martedì 10 dicembre 2013

La gazza ladra vanitosa - Loretta - narrativa

Se ne era andato in quattro minuti.
 Il tempo necessario per prendere un caffè, per ascoltare una canzone, per recitare una preghiera.
Quattro minuti…giusto il tempo che serve per alzare lo sguardo ed abbracciare i colori del mondo, odorarne la sua bellezza e afferrare la promessa di quel futuro che tutti dovremmo avere in sorte, ma Alessandro, il suo grande amico, in quei minuti aveva imboccato la via della sua nuova esistenza.

Del suo aneurisma spietato lei ne venne a conoscenza solo la sera.
Ignara di ciò, tutto il giorno aveva lavorato serena, parlato con gente, trattato cose impossibili, spianato pieghe, rivoltato tasche e depennato consegne, per tutto il giorno, mentre il suo amico di sempre era già intubato pronto per un ordine di espianto che tardava ad arrivare.
Così la sua laboriosa giornata volgeva alla sera tranquilla e meritata fatta di piccole cose: un ricamo da terminare, un cassetto di ricordi da riordinare, un articolo da approfondire, un raro film che valeva la pena rivedere e, ma questo le accadeva sempre più raramente, una poesia da comporre e fu proprio tra quelle trame slabbrate dalla consuetudine che divampò crepitando la notizia che ridimensiona ogni senso.


“Pronto…chi?  Alessandro? …il nostro Ale? Cosa dici…sei sicuro?  …l’ho sentito ieri per quel progetto per il prossimo Natale… quando?... no n  no non ho saputo nulla…” quasi balbettava  “ Ma chi te lo ha detto…” ora il suo cuore era come impazzito “ ma se correva una voce in fabbrica vuol dire che non ne sei sicuro…è così?”
Chiese con un filo di speranza che da lì a breve si sarebbe rivelato inutile “…non hai avuto il coraggio? Ma come… vuoi che lo faccia io... Ma se ti è mancato il coraggio di approfondire… Ho capito Andrea. Chiamo Elisabetta. Ma che dico. Ci vado.”
Interruppe la conversazione per precipitarsi a casa del suo amico.
“ Signore fa che non sia vero ! “ pregava  mentre pigiava sull’ acceleratore  come una pazza “ ma sì ... è tutto un malinteso, magari  uno scherzo  di Andrea  non è nuovo ad idiozie del genere  “ si  convinceva  mentre teneva premuto il pulsante del campanello certa che sarebbe stato proprio Alessandro ad aprirle col suo sorriso fatto di fossette  che neanche la barba lunga riusciva a nascondere e lei gli avrebbe detto :” Cretino , io corro nel cuore della notte da te e tu non sei morto neanche un po’!? “ .

Le apriva la signora Claudia e non c’era bisogno di chiedere.
I suoi occhi parlavano più di mille bocche: il male acuto alla testa, la corsa all’ospedale, l’emorragia copiosa dal naso e dalle orecchie, la disperazione sua e di Elisabetta, la presa dell’infermiere che a fatica le tratteneva fuori dalla sala operatoria, infine le parole ” pregate, potrebbe essere già morto “… pronunciate da qualcuno come attraverso una nebbia.”
I suoi grandi occhi marroni gonfi di pianto avevano trovato la forza di rivivere e narrare la tragedia vissuta al mattino.
Non aveva mai notato quanto fossero simili a quelli di suo figlio: tondi dal taglio innocente, aperti alla meraviglia come eterni vagabondi sempre in viaggio verso luoghi che  lei poteva  solo sbirciare da lontano.

“ No! Non li dono gli organi del mio Alessandro, che mi importa dei figli degli altri se il mio muore!” Gridava Piero piangendo da un ‘altra stanza.
“ E’ di là con Elisabetta . Sta a lei decidere in quanto moglie ma senza il nostro consenso non lo farà mai. Ci sta chiedendo troppo. Il cuore di Alessandro non si tocca… non possiamo… non ne abbiamo la forza.”
…E vedeva in quell’ora di marmo infrangersi lo sguardo sicuro di madre.
Esplodeva in mille pagliuzze, come tanti passi silenziosi persi in una notte d’improvviso senza stelle.

