giovedì 2 gennaio 2014

ALLA RICERCA DI DIO - PaleS. - narrativa

La chiesa del quartiere, la domenica mattina all’ora della messa, sembrava sempre un po’ fredda, anche d’estate.
La gente convenuta per la funzione festiva, per tanta che fosse, non riusciva mai a dar l’idea di poterla riempire a tal punto da farla diventare un’assemblea pulsante e assorta di anime, tutte strette attorno alla loro struggente preghiera.
Forse era colpa dell’ampio vano centrale che separava le due file di panche o forse dell’immenso soffitto, delle pareti troppo alte, grigie e disadorne; fatto sta che le celebrazioni non assumevano mai un calore mistico, le candele non producevano alcun effetto sui volti e sugli occhi dei fedeli e l’atmosfera che si creava tra l’officiante e la gente perdeva la “magia” che la presenza di Dio avrebbe dovuto prevedere.
Su tutto e tutti, aggrappato in alto alle spalle dell’altare maggiore, troneggiava un enorme crocifisso in legno chiaro, con un Cristo morente a incombere sull’intera assemblea, che ormai abituata a quella visione straziante di sofferenza e di morte, non si curava quasi più di alzare gli occhi per soffermarsi ad osservarlo.
La maggior parte dei presenti, mantenendo gli occhi bassi sulla palladiana ghiaccia del pavimento, si sforzava di ascoltare l’omelia, ma le parole del sacerdote, distorte da un’inevitabile eco, giungevano alle loro orecchie ormai prive di forza.
Le madri, poi, erano occupate a rincorrere i bambini urlanti, già stufi dopo cinque minuti, e la scarsa attenzione dei fedeli era in pratica riservata all’esangue coro, con tanto di accompagnamento di chitarra, e alle evoluzioni canore a mo’ di litania del suo direttore, che si era accaparrato un microfono tutto per sé e seppelliva, con la sua, le altre povere voci di contorno.

***


Piero, sistemato a metà della chiesa, in una panca alla destra dell’altare, avvertiva dentro sé una sorta di disagio che gli suggeriva con forza di mantenere gli occhi fissi verso l’alto, rivolti in direzione dell’immenso crocifisso come a raccomandarsi direttamente a Lui, al Cristo spirante, visto che gli intermediari fra sé e il Cielo gli avevano fatto perdere molta della fede e pure la speranza.
Piero era tutt’altro che un assiduo frequentatore della chiesa, ma quel giorno, essendo sua figlia prossima a ricevere la prima comunione, si era deciso a tentare di nuovo, per rimettersi alla prova.
E allora fissava il Cristo sulla croce, con gli occhi sgranati, quasi convinto che il potere di quello sguardo potesse muovere il Salvatore a mandargli, finalmente, un segno tangibile della sua esistenza.

Dall’altra parte della chiesa, nella seconda panca di sinistra, Matteo pregava senza soluzione di continuità.
Era un uomo pio che, per amore del Signore, aveva rinunciato al matrimonio e conduceva un'esistenza solitaria.
Dentro di sé Matteo coltivava un dialogo costante ed estenuante con Dio, cui rivolgeva tante domande e mille preghiere sperando di trarne prima o dopo una risposta che lo illuminasse. Frequentava la parrocchia, anche se non con la stessa costanza di qualche tempo prima, quando insegnava catechismo ai bambini nel poco tempo libero, dacché si era intestardito nel rapporto, diciamo personale, tète a tète, fra sé e l’Altissimo.
Tra un’orazione, un segno della croce e un giungere le mani intorno al naso, in atto di contrizione, anche Matteo innalzava, implorante, lo sguardo verso il crocifisso, per poi rivolgerlo di nuovo verso il basso e così via, in una specie di ciclo di suppliche e penitenze che sembrava logorarlo.

A un certo punto della funzione, dopo il Credo, durante i riti che precedono la santa comunione, gli occhi di Piero e quelli di Matteo, egualmente desiderosi di un cenno di amore, di illuminazione divina, notarono qualcosa che li fece trasalire, scuotendoli di meraviglia: il dito indice della mano destra del Cristo in croce, infissa senza pietà nel legno, si mosse: una sorta di lieve flessione, quasi impercettibile, come se il Cristo volesse indicare qualcosa d’importante.
La prima reazione di Piero e di Matteo fu quella di guardarsi intorno per osservare la reazione degli altri fedeli ma nessuno, tranne loro, parve essersi accorto di alcunché.
Quando i due, a una ventina di metri di distanza fra sé, incrociarono gli sguardi ansiosi e spiritati, solo allora ebbero la certezza di non aver avuto le traveggole: in un attimo entrambi compresero che anche gli occhi dell’altro erano stati testimoni dell’evento soprannaturale.

La celebrazione fece il suo normale corso fino alla benedizione finale, dopo la quale il sacerdote liberò l’anima dei fedeli col tradizionale “andate-in-pace”.
I volti che sciamavano dal portone principale della chiesa erano più sereni, inclini al sorriso, grati di poter respirare l’aria azzurrina del mattino a pieni polmoni, quasi fosse diventata più fresca, più pura dopo l’ora della funzione.
Solo le espressioni di Piero e di Matteo rimasero contratte, scosse dalla tensione per via del dito mobile del Cristo in croce.
All’uscita i due si ritrovarono a breve distanza, separati appena da un paio di persone, ma lo sguardo che si scambiarono fu diretto e tutt’altro che complice: si guardarono in cagnesco, senza proferire parola, quasi fosse stata ad ambedue negata l’esclusiva di quell’apparizione divina.
Appena fuori dal portone Piero si diresse giù per la discesa a destra della chiesa mentre Matteo salì a sinistra verso casa sua – ognuno dei due volgendo più volte indietro la testa in direzione dell’altro per osservarne il comportamento.

