martedì 29 ottobre 2013

Riflessioni sulla vita senza Dio

 Guestpost

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L’inferno dei viventi è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio ( Calvino).



E' una bellissima e veritiera osservazione, direi. Da non confondere con quella di Sartre: "L'inferno sono gli altri", vera per altri versi, da un altro angolo.
Sartre metteva in luce la solitudine dell'esistenza, l'impossibilità di essere libero dai condizionamenti, la responsabilità del definirsi.
Calvino, invece, secondo me, è un realista, uno psicologo attento e sottolinea il fatto che, insieme, siamo capaci di nefandezze inaudite che rischiano di offuscare anche una sola fiammella di bontà e che cercare questa fiammella, riconoscerla, farla continuare a vivere, in noi stessi e negli altri, con fatica e ricerca continua è un compito che dura una vita. Richiede vigilanza continua, prima di tutto su noi stessi, che non siamo niente di diverso dagli altri, nemmeno dai peggiori tra di noi.
Direi proprio di sì.
Le parole di Calvino sono suggestive e vorrebbero aprire alla speranza di un piccola oasi da ricercare e costruire al riparo dall'inferno che è la vita di tutti.
Ma appunto la libertà di scelta non è uguale per tutti, non sono uguali le condizioni, non sono uguali gli strumenti per capire, vigilare e ritagliarsi gli spazi " di paradiso".
E non credo nemmeno che sia facile per chi questi strumenti in teoria li ha.
La vita è troppo dura e faticosa e in buona misura ingovernabile e il proprio inferno personale, grande o piccolo che sia, ce lo dobbiamo portare appresso, fino all'ultimo respiro.
Ci sono inferni dai quali è impossibile salvarsi e che non si sono scelti.
Sono stati concessi in dotazione insieme alla braccia, alle gambe, al cuore, alla testa.
Sono stati iscritti nel nostro atto di nascita, in un posto piuttosto che in un altro, in una casa invece di un'altra.
E di questa tara originaria è molto difficile liberarsi.

font:
guspensiero.blogspot.it





5 commenti:

  1. Serenella Tozzi29 ottobre 2013 10:56

    Un post condivisibile, senz'altro. Quanto è dovuto alla fortuna di nascere in un posto anziché in un altro?
    Ma a me piacciono soprattutto le parole di speranza di Italo Calvino:
    ...cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio ( Calvino).

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  2. D'accordo con Serenella sul contenuto sostanzialmente propositivo del pensiero di Calvino.
    Premesso che c'è una situazione generale negativa (definita "inferno") si invita a cercare in essa quanto non è negativo ed a farlo crescere.

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  3. Condivido appieno il tuo post. Sicuramente ci sono tante espressioni per provare a spiegarsi il senso della vita, e ognuna di esse possiede una porzione di verità.
    Mi permetto di condividere con voi un verso del poeta greco Ghiannis Ritsos che, nella sua brevità, è di una forza espressiva eccezionale:
    Vita - una ferita nell'inesistenza.

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    1. Così vorrei modificare il verso: << Vita, una ferita nell'Universo >>.
      Perchè la vita - di tutti gli esseri viventi - è un'anomalia fisica: un ordine minoritario nel disordine del Caos.
      Siddharta

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    2. Se non è zuppa, è pan bagnato...
      Siddharta

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