mercoledì 13 novembre 2013

LA DECISIONE - di Sergio Boldini - narrativa

2044. La Global National Corp.
   Un edificio di ventisei piani sulla quarantaquattresima strada, alla periferia nord di New Castle City, al confine tra la terza e la settima Confederazione.
   Attorno al grande tavolo erano sedute le sedici persone più importanti della società. La riunione, con carattere di massima urgenza, era stata indetta nella tarda mattinata a seguito delle ultime notizie che si stavano diffondendo senza controllo attraverso tutti i mezzi di informazione.  
Ormai era ufficiale.
   Il contagio aveva raggiunto l’Europa.



   Kurth Berelliha, direttore commerciale dell’area asiatica, sembrava agitato. Stava con le braccia appoggiate allo schienale della poltrona su cui sedeva Jhason Smith, vice presidente. Scosse la testa più volte, poi a bassa voce, quasi volesse nascondere ad altri il senso delle sue parole:
   «Non credo si possa raggiungere un accordo.»
   Jhason Smith non si girò neppure.
   «Non dobbiamo raggiungere nessun accordo.»
   «Ma… la riunione…»
   «Bisogna prendere una decisione Kurth.»
   «Forse sarebbe meglio aspettare che…»
   «Aspettare cosa?»
   «Di essere sicuri.»
   L’espressione del vice presidente fu eloquente.
   «Non perdiamo altro tempo, vai a chiamarla, Kurth!»
   Uno sguardo impacciato attorno, le labbra piegate e un lungo sospiro di sconforto prima di dirigersi verso la porta e uscire dal salone.
   La stanza si riempì di un brusio continuo, petulante, come un turbine di vento tra le foglie.
   Lei, Rachel Mandersonn, presidente della Global National Corp, arrivò dopo pochi minuti. Kurth Berelliha tenne il battente della porta spalancato per farla passare.
   E quasi che uno stesso comando fosse arrivato da tutti gli angoli della sala, il brusio cessò e l’intero salone piombò nel silenzio più assoluto.
   La donna era di corporatura minuta, ben proporzionata. Indossava un vestito nero attillato e un’abbondante scollatura lasciava intravedere la curva seducente di due seni prosperosi. Aveva capelli biondi, corti, con una ciocca sulla fronte che metteva in risalto il colore degli occhi quasi verdi. Sedette al centro del tavolo, guardò i presenti, attese.
   Il direttore generale Jonathan Trimotter  prese la parola.
   «E’ ufficiale, il virus H729RT è stato localizzato a Plungè, una cittadina di trentacinquemila abitanti a una settantina di chilometri da Klaipeda, sul Baltico. Diciannove contagiati, nove morti nelle sedici ore successive allo sbarco dalla Wassalya, una nave cisterna carica di diserbanti liquidi proveniente da Shanghai. I nove cadaveri appartengono a ragazzi tra i sedici e i diciotto anni. Si è accertato che per tutti la morte è avvenuta per soffocamento dovuto all’ispessimento improvviso delle pareti tracheali…»
   Lo sguardo della donna si fissò sul viso dell’uomo.
   «Cosa sappiamo su questo virus?»
   «Si diffonde rapidamente e facilmente attraverso le vie respiratorie. Ha un’incubazione veloce, gli effetti si manifestano dopo sole otto ore con i sintomi di un’infezione intestinale. Colpisce i bambini, i ragazzi al di sotto dei diciotto anni. Nessun caso di infezione al di sopra di questa soglia di età. Quasi sicuramente trova le condizioni ideali di vita negli organismi in fase di sviluppo. Si parla di più di un milione di morti negli ultimi quattro mesi e le proiezioni a un anno sono raccapriccianti.»
   L’uomo manifestò un certo rossore. Sembrava provare imbarazzo nel divulgare quelle notizie.
   «Continua Jonathan.»   
   «La Biofarm, di cui possediamo l’intero pacchetto azionario, ha da poco sperimentato un vaccino contro questo maledetto virus. I risultati ottenuti sono stupefacenti: nelle sei, otto ore successive alla vaccinazione l’infezione si blocca e il virus muore.»
   «Accidenti Jonathan, è per questo che la tua faccia è così nera?»
   Si sentirono risate che riempirono l’aria del salone.
   «Beh, veramente… ecco, il laboratorio della Biofarm ha sollevato un sacco di obiezioni per la divulgazione della notizia.»
   «Per quale motivo? Non ne ha facoltà.»
   «Sì invece, pare che… il vaccino è stato testato solo su animali e…»
   «E…»
   «Sono state rilevate contro indicazioni piuttosto gravi.»
   «Di che tipo?»
   «Nel 42% dei casi, gli animali sottoposti al trattamento presentano grossi problemi di instabilità.»
