mercoledì 23 ottobre 2013

UNA STORIA D’AMORE - Sergio Boldini - Racconto


24.10.2013
etichetta: la stanza di Sergio Boldini

Una storia d'amore
L’occhio rosso si è acceso all’improvviso. Mi guardo attorno: le facce che vedo al di là delle trasparenze di un finestrino sono le stesse di ieri, dell’altro giorno, di una settimana fa. Facce stanche, inespressive, pallide di noia e di rassegnazione.

Il riflesso monotono di una routine quotidiana.
  Ma basta un’inversione di marcia per annullare tutto. È strano come le cose cambiano aspetto: le luci, i rumori, perfino la strada, fatta al contrario per una cartellina dimenticata sul ripiano della libreria. Come se lo Studio sull’analisi dinamica della struttura di un ponte fosse una cosa da poco, lo scontrino di un supermercato, un pezzo di carta da buttare o dimenticare.
   Eppure è successo. È di nuovo successo.
   Me n’accorgo in ritardo, un ritardo che è diventato abitudine. Questa volta è al semaforo successivo. Appena passato il ponte sulla Dora. Una mano portata alla tempia con un gesto istintivo, quasi a sancire un senso di sbadataggine. La sterzata è brusca, improvvisa. Ho quasi la certezza di cento imprecazioni nell’aria umida che sa di metallo.
   Schiaccio il piede sull’acceleratore, torno indietro e ritrovo i colori appena lasciati, la gente, le vetrine, l’edicola dalle mille copertine allineate. Sembra di rivedere un film con le cento sequenze che si rincorrono e ripetono uguali, senza sorprese, senza più il fascino dell’immediatezza.
   Le stesse parole con la fioraia di corso Brunelleschi.
   La solita piazzola nel parcheggio sotto casa.
   Lei starà ancora dormendo. Sentirò il suo respiro, il suo profumo, il brivido dentro che mi confonde.
   Trattengo il battente della porta con la mano. Mi guardo attorno. Le ombre sono segni abbozzati. Grigio perla. Come i colori dei quadri appesi: pastelli leggeri, macchie di nebbia e rugiada sull’erba recisa.
   La casa è silenziosa. Raccolgo gli odori lasciati dalle nostre presenze, dai fiori, dagli indumenti, dagli stessi sospiri. Aromi maturi sparsi in ogni dove. Come un fascio di ricordi che svolazzano nell’aria. Sembra che i libri, i ninnoli e le tante cose aggrappate ai muri osservino il sincronismo del tempo. Immobili e spente. Come un ordine impartito.
   Percorro il corridoio nella penombra di un pensiero che è la vita intera. Il diario sospeso dei giorni vissuti, dei baci rubati, di un sogno che tarda a morire.
   Follia d’amore. 
   Mi fermo sulla soglia a guardarla. Ed è come un colore spalmato su una tela ancora cruda, l’immagine erotica di un capriccio che mi stordisce. Il cuore mi scoppia dentro, il petto è un eco imprevedibile, un rimbombo secco, come i colpi di un maglio sull’arancio di una billetta incandescente.
   È girata di schiena. Un braccio allungato al di là del letto, quasi a cercare la tenerezza di un contatto. Ha le spalle nude e la pelle ha il colore dell’ambra illuminata. Il lenzuolo è attorcigliato a una gamba come una corda e i capelli formano una ragnatela scura tra le pieghe del cuscino. È bellissima.
   Trattengo il fiato mentre mi avvicino al letto in punta di piedi. Il profumo è diverso, si confonde con quello della rosa che stringo nella mano. Non voglio svegliarla.
   Appoggio i petali sul cuscino. Allungo una mano. Quasi la sfioro. Faccio una fatica immensa a trattenere le dita a mezz’aria. Cerco nella mente l’ebbrezza di una sua carezza, la dolcezza di un bacio soffiato e poi posato. Ho nelle orecchie il sentore di una musica lieve, l’eco dolce e suadente di un’orchestra di corde pizzicate, le note di una canzone conosciuta e ripetuta. E la sua voce dentro che non va più via.
   Resto immobile, senza ossigeno nei polmoni, le dita a lambire la trama di mille capelli arruffati. Vibrazioni. Le sento diramarsi per tutto il corpo. Onde diffuse, percezioni delicate che si accumulano nella mente e bruciano i ricordi. Quasi la magia di una visione che non vuoi dimenticare ma che lentamente si perde nel trascorrere del tempo. 
   Non sento più il profumo dell’aria. Raggi di luce sprizzano attraverso le tapparelle abbassate. Formano rigagnoli bianchi di polvere in volo.
   Ho il cuore gonfio, inondato di sangue e di passione. Un desiderio quasi doloroso di stendermi al suo fianco, stringerla, annusarla, baciarla.
   Sento i rumori della strada: un motorino con la marmitta bucata, il pianto di un bambino, un motivo fischiettato, l’abbaiare di un cane.
   Lei non si muove neppure. Sembra una statua di cera e di miele, invitante e morbosa come una sposa distesa.
   È tardi, devo andare. Non ho neppure il tempo di un saluto sussurrato. Farò di nuovo tardi al lavoro.


