venerdì 3 gennaio 2014

Benedetti Mario (poeta italiano) - Galleria di Poeti Contemporanei - ovvero - Poeti del XXI° secolo dall' A alla Zeta

Mario Benedetti

nasce ad Udine nel 1955. Nel ’86 fonda con Stefano Dal Bianco e Fernando Marchiori la rivista sulla poesia contemporanea “Scarto minimo”. Pubblica sin da giovane, all’età di 27 anni risale la sua prima opera. Matura la sua poetica viaggiando e frequentando diverse città come Milano e Padova. Interessanti e piacevoli da leggere sono soprattutto le sue due ultime raccolte: Umana gloria (2004) e Pitture nere su carta (2008).
E assolutamente uno dei rari poeti italiani, già affermati nel panorama letterario contemporaneo, a seguire e ad utilizzare in un certo qual modo lo sperimentalismo ormai assente da quasi mezzo secolo in Italia. Cresce con le poesie e i libri di un altro grande ed indimenticabile scrittore italiano: Cesare Pavese. Da egli apprende un innegabile senso di malinconia e di difficoltà nel mestiere del vivere.


da “Umana Gloria” (Mondadori, Lo Specchio, 2004)


Che cos’è la solitudine
Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo, ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto su un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

A.D.
Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.

 *
Come dire che due ragazzi camminano
sulla breve salita
e la notte cammina
in quel breve salire,
e in questo poco tempo noi siamo vivi,
erba, fiume laggiù
che mormori a tutto il vuoto e a me
l’eco del salire dei corpi?


*
Non sapevo se le mie parole erano le stesse
per tutti, la mia notte
se era la stessa nessuno lo diceva.
Valli, ogni volta che venivo,
erba ripetevo, adesso è ancora questa erba,
e alberi, toccarli, dire alberi.
Viale che non guardo,
rimasto come lo sapevo ma neppure un viale.
E cammino anche più in là di me
adesso che piangere è pioggia,
e stare soli è più grande.

Poesie 2008-2011
Da Pitture nere su carta

La strada
Anni che non dovrebbero più, ore che non dovrebbero
prendermi i giorni, le settimane, i mesi. Il tempo
portato addosso, il sosia a cui chiedo di aiutarmi.
Con la sedia di mio padre gioca la bambina che non conosco.
Adesso è sua. Gioca con quelli che diventeranno i suoi ricordi.
Tutto è una distanza sola. Le fermate sono da rimettere a posto.
Sollevare dei pesi, deporli. Lo sguardo s’iscurisce nella forma
di una porta marcita dove abita una signora anziana da sola.
Il sosia ascolta mia madre non morta, parla di mio fratello
o gli scrive. Pensa al protrarsi della vita che mi sopravvive.

L’eco
Le parole sono nelle storie che mi hai fatto vedere.
Quanto non è mai visto, e quanto non si dice oggi!
Va avanti fidandosi il corpo cieco e obbligato a stare.
La tua mano non cerca i funghi.
La tua mano si è chiusa gli occhi con i cerotti.
Lo vedi? Cosa si può fare?
(25 agosto 2010)

***
Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità
commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Gli ospedali non hanno corsie. Dal cimitero dei cani
vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio.
Non si addensa nulla, si disperde al telefono il mio petto.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Sei  solo stanco, ripete, una voce qualunque.

***
Quante parole non ci sono più.
Il preciso mangiare non è la minestra.
Il mare non è l’acqua dello stare qui.
Un aiuto chiederlo è troppo.
Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole.
E non ci sono salti, mani che insieme si tengano
alla corda, sorrisi, carezze, baci. Una landa impronunciabile
è il letto nella casa di riposo dei morenti,
agitata, negli spasmi del sentire di vivere ancora.
In provincia di Udine, Codroipo, i malati ai due polmoni,
i pantaloni larghi, i visi con la pelle attaccata alle ossa,
i nasi a punta non sono la storia da raccontare, né i ricordi.
Arido sapere, arido sentire.
E io dico, accorgetevi, non abbiate solo vent’anni,
e una vita così come sempre da farmi solo del male.

(2 agosto 2011)

font:
http://www.leparoleelecose.it/?p=1019

2 commenti:

  1. Queste poesie, ne avevo letta qualcuna in giro per il web, sono come un grido rivolto agli umani, almeno a pelle e d'impatto è la prima sensazione che mi arriva: 'svegliatevi, morti viventi!' è fra le righe l'esortazione che colgo.
    Le apprezzo perché il tema che predomina è l'essere umano, la sola cosa per cui valga veramente la pena vivere, che ci stiamo a fare altrimenti su questa terra? se dobbiamo pensare alle carriere, ai successi, ad accumulare beni, per cosa, per chi?
    Dovrei approfondire la conoscenza di questo poeta, grazie
    Lola

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  2. La nuova poesia.
    Quando leggo gli scienziati per la maggiore mi si allarga il cuore.
    Tutto un mondo nuovo, eccitante, di cui cerco con forza di memorizzare i concetti per ampliare e rafforzare il mio piccolo sapere.
    Lo stupore si coniuga con la curiosità per micro-macro universi dall’infinito ancora insondato e certamente insondabile nella sua pienezza.
    Poi vorrei riposare col lobo dx del cervello, leggendo di narrativa e poesia contemporanee.
    Un vero disastro intellettivo, già tutto detto e ripetuto, vergognosamente imbellettato di astrusità e corbellerie concettuali e semantiche.
    Prendiamo ad esempio Benedetti Mario propostoci da Frame nella < Galleria dei Poeti > di questo blog.
    Un panorama avvilente di chi senza ispirazione non sa trattenersi dallo scrivere presunti versi, soprattutto dal pubblicarli.
    Appare chiaro che < Lo Specchio > della Mondatori, al pari delle collane di altri editori, è ormai allo sbando, ricettacolo di c.d. < poeti > autoinvestitisi.
    Siddharta

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