domenica 10 novembre 2013

IL LUMINO - Loretta - narrativa

                                                       
L’idea del lumino che ardeva incustodito nella stanza di sotto accanto all’ingresso, lo svegliava nel cuore della notte.
Una assurda paura unita alla strana sensazione di minore solitudine lo spingevano ad andare a controllare quella piccola fiammella.
“Non è bene - pensava - sottovalutare un fuoco. Anche se pur lontana ed improbabile, la possibilità di un incendio è sempre in agguato: una sola scintilla può causare danni impensabili.” Chissà, forse mentre egli stava ancora pacifico nel letto, un ritorno di fiamma era già in atto; magari le tende sintetiche da quattro soldi accanto al cero stavano già ardendo e tra breve le fiamme avrebbero intaccato anche il crocefisso che si era portato da Medjugorje.
Che idea portarsi un crocefisso!
Tutti compravano Madonne di ogni fattura e colore, lui no!

Lui aveva voluto comprare un crocefisso e pure grande tanto da riempire quasi una parete: perché se una croce doveva portare, voleva portarla a casa quasi sulle spalle e voleva parlarci con quel Gesù, a tu per tu, da uomo a uomo. Voleva chiedergli il perché di quel tumore al cervello che lo stava rendendo quasi cieco e perché sua moglie lo aveva abbandonato proprio nella malattia e non aveva atteso che fosse stata la morte a separarli, come insegna il sacramento.
Voleva sapere perché il giudice era stato così poco illuminato da assegnare alla sua ex l’appartamento in città comodo su un piano, con tutti i servizi a portata di mano e di cui ancora stava pagando il mutuo, mentre a lui, quasi invalido e malato, aveva assegnato la casa colonica ereditata dai genitori lontana dal paese, isolata, scomoda e pure un po’ cadente. E anche dei figli voleva chiedergli, del perché se ne vanno senza curarsi di chi li ha cresciuti, come se l’amore fosse solo discendente e mai il contrario.
Quante cose voleva dire a quel Gesù ma in realtà non ci parlò mai, anzi se poteva evitava di entrarci in quella stanza dove aveva riposto tutte le sue scartoffie e velleità letterarie e se proprio si trovava per forza di cose a dover passare di là, lo faceva sempre con molta fretta evitando di guardare il Nazareno e la sua preziosa croce.
Si sedette sul letto dandosi dello sciocco mentre si teneva la fronte come a sostenerla ed elargiva sbadigli alla sua ombra … non serviva a nulla rivoltare il pensiero e gli eventi che lo animavano e poi come poteva una piccola fiamma segregata dentro un bicchiere essere la causa di tutte le sue catastrofi!

Glielo diedero in chiesa.
 Aveva perso il pullman e faceva freddo, il cielo per giunta non prometteva niente di buono ma a questo era abituato da tempo, così era entrato, almeno avrebbe atteso seduto e al riparo dalle probabili intemperie l’arrivo di quello successivo.
<<Lo accenda al cero pasquale finita la funzione e porti la fiamma sacra a casa sua.  Dio ascolterà la sua preghiera.>> Gli disse una signora piccola e magra con i capelli dal colore incerto e una voce tranquilla o almeno così la percepiva per quello che la sua vista gli consentiva.
<< Non è possibile signora: si spegnerà strada facendo sempre che io la trovi, la strada. >> Rispose mostrandole il bastone bianco con cui si era aiutato a salire le scale del sagrato.
<< Oh… non questa, no davvero! Questo fuoco viene da Gerusalemme, dal Santo Sepolcro!  La fiamma attinta a quel fuoco non si spegnerà mai da sola, è capace di sopportare anche i più gelidi venti.  Abbi fede figliolo.>>
Quel “figliolo” rivolto ad un uomo maturo lo fece sorridere, già perché la fede con vera maestria ripropostagli da una donna che neanche lo vedeva bene in viso, quasi fosse orba anch’essa, gli suonava strano.
La Fede!
Medjugorje non gli aveva dato nulla di più di quanto può dare una breve vacanza.  Senza un preciso motivo, tra quelle rocce   sentì svanire la serena certezza del Divino che lo aveva avvolto a Lourdes, come un manto, mentre i volontari lo immergevano nella vasca.
Perché fu proprio in quell’acqua, nel preciso momento dell’immersione, che sentì scomparire l’incessante mal di testa rimastogli dopo l’intervento al cervello che da più di un anno non gli dava tregue. Il male restava con tutte le sue complicazioni ma almeno il dolore era cessato, sparito, svanito come per miracolo, per Fede o Divina Volontà o forse solo perché doveva finire ma fu grato in cuor suo alla Signora della grotta e volle anche per questo, oltre alla speranza di una completa guarigione, andare in pellegrinaggio a Medjugorje.