   «Per esempio?»
   «Si… si auto eliminano.»
   «Si auto eliminano? Vuoi dire che…»
   «Si scaraventano contro le pareti della gabbia fino a uccidersi.»
   La sala fu scossa da un brusio incontrollato. Attorno al tavolo ci fu un movimento di stizza generale. Tre o quattro persone restarono a bocca aperta, gli occhi fissi sul viso del direttore generale.
   La Mandersonn rimase in silenzio, aspettò che il battito del cuore tornasse normale e il respiro non le gonfiasse troppo la curva dei seni.
   «Per cui è inutile prendere in considerazione la produzione.»
   L'uomo la guardò, si accarezzò la punta del mento, parve intimorito.
   «Questa… questa è la decisione che bisogna prendere.»
   «La decisione… non ti seguo Jonathan.»
   «Potremmo produrre un milione di vaccini al giorno.»
   «Per ammazzare più di un milione di ragazzi in tre giorni?»
   «Forse, ma ne salveremo quasi due milioni da morte sicura.»
   «Quanto tempo occorre agli scienziati per sperimentare i test sull’uomo?»
   «Sei mesi, forse un anno. Un tempo troppo lungo. Il contagio diventerebbe incontrollabile. Ben presto ci troveremmo con un “buco” di una generazione, forse due. Il Ministero della Sanità preme per avere una risposta in tempi brevi.»
   «Quindi io dovrei…»
   Jonathan Trimotter la fissò, alzò le sopracciglia e sulla fronte apparvero tre rughe profonde.
   «Decidere.»
   Dopo qualche secondo in cui la sala sembrò svuotarsi di ogni onda sonora, una voce ruppe il silenzio, salì dal fondo. Era quella di Karl Brossian, direttore del personale..
   «Vorrei sapere con quale diritto questa società può assumersi la responsabilità di una decisione di tale portata.»
   Lei, Rachel Mandersonn si voltò verso l’uomo che aveva posto il quesito.
   «Il diritto alla vita signor Brossian, solo quello.»
   Di fronte, la responsabile delle politiche sociali alzò la mano.
   «E’ lo stesso diritto che hanno quelli che verranno sacrificati.»
   La presidente fissò la donna che le stava di fronte.
   «Signora Foster, il giorno che lei si è seduta su quella poltrona per la prima volta io occupavo la mia già da quattro anni. Ho lottato contro lo strapotere di uomini politici, banchieri, finanzieri, industriali. Ho tenuto testa agli attacchi che mi sono piovuti addosso da ogni parte, ho deciso, sì! Ho preso decisioni più o meno importanti e buona parte di queste, alla fine, si sono dimostrate giuste e hanno fatto la fortuna di questa società. Forse avrei potuto fare meglio, certo, ne sono consapevole ma ho sempre preso coscienza di tutte le problematiche che ognuna di quelle decisioni avrebbe comportato. Per ciascuna di esse mi sono chiesta mille volte se era quella più logica, se era la migliore, se qualcuno avrebbe sofferto, se ci fossero pericoli di rilievo, se… già, se, se, se, una montagna di se, anche troppi. Ed è proprio con i "se" e con i "ma" che i problemi rimangono irrisolti e le società falliscono. Ma lei, lei è convinta che io questa notte riesca a dormire serena, che mi basti chiudere gli occhi per volare nel sogno colorato di una dolce avventura? Davvero crede che sia così facile? Che non abbia paura di sbagliare? Che non abbia un dubbio, un ripensamento, un tormento? Pensa forse che non sappia cosa voglia dire provare rimorso per una valutazione errata o azzardata, che non pensi a quello che accadrebbe a milioni di ragazzi e alle loro famiglie se decidessi di… beh, se pensa questo si sbaglia e non ha nemmeno la più pallida idea di quanto. Vorrei che… senta, faccia una cosa, avvisi chi deve che questa notte non rientrerà a casa, stia con me, mi tenga compagnia, mi stia vicina, parleremo, ci confronteremo, litigheremo e… sì, decideremo insieme, io e lei, da sole.»
   Nella sala il silenzio infastidiva. Sembrava quasi un ronzio, un ronzio continuo, come il respiro di una presenza invisibile. Nessuno osava muoversi, nessuno parlava.
   La Foster teneva la testa bassa. Aveva le guance arrossate ma dalla sua bocca non uscì neppure un suono.
   Rachel Mandersonn si alzò dalla poltrona, si scostò di qualche passo, tornò indietro, fissò i presenti uno ad uno, sorrise.
   «Naturalmente l’invito che ho appena rivolto alla signora Foster è esteso a tutti voi, basta che vi alziate dalla poltrona e…»
   Appoggiò una mano al bracciolo della poltrona. Attese. Ma non ci fu alcuna adesione.


