lunedì 18 novembre 2013

THE DANCING GHOST - Rubrus - Narrativa


“…è mai stato innamorato?
… no, ho fatto il barista tutta una vita”
(Sfida Infernale – John Ford – 1946)

«Posso usare il gabinetto?»
Il barista porse all’uomo un paio di chiavi di vecchio tipo, con una lama sola su un’asta cilindrica ed un anello in fondo.
«Passi nel disimpegno, salga le scale ed arrivi al pianerottolo del primo piano, poi attraversi il corridoio ed apra la porta a sinistra, quella col vetro smerigliato» spiegò.
«Non posso usare il bagno nel cortile?» chiese l’uomo. Accennò a tre vecchietti che stavano giocando a carte su un tavolo avvolto nella penombra. Sfumacchiavano allegramente e segnavano i punti su una lavagnetta. «Uno di loro c’è andato, prima».
Il barista esitò un attimo, passando lo straccio sul bancone, poi scosse la testa.
«No, non può – disse – non a quest’ora. Per via del fantasma».
L’uomo annuì sorridendo «“The Dancing Ghost, giusto?».
Il barista fece spallucce «Ah, l’insegna. Quella è stata un’idea di mio figlio, di ritorno da un viaggio in Inghilterra…sa, le insegne dei pub e tutto il resto. Pensava che potesse attirare clienti, ma questo non è un pub. Solo un bar. Si chiamava “Il bicchiere della staffa”, una volta, ma era la vecchia gestione».


«Lo sa perché si dice il bicchiere della staffa?» domandò uno dei tre giocatori. Indossava un paio di occhiali con la montatura in celluloide nera che facevano sembrare tutt’occhi il viso scarno.
«È inutile che gli risponda di sì – interloquì il barista – tanto glielo dice lo stesso».
«Perché era il nome che si dava all’ultimo bicchiere che si beveva prima di partire. Lo si beveva a cavallo, con un piede già nella staffa della sella… e, quando si chiamava così, questa baracca andava meglio… ma forse perché la gestivo io» concluse l’altro.
«Era un nome idiota, comunque – riprese il barista – una volta si usavano i cavalli per salire e scendere dalla montagna, ma è passato un sacco di tempo. L’ultimo l’ho visto nel ‘65».
«Il fantasma invece c’è ancora, naturalmente».
Il barista smise di passare il panno sul bancone, tanto quella che stava strofinando non era una macchia, ma una venatura del legno.
«Non è una cosa naturale» rispose.
L’uomo bevve una lunga sorsata.
«E lei lo ha visto» affermò.
Il barista scosse la testa. «Naah. E' un fantasma, quello. Si fa vedere da chi vuole e quando vuole. Mica come me che devo sorbirmi sempre i soliti pirla» concluse accennando al terzetto di giocatori.
L’uomo svuotò il bicchiere. «Scommetto che avrà pagato una sciocchezza, per tutta la baracca – disse accennando al locale – mi dicono che i fantasmi fanno deprezzare gl’immobili».
«Macché – rispose il barista – gli sto ancora pagando le cambiali, a quel figlio di buona donna. Comunque, con ‘sta faccenda del fantasma, sono già venute due troupe televisive. Ovviamente mi sono fatto pagare; lo considero una specie di affitto». 
L’uomo chiese ancora da bere. «Scommetto che non hanno visto niente» disse.
«Certo che non hanno visto niente, ragazzo – intervenne il terzo vecchietto, che non aveva ancora parlato – per vederli bisogna essere persone speciali. Sei speciale, tu?»
«Non lo so. È una bella cosa essere speciali?» domandò l’uomo al barista.
L’altro guardò una foto incastrata nello specchio, tra le bottiglie, che lo ritraeva abbracciato ad una donna minuta e secca come un ago di pino. Accanto stavano un ragazzo – senz’altro l’ideatore dell’insegna – ed una bambina dagli inconfondibili tratti down.
«A volte, forse. Altre volte si è solo…fragili. Buoni e fragili. Forse è la stessa cosa» rispose.
L’uomo bevve.
«Che cosa fa il fantasma? – chiese alla fine – a parte ballare, intendo».
Il barista fece spallucce. «Cerca di terminare quello che ha lasciato incompiuto, a volte prende qualcuno e lo porta via con sé, tanto per ricordarsi com’era essere vivi. Le solite cose, insomma».
«I fantasmi sono come i pensieri, giovanotto – disse il vecchio che aveva parlato per ultimo – solo che invece di starsene dentro le teste se ne stanno fuori».
«E questo se ne sta nel retrobottega» disse l’uomo.
Il barista non rispose. Si udiva solo lo schiocco plastico delle carte da gioco appoggiate sul tavolo.
«Così io devo usare il gabinetto di sopra» concluse l’uomo.
«Mettiamola così, giovanotto – rimbeccò quello che era andato al bagno – frequento questo locale da trent’anni e non sono mai andato nel cortile, dopo il tramonto».
L’uomo guardò le chiavi con aria di sfida, quindi estrasse il portafogli, pagò e si diresse verso il retro.

