lunedì 2 dicembre 2013

Perché i racconti, in Italia, non hanno mercato? - Post it di Rubrus - supplemento

Una ipotesi di spiegazione

È un dato di fatto che, in Italia, e a differenza di quanto accade, per esempio, nei paesi anglosassoni  il racconto, come forma letteraria di narrativa, non “tiri”; non incontri il favore né del grande pubblico, né delle case editrici.
Specie negli ultimi tempi, pare un po' una contraddizione.
In un'epoca dominata dalla fretta (una “dromocrazia”, secondo alcuni), il racconto, come forma narrativa breve, rapida, dovrebbe prevalere sul romanzo.  
E invece no.

Non ho potuto quindi evitare di lambiccarmi il cervello e formulare una ipotesi di spiegazione per questo fenomeno apparentemente contraddittorio.
Innanzi tutto, una precisazione: l'Italia ha una squadra di validissimi autori di racconti, ma si tratta di “letterati”.
Manca invece una “massa” di autori di racconti di livello medio / basso.
Qualcuno dirà “meglio così” e potrebbe anche avere ragione, ma non mi interessa, qui, l'aspetto qualitativo, che pure meriterebbe un approfondimento, bensì quello quantitativo, di mercato, della faccenda. 
Perché tutto questo, dunque?
Penso che ci sia, all'origine di tutto ciò, una ragione storica.
Da noi, negli anni '20/'30 /'40, non c'è stato un fenomeno analogo a quello che fiorì in America con riviste come Black Mask, Weird Tales, Amazing Stories etc. In Italia, le case editrici puntarono da subito sui romanzi. Il Giallo Mondadori, per dire, è del '29, ma pubblicò, appunto, solo romanzi.
Altrove i lettori trovavano nelle edicole, o attaccati in appendice ai giornali, racconti, anche scadenti, ma ne trovavano tanti, ergo la massa poté formarsi, se non un gusto, un'abitudine. Da noi no.
Il mercato italiano si formò tardi (in fondo, si può parlare di lingua nazionale solo dalla seconda metà dell'Ottocento in poi), fu sempre più piccolo rispetto ai mercati d'Oltralpe (basti pensare al tasso di analfabetismo nello Stivale) e sin dagli esordi si limitò ad alcuni settori e ne escluse altri.
Gli italiani, che hanno sempre letto poco e continuano a leggere poco rispetto ad altri Stati, non si orientarono mai più di tanto sul racconto, né vi furono orientati dalle case editrici.
Non essendoci un "serbatoio" di forti lettori di racconti, non ci fu un forte "serbatoio"di autori capaci di attrarre il pubblico verso questa particolare forma narrativa.
È evidente che si tratta di un “circolo”. Non sto a dire se vizioso o virtuoso, ma credo che si possa affermare, con un sufficiente grado di certezza, che i due fenomeni si influenzano a vicenda.
Il tempo non cambiò le cose, anzi.
Con il diffondersi dell'alfabetizzazione, la letteratura divenne “di consumo” in modo sempre più spinto.
Quando la letteratura popolare divenne di massa e virò verso il mainstream (cioè quando la letteratura popolare approdò in modo definitivo in libreria) gli editori puntarono a "gonfiare" i testi per renderli più "nobili", almeno in apparenza, e per farli pagare di più.
Il romanzo popolare, per farla breve, uscì dal ghetto del paperback, dell'edicola, approdò in libreria, ma rimase romanzo. Ogni spazio ai racconti era definitivamente chiuso.
E veniamo alla contemporaneità.
La domanda ora è: il web cambierà le cose?
Secondo me, no e per due ragioni.
I) il pubblico ormai è orientato in senso opposto al romanzo e così l'editoria. Non è una tendenza che può invertirsi facilmente, web o non web. Non è una convinzione che si sradica facilmente – soprattutto se non si hanno ottimi motivi per farlo. E, a scanso di equivoci, ottimi motivi, se si parla di mercato, vuol dire soldi. 
II) il mercato lo fa il lettore forte e il lettore forte, come detto, non legge racconti (sbagliando, magari, ma non lo fa).
Non facciamoci ingannare dai siti. Questi sono (siamo) autori e lettori. Non rappresentiamo il pubblico e, quantitativamente, non siamo un mercato appetibile. Infatti ci autopubblichiamo o ci affidiamo a piccole case editrici. Proprio come accade con l'editoria tradizionale, su carta.
Oltretutto, chi legge sul web parte dall'idea, più o meno consapevole, della gratuità. Se è sul web è gratis – si tende a pensare – o deve esserlo.
E il famoso “taglio web?” il microracconto? Beh, prima fatemi ricordare che non faccio un discorso qualitativo. Non so perchè, ma su questo argomento tendono a scatenarsi polemiche fuori luogo. È una forma come un'altra – e strutturata dal fatto che tendiamo a scartare, leggendo su schermo, testi che ci costringono a far scorrere il mouse e non possono essere abbracciati in un unico colpo d'occhio (a meno che non siamo obbligati, ovvio, ma questo non riguarda chi legge per diletto). Come ogni forma, ha delle regole, dei pro e dei contro.    
Tuttavia, a mio parere, il lettore del taglio web è un non lettore.
Possiamo definire “lettore” un signore che – per mille ragioni, anche ottime – non sopporta testi più lunghi di mille parole?
E, soprattutto, un simile soggetto sarà disposto a pagare per leggere? Tanto più se si considera che è sul web, cioè in un posto dove si tende a pensare che tutto sia gratis?.
Io credo che questa particolare forma narrativa (ripeto: non mi interessa se bella o brutta anche se devo dire che molti microracconti sono anche più che “carini”: sono belli) non cambierà il mercato – a meno che non prendano piede per esempio forme di racconti in abbonamento, un po' come le previsioni del tempo e a meno che il pubblico italiano non si abitui a leggere (che sarebbe già tanto) ed a leggere racconti.

