martedì 17 dicembre 2013

Poesie nella rete: VERSI AMENI di Giuseppe Barreca


SALUTI AL RAGNO

Ciao ragno fedele, l’autunno ti ha inghiottito:
dopo mesi di compagnia discreta
ci siamo salutati senza dirci nulla
come fosse una legge ineluttabile.
Eri silenzioso e infaticabile:

le tue ragnatele tocchi d’arte
l’arte della superba e sventurata Aracne.
La tua tela sfiorava la parete bianca
leggera saltellava tra i cadaveri di zanzare
spiaccicati contro il muro
e resisteva alla ramazza che a volte
la distruggeva.
Ma tu non ne avevi a male:
sei fatalista, questo l’ho capito,
accettavi il destino e non fiatavi
aduso da millenni alla sfortuna
e a tessere tele all’infinito.
Eri l’amico fragile:
grazie per la compagnia notturna
grazie per il silenzio delle tue passeggiate sulla parete
grazie per gli insetti trangugiati
o per quelli avviluppati nella tua tela
e poi scomparsi nella lupara bianca entomologica.



MOSCA

Ti ricordi quella notte che non finiva più:

ero solo in casa, le zanzare non davano pace.
Ogni volta che accendevo la luce
tu riprendevi a ronzare stancamente
come se ti stessi lamentando
e volessi dirmi che non ti facevo dormire.
Ma tacevi per delicatezza.
Sei stata gentile, sai, a sopportarmi quella notte
piccola mosca che crepavi di sonno.
Quel tuo ronzare mi teneva compagnia
appena accesa la luce
e, al buio, sapere che tu dormivi
posata sulla tenda, sul comò o chissà dove
mi confortava.
Chissà dove sei finita, t’ho perduta:
qualche tua amica l’ho anche accoppata
con lo strofinaccio in cucina,

spero però non fossi tu… 



ELOGIO DELLO ZANZARICIDA


Confesso, uccido senza rimorso.
Lo so: ci fosse un tribunale di zanzare
sarei condannato per genocidio.
Non potrei nemmeno difendermi
asserendo che eseguivo gli ordini.
Uccidevo appostandomi per lunghi minuti,
armeggiando con sapienza con l’abat-jour,
miscelando luce e buio per confonderle.
Tendevo poi l’orecchio e “zac”,
congiungevo le mani e poi godevo, sì,
godevo nel vedere la rompipalle schiacciata
e il sangue, frutto del suo latrocinio,
inzaccherare i miei palmi... continua



12 commenti:

  1. Fanno bene allo spirito queste tue. C'è la capacità di sorridere e tanta sana ironia. Complimenti.

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  2. Il dono della leggerezza, della naturalezza espressiva.
    Complimenti

    P.S: ma è Porreca o Barreca (cliccando sul link di poesia e scrittura sembra Barreca).

    Franco "Pale"

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    1. Grazie Franco,
      Chiedo scusa anche con Giuseppe Barreca per l'errore. :-)

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  3. Mi piacciono, sì
    Lola

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  4. Lette con sorriso e leggerezza perchè un poco mi vedevo anch'io mentre spappolo senza ritegno zanzare e mosche, da piccola mi divertivo a schiacciarle su un foglio bianco per vederne l'astratto contorno, e lascio in pace il ragno, l'intoccabile ragno portatore di fortuna e guadagno. Proprio stamane , mentre stavo pulendo un pavimento ho fermato il movimento dello straccio sulla mattonella per far passare un piccolo ragno nero e veloce come un bellicoso pensiero. " Passa , svelto, tessitore di meraviglie che non sprechi il tuo breve tempo a lustrar stoviglie e pavimento..." l'esserino passò senza l'accenno di un saluto o ringraziamento.

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  5. Grazie a tutti... sto cercando di mettere nelle poesie una piccola luce di iornia, ogni tanto... anche se a quel ragno mi ero un po' affezionato...

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  6. Serenella Tozzi6 marzo 2014 12:58

    Quell' "ameni" dice tutto, è davvero sono versi semplici, freschi, ameni. Piacevoli e distensivi.
    Anch'io avevo la compagnia di un ragno, ci incontravamo soprattutto la sera. Usciva dal suo angolino e tesseva la sua tela tranquillo. Io leggevo e qualche volta mi accostavo a guardarlo, ma non aveva timore, anche a distanza ravvicinata, anche se qualche volta gli parlavo. Poi, un giorno, quando io non c'ero, mia figlia si è accorta di lui...

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  7. ...ma...ma... ma dici davvero?
    Serenella, mi devo preoccupare?
    Si incomincia parlando con i ragni e poi chissà dove si finisce. ah,ah,ah,

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    1. Serenella Tozzi6 marzo 2014 21:21

      Non mi dirai che tu non hai mai parlato con i ragni. In campagna, poi, chissà quanti ne trovi.
      Oddio, è vero che quelli di campagna sono un po' più selvatici e restii a farsi avvicinare rispetto a quelli nati in casa... :-))

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    2. Ho fatto anche di peggio, ma con i ragni non c'è dialogo, soprattutto da parte loro, mi ignorano ;-))))

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  8. Talora ci imbattiamo in letteratura di eccellente fattura, spesso desunta dalla realtà circostante.
    Taluni mi chiedono < ma insomma quali sono le poesie contemporanee, anzi dell'oggi, che ti piacciono? >.
    Ecco, signori, queste in lettura, semplici, chiare, senza apparenti pretese universali, di impatto morbido.
    Capaci, oltre alla bellezza espositiva, di scatenare ricordi, passioni, sensazioni assopite, pensieri novelli.
    Andiamo in ordine.
    Da bambino ( siamo in tempi di guerra, ad inquinamento zero ) i ragni in campagna la facevano da padrone.
    Le loro tele erano estese, enormi, andavano da caseggiato a caseggiato.
    Nel centro se ne stava raggomitolato il ragnone: appena un insetto vi si impigliava, lui lo raggiungeva veloce, lo tramortiva, lo imbossolava avvolgendolo in fitto filo serico.
    A noi piccini dicevano che i più velenosi erano quelli della < croce >, da non toccare.
    E poi le mosche, tante, invadenti, noiose.
    Dal barbiere erano micidiali: atterravano a nugoli sulla faccia, sulle braccia, le gambe coi calzoncini corti, pungendo e succhiando sangue senza pietà.
    Mio padre parlava di Giobbe e della sua pazienza quando prendeva delicatamente la
    mosca posata sul suo naso facendola volare altrove.
    E poi i nastri moschicidi, gialli, penzolanti dai lampadari, costellati di mosche morte stecchite.
    E i secchi d'acqua potabile sopra il lavello: col mestolo si raccoglievano a pelo buttandole via e poi la si beveva.
    E il farmacista con una trappola in movimento sul bancone e all'interno della teca-prigione tutte le mosche via via catturate e ronzanti...
    Potrei parlare per ore, dei tafani, dei calabroni, di quando strappavamo
    loro le ali, di come quando..., di così quando...
    Infine le zanzare, subdole, pericolose, ritte sulle zampe a pelo d'acqua negli stagni, il flit col suo famoso stantuffo azionato a mano.
    E qui mi fermo per non annoiare, anche se potrei continuare per pagine e pagine.
    Però non ho dimenticato il nostro Autore.
    Questa sua poesia è schietta, ironica, letterariamente pregevole, lodevolmente minimalista nel contenuto.
    Una sorsata d'aria pura che ci riappacifica col mondo intero.
    Pregevol/mente, Siddharta.

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  9. Quanta sana ironia.. ho apprezzato moltissimo

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