La signora delle pulizie, Erminia Calopresti, riempì la caffettiera, accese il gas e attese che il caffè si raccogliesse nel bricco di alluminio con il suo caratteristico gorgoglio. Sedette su una delle sedie accostate al tavolo, sorseggiò il liquido bollente soffiando nella tazzina e si lasciò avvolgere dall’aroma inconfondibile che aleggiava in tutta la stanza.
   Doveva sbrigarsi o non avrebbe avuto il tempo di fare la commissione che le aveva chiesto sua figlia Nora la sera prima.
   Cominciò a togliere la polvere dai mobili, piegò due maglie, mise nella cesta dei panni sporchi tre camicie e un paio di calzini, scopò il corridoio, la sala, la cucina e si accinse a dare una sistemata alla camera da letto.
   Entrando provò un senso di angoscia.
   Non spostò nulla. Spolverò rimettendo le cose al loro posto, lo stesso in cui si trovavano il giorno del decesso. Una raccomandazione dell’ingegnere. Per non perdere l’immutabile disordine del ricordo, le aveva detto, come una fotografia incorniciata e appoggiata sul ripiano di una scrivania a immortalare l’ultimo attimo di vita.
   Non sistemò neppure il letto.
   Lasciò le lenzuola macchiate e attorcigliate, quasi a disegnare un sudario allungato. Solo raccolse la rosa appoggiata sul cuscino. Se la portò al naso assorbendone il profumo e si commosse come le accadeva ogni giorno ormai da mesi.
   E quando uscì dalla stanza provò la stessa tenerezza, la solita sensazione, quella di lasciarsi alle spalle la pagina ingiallita di una storia d’amore.




14 commenti:

  1. Stavo per dire che la parte centrale è un po' carica, ma il surplus emotivo - o meglio, quello che ai miei occhi appare come tale, magari a quelli di un altro lettore no - è efficacemente controbilanciato da quanto descritto nello stacco successivo - e conclusivo.
    Da appassionato di racconti neri non ho potuto fare a meno di formulare alcune considerazioni, ma me le tengo per me perchè il racconto, più che sugli aspetti fattuali o causali, è basato su quelli sensoriali e quindi anche il solo esporre tale ipotesi potrebbe guastarlo. Piaciuto.

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    1. sergio boldini26 ottobre 2013 14:55

      Ho letto anche i commenti successivi e noto che nessuno dei commentatori si è sbilanciato nel formulare una sua interpretazione. In effetti credo che il testo offra una molteplicità interpretativa non comune. Dopo la lettura di questo racconto al Circolo dei Lettori di Torino, le persone che ascoltavano, pur dando al testo una sua valenza, hanno dato versioni completamente distorte della storia. La stessa cosa su alcuni siti letterari dove il racconto è stato pubblicato. Mi è sorto il dubbio di non essere riuscito a raccontare con chiarezza ciò che era nelle mie intenzioni.
      La storia è semplice, almeno così avrei voluto scriverla. Si tratta di un uomo follemente innamorato della moglie, tanto da non accettarne la scomparsa (naturale, certo, magari a seguito di una malattia) e non solo. Lui, come se nulla fosse accaduto, ogni giorno e con una scusa banale, a metà del percorso che lo porta al lavoro, torna indietro, ripercorre la strada al contrario, acquista una rosa, entra in casa, rivede le cose e risente gli odori di sempre, si affaccia sulla camera da letto e immagina la moglie stesa e addormentata. Ha ordinato alla donna delle pulizie di pulire ma di non spostare nulla, tutto deve restare com'era il giorno in cui si è compiuta la tragedia. La sua immaginazione galoppa senza tregua, cerca perfino di accarezzare la sua visione e prima di andarsene depone la rosa sul cuscino perché lei la trovi al suo risveglio.
      So che sei un appassionato di noir, oltre che un ottimo narratore, anzi, di più e le tue considerazioni non avranno di certo perso l'orizzonte. Mi piace però conoscerne il senso, non solo per un parere di tutto rilievo, ma per capire se la costruzione del brano abbisogna di qualche accorgimento.
      Un caro saluto.