Intanto, si potrebbe scrivere in inglese – o in cinese...

12 commenti:

  1. Personalmente amo i racconti, proprio perché leggibili in poco tempo e soprattutto perché intensi e mai dispersivi proprio grazie alla loro brevità. Ottimo poi se sono raccolti in un volume. Ne ricordo uno molto spassoso per la fantasia e l'umorismo " Il bar in fondo al mare " di Benni, ricordo di aver contagiato per sua lettura chiunque incontrassi. Se non lo avete letto ve lo consiglio. Ma intanto non ho ancora letto i racconti di Carver che mi ha suggerito Franco . vado a rimediare.

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    1. Eh la qualità è un discorso molto complesso che temo di non avere la competenza adeguata per affrontare. Diciamo che, secondo me, nel racconto, più ancora che nel romanzo, vale la regola secondo la quale è bene omettere le parole superflue.

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  2. Se la scrittura dell'Autore ha il giusto ritmo, risultando coinvolgente, piaceranno sia i romanzi sia i racconti.
    Quanto a questi ultimi, dove collochiamo quelli di Raymond Carver, di Alice Munro, di Dorothy Parker e tanti altri valenti affabulatori? Nel limbo delle opere minori?
    Riguardo ai siti cosiddetti letterari, ogni paragone è improponibile: qui la premura di completare la lettura nel giro di pochi minuti e la presunzione di aver consegnato al web "opere" perfette entro le mille parole, sono la regola.
    Col risultato di svilire l'importanza della scrittura e di non invogliare alla lettura delle opere (questa volta senza virgolette) veramente formative per il fascino della storia e la complessità dei personaggi (con tutte le riflessioni che ne conseguono).

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    1. eh,,, però vedi? hai citato autori stranieri. Quello che dicevo io è che non c'è un corpus consistente di autori (e lettori) italiani. Per la carità, ci sono autori di vaglia italiani, ma appunto "letterati" (Verga Capuana Pirandello, sotto indicati, per esempio), non autori "di cassetta". Insomma, da noi l'autore di racconti deve venire prima "sdoganato" dalla scuola o dal successo editoriale. Ammaniti, per esempio, iniziò pubblicando un romanzo ed una raccolta di racconti. L'editore non gli pubblicò la raccolta perchè, per i racconti, disse "il momento è delicato". Il romanzo ebbe successo e Ammaniti tornò alla carica con un secondo romanzo e la vecchia raccolta. Ottene la stessa risposta. E ancora. E ancora. Ci riuscì all'ennesimo tentativo. Il titolo della raccolta fu, manco a dirlo, "Il momento è delicato".

      Per i siti letterari, come questo, da un lato non svilisco affatto i racconti di mille parole o meno, dall'altro non posso fare a meno di domandarmi: "ma chi va in paranoia se legge più di mille parole a prescindere da ogni altro metro di valutazione è un vero lettore?" e mi rispondo di no.
      Avrò meno letture... e chi se ne frega. Mi pagano? Vinco qualcosa? C'è una gara in ballo? E allora?.
      Secondo me, se si scrive di narrativa è la storia che comanda. Se la storia è buona (ed è dovere dell'autore far sì che sia buona) ma il lettore l'abbandona perchè "è troppo lunga" a prescindere dal resto, non è che abbiamo perso un lettore. Semplicemente, non l'abbiamo mai avuto.

