venerdì 6 dicembre 2013

Mio marito carabiniere - Pina Tosi - narrativa


Era un sereno pomeriggio primaverile. Io avevo finito di studiare e mi stavo leggendo un bellissimo romanzo. In casa non c'era nessuno: mio padre era a Montecatini per la consueta cura termale, mia madre che faceva la sarta era andata a consegnare un vestito e mio fratello, carabiniere di leva, forse era ancora di servizio.
Quei silenziosi pomeriggi, molto rari, mi piacevano tanto, ma quella sera, verso le otto, l'incanto fu interrotto da un energico suono del campanello di casa. Mi alzai e andai ad aprire palesemente infastidita, chi poteva essere a quell'ora? Mi trovai davanti un giovane carabiniere che battendo i tacchi si presentò: vicebrigadiere Tosi, posso entrare? Perché? domandai stupidamente. Lei deve essere la sorella di Nando, vero? Sono stato invitato a cena da lui, allora posso entrare? E sorrise divertito. Alzai le spalle, entri anche se non so cosa si mangerà perchè qui ancora non c'è nessuno e non c'è niente di pronto in cucina.  Rimase un po' interdetto, forse ho sbagliato sera? Non lo so, ma è più probabile che mio fratello si sia dimenticato di avvertire mia madre. Sa, quando mio padre parte' ci tuffiamo subito tutti nella libertà più assoluta. Militare anche lui? Non più, era capitano degli alpini durante la guerra ma è come se lo fosse ancora. Beh, non si preoccupi, qualche cosa mangeremo, mangiamo tutte le sere!


