martedì 21 gennaio 2014

gaijin - Uriah Heep - narrativa

In un mondo in cui starnutire può causare un embolo e sbadigliare ad occhi aperti può portare al distacco della retina, Lucio non aveva mai considerato la ricerca di una tranquillità domestica come una profilassi da adottare. Lo conoscevo da vent’anni, da prima che lo espellessero dall’accademia militare, da prima che scappasse di casa e da prima che suo padre tirasse l’ultimo sopra una moldava giovane e carina, dando a Lucio la possibilità di scoprire cosa si provi a stare seduti su una montagna di titoli al portatore. Il nostro è il genere di amicizia che dura una vita, probabilmente perché abbiamo sempre evitato di ricordarci cose di cui potremmo vergognarci.

Venne a prendermi alla stazione di Monaco e guidò su per la collina, chiedendo, per ben due volte: «Quali nuove, dall’alto medioevo?». Non si riferiva mai all’Italia chiamandola per nome. Lo chiese senza aspettarsi una risposta, pasticciando con una pila di cd, mentre guidava attraverso cittadine dalle case basse e dai balconi in legno intarsiato. Case con un’anima di larice, dura e resinosa.
  Dopo qualche anno passato a inseguire gloriosi progetti antieconomici, Lucio aveva accantonato certa stronzaggine giovanile, più che altro votata a una revanche abborracciata, e si era dedicato alla compravendita immobiliare. Aspettava che le aste giudiziarie andassero deserte e poi comprava intere palazzine. A quel punto mi chiamava per un sopralluogo, parlandomi come se mi avesse incontrato per caso nel terminal di un aeroporto.
  Ero l’unica persona di cui si fidasse veramente per una stima dei lavori di ristrutturazione: le solette del sottotetto avrebbero resistito o andavano sostituite? C’era il rischio di infiltrazioni di acque meteoriche? Sarebbe stata necessaria una perizia termografica?
  Ai suoi occhi non ero un architetto, ero il dottore che avrebbe stabilito se l’immobile era abbastanza in salute per stare sul mercato.
  «Voglio che domani tu lo veda con la luce giusta» disse «voglio che tu mi dica se almeno due di quegli appartamenti non hanno il disperato bisogno di un bovindo».
Per il tempo che mi sarei fermato mi avrebbe ospitato a casa sua, in un appartamento che non avevo mai visto. Se anche io avessi avuto una decina di residenze in giro per l’Europa, la mia urgenza maggiore sarebbe stata quella di organizzare i cassetti secondo un codice che fosse universale. Tenere i calzini nel secondo cassetto a Parigi e dentro una madia a Berlino: esiste qualcosa che si avvicini di più alla pazzia?
  Durante la salita avevo creduto che presto o tardi saremmo volati fuori dalla carreggiata come il piattello dopo il pool. Affrontò le curve senza rallentare, limitandosi a scalare una marcia e tenendo il motore su di giri. Era difficile immaginare quanto fosse ribassato l’assetto di quell’auto, a meno che da ragazzini non siate stati tanto sciocchi da sdraiarvi su uno skateboard.
 Sorpassammo un grosso articolato, in curva, la macchina spinta quasi al limite, senza sapere se dall’altra parte stesse arrivando qualcuno. «Ecco un lavoro che avrei potuto fare» disse Lucio, sporgendosi nel tentativo di dare un’occhiata al camionista dentro la motrice, «hai idea delle cose irripetibili che vedono tutti i giorni, attraverso i finestrini delle auto in corsa?».
  Era attraversato dal voyeurismo di chi affida il proprio regime alimentare a un buffet di finger food o una ciotola di after eight. Ero contento di rivederlo, anche se avevo sperato che non fosse tanto in forma. Indossava una giacca sopra una t-shirt e dei jeans a vita bassa. Ogni volta che trafficava con la manopola del cambio, il cinturino dell’orologio spuntava dal polsino della giacca.
  E pensare che quando lo avevo conosciuto, Lucio si era appena tatuato un ridicolo codice a barre dietro l’orecchio. Era il genere di adolescente che si emozionava guardando e riguardando i primi tre minuti di Trainspotting, crogiolandosi nell’illusione che tagliarsi i capelli nel lavandino con le forbici di plastica facesse di lui una specie di sacro nerd, postmoderno e autosufficiente.
  Arrivammo a casa sua dopo il tramonto e non avevo idea di che ora potesse essere. Con me avevo solo una borsa che mi gettai a tracolla e un piccolo trolley che trascinai nello sterrato.