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  3. Serenella Tozzi3 dicembre 2013 13:19

    Quelli che oggi sono definiti racconti una volta erano chiamati "novelle", le più famose sono forse quelle degli autori veristi siciliani: Verga e Capuana e Pirandello. Ma anche altri autori hanno scritto in abbondanza riferendosi a situazioni locali su tanti temi importanti quali il brigantaggio, l'analfabetismo, le misere condizioni dei meno abbienti, fra le quali va posta la condizione delle donne. E a rileggerle ci si rende conto che, nonostante il tanto tempo trascorso, gli argomenti sono ancora molto attuali.
    Anch'io non ho preclusioni fra racconto e romanzo (purché ben fatti, naturalmente), anche se la mia preferenza va al romanzo, di più largo respiro e che si presta a maggiori approfondimenti.

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    1. Eppure, come dico sotto a Sid, la convinzione diffusa è che il racconto sia il parente povero del romanzo. Parente sì, povero no.

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  4. concordo in pieno sulla disamina.
    La precisazione riguarda la qualità della scrittura. In un romanzo è più facile nascondere i buchi, anche se, per la mentalità che attraversa lo Stivale, potrebbe sembrare il contrario.
    Per scrivere un buon racconto ci vuole una maestria che tenga in considerazione la durata e l'estensione. Il romanzo può concedersi parecchie pagine di collegamento, di affrancamento, pagine funzionali insomma. Con funzionali intendo varie cose : funzionali alla trama, funzionali all'intreccio, ma funzionali anche al senso e al significato. Il racconto non lo consente. Per questo richiede un'abilità che non è di tutti.

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    1. D'accordo con te. C'è la sensazione che il racconto sia il fratello cadetto del romanzo. Invece non ne è semplicemente un bignami. Sono tecniche diverse. Ma non m'illudo. La convinzione resterà.

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  5. In questo grande affresco critico sento di perdermi.
    Sono solo un lettore di pancia di romanzi e racconti d'evasione, e quindi out per questo agone raffinato.
    Che comunque seguo con vero interesse ( non è mai tardi per apprendere... ).
    Sid

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  6. Bella questa discussione, e di questo devo ringraziare soprattutto l’autore dell’articolo, prima per avermi permesso di pubblicare questo articolo e poi perché non ha protestato quando gli ho proposto un sostanzioso taglio al pezzo originale. )))
    Bueno, allora ho scoperto di essere un lettore atipico, in quanto leggo prevalentemente racconti e di qualunque genere, con la sola esclusione, ahimè, di favole, fiabe, e fantasy troppo voluminosi.
    Se li trovo sul web meglio ancora, perché come dice Rubrus sono gratis, altrimenti me li leggo a letto sull’ereader, o prevalentemente sui libri e quindi li compro, eccome se li compro.
    I racconti sul web, compresi i nostri, li considero semplicemente di un altro genere. Quelli belli, e ce ne sono tanti, sono scritti e pensati per essere letti sul web e pertanto non vanno confusi con i racconti classici d’autore che si trovano normalmente sul cartaceo. Tremila parole sulla carta sono niente, mentre sullo schermo sono un’eccezione. Perché non si vendono lo hai spiegato perfettamente tu, ma la tendenza a mio avviso sta cambiando, si vedono segnali nuovi all’orizzonte che mi fanno ben sperare.
    Perché i racconti lunghi invece non trovano praticamente spazio sui siti letterari? Lo sappiamo bene ;-) E lo sanno anche coloro che regolarmente di fronte a un racconto lungo invece di leggere, oppure di andare da un’altra parte in silenzio, preferiscono protestare, in nome di che e con quale diritto, mi sfugge da sempre.

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  7. per Sid. Le impressioni del lettore di pancia sono tra le più utili.

    per il padrone di casa: sono della corrente di pensiero secondo la quale chi usa quattro parole per esprimere un concetto definibile con tre è capace di qualsiasi delitto.

    E poi.
    Vengono toccati più argomenti:

    Qualità. Qui, come detto, non ho la competenza necessaria, Più che dire "mi piace / non mi piace perchè..." non so.

    Web. Credo che il web influenzi ed influenzerà sempre più il modo di scrivere. E' stato così con ogni tecnologia. La letteratura di massa secondo me è figlia della rotativa non meno che dell'alfabetizzazione.

    Genere "web" Non sono d'accordo che i racconti web siano "di altro genere". Penso che sia una autocastrazione. Sono racconti, punto. Hanno magari delle caratteristiche formali differenti, ma sono racconti. Con quanto riguarda poi la lunghezza, sembra che i microracconti siano nati oggi. In realtà sono microracconti anche quelli di Marziale (anche se in poesia) o Feneon o Ambrose Bierce o Fredric Brown.
    Credo che ridurre la letteratura web ai microracconti sia un errore, una autolimitazione che non ha ragion d'essere.

    Infine, un discorso a parte ancora è l'aspetto "social" della scrittura web. Qui, devo dire, non sono molto interessato.

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  8. Ho letto il tuo articolo Rubrus e l'ho trovato molto interessante, dovendo anche ammettere che io stessa tendo sempre a scegliere il romanzo al racconto, pur scrivedone con diletto.

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