Anche mio padre è severissimo, sospirò, ma io ormai da un anno sono stato trasferito a Roma. Cominciammo a chiacchierare. Dopo una mezz'ora arrivò mia madre; quando seppe perché era lì rimase trasecolata. Nessuno mi ha detto niente, benedetto figlio! Il figlio arrivò alle nove passate, già, è vero, mi ero dimenticato di avvertire mamma! Ma qualche cosa mangeremo lo stesso Cenammo alle dieci, se ne andò a mezzanotte, il tempo era passato senza che ce ne fossimo accorti. Era il 25 marzo del 1939, me lo ricordo perché quella fu la serata che cambiò la mia vita, il mio futuro, i miei progetti. Infatti un anno dopo, sempre il 25 marzo, ci sposammo. Quell'anno che intercorse fra la cena e il matrimonio fu denso di eventi tragicomici.
Intanto dopo quella cena, in verità molto scarsa, mia madre volle rifarsi sfoggiando le sue migliori specialità culinarie; lui, il brigadiere, ci prese gusto e veniva sempre più spesso. Forse lo spingeva la nostalgia della famiglia lontana, pensavo io all'inizio, poi mi accorsi, e se ne accorsero tutti, che non mi toglieva più gli occhi di dosso e in verità la cosa cominciava a farmi molto piacere. A farla breve, dopo tre o quattro mesi noi due eravamo innamorati cotti.
Ormai lo scoppio della guerra era nell'aria, già erano state distribuite le tessere annonarie, quasi tutto si doveva acquistare con i punti; era nell'aria anche il trasferimento del mio brigadiere e così decidemmo di sposarci. Ci sposeremo al primo anniversario del nostro incontro, quando neanche mi volevi far entrare in casa, il 25 marzo del '40. L'idea era romanticissima, mi piaceva da morire. Ci fidanzammo ufficialmente, perché lui correttamente volle subito avvertire le due famiglie. Successe il finimondo.
Naturalmente per prima cosa ci fu l'immancabile colloquio con mio padre: allora era d'obbligo per chiunque volesse fidanzarsi seriamente con una ragazza. Il padre della ragazza, o se era morto, il facente funzione, cominciava un interrogatorio di terzo grado, dove tutto veniva chiamato in causa per l'aspirante marito: lui, le sue abitudini, quello che guadagnava, i suoi progetti, la sua salute, i suoi parenti.  Molti ragazzi uscivano stremati da quei colloqui: alcuni sparivano per sempre, altri pur di non affrontarli, avrebbero venduto l'anima, però la maggior parte ne usciva indenne e soddisfatta.
Così fu per il mio: la prima cosa che chiese mio padre fu quando pensavamo di sposarci.  A marzo prossimo, signore, giorno più giorno meno, intanto sua figlia finirà di studiare. Avremo il tempo di cercare una casa, comprare un po' di mobili, mettere un po' di soldi da parte...... Mio padre si faceva sempre più glaciale: giovanotto, ma quanti anni hai?. 23, signore. E non lo sai che i sottoufficiali prima di 28 anni non possono sposarsi. Lo so, ma io mi dimetto dall'Arma, tanto con la guerra mi trattengono lo stesso poi finita la guerra mi cercherò un lavoro. Il mio Colonnello ha promesso di aiutarmi.
Ventitré anni, marzo, le dimissioni, il Colonnello, ma questa è pazzia pura, ragazzo mio, altro che sposarti, tu ti devi far ricoverare d'urgenza. Se mia figlia pensa che io darò il mio permesso, si sbaglia di grosso, sarei più pazzo di te, diglielo pure.
Mio marito restava tranquillo: sono imbarazzato, signore, di doverglielo ricordare proprio io, ma sua figlia non ha bisogno del suo permesso, lo desidera molto, creda, ma ormai è maggiorenne, non ne ha più bisogno.
Mio padre era stralunato: non ne ha bisogno? Ma quanti anni ha? E questo discorso cosa vuole dire? 
Vuol dire che di anni ne ha 22, è maggiorenne da un anno, quindi la data del matrimonio resterebbe quella che le ho detto. Mia madre si è sposata a 19 anni ed ha un matrimonio felice. Sinceramente ci auguriamo che lei sia d'accordo, se no sua figlia ne soffrirebbe moltissimo.
Mio padre faceva pena: già 22 anni, borbottò. E' una pazzia, io continuo a non essere d'accordo ma voi fate quello che vi pare.
Grazie, signore, vedrà che andrà tutto bene. Posso continuare a frequentare la casa? 
Si ma poco e tirò fuori il suo solito proverbio: la paglia vicino al fuoco... brucia, lo so, ma noi non la faremo bruciare, le do la mia parola d'onore e sorrise con il suo irresistibile sorriso, tese la mano, mio padre aspettò un po' e poi gli allungò due dita flosce.
Io ero nel corridoio con il cuore in gola: come è andata? Tutto bene. Subito mi precipitai a dare la notizia a mia madre. Cominciammo a fare il conto dei punti: ormai da 6 mesi, in vista della guerra, si viveva con le tessere annonarie: tanti punti per la carne, tanti per l'olio ecc e tanti per ogni metro di stoffa. Mia madre prese tutti i suoi del '39, li unì ai miei, si immerse nei conteggi e emanò la sentenza.