Fu proprio in quel momento che riaffiorò nella sua mente, come un relitto prezioso da recuperare e consegnare, il ricordo di una sera intorno al fuoco con gli amici, tra il rumore delle risate e gli accordi di una chitarra, udiva Alessandro esprimere un suo parere su una vicenda accaduta nel paese, un breve pensiero sulla generosità del gesto nato da un evento tragico, una opinione appena espressa e subito messa a tacere perché troppo seria per una serata di euforia come quella.
“Era favorevole. Non so esattamente perché o quando lo disse, ma era favorevole. ” Rivelò con una voce che quasi sentiva non appartenerle.
Claudia l’avvolse con un abbraccio di disperata gratitudine.
Elisabetta che nel frattempo era entrata nella stanza insieme a Piero, a quelle parole corse nella camera da letto chiudendo la porta dietro il suo dolore mentre il padre crollò privo di forza sul divano senza un gesto, come spento.

Rivide Alessandro due giorni dopo.
Sembrava addormentato nel suo completo da sposo indossato appena un anno addietro.
Nella chiesa dell’ospedale trasformata in camera ardente si era radunata una folla composta.
Non si udivano giaculatorie, si era tanto pregato prima, ma ognuno ricordava qualcosa di lui, tanto che le sembrò per un istante che aleggiassero ancora come piccoli bagliori o fuochi non del tutto spenti, i suoi giorni ricchi di silenziose promesse. Alcune cose le conosceva bene ma altre le giungevano nuove e straordinarie.
Seppe più del suo amico in quell’ultima stanza che in una vita intera passata “ a  risentirci”.
Questa conoscenza nuova le procurò una fitta dolorosa, sentiva il bisogno di uscire, di respirare profondamente, di piangere senza controllo.
Si avvicinò a Claudia per un proprio e quasi insano conforto assetato di spiegazioni ma lei ormai libera da oli santi, sali benedetti e immaginette sacre, era intenta nel sistemare al suo figliolo i corti riccioli neri come volesse, ricchezza del dolore, mandarlo in Paradiso preciso come il primo giorno di scuola.  Elisabetta gli era accanto e alzando lo sguardo dopo aver infilato un piccolo fiore bianco nell’occhiello della giacca di suo marito, quasi le rispondeva mostrando una serenità difficile da definirsi se non conosci la rassegnazione di un ciclo che si chiude.
Il padre sedeva quasi in disparte, chiuso nella sua sofferenza impenetrabile.
“ Neanche San Giuseppe ha sofferto così, Lui non vide  morire il figlio prediletto.”  Rispondeva con questa frase a chiunque si avvicinava per confortarlo, parole che scendevano come un sipario sulle pareti del suo cuore affinché restasse come una replica sul suo cammino la vita degli ultimi giorni passati insieme al suo ragazzo.
La morte ingiusta e ladra, che il meglio prende e porta via nulla può con i ricordi che proprio per la crudeltà del gesto diventano preziosi ed indelebili.

“A volte solo nei sogni traspare questa carezza di sguardi, è solo dei sogni questo fitto fiorito di suoni che siamo costretti ad ascoltare, questo sentire e avvertire, questo inspiegabile e preciso dolore.”
Pensava convinta di sognare mentre l’aria fredda di dicembre l’assaliva con un lungo brivido.

Poi furono solo lacrime, incessanti e copiose lacrime in cerca di risposte.

Come tanti piccoli laghi di montagna che riflettono solo la maestosa angoscia delle vette da cui sono circondati senza mostrare la vera natura della loro profondità, così le sembrava che il dolore sgorgasse: vischioso e gelido, attraverso uno specchio che non lasciava filtrare nessuna forma di luce.

Non saprà mai dire quanto durò quello stato di smarrimento che un moto d’aria inaspettato, come un sasso nello stagno, quasi profanò, né di che natura fosse il batter d’ali che d’improvviso confinava quel nulla fiacco e lento che la stava abissando nel greto melmoso ove svaniscono anche i ricordi.

Ma era là, davanti a lei sul vialetto di ghiaia che conduceva al grande parcheggio.
Si era posata con naturalezza, un morbido atterraggio di piume e senza incertezza. Sembrava attenderla e per nulla spaventata mostrava la sua livrea bianca e nera alzando lentamente le ali fino ad aprirle come a farsi notare per poi richiuderle con la stessa vanitosa lentezza.
La guardò incredula, sentiva che poteva toccarla quella gazza se solo avesse voluto.
Si fermò e chinandosi cominciò ad allungare timidamente la mano verso la bestiola che a sua volta continuava guardarla con brevi movimenti del capo aprendo di tanto in tanto il becco.