Il giorno dopo, lunedì, Piero mise la sveglia mezz’ora prima del previsto – “devo entrare un po’ in anticipo al lavoro stamattina” – si giustificò con la moglie senza accennare niente dell’accaduto. Uscì di casa prima delle 8, imboccò la strada in salita che portava alla chiesa ed entrò.
La casa del Signore sembrava ancora più fredda e sconfinata per quanto era deserta.
Piero si fece avanti verso l’altare e in prima fila notò una figura di uomo in ginocchio nell’atto di preghiera. Prima ancora di averlo visto in volto, capì di chi si trattasse.
Matteo, sentendo il cigolio del portone, si volse e riconobbe Piero.
I due restarono distanti, immersi nelle loro rispettive suppliche.
Si alzarono dopo un quarto d’ora di raccoglimento, in ginocchio, durante il quale il crocifisso restò immoto di fronte ai loro sguardi.
All’uscita Matteo non seppe resistere e, con un tono tutt’altro che cordiale, affrontò Piero in un atto di sfida:
“Ma tu chi sei? Da dove vieni? Non ti ho mai visto qui in parrocchia. Cosa sei venuto a fare a quest’ora qui, in chiesa?”
Piero non si lasciò intimorire:
“Che cosa vuoi da me? Che t’importa di sapere chi sono, da dove vengo? Sono venuto a pregare, come te. Che, devo chiederti il permesso?”
“Eh – fece Matteo – io lo so perché sei qui e non credo di sbagliarmi. Tu sei qui perché hai visto anche tu?”
“Che cosa avrei visto?”
“Quello che ho visto io!”
“E cioè?”
“Su, dai, non fare il furbo. Anche tu l’hai visto! Quel dito del Signore era per me!”
“E allora? Sì, l’ho visto anch’io, domenica alla Messa, quel dito. Come se Lui mi chiamasse.”
“Chiamasse te?” rise Matteo, nervosamente – “Era me che chiamava, ero io! Io gli sono stato devoto tutti questi anni. Io l’ho servito, pregato, osannato e ora Lui così mi ricompensa. E tu invece cosa saresti? Che cosa avresti fatto per Lui? … sono certo che neppure gli credi. Non era a te che si voleva rivolgere, no. Certo non a te…”.
“Sarà come dici, però l’ho visto anch’io” – replicò Piero un po’ sfottente – “Lo sai anche tu, le strade del Signore sono infinite e può essere che Lui abbia scelto quella che porta a me!”

Gli occhi di Matteo si riempirono di sangue. Si avvicinò minaccioso a Piero sibilandogli:
“Sono sicuro che la prossima volta soltanto a me, solo a me, Lui riserverà questo privilegio!”
“Vedremo, vedremo…” ridacchiò Piero, allontanandosi verso la macchina che lo avrebbe condotto al lavoro.

Per tutti i giorni della settimana i due si ritrovarono, di mattina presto nelle panche della chiesa, a pregare Dio e ad attendere un suo segno che però non arrivava mai, lasciandoli dubbiosi e irritati.
E dopo la preghiera il loro animo era sempre più colmo di una rabbia sorda che giorno dopo giorno virava verso un sentimento di odio nei confronti del rivale: colui col quale ognuno dei due avrebbe dovuto dividere un gesto sacro di cui rivendicava l’esclusivo possesso.

***

Venne anche la domenica. Per la santa Messa, Piero e Matteo, in netto anticipo rispetto all’orario previsto, si ritrovarono in chiesa, nelle stesse posizioni della settimana precedente – Piero con gli occhi fissi verso il crocifisso e Matteo con il suo ciclo nevrotico e automatico di preghiera e sguardi rivolti verso l’alto.
Durante la funzione, con incredibile puntualità, l’indice della destra del Cristo in croce, seppur minimamente, tornò a muoversi seguito a ruota, questa volta, dal dito medio che parve assecondare il moto dell’indice con una minuscola flessione, e l’effetto visivo ottenuto fu simile a una sorta di abbozzo di saluto.
Il movimento, naturalmente non sfuggi agli occhi dei due contendenti che, un attimo dopo l’evento, si incrociarono di nuovo.
Anche stavolta tutti e due avevano visto e nessun altro nella chiesa pareva aver ricevuto la stessa percezione.
Piero aspettò Matteo all’uscita della funzione:
“Ti sei convinto ora? Vuole anche me, o, chissà, forse soltanto me, cosa credevi?” - e si avviò a piedi ridendo di soddisfazione verso casa.
Matteo cieco di rabbia lo inseguì gridando: “No, non può essere che il Signore si mostri a uno come te. Soltanto io, soltanto io….” mentre Piero, con un sorrisetto un po’ carogna a storcergli la bocca da un lato, senza voltarsi imboccò la scorciatoia sgombra di persone che, passando dal greto del fiume, conduceva a casa sua in un battibaleno.
Fu a questo punto che Matteo sempre più fuori di sé, gli si avvicinò ansimante, urlando come un invasato
“È me che vuole, è me, non te che sei un miscredente, un ateo!”
“Ah ah ah, ti piacerebbe eh? Invece le cose non stanno così. Tornatene a casa tua, vai…. Ma vai, vai che sei ridicolo…”
Fu a questo punto che, Matteo perse il controllo e alzò le mani su Piero.
Due colpi, una schivata, qualche spinta finché Piero, nell’atto di difendersi, non urtò con un piede contro un sasso, perdendo l’equilibrio.
Sbalzato all’indietro, precipitò nell’acqua torba del fiume, gonfio per la pioggia dei giorni precedenti e, non sapendo nuotare, in men che non si dica sparì sott’acqua trascinato dalla corrente.