  Mi fece fare il giro della casa come facevamo da ragazzi. «Qui mangi, qui ti lavi e qui se tutto va bene», disse risparmiandosi il gesto osceno e mostrandomi la camera degli ospiti. Era in ordine e il parquet era lucido come appena posato. La parete sopra il letto era occupata dalla riproduzione di un quadro di Mirò, «Lo ha scelto Judit. Io non comprerei mai un quadro che non sono certo di aver appeso per il verso giusto».
  «È perfetta» dissi, e posai la valigia oltre la soglia. Non gli domandai dell’ultima ragazza di cui avevo memoria e che non era Judit; per avere un’idea del suo barometro sentimentale bastò un’occhiata nel bicchiere sopra il lavandino. C’era un solo spazzolino e le setole, rigide e scolorite sulle punte, si intonavano con gli asciugamani ordinati sopra il cesto.
  Una parete del soggiorno era occupata da una stufa di maiolica alta più di due metri. Le decorazioni blu pavone attorno alla grata in ghisa segnavano il confine ideologico tra un oggetto vecchio e uno antico. «Beviamo qualcosa, tu pensa allo stereo». Sistemò le scarpe accanto all’ingresso, «Non ci vediamo da.. quanto esattamente?».
  «Almeno due divorzi».
 «Tuoi o miei?» in realtà nessuno dei due aveva mai osato tanto. Lui ci era andato vicino una volta soltanto, con una tizia conosciuta a Dublino. Un giorno mi spedì una fotografia di loro due in una busta chiusa. Era uno scatto in bianco e nero, stampato su carta fotografica. Sul retro della fotografia, Lucio aveva scritto: ‘io sono quello con la barba’. Sullo sfondo si intravedeva il ponte James Joyce e la ragazza mi sembrò notevole, nel senso che la trovai di una bellezza disinvolta: senza meccanismi strani o fili trasparenti che le uscissero dalle articolazioni principali.
  Ci sedemmo sul divano bevendo da bicchieri scompagnati, io reggevo un grosso tumbler che sembrava scavato in un cubo di ghiaccio vivo. Cominciai a dare un’occhiata alle planimetrie mentre Lucio girava una canna. «Giusto perché è la fame il miglior condimento», disse, «così quello che cucinerò non sembrerà tanto cattivo».
  Parlammo di sciocchezze, mentre i lampioni si accendevano oltre le finestre a ghigliottina e l’acqua cominciava a gorgogliare nel circuito di riscaldamento.
  Il suo telefono suonò un paio di volte e Lucio rispose come se fosse seduto ad una scrivania. In un’occasione, quando capì chi ci fosse all’altro capo della comunicazione, allargò le gambe e finse di masturbarsi con molta indolenza e io lo presi in giro diminuendo drasticamente l’arco disegnato dal suo polso.
  Continuammo a bere e nessuno dei due fece più caso alla pentola sul fuoco.
  Lucio mi chiese come stesse mia madre. Non la vedevo da un paio di mesi, anche se tutto lasciava credere che fosse in ottima salute, «Ha scoperto i viaggi organizzati», dissi «È tornata tre settimane fa da Riga ed è già ripartita. Mi ha chiamato da Tokio, non riesce a credere che le strade non abbiano un nome e che non esistano i numeri civici».
  Lucio mi allungò una cocotte che aveva riempito con del chorizo stagionato. «Ci sono stato» disse, «Due anni fa, a Berlino, ho conosciuto una ragazza di nome Michico. Quando ripartì la seguii fino ad Osaka, ma era destino che non dovesse funzionare. Avevo pensato di fermarmi per tastare il mercato, ma alla fine rinunciai: non posso lavorare in un paese che non desidera farsi comprendere. Qualunque cosa tu faccia, per i giapponesi resterai sempre un gaijin, uno straniero».
 Finimmo di ascoltare un paio di canzoni e io indicai i tracciati delle vecchie canne fumarie sulle planimetrie. Se avesse voluto costruire un ascensore avremmo dovuto pensare a una soluzione esterna.
  «Gli immobili su cui metti le mani sono sempre più vecchi» dissi.
 «Una volta che avrò finito di ristrutturarli saranno antichi» rispose riempiendomi il tumbler «ed è una differenza che misuri in migliaia di euro al metro quadro».
  Il chorizo era piuttosto piccante e mi resi conto che il momento magico in cui avrei potuto posare il bicchiere era passato e io me l’ero perso.
  Sbuffai fuori un po’ di fumo come il bruco del cartone. «Who are You?», domandai, chiedendomi per la prima volta quanto del Lucio che avevo conosciuto fosse rimasto dentro quella camicia dal collo botton down.