 Ma ora doveva decidersi tra il rimettersi a dormire o lo scendere a controllare se il lumino ardeva tranquillo dentro il contenitore.
Stranamente la malattia gli permetteva di distinguere meglio le sagome nella penombra.
<< Un po’ come i gatti >> pensava ad alta voce mentre a tastoni e contando i passi raggiungeva il pianerottolo in cima alle scale << solo che essi di vite ne hanno sette>>continuava sarcastico <<mentre io ne ho solo una e la vivo da schifo.>>
 Stava giusto pensando a quanto sarebbe stato saggio orientarsi sul genere felino se davvero si avessero ancora vite da vivere e possibilità di scelta, quando in fondo alle scale strani bagliori rossi alternati a lingue di arancio illuminavano tutto l’ingresso e la maggior parte della rampa delle scale: un movimento di luce come un respiro a tratti regolare e a tratti più intenso attraverso la porta si sprigionava dalla stanza. Tutto lasciava pensare ad un vero e proprio incendio ma, quando finalmente giunse nella stanza, fu preso più dallo stupore che dal sollievo nel constatare che non c’era pericolo alcuno e che la piccola fiamma ardeva tranquilla, anzi sembrava stentasse a bruciare tanto che la luce intorno era poco più di una penombra tremula e incerta per non dire stanca.
A malapena scorgeva l’uomo in croce tra il chiaro scuro della fiammella sottostante, poteva intravederne i muscoli tesi delle braccia aperte e indovinare la ferita rossa sul costato, il viso era in ombra reclinato d’un lato ed egli intuiva l’aguzzo delle spine solo grazie ad un riverbero più chiaro che a pensarci bene gli sembrava quasi innaturale.
Si rammentò di una sedia lì vicino e nel voltarsi per cercala si accorse che ogni altra luce intorno scompariva.


                                                              2

La funzione era finita. I fedeli, uscendo col loro preziosissimo fuoco, formavano una scia di lucciole mollemente traballanti  ma di  inspiegabile resistenza.
Si alzò con il suo cero spento in mano e aiutandosi col bastone si avviò all’uscita; il pullman non avrebbe tardato molto ad arrivare.
<<Professore, non accende il cero?>>
<< A dire il vero sono qui per motivo del tempo, ma tu chi sei?>>
<<Sono stato un suo alunno, non mi riconosce?>>
<<Ah sì? E come ti chiami?>>
<<Rossi professore.>>
<<uhmm …mi ricordo di un Rossi al Corridoni: era una vera peste, svogliato e piantagrane e pure somaro anche se dotato di una memoria fuori del comune…Si chiamava…si chiamava …>> fu solo per non dargli importanza e anche per controllare meglio l’accelerazione improvvisa del suo cuore che finse quell’aria da vecchio smemorato;  in realtà ricordava benissimo il suo nome e tutto il resto.
<< Enrico, si chiamava Enrico, già professore sono io >>. Rispose l’altro con prontezza accennando un impacciato inchino.
<< Ah! Giovanotto, non posso dire che mi venga un accidente perché già mi è venuto, come tu stesso avrai ben notato, ma se tu sei quel Rossi mi viene da pensare che l’Onnipotente ha operato in te una sorta di miracolo. Che ci fai qui, non sarai mica diventato buono?>>
<< Faccio accoglienza in parrocchia e altre piccole cose un po’ dove capita. Mi dia il cero, glielo accendo io...Sono cambiato sa professore, come rinato.>>
<< Allora ripeto a te quanto ho detto prima a una vecchia signora che mi ha dato del “figliolo”: è inutile che io accenda questo moccolo per portarlo a casa, si spegnerà inevitabilmente, per forza di cose.>>
<< Vecchia signora la Maria? Ah professore la sua vista è davvero un disastro e poi lei dà del
“figliolo“ a tutti, nessuno escluso.>>