Nessuno fu testimone dell’accaduto. Forse soltanto Dio.

Passato l’attimo di smarrimento per l’improvviso svolgersi degli eventi, guardandosi intorno e non vedendo nessuno, Matteo si dileguò rapidamente.
“Sarà stato anche questo un segno del Signore? … Ma certo… certo!… era quello che Dio desiderava. Non sono stato io! È stata la volontà di Dio se tutto questo è potuto accadere!” – Così, farfugliando fra sé queste parole, si rasserenò tornando sui suoi passi.
Il riposo di una notte gli fu sufficiente a convincersi che questa era l’unica, plausibile spiegazione dei fatti: una questione di Volere Divino.
La notizia della scomparsa di Piero, prontamente pubblicata dal giornale locale, e quella del ritrovamento del cadavere, avvenuto due giorni più tardi, non smossero Matteo da questa convinzione, né gli fecero ripensare a quanto accaduto con un qualche senso di colpa. Neppure l’esito di eventuali indagini lo fece preoccupare, giacché nessuno avrebbe potuto pensare con sicurezza a un omicidio e sarebbe stato, oltretutto, impossibile per gli inquirenti risalire al suo nome, dato che lui e Piero non si conoscevano, nessuno li aveva visti insieme, e mai, prima del fattaccio, avevano avuto realmente a che fare l’uno con l’altro.
Dunque, forte della sua incrollabile fede e della nuova certezza acquisita, fin dal lunedì, tutti i giorni, al mattino, Matteo si ritrovò da solo, finalmente da solo, nella chiesa deserta a pregare e ringraziare il Signore, confidando in un gesto di amore e di assenso.
Ma ci sarebbe stato ancora qualche giorno da aspettare. La prova del disegno divino l’avrebbe probabilmente avuta soltanto alla domenica, durante la Santa Messa, quando Dio, nelle altre occasioni, si era manifestato.
Infatti, la domenica, regolarmente dopo il Credo, ecco che le due dita del Cristo si mossero appena appena, di nuovo.
Il volto di Matteo si rigò di lacrime per la commozione: quel gesto era per lui, soltanto per lui – lui il prescelto, l’eletto del Signore, alla pari di Bernadette!
Così, col cuore gonfio d'amore, fece ritorno a casa per il pranzo, consumato, come di consueto, in assoluta solitudine.

***

Fin dall’inizio della settimana seguente, prima del lavoro, al mattino, Matteo riprese il suo dialogo serrato e solitario con il Cristo in croce, finché di mercoledì, al suo ingresso nella chiesa ebbe a constatare, con sommo stupore, la presenza di una complessa impalcatura che si levava, posteriormente all’altare, sulla parete frontale, proprio lassù dove era sistemato il grande crocefisso.
Restò un attimo interdetto, poi vedendo il sagrestano Luigi intento ai suoi uffici di ogni giorno, gli si avvicinò chiedendo:
“Ma tutto questo, proprio qui, addosso al crocifisso, a cosa serve? Cosa sarebbe?”
Luigi, ch’era piccolino e non più giovanissimo, con una vocina da vecchietto tipo film western, incominciò a spiegare:
“Eh, il crocifisso comincia ad essere malandato. Sono già almeno due o tre settimane che le dita della mano destra del Cristo tendono a cedere. Il legno non regge più ormai: abbiamo già provato noi della parrocchia a sistemare il guaio in qualche modo ma non è bastato: le dita non erano stabili, continuavano a piegarsi, anche se poco, perciò siamo stati costretti a chiamare degli esperti per un restauro… oh, mica che sia un’opera d’arte, però il crocifisso è da tanti anni che è lassù, è nato con questa chiesa e in questa chiesa deve restare per sempre – è il nostro simbolo, insostituibile. I restauratori hanno garantito che nel giro di un mesetto tutto dovrebbe essere a pos… Ehi!, ma dove stai andando Matteo, dove corri?” – si interruppe il sagrestano alzando la voce in direzione di Matteo che, avendo già ascoltato quanto bastava, livido in volto e con gli occhi sbarrati, era già lontano oltre il portone della chiesa, giù per la discesa con l’urlo soffocato in gola.
Matteo l’irrazionale, il pazzo ossessionato da sconsiderate visioni. Matteo l’assassino. Matteo giù di corsa a rotta di collo come Giuda dopo il tradimento e la morte di Gesù, giù giù per la discesa e più nessuno e più niente che lo possa salvare.

Quasi senza accorgersene, Matteo si ritrovò sulle rive del torrente che aveva inghiottito Piero pochi giorni addietro.
Si fermò lì, vicino al sasso in cui il rivale aveva incespicato, incalzato dai suoi colpi.
Ecco Matteo salire su quel sasso, e passo dopo passo, via via sulle altre pietre che seguivano, lungo una lingua di roccia protesa dentro al letto del fiume, circondato dall’onda di piena.
Fu qui che si fermò all’improvviso, scorgendo una figura che sembrava uscita dal nulla a pochi metri di distanza, sull’altra sponda del torrente.
Era un uomo ancora abbastanza giovane con i capelli e la barba lunga, gli abiti consunti – un povero barbone.
Intuendo il gesto che Matteo stava per mettere in atto, con un tono che non risuonava affatto come un rimprovero, il giovane barbuto gli gridò:
“Non farlo! Faresti un torto a te stesso e alla Vita che il Signore ti ha donato”.
Matteo si girò di scatto:
“Che vuoi saperne tu della Vita… o di Dio.” rispose “Sei un barbone, un povero pezzente. Che vuoi saperne tu di me e di tutto il resto?”
Ormai la voce di Matteo era un grido strozzato:
“Io…” - continuò – “io non sono altro che un dannato! Ho continuato a sbagliare nella speranza di trovare Dio, ma Lui…. Lui si è scordato di me… O forse non esiste…. Vattene via, lasciami andare al mio destino!”