La Mercedes rallentò e si accostò al marciapiede che costeggiava il muro della cattedrale di san Nicola. Le grandi vetrate mandavano bagliori a perdersi nei chiaroscuri del colonnato e una pioggia sottile e fastidiosa inumidiva l’aria.
   Rachel Mandersonn scese dall’auto, affondò le mani nelle tasche dell’impermeabile, salì sul marciapiede e si avviò con passo veloce verso la piazza della Riconciliazione. Continuava a pensare, a rivivere sprazzi di passato come in un film immaginario. Non riusciva a seguire un solo pensiero. Sembrava che nel suo cervello si fosse formato un nido di vespe irrequiete. Sentiva il bisogno di sfogarsi e per la prima volta da anni provava un desiderio fisico ormai dimenticato: urlare, correre, saltare, perdersi dietro al gioco di un bambino.
   La piazza era deserta. Le lastre di pietra della pavimentazione bagnate dalla pioggia sembravano specchi conficcati nel terreno. Percorse un tratto del porticato e voltò a sinistra. Davanti al numero 7 si fermò, pigiò l’indice sul pulsante che sovrastava una targhetta di plastica incollata al legno dello stipite. La serratura emise un suono metallico. Lei spinse il battente ed entrò.
   Una vecchia ingobbita le venne incontro. Trascinava il piede destro e si appoggiava a un bastone con l’elsa argentata.
   «Buona sera signora Mandersonn… si può accomodare, la strada la conosce.»
   Lei percorse il lungo corridoio camminando su una passatoia sdrucita e consunta. La porta dell’ultima stanza era aperta. L’aria sapeva di incenso e di cera bruciata.
   Dentro la luce era quella delle cento candele accese, delle fiammelle  tremolanti disposte alla rinfusa sugli altarini accostati alle pareti, sotto dipinti di santi, di Madonne, di fotografie ingiallite di donne e uomini sconosciuti.
   Amalia Santorini era seduta su una sedia con la spalliera alta, dietro a un tavolo rotondo coperto con un drappo nero. Aveva i capelli bianchi, lunghi e una treccia legata in più punti da nastrini colorati. Il viso era sfatto, la pelle aggrinzita, il naso adunco. Guardò la donna che le si avvicinava, piegò le labbra sottili segnate e appesantite da un rossetto scuro e abbozzò un mezzo sorriso.
   «Sei nuovamente in mezzo a un guado?»
   «Questa volta è un fiume in piena.»
   «Sento già il suo fragore… cosa preferisci?»
   «Amalia, non posso rischiare… oggi no, è troppo importante. Fammi le carte!»

   

10 commenti:

  1. E' scritto benissimo, come il tuo solito del resto. Sembra di leggere la sceneggiatura di un film futurista, sai uno di quelli in cui si parla del terribile virus letale che minaccia l'intera esistenza dell'umanità. Poi la soluzione finale è davvero originale, giunge inaspettata ... ma non mi dilungo per non dare indizi al lettore, In ogni caso sarebbe riduttivo soffermarsi soltanto sul finale, prima c'è una visione molto realistica della società che porta inevitabilmente a delle considerazioni amare sul nostro futuro.
    Ottimo Sergio, davvero ottimo.