«Dici che la sua donna l’ha mollato?» domandò il vecchietto che era andato al bagno.
Il barista finì di pulire il bicchiere.
«Moglie – precisò – si vede il segno della fede sul dito. Roba fresca. È l’unica parte della mano non abbronzata».
«E poi beve, ma non è abituato – aggiunse l’ex gestore – me ne intendo, io».
«L'ospite aveva una piaga nascosta. Hai visto che sospiro doloroso uscì dal suo petto alla terza coppa di vino? Brucia certo d'amore, e per gli Dei, ho ragione di dirlo! Io, ladro, riconosco ai segni il ladro» - recitò il terzo vecchietto.
«Ecco – disse il barista – questa suona già meglio della faccenda della staffa».

Nel disimpegno, tra scope, casse e detersivi, l’aria sapeva di chiuso.
Sulla destra, le scale salivano al piano di sopra mentre, di fronte, una porta dava sul retrobottega infestato… o era il gabinetto ad essere infestato?
Che storia del cavolo… beh per i turisti poteva andare bene, ma per lui…
Ecco, se questo fosse stato un racconto dell’orrore, lui sarebbe andato nel retrobottega, avrebbe incontrato il fantasma e, ovviamente, ci avrebbe rimesso le penne.
Una storia del cavolo, insomma, sentita chissà quante volte.
Se avesse salito le scale, sbronzo com’era, allora sì che ci sarebbe rimasto secco: sarebbe caduto e si sarebbe rotto l’osso del collo.
Sbronzo… mica tanto sbronzo… guardate un po’, mi reggo benissimo su una gamba sola.
Giusto, poteva farle benissimo le scale.
Prese a salire con cautela, appoggiandosi al muro. Coraggioso sì, incosciente no, dopotutto.
A metà della rampa una finestra si affacciava sul cortile, un quadrilatero sghembo, rischiarato appena dalla luce smorta di un lampione. Su tre lati si apriva una porta, sul quarto due
L’uomo spalancò la finestra, schiarendosi le idee all’aria fresca dell’autunno.
Mentre guardava, una delle porte si aprì ed una figura uscì ciondolando, reggendo un sacco della spazzatura (dunque qualcuno lo frequentava, il Cortile Proibito).
Anche nella luce incerta si capiva che era la figlia down del barista.
Ecco, se questa fosse stata una storia dell’orrore, lui sarebbe andato al gabinetto, poi sarebbe sceso ed avrebbe detto al barista di avere incontrato sua figlia. E, ovviamente, avrebbe saputo che la ragazza era morta un anno prima … ancora una storia del cavolo.
La ragazza svuotò il sacco e si allontanò, sempre ciondolando; anzi no: stava ballando. Tornando indietro passò sotto il lampione e l’uomo poté vedere che, alla cintura, aveva un Ipod.
Beh, come ballerina era ancora più improbabile che come fantasma.