Le tornarono allora in mente alcuni versi che compose di getto in occasione della scomparsa di un illustre storico della sua città.
Cominciò a declamarli quasi sottovoce mentre stava già sfiorandola senza rendersene veramente conto:


“ …potrà la terra
del tuo sangue rifiorire
e il corpo centenario
disperdersi nell’ombra
ma nessuna pietra improvvisata
oserà vantate la tua impronta
né la nera gazza vanitosa
vorrà  esibirti a Dio
come un qualunque ciondolo. “

…Ecco le stava accarezzando il capo.          
La gazza per un attimo come intimorita si accovacciò, poi cominciò a saltellare con fare quasi sgraziato finché non spiccò il volo andando a posarsi prima su una panchina un po’ più avanti poi, dopo aver beccato le pagine di un quotidiano che qualcuno aveva lasciato aperto, più in alto, lanciando un piccolo grido, verso un albero spoglio che un improvviso raggio di sole rendeva lucente.
Non la seguì con lo sguardo su quei rami senza foglie, quanto scritto sul giornale dove poc’anzi l’uccello si era posato attirò la sua attenzione:

“ ALESSANDRO E’ MORTO. DONATI GLI ORGANI.”

Dovette sedersi per continuare a leggere mentre una emozione nuova le prendeva il petto. Sapeva bene che era morto ma vederlo scritto e documentato, leggere quel gesto di amore come un attestato le faceva uno strano effetto: il fatto accaduto, il massimo fissato nella cronaca cittadina, storia encomiabile che vale un’epoca di attese, il voto austero della fatalità come lode massima e biglietto prezioso del non ritorno. Dunque tutto era accaduto veramente, sancito come un lampo di incontrollabili memorie.

 “Morire a trentacinque anni dopo un malore.
 Così un aneurisma crudele ha stroncato la vita di un giovane, strappandolo agli affetti più cari ed a un futuro che gli sorrideva.
Alessandro se ne è andato senza riprendere conoscenza e ora i suoi organi stanno ridando vita e speranza ad altre persone.
Proprio come egli avrebbe voluto.
Un gesto di grande generosità da parte dei genitori perché così era quel giovane: buono e generoso. “

Non lesse altro, non ne aveva bisogno.
Sapeva del suo lavoro e della sua laurea rubata alle ore del sonno e voluta anche se aveva la consapevolezza che non gli sarebbe servita. Era a conoscenza di quanto tutto lui lo aveva sudato e se era arrivato dove era arrivato lo doveva solo al suo ingegno e benché avesse una azienda importante da mandare avanti trovava sempre il tempo da dedicare agli altri, quelli meno fortunati, ed era sempre circondato da tanti amici, proprio per la sua disponibilità, con cui condivideva ogni suo progetto.
L’ultimo: l’idea di una casa dei mestieri gratuita e aperta a tutti dove maestri artigiani ormai in pensione insegnassero la loro arte a chiunque fosse smanioso di apprendere.
“ Non ti sembra un tantino utopistico Ale questo progetto? “ gli disse appena lui glielo propose.
“Davvero dici Lo?” fu la sua risposta, ma questo il cronista non può saperlo.
In fondo alla pagina la foto che lo ritrae felice il giorno del suo matrimonio.
“ Alessandro lascia i  genitori e la  moglie, non ha figli. I funerali saranno...”

Non lascia un figlio il suo amico, non ha avuto il tempo di averlo, ma ha seminato un’altra forma d’amore: la speranza ed era questo il migliore degli inizi.
 Sentì il bisogno di tornare indietro, di abbracciare il suo amico, di penetrare il suo sonno con un ultimo messaggio. Glielo avrebbe lasciato cadere tra il raso della sua bara.
Lui lo avrebbe letto.
Ne era certa.
Chissà, forse un giorno.

“ Addio ragazzo adorato, questo Natale hai fatto il regalo più grande: hai donato il cuore” avrebbe voluto scrivere sul quel piccolo foglio bianco ma pensò che ciò stonava con la semplicità del suo carattere sgombro di orpelli inutili, preferì affidare il suo messaggio a parole semplici come si usano tra amici:
“ Ciao Ale,  pensami ogni tanto, Loreine.”
Piegò il bigliettino con cura. Scartò un cioccolatino e avvolse con la carta dorata il piccolo messaggio poi… lo lasciò cadere per terra pensando a quanto era inutile e sciocco quello che aveva in mente di fare

 L’uccello che non l’aveva mai persa di vista con un battito d’ali fu sopra il prezioso messaggio, lo afferrò col becco e tenendolo ben stretto volò in alto, lontano, sopra le nuvole.