Se vuoi il classico vestito bianco, con un velo abbastanza lungo, lo puoi fare, però poi per almeno 6 mesi non ti puoi comprare nemmeno un fazzoletto. Se no ci rientrerebbero due bei vestiti, una gonna e forse una mantellina corta. Per la biancheria non c'è problema, tra me e la zia abbiamo tanto di quel corredo......
Io tentennavo, il vestito bianco mi attirava, però lo avrei usato una volta sola, invece i due vestiti e la gonna mi avrebbero fatto tanto più comodo. Optai per questa soluzione. Due vestiti da signora? Certo, assicurò mia madre.  Lei era elettrizzata, a lei il mio carabiniere piaceva tanto: serio, volitivo, rispettoso, innamorato, sorrideva poco, ma quando sorrideva...non si poteva non seguirlo. Solo mio padre gli resisteva.
Intanto lui aveva scritto al padre e alla cugina per comunicare la notizia. Mi aveva parlato di questa cugina: quando erano bambini giocavano sempre insieme, così prima scherzando, poi sempre più seriamente, tutti li chiamavano i fidanzatini. Insomma sembrava scontato che un giorno si sarebbero sposati. Il padre della cugina era ufficiale dei carabinieri e aveva sempre promesso che avrebbe agevolato il nipote per passare ufficiale. Con le lettere, che ricevettero, crollò tutto un castello di sogni e di speranze. Arrivarono le risposte a giro di posta.  Quella del padre, severissima e indignata che addirittura lo disconosceva come figlio, quella ancora più drammatica della cugina che minacciava il suicidio.
Io ero perplessa ma lui minimizzava tutto. Io dicevo ma faremo bene a sposarci? Non vedi che putiferio abbiamo combinato! Mio padre, il tuo, tua cugina... Lui rispondeva abbracciandomi: non ti preoccupare, li conosco bene si calmeranno tutti, figurati se mia cugina si va a uccidere per me! quando mai c'è stato tutto questo amore tra  noi due? Era più un gioco per assecondare tutti. Da quando sono stato trasferito a Roma, poi, la cosa si era pure illanguidita. Quello è solo orgoglio ferito, bisogna capirla e mio padre come il tuo hanno le loro fisse, tuo padre ha quella della paglia che brucia vicino al fuoco, il mio ha moglie e buoi dei paesi tuoi. Bisogna capire anche loro e poi le mie dimissioni dall'Arma sono state un colpo per tutti, anche per me è stata una decisione difficile, sapessi quanto ci ho pensato ma poi ho capito che nella vita bisogna scegliere e io non potevo proprio aspettare cinque anni per sposarti! Mi sono confidato col Colonnello che mi ha capito...Vedrai che anche tuo padre si calmerà, ti vuole molto bene.
Passò qualche mese; erano tante le cose da organizzare che ci vedevamo poco, proprio come voleva mio padre, che infatti si era un po' calmato, anche se molto freddo e distante.
Era arrivato il momento di cominciare a chiedere i permessi di matrimonio. Io lavoravo alla Banca d'Italia e me la vedevo brutta, perché nel mio reparto molti colleghi erano stati richiamati alle armi. Una mattina mi feci coraggio e bussai alla porta del caposervizio. Questi era un uomo anziano, buono, gentile, un vero padre per i suoi dipendenti. Lo amavamo tutti. A me mi chiamava Pulce, forse perché ero la più giovane del reparto, ero entrata a diciassette anni: ma sempre magra e senza trucco alcuno, ne ho sempre dimostrati di meno.  Anche mio marito ne dimostrava molti di meno, e questa cosa, anziché giovarci, nei primi tempi ci procurò parecchi fastidi, di cui il più eclatante è stato quello a Venezia, che racconterò.
Dunque, tornando al permesso, il Capo mi chiese che c'è pulce? E io, c'è che verso la fine di marzo mi servirebbero quindici giorni di ferie. Mi guardò meravigliato: sei impazzita? Non lo sai che per la guerra tutte le ferie sono sospese? Ma io mi devo sposare. Tu, con quella faccia!  Perché che faccia ci vuole per sposarsi? Mah, una faccia da donna, tu sei una ragazzina. Pensa a divertirti, adesso, ti sposerai fra qualche anno, quando finirà questa dannata guerra!. Se io fossi tuo padre non ti darei certo il permesso! Io non ho bisogno di nessun permesso, perché sono maggiorenne, ho quasi ventitré anni, faccia il conto, sono cinque anni che sto qui... Gesù Gesù, come passa il tempo!  Allora, questi quindici giorni? Veramente per sposarsi bastano due ore...Ma io devo andare a Venezia, poi devo andare in Toscana a conoscere i suoceri, che ci faccio con due ore?
Senti, quindici giorni scordateli, non posso creare precedenti, come massimo ti posso dare una settimana. Fattela bastare. Va bene, grazie. Ciao Pulce, non potrò più chiamarti così quando sarai una signora, vero? Boh, non lo so, però si informi, può darsi che anche le pulci si sposino!