Senza accorgersene aveva incominciato ad ascoltare qualcosa di nuovo tra le panche di una  chiesa ormai semivuota, qualcosa che gli suonava  come un lontano scritto che ritorna per la struggente dolcezza di un solo verso, uno stato di grazia  che però non riusciva a fermare  perché da troppo tempo  aveva perso nel suo intimo il piacere della comunicazione, del movimento libero  di un cuore che si racconta e  c’era tanta ombra e solo ombra  nella sua testa  per carpire il senso di ritrovarsi con un  cero  acceso in mano datogli da un uomo per un certo verso ora sconosciuto perché viandante  premuroso che, solo per un breve tratto,  divide con lui il cammino.
Per questo sentì di dirgli un po’ scocciato:
<< E’ solo per tuo piacere che accetto il cero >> e di proseguire anche con una svelata durezza
 << e poi c’è che non mi incanti coi tuoi modi da redento. Lo vuoi sapere qual era la cosa di te che mi faceva andare in bestia?  L’intelligenza sempre sveglia, quasi vitale che tu sprecavi con stupide idee pseudorivoluzionarie come il gettare i registri della Colombini nel cesso, tanto per citarne una che le riassume tutte. Se non ci fossi stato io quel giorno a pararti il … Ma lasciamo perdere … La vera lotta ragazzo mio, si fa mostrando il proprio valore sempre, ma tu avevi tempo solo per i balordi che allora amavi frequentare e per le loro deficienze. >>
<< Mi è giunta questa voce, del suo aiuto voglio dire.>> rispose il giovane con serenità quasi serafica <<L’ho saputo dopo… forse è per questo che il cielo ha voluto la incontrassi qui stasera, per poterla ringraziare.>>
 “Stiamo parlando proprio lingue diverse“ pensava e il suo tono pacato lo irritava  maggiormente:
<< E’ troppo poco ragazzo mio se pensi di cavartela con un servizio da chierichetto in chiesa! >> gli ribadì cercando di non alzare la voce.
“Maledetto pullman, maledetto tempo, maledetto tutto!” si gridava dentro cercando di calmarsi.
 <<… Ma lo sai che per quella storia ho rischiato io la sospensione? Buffo no? Mi ci vedi trasferito in capo al mondo ad insegnare ai sordomuti? Io che amavo declamare a memoria Dante…>>
<< La cosa le ha reso solo onore, professore … Ecco sta arrivando il pullman >>  annunciò sorridendo come se tutto gli fosse scivolato dietro le spalle, una sorta di immunità  che gli era data dal luogo forse o forse  dall’incenso che saturava l’ambiente o dal  gesto generoso della cristianità.

<<Sì, già, “Ecco il pullman“ arriva sempre qualcuno a salvarci! Va! …  Va a dire all’autista di aspettarmi, per favore, se non vuoi che si spenga la tua fiammella divina. E salutami tuo padre … spero stia bene.  E’ tanto che non lo sento. Digli che grazie a te gli sono ancora debitore. Ciao…Ora faccio da solo.>>
<< No professore lasci che l’aiuti, faccia anche questo per piacer mio e la chieda al Padre quella cosa che le brucia dentro e la devasta… attento al gradino… ecco qui c’è un posto, vicino all’uscita; non perda l’opportunità di una grazia. E’ comodo?  Sono giunto alla convinzione, se posso continuare senza sembrarle saccente, che molto spesso la conoscenza di come veramente siamo ci giunge inaspettatamente proprio nella rassegnata accettazione di un vivere preciso di riflessione consapevole, come dire… elementi discordanti inglobati nel medesimo destino o universo se preferisce.>>
<< Sarebbe come affermare che la vita non è mai una illusione anche se si è costretti ad un infinito lasciarsi andare lungo il fiume.>> Gli rispose stancamente ad occhi chiusi come per riposarsi un poco e aggiunse  quasi sussurrando:
 << Come vorrei poterti guardare meglio perché non sembri reale e qualcosa mi sfugge di te: non riesco a decifrare il sereno che intuisco sul tuo sguardo chiaro, né la tua età che mi giunge come indefinita. Ma chi sei?  Mi fai sentire come un cielo d’improvviso fermo e che di quella sosta gode.   Ragazzo, te lo hanno mai chiesto “Ma chi sei“ ? >>
Ma quando a fatica tentò con le sue pupille malate di metterlo a fuoco il giovane era già sceso e forse neanche lo aveva ascoltato. Cercò di intravederlo attraverso il finestrino, distingueva solo la sagoma di qualcuno che muoveva al cielo un braccio.
Intuì che lo stava salutando, gli rispose mostrandogli il cero acceso: era il suo grazie e si rese conto che non era vero che non aveva nulla da chiedere in nome del sangue dell’Agnello versato, anche se le cose vanno come devono andare e i lumini come le speranze prima o poi si spengono.