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    2. Ciao. Assolutamente no. Il racconto non abbisogna di alcun accorgimento: va benissimo così com'è. La considerazione che facevo tra me e me non ha nulla a che vedere con le cause della morte della donna; semplicemente ho formulato questo pensiero: il protagonista, ci si dice, ha compiuto giù più volte l'azione descritta nel racconto. Ergo, se quello che ci dice è vero, il cadavere della moglie si trova da diverso tempo sul letto. Ergo, non si può trovare nelle condizioni descritte. Ne consegue che o il protagonista ha usato qualche metodo per conservarlo oppure le condizioni del cadavere non sono quelle descritte oppure non c'è nessun cadavere.
      L'ipotesi corretta è la terza, come si scopre alla fine.
      Ora è evidente che se avessero dato a me una simile trama da sviluppare ne sarei venuto con una scena finale tipo mamma di Norman Bates imbalsamata in salotto, ma è ancor più evidente che non è questo il mood del racconto, incentrato sugli aspetti sensoriali ed emotivi, ancor più che su quelli psicologici (peraltro presente) del protagonista. Avuto riguardo a questo registro, ritengo che la stesura vada benissimo così come è e che, ripeto, non vada assolutamente cambiata.

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    3. Serenella Tozzi28 ottobre 2013 17:22

      Io l'avevo interpretata come una sua abitudine tornare per un motivo o per l'altro a salutare la moglie. Aggrapparsi ad un qualsiasi appiglio pur di poter tornare per un ulteriore saluto.
      Sarebbe bello, no? Ciao, ciao... e poi rivederlo spuntare per un altro abbraccio.

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    4. Serenella Tozzi28 ottobre 2013 17:29

      "Percorro il corridoio nella penombra di un pensiero che è la vita intera. Il diario sospeso dei giorni vissuti, dei baci rubati, di un sogno che tarda a morire."

      Questa è, però, la frase che avrebbe dovuto farmi capire, anche se uno, magari un pessimista, può anche pensare che i sogni prima o poi debbano o possano morire.
      Non c'è nulla da cambiare, quindi, bisogna solo leggerlo molto attentamente.

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  2. Una storia struggente raccontata con mano leggera e sicura, con toni caldi e una certa ricercatezza nel lessico, ma con misura, senza sconfinare mai nel patetico. Lo stile non è dei più sobri, il taglio non è rigorosamente da web e c'è qualche concessione al romantico e al sentimentale, ma mi domando come si potesse raccontare diversamente una storia del genere ed ottenere lo stesso effetto. Perché a volere ben guardare, il riassunto della vicenda richiederebbe non più di una ventina di parole, ma tu sei riuscito a farne un bel racconto, della giusta lunghezza, con un uso sapiente delle descrizioni anche particolareggiate e minuziose. Alla fine direi che nel suo genere è un ottimo racconto.

    ps: Notare la rosa sul letto.
    con effetto perlaceo ;-)

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    1. sergio boldini26 ottobre 2013 15:06

      Come ben sai a me il taglio web piace poco. Ho cercato di dare questa veste ad alcuni racconti, più che altro per abituarmi alla sintesi che ritengo essenziale per questo tipo di scrittura. Quanto al resto ti ringrazio per le parole di apprezzamento, la risposta che ho dato a Rubrus dovrebbe chiarire eventuali dubbi interpretativi che dal tuo commento, mi par di capire, tu non hai avuto.
      Bellissima la rosa e il lenzuolo. Il cuscino però sarebbe stato il massimo.
      Un caro saluto.