La sera ci incontrammo. Quanto ti hanno dato? A me una settimana, mi volevano dare due giorni. Anche a me, mi volevano dare due ore. Bene, anche questa è andata, ormai non dovrebbe succedere altro!
Arrivò il 25 marzo. Ci sposammo alle nove di mattina, mio padre era sempre gelido, sempre convinto della nostra pazzia, però venne in Chiesa e quando partimmo abbracciò tutti e due. Mia madre aveva superato se stessa, mi aveva fatto due vestiti bellissimi; mia zia mi aveva regalato una pelliccia di talpa nera e quando mi specchiai mi vidi così elegante che non rimpiansi troppo l'abito bianco.
Facemmo appena in tempo a prendere il treno per Venezia. Per non sciupare in treno i vestiti nuovi partimmo con tutta roba vecchia, io avevo la gonna nera a pieghe delle Giovani Italiane, che finalmente sposandomi non dovevo più indossare, con vecchio golf, e mio marito un paio di calzoni col suo golf nero da Avanguardista . Tutto sembravamo meno che una coppia in viaggio di nozze.
Arrivammo a Venezia alle otto di sera. Il viaggio era stato lunghissimo, non so perché ma il treno fece tante fermate in più del previsto, noi eravamo stanchi, la notte io avevo dormito pochissimo per l'emozione, anche mio marito aveva fatto le ore piccole per festeggiare con i camerati la fine del celibato. Finalmente arriviamo, troviamo l'albergo e ci presentiamo alla reception per chiedere una camera, Il maitre ci guarda a lungo e chiede: chi vi accompagna? Nessuno, rispondemmo sorpresi. Allora ci dispiace, non possiamo dare camere a minorenni soli. Ci guardammo sbalorditi: ma noi siamo sposati, guardi le fedi!  Due anelli si possono comprare dovunque, ragazzi per favore, non mi fate perdere tempo, tornatevene a casa.
Ma noi siamo sposati davvero, ribatté mio marito, mezzo ridendo e mezzo irritato, e io sono un brigadiere dei carabinieri e mostrò la tessera. Secondo voi quando vi sareste sposati? Stamattina. E allora l'unica tessera che mi dovete mostrare  è  il libretto del matrimonio.
Il libretto del matrimonio, e dove sarà? Cominciammo a cercarlo, io nella borsa, lui in tutte le sue tasche, macché, niente. L'avremo lasciato a casa?  L'avremo perso? Forse l'avremo messo in una delle due valige?
Il maitre si era spazientito e disse seccato: beh tornate quando lo avrete trovato, e si rivolse a un altro cliente.  Allora vidi mio marito arrabbiarsi, non lo avevo visto mai così: battendo un pugno sul bancone sillabò a voce alta: voi avete il dovere, dico il dovere di darci il tempo di cercare questo dannato libretto. Dateci immediatamente un locale dove possiamo aprire le nostre valige! Quello spalancò gli occhi e chiamò un cameriere che passava: accompagnali in guardaroba. In guardaroba aprimmo le valige e, eccolo finalmente, bello, nuovo adagiato su una camicia di mio marito, il nostro salvatore! Lo baciammo, ci baciammo sotto gli occhi divertiti del ragazzo e lo portammo trionfanti alla reception. Il maitre, da tanto sgarbato diventò immediatamente la gentilezza personificata. Non faceva che scusarsi, mi dovete capire, io dovevo fare il mio dovere, ect . Voleva farci servire la cena, ma io ero stanca morta e poi mi vergognavo un po', eravamo sotto gli occhi di tutti, volevamo cambiarci, lavarci, e così chiedemmo il favore di farci portare due panini e una bottiglia di acqua in camera. Ma certo, ma certo... Finalmente!  Dopo un quarto d'ora bussò un cameriere, portava un carrello pieno di ogni ben di Dio. Noi lo guardammo preoccupati, ci deve essere uno sbaglio, noi avevamo chiesto solo due panini...Nessuno sbaglio, sorrise il cameriere, è tutto offerto con gli auguri di tutto il personale.
Divorammo tutto, c'era anche lo spumante nel secchiello col ghiaccio, buonissimo, fresco, tra me e mio marito ci scolammo l'intera bottiglia. A un certo punto vedevo girare tutto intorno a me; mi sdraio cinque minuti, dissi, e non ricordo altro. In piena notte mi sveglia un lieve russare, non mi ricordavo più dove stavo, allungo un braccio e riconosco al tatto la lana ruvida del golf di mio marito. Neanche lui si era spogliato. Ripetei tra me due o tre volte: mio marito, mio marito, assaporando con delizia le parole. Pensai vagamente che non era successo niente di quanto le mie amiche già sposate mi avevano raccontato della loro prima notte. Feci appena in tempo a dirmi che tanto ormai avevamo tutta la vita davanti a noi e mi riaddormentai immediatamente. Ci svegliammo alle nove. Avevamo dormito dodici ore.  Eravamo allegri, riposati. Ci vestimmo tutti eleganti e uscimmo, salutati da un profondo inchino del portiere.