                                                                       3

Lo portò fino a casa quel piccolo e ostinato riverbero di luce.
Aveva superato indenne la salita sul pullman, il breve viaggio, e anche il vento gelido e insistente che da sempre soffia sull’ultimo tratto di strada che era costretto a fare a piedi: uno sterrato, un po’ scosceso dal piano leggermente conico e con parecchie buche che lui oramai conosceva a memoria e che paradossalmente, contandole, lo aiutavano a trovare il passo che lo portava fino al cancello della sua abitazione.
Riuscì a difenderlo perfino dalle manifestazioni festose e un po’ troppo esuberanti dei suoi due cani e dall’ultima, tremenda raffica di vento prima di chiudere il portone di casa.
Strada facendo si era quasi affezionato a quel cero tanto dal pensare di affidargli l’unica cosa a cui teneva veramente: la vicinanza dei suoi figli.
Questo pensava seduto davanti al crocefisso, a quanto gli mancava la sua famiglia e in qualche maniera quel Rossi glielo aveva ricordato amplificando il rumore della sua solitudine.

“E’ un ragazzo difficile e imprevedibile, ha superato le medie con difficoltà proprio per la sua vena da ribelle. Voglio che studi, che non resti uno zuccone! Te lo affido Valerio … te lo chiedo in nome della nostra   amicizia.”
Entrando in classe lo riconobbe subito il figlio del suo amico, non tanto per la straordinaria rassomiglianza, quanto per lo sguardo attento e aperto proprio del padre, capace di carpire con guizzi di acume ogni minimo movimento degno di nota.
Perché così era Giannetto: silenzioso e sempre presente anche troppo alle volte tanto che la sua vicinanza poteva sembrare per alcuni versi perfino appiccicosa.
Si era trasferito con sua madre al suo paese  da poco tempo, il papà era altrove, non capì mai bene  dove e proprio per questo nutriva quasi un senso di protezione verso quel bambino più piccolo di lui  e questo Giannetto lo aveva intuito da subito, perché gli stava sempre alle costole e quando lo scacciava perché troppo piccolo per certi giochi pericolosi che fanno i bambini grandi, lui lo seguiva lo stesso  ma da lontano, quattro o cinque passi per l’esattezza, così non lo perdeva mai di vista.
<<Se non la pianti di portarti dietro quel moccioso con noi non vieni più !>>  gli disse un giorno il capo del gruppo dei grandi ma visto che quella silenziosa presenza, tutta occhi e meraviglia  non gli si scollava di dosso e a dire il vero neanche lo voleva veramente, fu egli stesso messo in disparte  e la cosa lo fece arrabbiare molto, tanto che decise di allenarsi da solo al salto del pozzo di Carninetto che prendeva il nome dal proprietario del campo, così avrebbe fatto vedere a quelli quanto grandi fossero il suo valore e il suo coraggio.
Meno male che Giannetto sua ombra e francobollo lo vide cadere dentro la cisterna,  che non era molto profonda per la verità ma abbastanza per annegarlo, perché corse a chiamare aiuto senza perdere un solo secondo, mentre lui terrorizzato e anche un po’ avvilito per non essere riuscito nell’impresa neanche con l’ausilio di una robusta canna, se ne stava immobile, senza reagire, con i piedi ben piantati nel fondo della nera voragine, come una statua con gli occhi chiusi e la bocca serrata ad attendere a un palmo sotto lo specchio dell’acqua che un angelo giungesse per portarlo in Paradiso.
“Perché è lì che vanno i bambini quando muoiono...” pensava mentre sentiva mancargli l’aria e per giunta non aveva nemmeno idea di cosa stesse stringendo la sua mano sinistra se una maglia arrugginita di una rete o una zampa del ragno dei pozzi che aveva sentito dire da uno dei grandi che era velenosa più di cento foglie di ortica.
Doveva lasciare quella presa come ogni altra cosa del resto, compresa la canna che ancora stringeva con l’altra mano, sentiva l’azione inevitabile ma non aveva paura del buio o della morte: l’unico vero dolore che provava in quel momento era dato dal pensiero di sua madre in lacrime. Di certo avrebbe pianto per sempre. Oh se avrebbe pianto! E questo lo uccideva più dell’asfissia.
Sarebbe stato l’ultimo suo pensiero se un angelo in carne ed ossa, chiamato a gran voce e guidato fino al pozzo da Giannetto, non l’avesse preso per i capelli e tirato su verso la luce e l’aria proprio mentre cominciava ad agitarsi e a bere l’acqua nera.