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    2. Cosa c’era di tanto complicato da capire?
      Oddio, Sergio, devo ammettere di averlo letto due volte, ma solo per essere certissimo di aver ben capito. Ma anche alla prima lettura la figura del marito che non si rassegnava alla scomparsa della moglie mi sembrava abbastanza evidente e chiara, senza contare che l’ultima parte è molto esplicativa e non lascia adito a dubbi di sorta.
      Volendo trovare il pelo nell’uovo, direi che interrompere il viaggio per seguire l’impulso di ritornare a casa, potrebbe sembrare una forzatura, ma siamo chiaramente in presenza di uno stato mentale molto particolare, non in grado di agire in modo coerente.

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  3. Serenella Tozzi24 ottobre 2013 21:13

    Credo di intuire come avrebbe descritto Rubrus la morte della donna, che qui appare naturale. :-)
    Per il giudizio faccio miei i due pareri già espressi, sia quello del surplus emotivo sottolineato da Rubrus, che quello di Franco quando si domanda come si potesse raccontare diversamente una storia così particolare ed ottenerne lo stesso effetto. Effetto positivo, senza dubbio, con un finale molto romanticamente equilibrato, come sottolineato anche dai commentatori precedenti.
    Un finale davvero delicato.

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    1. sergio boldini26 ottobre 2013 15:12

      Sì, la morte è proprio naturale come ho spiegato nella risposta data a Rubrus. Il resto è già scritto. Ringrazio anche te per le belle parole e mi aspetto un parere circostanziato sulla semplicità o difficoltà di interpretare il testo.
      Un saluto.

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    2. Serenella Tozzi26 ottobre 2013 22:05

      Io non ho avuto difficoltà nell'interpretare il testo, anche se pensavo che lei fosse morta di morte naturale dopo che lui era uscito, non che fosse la sua immaginazione a fargli rivivere la scena. Forse se vuoi rimarcare questo aspetto dovresti dare qualche accenno in più.

      Il dubbio poteva sorgere prima delle righe finali: cioè se fosse stato lui ad ucciderla. Però, a fugare ogni perplessità dovrebbe bastare ripensare alla tenerezza (surplus emotivo lo chiama Rubrus) descritta in maniera insistente nella parte centrale.

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    3. Sia nei romanzi che nei racconti/novelle, ecc. mi sento quasi sempre spaesato, fuori dalla norma.
      Perchè non mi ci trovo coi sentimenti e soprattutto con le immagini che tanti altri esprimono così alla grande e in profusione.
      Quando guido, bado alla strada, ad evitare incidenti, a controllare la spia della benzina, a giungere a destinazione ed altro.
      Le donne delle pulizie le ritengo in genere alquanto sempliciotte e sbrigative, volte a far presto, scontente del lavoro, pronte a chiedere aumenti di compenso, almeno quelle che ho conosciuto io.
      Insomma devo essere proprio un individuo incapace di cogliere le sfumature della vita e della realtà di cui sono così ricche.
      Un insensibile, un materialone in conclusione.
      Sid

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    4. sergio boldini29 ottobre 2013 00:57

      Guidare, badare alla strada, cercare di evitare incidenti, tenere a bada le spie del cruscotto, arrivare al traguardo... beh, carissimo, non è molto differente dal vivere, provare emozioni, amare, pensare. Ti assicuro che lo fanno anche le donne delle pulizie. Un materialone non può essere insensibile, ama il denaro, le cose e ne assapora i profumi e il resto. Continuamente. Credo che il tuo sia un atteggiamento di comodo, tanto per provocare un dibattito. A me non dispiace affatto.

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  4. Il testo mi è apparso chiaro fin da subito: un voler replicare all'infinito l'ultimo giorno d'amore. Molto ben descritta la dipendenza dal ricordo: voler tornare per poter tornare a vivere.Un cuore dolorante non si acquieta in una notte né nei lunghi giorni successivi vissuti come pretesti ma chiamiamoli pure per nome queste sostanze viventi che sono i ricordi! Chissà perché penso ad una morte violenta o inaspettata forse per via del lenzuolo attorcigliato ad una gamba , ma poi mi dico che una rosa più volte fu messa su quel cuscino accanto ad un viso appagato d'amore. Mi ha colpito l'immagine della polvere in volo tra raggi di luce e anche la conclusione piena di tenerezza da parte di una donna estranea alla vicenda ma allo stesso tempo ubbidiente custode.
    Un bel racconto...di quelli che piacciono a me.ciao

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