«Dite che ci siamo andati giù troppo pesante?» chiese il barista.
Il vecchio che era andato al bagno osservò le volute di fumo disperdersi nell’aria. «C’è chi ha visto qualcosa» disse alla fine.
«Qualcosa, forse – disse l’ex gestore – non qualcuno. O che era stato qualcuno».
Il terzo vecchietto raccolse le carte e cominciò a mescolarle con dolce, ottuagenaria lentezza. Il fruscio riempiva la penombra.  
«Pensieri. – disse – Solo pensieri».

L’uomo aveva raggiunto il corridoio e, con qualche difficoltà, il gabinetto.
Entrato, riuscì a guadagnare la tazza e a sedersi – ci era arrivato, è vero, ma non era sicuro di essere così sobrio da poter urinare in piedi.
A questa considerazione due grosse lacrime gli scesero lungo le guance.
Sbronzo, seduto a piangere sul cesso di scorta in un bar cimicioso.
Un’altra storia del cavolo.

«Beh, anche io sarei giù di corda se venissi piantato da una così» disse il barista reggendo la foto che aveva raccolto da terra.
I vecchietti si alzarono all’unisono in uno strofinare ligneo di sedie sul pavimento, poi, con passo artritico, si diressero al bancone.
«Dev’essergli caduta di tasca quando mi ha pagato» aggiunse porgendola al trio di ottantenni.
Tre visi incartapecoriti fissarono l’immagine di una bella donna con gli occhi verdi e lunghi capelli neri che spiccavano su un golf rosso.
    
Scendere le scale non era stato difficile.
L’uomo si era sciacquato la faccia ed aveva bevuto almeno un litro dell’acqua che sgorgava sputacchiando dal rubinetto.
Aveva un brutto sapore ferruginoso, ma, anche se non era potabile, poco importava perché, subito dopo, aveva vomitato copiosamente.
Si era lavato di nuovo, si era asciugato col fazzoletto (WC, lavandino e acqua corrente ok, ma vediamo di non pretendere troppo, eh?) ed aveva sceso le scale.
Giunto nel disimpegno, aveva trovato, ad aspettarlo, la figlia del barista.
Aveva lo stesso, luminoso sorriso che sfoggiava nella foto. Un sorriso speciale.
«Balliamo?» gli domandò.
Aveva anche uno splendido paio di occhi verdi.

«Dovresti tenere più pulito questo posto» disse il vecchietto che aveva recitato la poesia. «Conosco questa ragazza: è stata mia allieva vent’anni fa. Qui però è un po’ più vecchia. Ha sposato uno di fuori e, poco dopo, è morta in un incidente alla curva del Mulino Vecchio… ma sì, è stato giusto di questi tempi… lui non si è mai saputo che fine avesse fatto… non vi ricordate?».
Il vecchio gestore strappò la foto dalle mani del compagno e l’avvicinò agli occhi miopi che si spalancarono facendolo assomigliare ad un grosso gufo senza piume.
«Non l’avevo riconosciuta… subito – mormorò – si era fermata proprio qui a bere il bicchiere della staffa prima di…per questo il locale ha cambiato nome».
Una folata di vento attraversò il locale e la porta che dava sul retro sì aprì e subito si chiuse, sbattendo.
«Luisa!» gridò il barista precipitandosi verso il cortile tallonato dagli altri. Solo il vecchio che era andato in bagno rimase indietro.
«Io non sono davvero mai andato là dietro dopo il tramonto» bisbigliò.

Il gruppetto attraversò il disimpegno e spalancò la porta che dava sul retro, da cui sembrava provenire la musica.
La ragazza danzava alla luce del lampione, abbracciata ad un invisibile compagno, indossando sulle spalle un golf rosso che nessuno le aveva mai visto.
Ballava benissimo.