Certi ricordi restano nella mente vivi in ogni loro dettaglio per sempre e, seduto davanti al figlio di Dio, non poteva non pensare che quel giorno del Divino operò attraverso il suo amichetto, in Giannetto il piccolo gigante, l’eroe di cui prendersi cura a vita e ne andava fiero.

Il vecchio pendolo suonò le tre con un rumore sordo di corda che si spezza alla fine dei rintocchi.
“Forse è meglio tornare a letto” pensò, ma si sentiva come inchiodato su quel legno e nello stesso tempo serenamente attratto. Aveva già avuto la sua seconda opportunità e questo improvvisamente gli bastava e come spinto da una forza sconosciuta cominciò a pregare a modo suo, come meglio credeva di poter fare, non per chiedere bensì per ringraziare, dopo tanto tempo, del dono prezioso della vita.
 Un po’ impacciato recitò un Padre Nostro, poi un pensiero, l’Ave Maria, l’accenno di un Gloria, nominò qualche santo noto come appoggio e poi un discorso lungo senza capo né coda a quel Gesù che sarebbe morto a breve quel venerdì santo nonostante le pareti di casa sua.
Gli sembrava quasi surreale ora il turbamento, una sorta di musica interiore che andava in crescendo per quella luce molle come un segno preciso nella notte. Si scioglievano tutte le cataratte e vedeva la verità: una luce attenta ad ogni anfratto buio e semplice che si lasciava da lui guardare con trasporto come quando da bambino guardava incantato il firmamento.
“Occorre accettare il buio e il suo profilo immobile per poter sentire ancora scorrere giorni di vita” ascoltava rapito e capiva che su quel telo corto e teso apparso come una via di uscita sulla sua esistenza, vedeva ora un buio amico senza più misura e in esso, nel suo sguardo pacifico, si addormentava mentre il cero, come esalando a Dio l’ultimo bagliore, si spegneva anch’esso. Senza far rumore.


                                                                   4

Quando si svegliò il collo gli doleva e nel massaggiarselo si rese conto di avere anche una mano fradicia di saliva: Sansone, il meticcio bianco aveva appena smesso di leccargliela per accucciarsi rassegnato a terra col muso proprio sopra una sua pantofola.
Doveva alzarsi.
Una nebbia luminosa gli annunciava che il sole era già alto. 
Non chiudeva più le persiane da quando il male lo aveva assalito, e poi il cane doveva uscire.
Si alzò a fatica e con altrettanta fatica constatò che non c’erano luci di fiammella intorno. Il cero dunque si era spento e, dalla sensazione di freddo percepita toccando il vetro, dedusse da parecchio tempo.
<< Visto Sansone? Si è stancato anche Lui ...vieni andiamo fuori…solo tu non ti stanchi mai. >>
Il cane cominciò a guaire impaziente mentre Polifemo, l’altro meticcio nero da fuori gli rispondeva grattando la porta.
<< Piano, non mi fate cadere, quanta fretta avete uno di uscire e l’altro di entrare. Quanto è vero che sto per diventare cieco nessuno è contento della propria condizione in questo mondo!>>
Appena fuori, come i suoi cani si ritrovò ad annusare un’aria dolce e di quella mitezza si riempì i polmoni spiegandoli come vecchie vele di nuovo al vento.
Sentiva che non faceva freddo come la sera prima e da quel profumo di campi fioriti stillava l’essenza di un giorno speciale nel calendario della sua vita assurda in una casa isolata, in compagnia di due amici fedeli.