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    1. Grazie Franco, avevo in mente proprio l'originalità e questo racconto è figlio di un'esperienza di lavoro che un mio collega ha vissuto e che, gentilmente, mi ha raccontato. Io ho solo colorato l'episodio. Anche abusando della fantasia.

      Una mia piccola curiosità riguarda la fotografia da te pubblicata. Ha una ragione particolare che a me sfugge?

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    2. L'immagine mi sembrava abbastanza futuristica, nessuna altra attinenza al testo. Se non ti piace la cambiamo, nessun problema. Ciao

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    3. Non c'è bisogno di cambiarla, volevo solo capire il nesso.
      Ciaociao

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  2. rispetto ad altri tuoi questo presenta delle caratteristiche un po' diverse che però mi piacciono molto (il che non vuol dire che gli altri non mi piacciono eh?, diciamo che questo presenta profili contenutistici e formali più vicini ai miei gusti e questo, in sè, non è nè bene nè male).
    Innanzi tutto, dal punto di vista formale, è più stringato, più "fattuale", più razionale della media dei tuoi.
    Inoltre presenta secondo me un doppio ed intrigante livello di problematicità. Un primo livello è la nota affermazione secondo la quale il benessere e la vita di molti è preferibile al benessere e alla vita di pochi. Ovviamente, dare corpo a questa affermazione astratta non è indolore.
    Il secondo - che direi si incastra molto efficacemente col primo, è la domanda: in base a cosa prendiamo le nostre decisioni e in base a cosa, soprattutto, le prende chi comanda?

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    1. Sì Rubrus, è proprio questo il punto: indovinare la base su cui vengono prese certe decisioni. Sono sicuro che se si sapesse in anticipo, molte cose non sarebbero accadute e moltissime persone avrebbero ancora dignità e, soprattutto, vita. Qui c'è parecchia fantasia, ma la realtà, a volte, è di gran lunga più cruda.

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  3. Serenella Tozzi14 novembre 2013 15:49

    Bello e interessante questo racconto che ci riporta temi attualissimi che si stanno proponendo sempre più in questa società in continua evoluzione.
    E' scritto molto bene, e scorrevole nella sua esposizione, un vero bijoux.
    Chissà quante volte si sono poste queste scelte, e chissà quante volte la condotta alla quale fa cenno la conclusione finale è stata quella adottata dai responsabili delle decisioni: Ronald e Nancy Reagan avevano cieca fiducia negli oroscopi: si racconta che gli incontri politici più delicati venissero decisi in base alla «situazione astrale» del Presidente. Rasputin, considerato un santone, aveva una grande influenza sugli zar; anche Hitler aveva una morbosa passione per le scienze occulte... il che ci spiega molte cose.

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    1. Cara Serenella, hai fatto centro, nel senso che quello che ho voluto trasmettere è proprio la casualità con cui molti fatti, anche di estrema importanza, vengono affrontati senza la minima certezza di incamminarsi nella direzione giusta. Di fatto, in moltissimi casi, sembra che affidarsi alla casualità, ahimè, sia la cosa più logica da prendere in considerazione.
      Ti ringrazio per le belle parole.
      Un saluto.

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  4. La miglior decisione dell'indeciso è affidarsi alla cartomanzia perchè decida per lui.
    Un modo come un altro per scaricare tramite terzi la propria responsabilità.
    Poco convincente il tema centrale.
    Non so cosa direbbe un virologo sulla relazione soffocamento-infezione intestinale, a rischio di sconfessione.
    Comunque la narrazione è ben condotta, equilibrata nelle sue parti, interessante la sorpresa finale anche se non molto originale.
    Questo a voler essere proprio pignoli...
    Per dire in sostanza che io non ne sarei stato proprio capace, sottacendo così una certa mia invidiuzza letteraria.
    Valida/mente, Siddharta.

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    1. Più che indecisa, certa gente, specie ad alto livello, si affida facilmente alla cartomanzia, anche se poi le scelte, quelle che contano e che possono portare guadagno, vengono quasi sempre prese a prescindere.
      Neanch'io ho cognizioni mediche, ma qui la cosa diventa marginale rispetto alla sua opzione morale. L'originalità del finale... beh, trovarsi in un frangente analogo e avere a disposizione una soluzione più originale non era nelle mie corde.
      Ti ringrazio per i complimenti che da una valida/mente sono più che apprezzati.
      Un saluto.

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