  «Le persone interessate agli appartamenti», continuò «non vogliono comprare una casa in cui vivere, cercano solo un palcoscenico da poter calcare. Uomini e donne che si scannerebbero per un blasone, gente che tira a campare con il mito dei Kennedy».
  Non pensai se potesse avere ragione o meno e allungai il collo per mettere a fuoco un punto sopra la sua spalla.
  Stavo guardando una piccola cornice appesa alla parete. Si trattava di una fotografia originale, piuttosto datata, sigillata in una cornice a vivo. Era in buone condizioni, ma i margini erano deteriorati e ingialliti lungo i bordi. Si trattava di uno scatto notturno. Sulle prime pensai che per farla avessero usato il flash, poi mi resi conto che la luce proveniva dalle fiaccole in mano alle persone ritratte ai margini dell’inquadratura e da fari del pick-up sullo sfondo, in contro luce. La foto era leggermente sfocata e al centro della scena si poteva distinguere la figura di un uomo a terra, sdraiato nello sterrato. C’era anche un secondo uomo, in piedi di fronte al primo. Pensai a una qualche forma di pubblicità ma la foto sembrava davvero amatoriale e troppo sfocata per essere qualcosa destinata ad un pubblico. Sotto l’immagine, scritti in una calligrafia minuta, erano riportati un luogo e una data: KKK. Oklahoma, 1948. Accanto alla data c’era un punto di domanda.
  Ci arrivai nel momento esatto in cui lo dissi: «Gesù, è autentica?»
  «Sul mercato vale circa tremila euro».
  Pensai, Sul mercato?
  Quando compresi a cosa si riferissero le tre K, il senso della foto apparve chiaro e sull’immagine si alzò il velo. L’uomo a terra non era caduto: qualcuno, in Oklahoma, nel 1948 si era tolto lo sfizio di fotografare gli esegeti della razza bianca nell’esercizio delle loro funzioni. Quello che il fotografo aveva immortalato era un linciaggio.
  Non riuscii a distinguere cosa avesse in mano l’uomo in piedi, ma dal momento in cui ero consapevole di cosa stavo guardando avevo cominciato a sondare l’immagine in cerca dei dettagli, con la stessa pruderia che ci spinge a rallentare quando passiamo accanto a un incidente.
  «È come spiare dal buco della serratura», disse Lucio «Non vorresti guardare; ma accidenti, tu devi guardare».
  Lo conoscevo da troppo tempo perché mi prendessi il disturbo di dissimulare il mio disagio. In fondo era come se nel portagioie di mia madre avessi trovato una piccola collezione di bigiotteria nazista.
  «L’avevo comprata per fare un dispetto ai miei» disse Lucio, «ma non sono neanche riuscito a farli incazzare. Sai cosa mi ha detto mia madre il giorno in cui l’ho appesa in camera? ‘Accidenti, Lucio’ ha detto ‘più grande, la cornice‘. Quando me ne sono andato avrei potuto venderla, ma alla fine ho pensato fosse meglio tenerla, piuttosto che lasciarla a qualcuno che la desiderava veramente».
  Lo disse alla sua maniera, con i modi affabili e quell’espressione rassicurante da vestito scuro, ma io intravidi il venditore dietro all’amico allo stesso modo in cui si riesce a percepire l’autore in un racconto scritto male.
  La perfezione di quel nostro incontro era svanita, Lucio recuperò una posizione eretta sul divano e cercò di rimettere tutto in carreggiata tornando indietro negli anni, al periodo in cui aveva cercato di sfondare come regista e non trovava nessuno che volesse coprire i costi del film. Posò il bicchiere e imitò il produttore nell’attimo in cui gli diceva che lui ‘non era esattamente Fassbinder’, e poi imitò se stesso mentre replicava al produttore: «Dispiace pure a me, che credi?» ma a quel punto il momento era davvero andato e io non riuscivo a staccare gli occhi da quella fotografia.
  Lucio andò a letto poco dopo e l’ultima cosa che sentii fu lo sciacquone del bagno e poi una breve telefonata.
  Io rimasi ancora un paio d’ore, prendendo qualche appunto sulle planimetrie, in attesa che la sbronza rientrasse abbastanza da permettermi di stendermi.
–A quell’ora della notte l’unica cosa che valesse la pena di guardare oltre i vetri chiusi erano i netturbini che scaricavano i bidoni nel camion. L’uomo al volante guidava abbastanza lentamente da permettere ai due colleghi in strada di fare tutto con calma. Osservai il lampeggiante del camion illuminare i vialetti e le porte d’ingresso finché non arrivarono in fondo alla via e si prepararono a tornare indietro.