“Dio si ricorda di tutti i suoi figli. Fino all’ultimo istante, Matteo” – rispose lo straccione con voce ferma, penetrante
Ma era già tardi. Soltanto di un attimo.
Matteo, si era lasciato scivolare nel fiume e nel momento in cui i suoi piedi si staccarono dal piedistallo di roccia che lo legava ancora alla terraferma, ebbe una specie di sussulto nell’ascoltare quella frase, l’istinto di voler tornare indietro nel tempo, giusto di pochi secondi. Per capire.
Prima che la piena del fiume riuscisse a trascinarlo via, vide un arbusto proteso dalla riva nella sua direzione e gli si aggrappò disperatamente, con tutte le forze.
Fece un lungo respiro e con tutto il fiato che aveva in gola urlò al barbone che gli era ormai appresso, a meno di quattro metri di distanza:

“Ehi, ma come fai a sapere il mio nome…, chi te l’ha detto?

Il barbone non rispose e continuò a fissarlo negli occhi con il suo sguardo intenso.
Matteo alzò gli occhi, riuscì a vederlo bene in faccia. Non fu sicuro di averlo incontrato prima ma gli parve di conoscerlo da sempre.
Notò il suo viso smunto, l’espressione calma, la barba e i capelli lunghi che gli conferivano un aspetto mistico e familiare. Poi gli sembrò di scorgere una luce… una luce divina negli occhi:

“Salvami, salvami Dio, ti prego, non mi abbandonare proprio ora che ti ho trovato!” gridò disperatamente in direzione della figura del barbone che gli era vicino ma non ancora a portata di mano. “Salvami”, strillò di nuovo mentre annaspava, nel tentativo di rimediare anche all’ultimo dei suoi tanti errori.

E mentre restava attaccato all’ultimo appiglio della sua vita terrena, un turbinio di pensieri e di domande, come mai gli era accaduto prima, gli affollò la mente: era soltanto uno dei tanti mendicanti che si trascinavano da quelle parti e casualmente conosceva il suo nome o era davvero il Signore, disperatamente cercato per tutta la vita che, in extremis, si era ricordato di lui e gli si manifestava, finalmente, sotto quelle umili spoglie?
Ma se per caso fosse stato davvero Dio, avrebbe risposto alle sue invocazioni d’aiuto, salvandolo?
E gli avrebbe salvato il corpo, restituendogli con un miracolo la vita terrena; o l’anima, perdonandolo di tutti i suoi errori e spalancandogli le porte del Paradiso?
Oppure l’avrebbe dannato per sempre per i suoi atroci peccati?
Se invece si fosse trattato dell’ennesimo abbaglio? Un’altra volta l’illusione di avere incontrato Dio?
In fondo al fiume, dunque, lo avrebbe atteso qualcuno, qualcosa, o solo il nulla – niente e nessuno a premiarlo o a condannarlo?

L’impetuosa onda di pensieri si interruppe bruscamente quando l’altra onda, quella altrettanto violenta del torrente in piena, con uno strappo tirò verso di sé il corpo di Matteo, strattonandolo lontano dalla riva. L’esile ramo che lo tratteneva non ce la fece più a reggere, la radice si svelse dalla terra e Matteo si ritrovò di colpo senza appiglio.
La corrente lo portò via e lo spinse sott’acqua facendolo riapparire in superficie per un breve attimo che gli fu appena sufficiente per un’ultima supplica in direzione dell’apparizione, ormai troppo lontana:
“Abbi pietà di me, perdon…” ma non riuscì a terminare la frase che una pietra incocciata con la testa gli chiuse gli occhi per sempre.

Finalmente l’anima di Matteo avrebbe conosciuto il suo destino, chi e come si sarebbe preso cura di lei, sempre che quel qualcuno esistesse.

Quanto al suo corpo, questo fuggì via, ormai abbandonato a se stesso, facendo la strada insieme a un branco di piccoli pesci che lo scortarono, col loro allegro luccichio, durante il tragitto che li conduceva a valle, verso un’acqua più calda, più tranquilla, più pulita.

20 commenti:

  1. Un racconto interessante e importante questo, di quelli che non si scrivono a cuor leggero tutti i giorni e, considerata la delicatezza e la complessità del tema, da affrontare sempre con le dovute cautele, cioè senza scandalizzare la parte dei lettori più scettica e al tempo stesso senza offendere la sensibilità dei credenti. Però Franco ha fatto bene i compiti e da questo punto di vista direi che ha superato brillantemente la prova. Sono molte le considerazioni che si possono fare alla fine della lettura, e numerosi gli spunti di discussione. La misericordia divina, il pentimento in extremis, il libero arbitrio, la confessione e la fede stessa, sono soltanto alcuni dei temi che si intravedono in questa tua, che oserei definire una parabola molto complessa. Il finale secondo me si presta a varie interpretazioni, è quello che si definisce un finale aperto, ciascuno farà le proprie considerazioni, e riuscire a sollevare dubbi, offrire materia per le cellule grigie è già un grande risultato, il massimo che si possa pretendere da un racconto.
    Sono lusingato che tu abbia scelto questa sede per proporlo e di questo te ne sono grato.