Sansone e Polifemo incominciarono ad abbaiare ancora prima che egli udisse il rombo del motore.
Dopo pochi secondi suo figlio Marco era davanti al cancello con la auto.
Il loro fu un lungo abbraccio silenzioso seguito da pacche affettuose e circondato da guaiti scodinzolanti.

Il perché della visita glielo disse davanti ad una tazza di caffè: la prima bevuta insieme dopo tanto tempo.
Veramente c’era più di un motivo, ma il suo figliolo preferì andare per gradi ed iniziare con quello che gli stava più a cuore, gli avrebbe detto in seguito anche di suo fratello che aveva deciso finalmente di sposarsi per via di un bambino in arrivo e della mamma che da qualche tempo lo pensava con una certa apprensione tanto da voler rivedere la sentenza del giudice. Gli voleva dire anche di un nuovo farmaco di cui aveva sentito parlare, ma prima avrebbe approfondito bene la sua conoscenza a riguardo per non creare false illusioni a quel genitore già tanto provato.
<< Ho pensato a lungo papà e ho deciso una cosa, sempre se tu sei d’accordo…ma che buono questo caffè e questa cucina… non la ricordavo così bella col grosso caminetto costruito proprio dal nonno… ci sono ancora le nostre bici appese nel granaio?...>>
<< C’è tutto, c’è tutto …  >> “ I figli pensano sempre al loro torna-conto“ come un serpentello si insinuò nella sua mente questo pensiero ma che egli scacciò subito perché non voleva essere la  facile preda di uno scontato pessimismo, in quel momento voleva solo ascoltare il suo Marco.
<< Allora hai pensato?>>
<< Di venire a vivere con te, sì avrei pensato di vivere qui, se a te va bene ovviamente e questo non perché penso che tu abbia bisogno di qualcuno che si occupi di te, vedo che te la cavi benissimo, ma perché sento che qui starei bene… allora papà?… non devi mica decidere subito… intanto metto la valigia nella stanza vicino all’ingresso … C’è posto vero... voglio dire: è sempre libera?...>>
<<Veramente c’è un ospite da un po’ di tempo, un tipo silenzioso ma tosto, poi te lo presento…Ti piacerà non potrà essere diversamente… ma tu che fai? Sei sempre alle prese con quella società immobiliare ...per favore tira le tende, c’è troppa luce dietro le tue spalle e non ti posso guardare …allora dimmi …prendiamoci pure un altro caffè, vuoi? >>
<<La società  l’ho mandata al diavolo…Certi giochetti non mi andavano giù, faccio consulenza immobiliare in proprio, guadagno meno,  il giusto per mantenermi ma la notte dormo… Ho ripreso  l’università:  soprattutto di questo volevo parlarti… L’ultimo esame l’ho sostenuto col nuovo docente, si chiama Rossi, finita la prova mi ha detto di conoscerti e  mi ha pregato di salutarti e di dirti che non fu lui a devastare la segreteria e l’aula dei computer ma gli amici balordi che tu non volevi frequentasse… Ma chi era per te?...Lo fecero  ubriacare per prendergli la chiave che tu gli desti da custodire.  Si era vantato troppo di quella fiducia senza limiti e loro lo punirono. Che storia è papa? Non ce ne avevi mai parlato?>>
La moka intanto borbottava e sprigionava aroma tra nuvolette di vapore. Marco riempì di nuovo le tazzine.
<<Un giorno te la racconterò… E’ una storia lunga … Ti ha detto altro? >>
<< Che non fosti tu in errore nel dargli la fiducia ma lui a non custodirla gelosamente e fu per questo che tacque sugli altri balordi, perché si sentiva colpevole come se avesse fatto lui il furto in segreteria e tutto il resto e… che…>> si fermò temendo di dare un dispiacere al proprio genitore.
<< Vai avanti sono una gioia per me queste parole… vai avanti.>>
<< Che tu per salvarlo ti sei dichiarato il solo responsabile dell’accaduto. E’ vero papà? E’ per questo che sei stato trasferito? >>
Non riusciva a rispondere.
Come faceva a dire che vide in quel trasferimento la sua giusta punizione se a malapena riusciva a deglutire e poi, come se non bastasse, i suoi occhi stupidi stavano anche riempiendosi di lacrime perché aveva capito di essere riuscito nella promessa fatta al suo amico anni fa: Enrico non era stato il suo fallimento.
Marco avvertì la forte emozione che stava provando suo padre perciò smise di fare domande e avvicinandosi a lui come a volerlo abbracciare: << Sorvolo sul fatto di chiederti cosa avesse voluto dire con la frase “dì a tuo padre che non si deve sentire più debitore nei confronti del mio “, per dirti che quella tua specie di protetto alla fine della fiera sai che voto mi ha dato?>>
Si asciugò gli occhi e schiarendosi la voce buttò giù un << Trenta?>>
<< Esattamente quello che mi aspettavo dopo tutta quella storia commovente! >>
<<Invece ?>> chiese  quasi divertito .
<<Ventisei, motivato dal fatto che pur avendo io col mio impegno meritato un ventotto ha preferito tenersi più basso per stimolare la mia caparbietà anche se in cuor suo, per il bene che ti vuole e vorrà sempre, avrebbe voluto regalarmi un trenta e lode. “Ma questo a tuo padre, per quello che mi ha insegnato,  non farebbe piacere” ha aggiunto  terminando …però un po’ str..zo…è stato, concludo io, non trovi?>>
<< Ma va che sei stato bravo…però anche Enrico mica male! Un giorno me lo porti qua, non tanto in là però…Vieni portiamo la valigia nella stanza… c’è da preparare il letto… ma non ora a quello c’è tempo. Prima ti voglio dire di un amico che è lì… l’ho portato da Medjugorje…>> cominciò a raccontare e mentre il figlio sistemava le sue cose aprendo porte sigillate e chiudendo attese, lui si chiedeva, cullato dalle sue stesse parole, chi mai fosse stato quel Rossi la sera prima in chiesa. Di certo non il figlio di Giannetto, a pensarci bene aveva risposto in maniera troppo vaga alle sue dure osservazioni, e pure i suoi modi erano stati troppo giovanili, quasi da adolescente.
A voler restare coi piedi per terra, si convinceva che era incappato solo in uno stupefacente caso di omonimia.