Non ritornò nella camera ardente. Il suo amico non era là. Stava vivendo altrove e in qualche maniera avrebbe portato a termine anche il suo ultimo proposito. 
Poteva giurarlo.
Testardo com’era.


9 commenti:

  1. Una storia tragica narrata con partecipazione emotiva, ben alternando la fase dei ricordi con il presente. Forse andrebbe asciugata un po', per rendere più stringente il ritmo.
    La chicca poetica sta nella seconda parte, nell'incontro fra la protagonista e la gazza, nell'affidare a quest'ultima un messaggio d'amore.
    E qui la storia s'invola (come la gazza): la cronaca di un lutto non è fine a se stessa ma mezzo per trasmettere un messaggio edificante - la forza dell'amore la vince sulle miserie umane, alla fatica di vivere si deve contrapporre, con forza interiore e convinzione incrollabile il valore della solidarietà.

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  2. "Come tanti piccoli laghi di montagna che riflettono solo la maestosa angoscia delle vette da cui sono circondati senza mostrare la vera natura della loro profondità, così le sembrava che il dolore sgorgasse: vischioso e gelido, attraverso uno specchio che non lasciava filtrare nessuna forma di luce."

    Il tema delicato e la natura autobiografica del testo fanno di questo brano qualcosa di più di un semplice racconto. Ogni altra considerazione sarebbe superflua. Che altro dire se non bravissima?

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    1. Mi piace l'immagine della gazaa variopinta che guarda incuriosita il tempo segnato da un orologio d'oro... Starà pensando cosa sia delle due la cosa più preziosa ma poi ruberà l'orologio: il tempo è inafferrabile per tutti! Grazie per questa ricercatezza che metti nello scegliere le immagini.

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  3. Serenella Tozzi11 dicembre 2013 11:36

    Rimane difficile commentare racconti come questo, di sapore autobiografico. E' un racconto aulico, espresso con parole che ne fanno capire la genuinità. Particolarmente drammatico il punto centrale, dove emerge molto bene la situazione di dolore ed incertezza sulla scelta della donazione degli organi.

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  4. Non credo sia importante se racconto autobiografico o meno.
    E nemmeno ritengo rilevante il contenuto, trattandosi ormai di evento d'ordinaria amministrazione.
    Invece mi ha colpito la tecnica espressiva, indice di uno stile personale interessante.
    Talune descrizioni vantano acutezza d'osservazione e scioltezza narrativa del tutto particolari.
    Ed anche abilità espressiva, tanto da non offuscare le immagini in successione serrata.
    La minuziosità dei riferimenti colti dall'occhio speculativo sono senz'altro un arricchimento, in attenuazione dell'incalzare pesantuccio della trama, così da evitare facili esiti di commozione.
    In conclusione emozioni e simbolismi in reciproca calibrata misura.
    Una penna ricca di continue digressioni letterarie se non originali certamente ben costruite.
    Piacevol/mente, Siddharta.

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  5. Come Sid penso che sia irrilevante la natura autobiografica o no del racconto. Differentemente da lui, e come Salvo, penso che si potrebbe "asciugare" un po' senza perdere in nulla. Trovo efficace soprattutto la parte finale, ma tutto il racconto mi è piaciuto.

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  6. Come Sid penso che sia irrilevante la natura autobiografica o no del racconto. Differentemente da lui, e come Salvo, penso che si potrebbe "asciugare" un po' senza perdere in nulla. Trovo efficace soprattutto la parte finale, ma tutto il racconto mi è piaciuto.

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  7. Solo ora posso rispondere ai vostri commenti, chiedo scusa...e' vero in alcuni punti e' un po' diluito per via di un esatto numero di battute per un concorso. Avrei potuto toglierle poi ,ma ho preferito lasciarlo cosi'. Grazie a tutti. Loretta

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  8. Un racconto che arriva al lettore e fa vibrare le corde dell'anima, bello tutto dall'inizio alla fine. Lo trovo, nonostante il tema ,elegante con dovizia di particolari . Bella
    l' immagine della gazza. Non é facile descrivere un tale dolore con compostezza e scioltezza....Penna valente che ci ha regalato una perla preziosa ...apprezzatissimo

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