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  2. Alcune riflessioni, ben sapendo di potere essere accusato di generalizzare.
    Hai descritto con chirurgica precisione le aspettative e i comportamenti del cosiddetto Popolo di Dio.
    La maggior parte dei fedeli, partecipando alla funzione domenicale, spera di accaparrarsi con un impegno di poca durata la vita eterna.
    La distrazione regna sovrana, per non dire del brusio di sottofondo che circola fra i banchi.
    Se all’uscita si chiedesse ai presenti di riassumere con parole proprie l’omelia, se ne udrebbero di belle.
    Il rapporto con Dio non è basato sulla fiducia ma sull’attesa di veder realizzate le proprie richieste. In questo senso, le preghiere sono spesso veramente impudenti.
    Le azioni del resto della settimana, di norma, seguono una strada diversa da quella suggerita dalle Letture.
    Da sempre, la Chiesa ha privilegiato l’invito a sottomettersi alla “volontà” di Dio, più che incoraggiare i credenti, in quanto sue creature, a collaborare all’edificazione di un Regno basato sull’amore.
    I comportamenti di Piero e Matteo sono significativi di cosa s’intenda per “essere cristiani”: portare Dio dalla propria parte – la salvezza degli altri non è di propria competenza.
    Ancora: religione come superstizione - se non si vedrà qualche Madonna che piange o qualche Crocifisso che gronda sangue, difficile convincersi appieno dell’esistenza di un Essere superiore.
    Concludo con un moto di ottimismo: per fortuna la misericordia di Dio è talmente grande, che non Gli sarà impossibile valutare i comportamenti delle sue pecorelle con criteri che non appartengono alla categorie umane.

    Piaciuto molto il finale aperto del racconto: il credente vedrà nel barbone la Sua figura, l’ateo scrollerà ancora una volta le spalle davanti a cotanta ingenuità.
    Grazie e auguri per il nuovo anno.

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  3. Per mia costituzione culturale e psicologica mi sento sciolto da ogni impegno estetico in ordine al racconto proposto.
    Per concentrarmi unicamente sul messaggio etico- intellettuale che vi traspare.
    Dal mio punto di vista.
    La fallacia della testimonianza religiosa, intesa invece come prodotto della corteccia cerebrale.
    Con una umanità tutta tesa a cogliere da segni del paranormale ragioni di fede e di salvezza.
    L'individuo che, emergendo dalla massa indistinta, cerca disperatamente di nuotare verso spiagge confirmatorie che non tutto cessi con la morte.
    Nel silenzio disperato ad ogni invocazione.
    Eppoi l'emergere della vera natura dell'uomo, egocentrica, violenta, distruttrice.
    Una filosofia esistenziale che è rimasta immutata nei millenni, incapace di evolvere razionalmente ed emotivamente.
    Guardate Mandela, simbolo sfruttato della rigenerazione di un popolo che avrebbe dovuto decollare in forza dell'uguaglianza e libertà conquistate.
    Ma come Presidente della Repubblica ( 1994 ) fallì nelle auspicate riforme politico-sociali.
    Un Sudafrica segnato oggi dalle ineguaglianze e corruzione diffuse, con una popolazione che vive con un dollaro al giorno doppia rispetto al 1995, in cima alle classifiche mondiali per tasso di omicidi, stupro e diffusione dell'AIDS.
    Ingannato dalla venalità ed affarismo di bianchi, neri e indiani, cioè dalla sua stessa gente.
    Tornando a noi, è inutile girare intorno al cuore della questione.
    Da polvere siamo stati generati, come polvere torneremo nel cosmo.
    La nostra breve parentesi in vita è un'incresciosa bolla destinata a scoppiare e volatilizzare.
    La storia narrata si muove tra mille sensazioni e dubbi, ma la conclusione è purtroppo scontata.
    L'esternazione esaltata della nostra mente non potrà salvarci dal destino di nullità meccanicistica che ci attende.
    Siddharta

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  4. Serenella Tozzi3 gennaio 2014 01:28

    Questo racconto non è di certo l'esaltazione della fede religiosa, e nei commenti che mi hanno preceduta, con capacità e approfondimento, è stato sottolineato come tutto si impernei su di una distorsione della fede religiosa, sulla carenza della vera fede e degli inestimabili valori che dovrebbero accompagnarla.
    Il bigottismo troppo spesso si accompagna ad una esaltazione che nulla ha a che fare con la carità, che dovrebbe senz'altro contemplare il rispetto dell'altro.

    Un racconto ben costruito che dà spazio ad importanti riflessioni sulla religione e sull'influenza che essa può determinare su talune menti.
    Certo la religione si dimostra una necessità per l’anima umana; in ogni stadio dell’evoluzione ed in qualsiasi epoca si è sentita la sua necessità, ma, purtroppo, in nome della religione l’egoismo e l’ignoranza dell’uomo hanno giocato e continuano a giocare un grande ruolo: basti guardare a tutte le guerre che in suo nome ancora oggi si combattono.