Cominciò a pensare allora con gratitudine a quel viso familiare che, sorridendo, gli tolse il carico pesante del mistero trasformandolo in libera fede, e proprio in esso, nella sua generosità colse, non solo il breve racconto di un’epoca popolata da giochi, ma il principio di un viaggio tra canneti e file di alberi intorno ad una casa lontana dove ancora avvertiva, con tutte le sue ali aperte, la presenza proiettata di sé stesso.
“Ma infine” pensava accarezzandosi i radi capelli sopra la profonda cicatrice quasi come a coprirla, ”che importanza ha sapere chi è colui che Dio manda per salvarci? L’importante è lasciarGlielo fare.”
Concludeva riappacificato col mondo intero.












12 commenti:

  1. Gran bel racconto cara Loretta.
    Ti ringrazio per avermi offerto l’opportunità di pubblicarlo qui nella sua versione integrale, e devo dire che mantiene le buone premesse del primo capitolo che avevo letto in altra sede. Devo ammettere, giusto per cercare il classico pelo nell’uovo, che in qualche frangente la narrazione risulta poco fluida e di non facile comprensione, certamente dovuto alla complessità dei temi trattati e all’uso di frequenti flashback. In conclusione complimenti ancora e ben arrivata.

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  2. Grazie a te per averlo accolto e pubblicato! Dimmi pure dove si incaglia la narrazione, non c'e' miglior giudice del lettore attento.Aggiungo che ogni riferimento e' puramente casuale tranne il cero che mi dettero in chiesa da portare acceso a casa, un giovedi' santo.Ciao

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    1. Mi riferivo principalmente al ruolo di Giannetto, a quel punto ho avuto delle difficoltà a ricostruire i fatti e a capire chi fosse e che relazione avesse con l'intera vicenda. Forse l'hai fatto di proposito per tenere il lettore in sospeso e accrescere la curiosità intorno a quel personaggio, è una tecnica narrativa che adottano in molti, fidando sull'intuito del lettore, ma io sono un pessimo lettore, non faccio testo e mi perdo sempre in un bicchiere d'acqua. Capacità di concentrazione poi... quasi nulla. :-)