  Dormii un sonno senza sogni e al mio risveglio trovai un gatto sul mio letto, addormentato tra le mie ginocchia. L’unica via che poteva aver trovato per entrare in camera era attraverso la finestra aperta. Per riuscirci doveva essersi arrampicato sul tronco e poi aveva camminato lungo un ramo spesso quanto un osso. Cercai di muovermi senza svegliarlo perché era di gran lunga la cosa più avventurosa che qualcuno avesse mai fatto per guadagnarsi un posto nel mio letto.

11 commenti:

  1. Sei senza dubbio un'ottima penna, tra le più interessanti che abbia incontrato sul web.
    Potrebbe bastare, anche perchè mi pare di averti già detto qualcosa a proposito questo racconto e in particolare del tuo stile.
    Ciao neh

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    1. sì sì, di pregi e difetti abbiamo già detto :)
      ciau.

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  2. Nell’affresco decadente di un mondo in cui starnutire può causare un embolo, i due protagonisti si muovono con l’eleganza e la tristezza delle ballerine di Degas. Questa coreografia, tratteggiata con pennellate impeccabili, affronta il tema dell’ amicizia e dell’evoluzione personale di due uomini che appartengono alla generazione nata alla fine di un secolo e cresciuta all’inizio del successivo.
    Il tono crepuscolare di certi passaggi, la bellezza di alcuni dècor descritti, evidenzia la spaccatura che si è creata tra vecchio e nuovo millennio. Tra le generazioni del boom e quelle figlie della crisi del capitalismo.
    Gli oggetti diventano i complici dell’autore attraverso la loro stessa forma depauperata di contenuto. I significati non si trovano, o se si trovano, sono strumentali. La differenza tra i due protagonisti pare abissale nel momento in cui il narratore si stupisce, si annichilisce nel vedere il soggetto della fotografia appesa al muro. Realizza una specie di epifania, e in quest’epifania ammette di non riconoscere più l’amico.
    Ma non se ne va. E non dice.
    Si limita a dirci dei netturbini, ci fa sentire la desolazione.
    Ci fa intuire che farà il progetto di ristrutturazione, anche se sa intimamente che non si tratta d’amicizia, né d’ideali.
    L’unico ideale rimasto è chiuso in un gesto.
    Coraggioso, quasi irripetibile.
    Quello del gatto.