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  5. Io scrivo prosa molto di rado, tuttavia credo che questo racconto sia da perfezionare, ci sono piccoli dettagli che farebbero la differenza, esempio: all’inizio si parla di messa della domenica mattina, penso che non sia necessario scrivere subito dopo ‘funzione festiva’ che crea una certa cacofonia.
    O dopo ‘il Cristo morente a incombere’, meglio per me ‘un Cristo incombente’, credo che un buon prosatore non adopererebbe quel modo che ricorda il vuoto a perdere, o a rendere, ecc. penso che Pale Shelter non si offenderà per queste osservazioni, il racconto è scritto in modo vagamente scolastico da un punto di vista stilistico, mentre, e qui la nota è più dolente, credo soffra di una prevedibilità tematica quasi imbarazzante. La trama è piuttosto scontata, presentivo l’epilogo e così è stato, proprio come me l’ero immaginato. Come anche mi è sembrato troppo facile l’espediente che giustifica il movimento delle dita del Cristo. Sarebbe stato molto più intrigante non dare alcuna giustificazione al fenomeno, lasciare il lettore e i due protagonisti nel dubbio amletico ‘è o non è vero?’
    D’altra parte questo racconto dipinge l’approccio folcloristico alla fede, la credulità diffusa di certi credenti, la visionarietà esaltata dei pellegrini in gita, tutte cose abbastanza ambigue, non voglio ripetermi, la mia annosa vicinanza alla chiesa ha provocato in me per paradosso un allontanamento, una presa di distanza in termini di adesione alla dottrina forse incolmabile, almeno al momento.
    Per questo apprezzo il testo, il suo tentativo (non facile) di entrare nel gap culturale e religioso che ha prodotto, nei secoli?, queste difformità interpretative.
    Ho trovato anche abbastanza efficace la descrizione del freddo ambientale provocato dall’ampiezza del luogo ma anche soprattutto dall’incapacità dell’officiante di coinvolgere i fedeli, e su questo ci sarebbe di che scrivere un trattato.
    Forse il mio è un approccio troppo razionale, ma non posso fare a meno di porgere queste considerazioni tanto il tema mi ha ‘s-garbatamente’ coinvolto.
    Ripeto, alcune correzioni come snellire il più possibile l’impalcatura sintattica, gioverebbero al testo, per me.
    Un saluto
    Lola

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    1. di certo non mi offendo, Lola: chi pubblica qualcosa da qualsiasi parte dove siano consentiti i liberi giudizi sa a cosa può andare incontro.
      Naturalmente, ed è umano, sarei stato più contento se ti fosse piaciuto di più ma apprezzo senza esitazione la franchezza giacché sei entrata nel merito, con attenzione.
      Dei rilievi che mi fai credo di poter capire bene l'appunto sullo stile vagamente scolastico: io sono un amatore, mica un prosatore maturo e ci sta benissimo che sia così (magari in qualche altro racconto si nota meno, si vede che questo che è più complesso mi "denuda" di più).
      E capisco anche il discorso dell'impalcatura sintattica anche se non è un racconto tirato via: insomma ho fatto del mio meglio, non sono stato sciatto o pressappochista. Magari rileggendo di nuovo tra qualche mese troverò qualche soluzione migliore, anche se dubito di rimediare in toto.
      La trama è questa, non sapevo che reazione avrebbe potuto provocare. Tu mi dici che è scontata e imbarazzante, io non so giudicare né replicare, ne prendo solo atto. Volevo che fosse così però , con il dubbio non sulle dita del Cristo ma sul finale (ah, lo sai lo spunto mi è proprio venuto pensando a me ragazzino che alla messa invece di ascoltare guardavo il crocefisso intensamente come a volergli smuovere le dita della mano, un giochino che ricordavo e che mi ha ispirato).
      a mia "difesa" ripeto che su tutto c'è l'intenzione surreale e caricaturale che prevede anche l"'espediente " delle dita.
      Grazie per il tempo speso e, ripeto, per la franchezza.
      Un saluto

      Franco "Pale"

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  6. Un grazie grande per la pazienza: il racconto non era di due righe...
    Spero non sia stato pesante (io ho cercato di non esserlo).
    E grazie per i commenti naturalmente - complessivamente vi ho fatto perdere abbastanza tempo, no? :-).
    Il racconto è di qualche anno fa, come spiegavo a Franco, e non l'avevo messo mai da nessuna parte per via della lunghezza.
    Voleva essere un racconto con un tocco di surrealtà, ironia e tanto di personaggi non irreali, certo caricaturizzati (ma hai visto mai, a volte la realtà supera la fantasia).
    Non avevo intenzioni didattiche, né di sparare sentenze o di fare sermoni. Ho cominciato a scrivere così, chissà perché e man mano la storia mi ha preso facendomi andare avanti e avanti con mio gran divertimento.E come sempre, le cose che sembrano inventate di sana pianta portano dentro di sé l'impronta, forse il bisogno, di chi scrive, più o meno consapevolmente.
    Il finale che è stato definito "aperto", lo è proprio per la mia totale mancanza di certezze, forse anche di opinioni (beato te Sid che hai le cose così chiare, lo dico senza ironia: io vivo di dubbi, anche troppo) e per come ci si sente indifesi verso l'ignoto, quindi in grado di esercitare solo fede e/o speranza o nessuna di queste due virtù. Una libertà obbligatoria di reazione di fronte ai grandi misteri, ai grandi argomenti di discussione.
    Mi tengo stretto le vostre riflessioni, ognuna utile per comprendere cosa io intendessi dire, che a volte chi scrive è l'ultimo a capirlo fino in fondo.
    E allora grazie a Franco (che introduzione mi hai fatto!) a Salvo, a Sid, a Serenella e un salutone di cuore.

    Franco "Pale"

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  7. Siamo a volte talmente intenti a cercare Dio che non ci accorgiamo di averlo accanto e dentro...ma questo mio pensiero non e' il sunto del tuo racconto che mostra una fede tiepida per I piu' e una esaltazione per I praticanti che cercano segni per veggenti prediletti . Nel duomo della mia citta' c'e' un crocefisso miracoloso che verso la fine dell'ottocento apri' gli occhi ripetutamente per alcuni giorni davanti a parecchi fedeli. La prima ad accorgersene fu una bambina che lo grido' a tutti I fedeli presenti in attesa della funzione. Hai una bella scrittura con ricercatezza di vocaboli che mi ha fatto apprezzare maggiormente quanto hai proposto.