11 commenti:

  1. Non è un horror ma ci siamo vicini, assomiglia molto alle “pastoge della paura” che si raccontavano nelle corti d’estate e intorno al camino d’inverno. Certo il tuo stile è moderno, c’è meno enfasi, ma nel lessico la stessa disinvoltura del linguaggio parlato. Il climax, cioè il susseguirsi degli eventi fino ad arrivare al culmine è ottimo. Il racconto va in crescendo e questo credo sia fondamentale per un testo che può definirsi lunghetto, ma solo per il web. Lo ripeto costantemente perché ci tengo si sappia che un racconto non si giudica dal numero delle parole, bensì dall’uso che se ne fanno. Una sola domanda, come mai hai pensato di usare un soggetto affetto da sindrome di Down? C’è un motivo particolare?
    Non ci trovo niente di disdicevole, ma semplicemente sono curioso di sapere se c’è un motivo preciso.
    Nei dialoghi sei forte, che per caso hai letto qualche giallo di quelli vecchi e classi ci Mondadori? Sì... ma non mi dire ;-))))

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  2. Serenella Tozzi18 novembre 2013 17:24

    Mi sembra un racconto d'amore sui generis, e condivido il parere di Franco sull'andamento dei dialoghi che si presentano interessanti e vivacizzano l'ambiente un po' spento del bar. Penso che tu abbia volutamente voluto imprimere un andamento lento al racconto per tenerlo in sospeso, creando a bella posta un ambiente piuttosto sfumato a far da corollario al finale; finale fra l'altro misterioso per quell'accostamento con la figlia del barista.

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  3. Beh non esistono racconti lunghi. Solo racconti troppo lunghi.
    La scelta della ragazza down è dovuta al fatto che una certa diminuzione, una certa ingenuità si accompagnano sovente ad una maggiore capacità di percezione ed una maggiore sensibilità.
    E' più facile che il lettore sia portato a credere che un soggetto così veda uno spettro.
    La spiegazione è dentro il testo "per vederli (gli spettri) bisogna essere persone speciali".
    Nessuna ragione se non legata alle esigenze di trama, cioè.

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  4. Beh lo è: il fantasma di lei cerca lui e quando lo vede possiede (si suppone per breve tempo) la ragazza down. Lui, a sua volta è un fantasma in cerca dello spettro della sua amata. La ragazza down si accorge che lei è uno spettro e solo dopo che se ne è accorta lei se ne accorgono anche i vecchi.
    Insopportabilmente romantico e già visto, si potrebbe dire, quindi ho dato la prevalenza ai toni misteriosi. Non avrei saputo fare altrimenti, probabilmente.

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  5. ciao Rubrus, racconto ben bilanciato, mi è piaciuta molto l'atmosfera di mistero che fino alla fine mi ha tenuto incollata alla lettura. Ben fatto, ho gradito come sempre il tuo stile pulito e diretto.

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  6. Ti ringrazio. Sono contento se il lettore è invogliato a finire il racconto. In effetti, è quello cui miro.

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  7. Un racconto avvolto nel mistero che mi ha catturato e soddisfatto pienamente. Nelle leggende metropolitane la maglia o un altro genere di indumento ritorna spesso e ciclicamente, famosa la storia del giovane che ritrova la maglia prestata ad una giovane la sera prima ,proprio sulla tomba della ragazza stessa , morta tragicamente anni addietro. Hai una scrittura asciutta e libera che ben si presta a questo genere di narrativa. Ciao.

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  8. aaahhh, l'autostoppista fantasma! e chi non ha sentito quella storia magari la sera, accanto al fuoco acceso in un campo? io sì lo confesso.

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  9. Serenella Tozzi20 novembre 2013 22:42

    Ah! Hai fatto il boy scout!

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  10. Mi piace come scrivi Rubrus. In genere non amo questo genere di racconti, ma questo l'ho letto tutto d'un fiato. Lo trovo bilanciato, sobrio, perfetto. Il resto è già stato detto.
    Bravo!

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  11. In ritardo, grazie. In realtà cerco sempre di piegare lo stile alla storia. Poi le storie che mi vengono più facili sono queste, quindi...

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