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    2. Potrei dire che non sei stato un lettore attento se altri non avessero lamentato la stessa difficoltà:(( quindi è un mio demerito di cui prendo coscienzioso atto.
      :-)

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  3. Senza dubbio una buona tecnica di scrittura e un uso brillante del vocabolario che fa di questo testo una piacevole lettura. Personalmente non sono uno di quelli che difende a spada tratta il taglio web, amo scrivere e pubblicare racconti così come sono stati concepiti. La lunghezza non deve essere un parametro di giudizio, semmai la storia, la capacità di coinvolgere, di trasmettere emozioni, di raccontare, restano i soli baluardi che fanno di un testo un buon racconto. Qui, a mio parere, c'è la storia, la buona descrizione, ma manca il coinvolgimento. Insomma, a dirla in breve, non mi ha preso, non mi ha trasmesso le sensazioni e, soprattutto, le emozioni che il protagonista sentiva. Quelle sì, avrebbero fatto la differenza.
    Un saluto.

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    1. Grazie per l'apprezzamento sulla mia scrittura e,soprattutto grazie per la sincerta' a chiusura del commento.:-) Sono anch'io per I racconti brevi...ma con questo...non so...e' stato diverso, forse per l'argomento trattato che mi ha pienamente coinvolto ed emozionato. Ciao

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  4. Serenella Tozzi11 novembre 2013 15:34

    Ben arrivata Loretta. Ho letto con piacere il racconto e condivido il parere positivo di Sergio Boldini sia sulla buona tecnica di scrittura che sulla scelta appropriata delle parole.
    Una storia di fede che, senz'altro, potrà essere maggiormente apprezzata da chi condivide questa convinzione.



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    1. Grazie Serenella e bentrovata! Sono nuova di qui e un poco disorientata , sto aprendo tutte le stanze di questa " casa " speciale dal padrone impeccabile. A presto.

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  5. Caspiterina, manco da troppo tempo in questa casa, torno e che ti trovo? Un sacco di roba interessante da leggere e un racconto commovente, e scritto proprio bene.
    Complimenti all'autrice e anche al padrone di casa che ha sempre un buon fiuto.

    Ciao a tutti Marco

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  6. La struttura mi ricorda un po' il canto di Natale di Dickens, con i flashback che prendono il posto dei fantasmi. L'incipit, col lumicino che non vuole spegnersi è accattivante e proietta il racconto su un tono simbolico, od allegorico, che poi si sviluppa nel finale (che però, secondo me, è un po' meno buono dell'incipit in quanto somiglia un po' ad una morale spiega e non racconta). Nella vecchia non so perchè ma mi è venuta in mente la vecchia di un poesia (mi pare) di Trilussa - forse ho preso una cantonata. Concordo col padrone di casa che, specie a metà il racconto si perde un po' (tutto l'episodio di Giannetto non è forse perfettamente ficcante: il lettore se lo vede comparire e si chiede chi era costui). Sul lungo / corto la penso come Sergio: è la storia che comanda (anche se io avrei sfoltito assai, ma io ho uno stile un po' differente, ammesso che abbia uno stile).

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    1. Devo andarmi a leggere il canto di Natale e pure una rispolverata a Trilussa (?)Però è quasi un complimento! La figura di Giannetto compare quasi alla fine del secondo capitolo ( salutami tuo padre... )un timido pensiero per il lettore attento che si fa ricordo vivo durante la notte.Grazie Rubrus per essere passato di qua , a presto.

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  7. a Fede

    Quella vecchietta cieca, che incontrai
    la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
    me disse: - Se la strada nun la sai,
    te ciaccompagno io, ché la conosco.
    Se ciai la forza de venimme appresso,
    de tanto in tanto te darò 'na voce,
    fino là in fonno, dove c'è un cipresso,
    fino là in cima, dove c'è la Croce...
    Io risposi: - Sarà ... ma trovo strano
    che me possa guidà chi nun ce vede... -
    La cieca allora me pijò la mano
    e sospirò: - Cammina! - Era fa Fede.


    L'ho trovata! E', proprio bella e pure in tema! Grazie per avermela suggerita, non la conoscevo.

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