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    1. Grazie anche a te, Loretta, per le belle parole.
      Una bambina..., già, probabilmente non è casuale.
      Un saluto.

      Franco "Pale"

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    2. Probabilmente una suggestione di massa...
      E comunque siamo nell'Ottocento, secolo in cui la religione la faceva da padrona.
      Basta un nonnulla per scatenare esaltazioni visionarie anche al giorno d'oggi.
      Tutto fa brodo pur di sfruttare l'ingenuità del popolo ignorante a proprio vantaggio.
      Sid

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    3. E' accaduto il 2 luglio del 1792 di fronte a 127 testimoni protraendosi per altri venti giorni. Certo è che per chi non crede nessuna manifestazione è sufficiente mentre per chi crede ogni manifestazione è superflua.Posso dire che un pò mi ritrovo nei personaggi del racconto proprio per una curiosa e insana forma di gelosia di Dio . Ma questo accadeva agli albori della mia fede, quando mi trovai d'improvviso ricca di Lui, miliardaria...ma sto divagando... Sempre ad Osimo, precisamente a Campocavallo una frazione vicina, c'è un quadro anch'esso miracoloso della Vergine Addolorata che aprì gli occhi ripetutamente per una decina di anni questo avvenne verso la fine dell'ottocento. Abbiamo anche custodito nel monastero di san Niccolò di Osimo, un Cristo che fu trafitto per sfregio nel lontano 1200 da un soldato di ventura . Il sangue che scaturì da quell'oltraggio è custodito in parte nel monastero stesso e in parte nel Duomo di San Leopardo.
      Potrei parlare anche di San Giuseppe da Copertino , il santo dei voli e nostro patrono ma questo penso lo conosciate tutti .
      Ho espresso liberamente il mio pensiero a proposito sempre nel pieno rispetto delle altrui vedute anche se penso che oggi , come non mai , abbiamo tutti bisogno di certezze divine.Diversamente rischiamo di fare la fine di Matteo ( la radice si svelse dalla terra...ritrovandosi di colpo senza appiglio.) Faccio notare la delicatezza del primo verbo.
      Saluti.

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  8. Sai Pale, nei blog, e chiedo scusa a Frame, ma è un po' così in genere, si tende a incensarsi e ad essere poco critici, chissà perché questa formula dei blog funziona così, forse perché scrivono sempre gli stessi e inevitabilmente si finisce col farsi i complimenti e perdere il senso critico. L'ho visto dappertutto anche se io frequento molto poco per non dire mai, siti vari ecc. tolto uno di numero.
    Volevo solo precisare una cosa che ho scritto nel commento: non ho detto che il contenuto è imbarazzante, ma che l'intreccio della trama è di un'ovvietà, (un pochino), imbarazzante, sentivo già mentre leggevo come si sarebbe protratta la narrazione, la direzione che avrebbe preso. A meno che non si tratti di telepatia :)), credo che mancasse un guizzo, un piccolo guizzo di maggior inventiva.
    Che devo dire? Sono rimasta sempre scioccata di fronte a storie che ci è capitato di approfondire, come quella di Bernadette, che fu picchiata e vessata per quanto affermava, per le rivelazioni e i segreti che affermava di custodire, e così per altri piccoli veggenti, vedi Medijugorie, Fatima ecc, sono fenomeni di fronte ai quali mi fermo e taccio. Ricordo sempre una frase di Gesù che compiuto il miracolo diceva 'va, la tua fede ti ha salvato', ecco a questo credo fermamente: siamo capaci di avere risorse immense che ci potrebbero cambiare la vita, questa è anche fede, fede incrollabile volendo, ma sempre, quasi sempre, siamo troppo pigri, troppo sfiduciati
    per avere la forza di attingervi. Ho parlato in generale visto l'andazzo, e spero di non urtare nessuno, so che c'è gente che si impegna e cerca di cambiare le cose, 'comincio da me' è una delle massime che più amo e che applico poco.
    Il tuo racconto mi ha ricordato quel bellissimo film su San Francesco dove c'è il Cristo che muove gli occhi.
    Un saluto
    Lola

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  9. Sono d'accordo: i blog sono case e un invitato a tavola quasi sempre si perita a dire che la carne non sa di nulla, che il pesce sa di vecchio.
    Però - e parlo rivolto a me per primo, visto che si parla di scrittura e non di cibo - trovo giusto che si provi a dire la propria a ogni costo, ovviamente col rispetto che ogni confronto presuppone, anche perché solo così si possono trarre indicazioni utili sul proprio "manufatto".
    Quanto a me, appunto, proverò a rileggermi per fare qualcosa di meglio.
    Grazie Lola.

    Franco "Pale"

