell’incubo della vecchiaia. Pensò addirittura di sottoporsi ad un trapianto ghiandolare di ringiovanimento di cui si erano avuti esperimenti in cliniche di Parigi e Berlino. Era ricco e famoso , ma niente più gli dava la gioia, la soddisfazione, l’orgoglio di un tempo , né l’enorme gettito dei diritti d’autore, le proprietà che aveva sparse un po’ ovunque, gli amici , la caccia, i viaggi , le sue automobili. S’immerge nel lavoro della Turandot con i soliti momenti d’euforia e abbattimento, incertezze , contraddizioni, ripensamenti, e  , come sempre , Puccini scarica  tutte   le colpe sui suoi librettisti, che erano invece intelligenti, colti e devoti a lui. Ci vogliono  altri due anni, dal marzo 1922 al febbraio 1924 , per finire la strumentazione dei primi due atti, ma quello che lo angustia è il terzo atto , di cui non riesce ancora a vedere il logico sbocco drammatico. Accusa , come al solito , i “poeti” di trascurarlo, ma in realtà avverte inconsciamente che si è avviato lungo una strada senza uscita ,  fatta di esperienze composite che devono essere ricondotte ad un’unità . Capisce che deve dare un taglio netto e definitivo al passato , con le vecchie regole del melodramma. Era partito dalla passione amorosa di Turandot, ma i sentimenti di questa donna sembravano emergere soprattutto come la componente di un misterioso ed affascinante rituale scenografico; l’unico personaggio che richiamava le sue eroine , deboli e destinate ad amare e a  morire d’amore, è quello che non c’era nella fiaba drammatica del Gozzi, Liù, che conserva intatta  la felicità musicale e la delicatezza delle  intuizioni liriche delle sue donne , per il resto naviga in un mare di incertezze. L’ultima delle sue donne non è  Turandot, ma Liù, “che va sacrificata –dice - perché questa morte può avere una forza per lo sgelamento della  principessa”. Intuisce che non ce la farà a finire l’opera.  “”Io ci ho messo in quest’opera tutta l’anima mia , ma non so se potrò finirla in tempo” , anche se scaramanticamente ne fissa l’esecuzione alla Scala per l’aprile 1925. 

11. Il mal di gola
Ma già nell’aprile del 1924 giunge l’evento irreparabile del suo “mal di gola” che lo affligge da diverso tempo: si tratta di un tumore maligno. Continua a sperare, o fingere di sperare ( sa che la madre e la sorella suora erano morte dello stesso male) , in agosto scrive agli amici di stare benone , soffre solo  di una fastidiosa faringite e tonsillte , parla di caccia e in Ottobre si reca a Torre del Lago, per l’ultima volta. Il 3 novembre scrive a Clausetti , per la Turandot: “Occorre una donna eccezionale e un tenore che non scherzi. Non averla finita quest’opera mi addolora. Guarirò per finirla in tempo?”
La sera del 4 novembre  Puccini parte per Bruxelles , accompagnato dal figlio Tonio: all’Institut de la Couronne , diretto dal dottor Leodux , dove sarebbe stata tentata la cura del radio , unica possibilità di salvezza, gli avevano detto a Firenze. Puccini farà  un po’ da cavia e sarà la prima vittima illustre delle pionieristiche terapie anticancro. Operato il 24 novembre , - tre ore e quaranta minuti di sala operatoria , dolori atroci, impossibilitato a parlare , - Puccini scrive su un taccuino: “Caro Magrini , la Maremma è ancora bella?, si va a caccia?”.

12. Il vostro “sonatore del regno”
Per qualche giorno l’atroce supplizio sembra avviato a risultati positivi ( “Puccini en sortirà”, dice Ledoux) , ma alle nove di sera del 28 novembre una sopraggiunta crisi cardiaca  ne segna l’inevitabile fine. “Ho l’inferno in gola, mi sento svanire”, scrive Puccini sul taccuino. Sono le sue ultime parole. Ormai non c’è più niente da fare. Arriva l’ambasciatore italiano , poi il Nunzio Apostolico che si intrattiene qualche minuto da solo e gli impartisce i sacramenti. L’agonia dura quasi tre ore. Alle undici e mezzo di sabato 29 novembre 1924, il cuore di Puccini cessa di battere.. Un attimo prima di morire forse rivede in un flash tutta la sua vita: pianista e organista adolescente a Lucca, studente e autore di  pezzi orchestrali a Milano , cacciatore sul Lago di Massaciuccoli, i primi successi, il benessere, la fama, i grandi viaggi ,gli  amici, le donne e il fumo ,  la nomina a senatore del Regno d’Italia . Rivede la galleria dei suoi personaggi femminili, le sue “grandi” donne, figure indimenticabili, fragili come onde di mare ,ma non arrendevoli,  eroine struggenti che conquistano il cuore della gente, riascolta la sua musica di straordinaria forza narrativa e di miracolosa precisione teatrale , la sua musica che ci fa ancora sognare e commuovere , e si firma  , con malinconica autoironia , come usava fare negli ultimi mesi della sua vita: il vostro “ sonatore del regno”.      

Roma, 18 agosto 2013                                        



2 commenti:

  1. Un buon lavoro caro Augusto, complimenti.
    Sarà mia premura riunire le tre parti e archiviare l'opera in un solo post.
    franco

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  2. Serenella Tozzi23 ottobre 2013 13:14

    Leggere questo articolo mi ha dato l'impressione di leggere un documentario biografico caratterizzato da forte emotività.
    Puccini ne emerge in tutta la sua personalità di musicista e di uomo.

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