Venezia sotto il sole era stupenda, il nostro matrimonio era stupendo, la vita era stupenda. Dissi a mio marito, non credo che si possa essere più felici di me. Di noi, mi corresse lui, stringendomi a sé.

7 commenti:

  1. Un racconto simpaticissimo, scritto con la solita verve.
    Una narrazione scorrevole, che si beve tutta d'un fiato e che ci ricorda, distratti come siamo dalle nostre preoccupazioni, che l'amore romantico esiste e che è più forte di qualunque avversità :-))

    RispondiElimina
  2. Il ritmo è incalzante, un amarcord pedagogico per le generazioni più giovani.
    Un < come eravamo > in controcanto a < Vestivamo alla marinara > dell'Agnelli Susanna. Per noi vecchi un piacevole tuffo nel passato.
    Forse da asciugare alquanto.
    Da curare con meticolosità la forma.
    Anziana/mente, Siddharta.

    RispondiElimina
  3. Serenella Tozzi6 dicembre 2013 15:23

    Si, la tua grande capacità di scrittura ci fa divorare il tuo scritto, ma il tuo è anche un racconto che ci tramanda momenti storici attraverso descrizioni di immediatezza precisa e di grande freschezza.
    Soprattutto, credo che faccia bene al cuore leggerti, perché il tuo messaggio è un messaggio d'amore e di speranza.
    E' un bellissimo esempio che indichi: come avete reagito voi giovani all'epoca di momenti così tragici dovrebbe sollecitare i nostri attuali ad essere coraggiosi e positivi, pronti ad affrontare con determinazione le mille difficoltà che, in campo diverso certamente, ma non meno gravi, si stanno presentando ora.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Serenella Tozzi6 dicembre 2013 15:35

      Vedo che io e Sid abbiamo mandato il commento in contemporanea, concordando, fra l'altro, sull'azione pedagogica del racconto.

      Elimina
    2. Un secondo di differenza temporale, un lampo di affinità intellettuale.
      Sid

      Elimina
  4. Una vera delizia questo racconto, è stato un vero piacere leggerti.
    Ciao frame

    RispondiElimina
  5. I miei genitori si sposarono nel 38 e col tuo racconto ho rivissuto in parte il loro matrimonio,tra mille difficolta' e incertezze ma ricchi del loro stupendo amore.
    Una bella testimonianza.

    RispondiElimina