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    1. Cara Lola e caro Pale, scusate la mia intrusione.
      Di solito non intervengo mai nei commenti, ma tanto per fare due chiacchiere e visto che l’argomento è interessante, lasciatemi dire due bagatelle.
      Secondo me, e sono convinto di dire una banalità, non basta avanzare qualche critica per potersi fregiare del distintivo dell’onestà intellettuale, e non è sufficiente un atteggiamento eccessivamente critico ad attestare la propria integrità morale. Eppure questo vezzo è abbastanza frequente nel web, quanto la consorteria, la piaggeria e le camarille.
      L’imparzialità, l’obbiettività, la fede granitica nella verità assoluta di solito vanno in frantumi quando le picconate arrivano sul proprio groppone. Ho visto gente con la lingua lunga e tagliente scappare da queste pagine gambe in spalla di fronte alle critiche, anche quelle più sacrosante e meritate. La severità di giudizio dovrebbe essere applicata con rigore su di noi e sulle nostre schifezzuole, mentre l’indulgenza nei confronti delle opere altrui non sempre è un sintomo di rincoglionimento, impreparazione, mancanza di strumenti, o peggio ancora il frutto di un mero calcolo di convenienza. Forse sarà come dice Lola una tendenza del web, un malcostume, un brutta abitudine, in molti casi si tratta di timidezza e un eccesso di prudenza, ma io ritengo che principalmente sia la conseguenza della difficoltà a rivestire contemporaneamente il doppio ruolo di critico e di scrittore. Insomma per non farla tanto lunga, sono in molti a denunciare una mancanza di critica nei commenti, molti vedono serpeggiare tra le recensioni un buonismo dilagante e deleterio, ma porca vacca mai nessuno che si lamenti dei troppi complimenti ricevuti.
      Come mai?
      Il fatto è che ai complimenti si crede sempre ciecamente, mentre delle critiche si diffida sempre e comunque, anche quando si finge di accettarle di buon grado. Però al di fuori del buon senso non vedo soluzioni al problema, fin quando ci scriveremo e ci leggeremo addosso, una certa parzialità nei giudizi, e un eccesso di cautela, sarà inevitabile. Ahimè!

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  10. ciao frame, non so, io come ho detto ho scarsi rapporti nel web e dove sto sono sempre sincera, cerco di dire sempre quello che penso, più o meno bene, a volte in modo più vivace (abbastanza di rado) altre in modo pacato.
    Personalmente quando porgo una critica mi baso sul mio istinto, che magari può sbagliare. Bisogna anche valutare il significato di una critica, se è costruttiva o se demolisce a priori, di queste ne ho ricevute e mi hanno ferito quando è successo, non la critica negativa quanto la demolizione a prescindere,
    Hai ragione è un argomento interessante, però lasciami anche dire che se uno scrive deve aver anche sviluppato un buona capacità autocritica, ho decine e decine di poesie che valgono zero, lo vedo, lo so, lo presento. Non mi sognerei mai di inviartele, me ne accorgo anche mentre le scrivo, e mi dico, ma che cavolo sto scrivendo...

    Spero che la mia critica a questo racconto sia costruttiva, e non demolitrice, e poi è ovvio che i complimenti fanno piacere, ma li riconosci quando sono camarille come dici tu, e quando sono sinceri, mi aspetto un minimo di intelligenza interpretativa anche da parte di chi li riceve come da chi li fa.
    Alle fine ho parlato di me, accidenti, è solo la mia piccola banale esperienza scusate tutti, meglio eclissarsi per un po', perché anche la mania scrittoria è una camarilla, ma cosa vuol dire esattamente? adesso vado a vedere ciao frame
    Lola

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  11. Serenella Tozzi6 gennaio 2014 13:32

    Leggendo gli ultimi commenti mi sono messa a leggere il racconto con la penna rossa in mano, pronta a cogliere quelli che ai miei occhi potrebbero essere difetti, e che a una prima lettura magari mi erano sfuggiti. Ebbene, non ne ho trovati. Tutto scorre come un fiume dalle acqua agitate che corrono verso valle: uso questo paragone perché la prosa (appropriata nei termini e corretta nella scrittura) così scorre ai miei occhi, in maniera drammatica, inquietante fino all'epilogo. Per quanto mi riguarda non mi aspettavo un finale così drammatico e, quindi, non lo giudico scontato e prevedibile.
    De gustibus non est disputandum, è un detto antico sempre valido, però, quando Lola dice: "dettagli che farebbero la differenza, esempio: all’inizio si parla di messa della domenica mattina, penso che non sia necessario scrivere subito dopo ‘funzione festiva’ che crea una certa cacofonia",
    ebbene penso che da parte sua andrebbe meglio valutata l'impostazione data da Pale: la prima frase è descrittiva in senso generico, la seconda tende a precisare che la chiesa non si presentava viva e pulsante neanche durante la funzione festiva (che generalmente dovrebbe essere quella più affollata)... quindi penso che la precisazione festiva sia pertinente e non una inutile ripetizione.
    In quanto alla trama scontata, mi sono già espressa, mentre per la maniera vagamente scolastica dell'esposizione, bè, lo scrivere in maniera corretta a me sembra un pregio più che un difetto. Non me ne voglia Lola, ma penso anch'io che ognuno debba esprimersi senza incensare, ma semplicemente dicendo quello che sente di dire.

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    1. Grazie Serenella, grazie mille per questo supplemento di attenzione, sei gentile.
      Un caro saluto a te e anche a tutti coloro che si sono interessati con calore al racconto e a quanto uscito dalla discussione.

      Franco "Pale"

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  12. Matteo, da frequentatore della Chiesa, avrebbe dovuto conoscere la parabola del Fariseo e del Pubblicano «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato » (Luca 18,10-14).
    E' un po' lungo - ideale per la carta, meno per la rete - ma scorre e si fa leggere. Inoltre credo che esprima bene come contenuto la possibilità della fede e, conseguentemente, la possibilità di leggere in modo differente, a seconda della propria impostazione, i fatti. La risposta è giustamente rimandata al "di là".
    A me è piaciuto molto.

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    1. Già..., citazione perfettamente calzante, grazie Rubrus.
      Hai ragione: quando ho proposto a Franco il racconto ho messo le mani avanti e gli ho detto le tue stesse parole - guarda che non è da web!
      Son stato contento l'abbia messo su, è di tre anni fa all'incirca e non l'avevo mai fatto leggere in rete proprio per la sua lunghezza.
      Un saluto.

      Franco "Pale"

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  13. Bravo, un racconto originale. La trama e il soggetto. ... e ben scritto.

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