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    1. Solo ora che me lo hai spiegato ho capito perché ho chiuso con il gatto, pensa te.
      very grazie.

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  3. Come dicevo altrove, il racconto ha una scorrevolezza invidiabile e una linearità esemplare, pur nella profondità.
    Uno dei motivi che mi spinge ad apprezzare questo racconto: gli indizi (tendo a leggere tutto in chiave noir, lo so…). All’inizio sono accennati, ma il mutamento, o i germi dello stesso, nella relazione tra i due personaggi, è già lì. Solo che il protagonista non vuole o non può vederli e l’autore – assecondando in parte questa decisione – si pone in un’ottica di terza persona imperfetta e fa altrettanto. Quando la rivelazione arriva, il protagonista – e il lettore – dicono “eh già ma potevo capirlo prima”. Ma è tardi.
    Piaciutissimo, anche il finale felino.

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    1. Rob, stupidamente non ho corretto quell'appunto sul KKK che mi avevi segnalato prima che Franco facesse copia incolla dal mio blog, damn! Sul file originale però ho provveduto a ritoccare. tnks.

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  4. Serenella Tozzi21 gennaio 2014 22:49

    Uno stile molto elegante ed accattivante il tuo, che conduce per mano attraverso un episodio di per sé banale: l'incontro fra due amici per questioni di lavoro. Eppure il tutto è tratteggiato con un linguaggio moderno, forse un po' troppo snob, che riesce a dare spazio a sensazioni. Sono sensazioni appena percepibili, evanescenti direi, che ti calano in un'atmosfera di disagio esistenziale.
    Qualcosa è cambiato nel rapporto dei due amici, e quel qualcosa si fa concreto attraverso l'episodio della fotografia, che rimane il punto centrale di tutto il racconto.
    Il disagio dell'uno è capito dall'altro, ma la questione rimane lì, sospesa, senza che l'autore prenda una posizione, né nel senso di minimizzare, né nel prendere decise distanze verso chi si dimostra così insensibile verso la rappresentazione di un dramma reale. Il tutto resta circoscritto, in un'aurea di freddezza, simboleggiata dalla pulizia notturna delle strade .
    Poi arriva il gatto, a ridare un senso di vita e di calore alla nuova giornata da affrontare.
    Simbolo di un qualcosa di semplice ed antico, a riportare a valori solidi e veri? Non so, ma trovo i tuoi scritti sempre molto originali, Uriah, ed è un piacere leggerti.

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  5. 'Simbolo di qualcosa di semplice e di antico' mi piace molto. Grazie Serenella!

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  6. Bello, molto bello.
    Direi che sono senza parole aggiuntive.
    Rifiuto di fare paragoni coi contemporanei o coi classici, quando come nella fattispecie si è di fronte ad un unicum fuori concorso.
    In genere sono parco nei giudizi e con molte riserve, ma qui devo confessare di esser rimasto sorpreso e spiazzato.
    Una forma maniacalmente corretta e puntigliosa, a rispetto dei lettori i quali ne hanno ben diritto.
    Un soggetto originale in un arco di tempo relativamente ristretto nel quale la lunghezza del testo viene assorbita dalla calibrata tensione narrativa e dalla pregevolezza espressiva.
    Potrei dilungarmi, ma la forza costruttiva della trama parla già da sola a sufficienza.
    Ottima/mente, Siddharta.

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    1. Siddharta, grazie per il commento centrato e in cui mi riconosco molto, soprattutto in merito al tentativo di essere il più puntiglioso possibile.
      Maniacal/mente, Uriah.
      tnks :)

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