lunedì 6 gennaio 2014

Giulio Cesare - Appunti di storia - Serenella


Il nome Cesare nella derivazione etrusca significa "grande" e in molte lingue è rimasto come sinonimo di "comandante":  il tedesco Kaiser, il russo Zar e il persiano Scià derivano dalla stessa radice.



« Abbiatela pure vinta, e tenetevelo pure! Un giorno vi accorgerete che colui che volete salvo a tutti i costi sarà fatale alla fazione degli Ottimati, che pure tutti insieme abbiamo difeso. In Cesare ci sono, infatti, molti Gaio Mario! »
(Svetonio, "Vite dei Cesari").

Queste furono le parole che pronunciò Silla, detentore del potere, quando le Vestali gli chiesero di perdonare Cesare per la sua disobbedienza: Silla avrebbe voluto che divorziasse dalla moglie Cornelia  (figlia di Lucio Cornelio Cinna, luogotenente di Mario, che era stato il suo acerrimo avversario), ma Cesare rifiutò. Cesare aveva diciassette anni.

In occasione della morte dell'amata zia Giulia, vedova di Gaio Mario,  Cesare ne pronunciò dai Rostri del Foro gli elogi funebri e insieme fece anche l'elogio della moglie Cornelia, morta anch'essa (dalla quale aveva avuto l'unica figlia, Giulia). Era il 69 a.c.
Come riporta Plutarco, l'elogio di Cornelia parve piuttosto insolito, perché non era abitudine in Roma pronunciare discorsi in memoria di donne morte giovani.
(Doveva averla amata molto).

Che Cesare fosse un tipo tosto lo si era visto anche quando, costretto a fuggire da Silla, era stato rapito dai pirati e:

"spesso, scherzando
e ridendo, minacciava d’impiccarli, e quelli,
attribuendo la sua sfrontatezza all’incoscienza tipica
dell’età giovanile, a loro volta gli ridevano dietro".

(Plutarco: Vite parallele. Alessandro e Cesare)

Però, appena dietro pagamento di un riscatto fu liberato, attivamente si mise ad inseguirli e, una volta presi, li fece impiccare.
"Se voglio arrivare al potere devo compiere gesta grandiose", deve essersi detto dopo aver stretto accordi di alleanza con Crasso e Pompeo, il cosiddetto primo triunvirato, che segnò la sua ascesa in una Roma politicamente turbolenta.
Si ricordò le lacrime versate davanti alla statua di Alessandro a Cadice, in Spagna, dove si trovava come questore: aveva 31 anni e si rammaricava  che Alessandro alla sua età avesse già conquistato mezzo mondo e lui non avesse ancora fatto nulla di notevole.

Chiese quindi per sé il consolato per le Gallie, terre ricche e abitate da popolazioni note per il valore militare". Era il 58 a.c.

Nelle Gallie iniziò una campagna di conquiste vittoriose che nel "De bello gallico", col suo stile limpido ed asciutto, narrò in maniera magistrale.
Anche il suo stile letterario era libero da modelli, guidato solo dal suo genio.

Sapeva come vincere le battaglie, era sempre in prima fila con indosso il suo mantello color porpora riconoscibile a distanza,  e i soldati lo ammiravano e gli erano fedeli.
Era un affetto ricambiato, un rapporto di stima e devozione appassionata.

"...Nei suoi discorsi, inoltre, non li chiamava soldati ma commilitoni, termine ben più lusinghiero. Voleva anche che fossero ben equipaggiati, e dava loro delle armi decorate con oro e argento tanto per aumentare il loro prestigio quanto perché in combattimento fossero ancora più tenaci, spinti dal timore di perdere armi tanto preziose. Era tanto affezionato ai suoi soldati che, venuto a sapere della disfatta di Titurio, si lasciò crescere la barba e i capelli senza tagliarli se non dopo aver compiuto la sua vendetta. »
(Svetonio. Cesare, 65-67)

Fu quando, morto Crasso e finito il triumvirato, si andò ventilando che gli sarebbe stato tolto l'Imperium sulle Gallie che Cesare si mise in viaggio verso Roma. Il senato, sobillato da Pompeo, gli intimò di non rientrare in Roma con l'esercito e fu lì, davanti alla scelta fra imposizione e libertà che Cesare  prese la storica decisione di disubbidire (c'era da aspettarsi altrimenti da lui?) pronunciando la famosa frase: "Alea iacta est", ovvero "il dado è tratto", e attraversò  in armi il Rubicone, il fiume che segnava il confine dell'Italia (non l'attraversò con la sua preferita X legione, ma con la XIII Gemina).
Era il gennaio del 49 a.c.

Dopo aver vinto la battaglia di Farsalo,  al suo rientro a Ostia, fra la folla plaudente vide Cicerone, di parte pompeiana, che timoroso si teneva in disparte. Cesare scese da cavallo e si incamminò sottobraccio a lui conversando amabilmente per tutto il tragitto, a sottintendere che nulla di male dovesse essergli fatto.

Questo era Cesare, generoso anche con chi lo aveva avversato.

Il suo "Bellum civile", che scrisse in tre libri, dà il racconto dei fatti dal 49 al 48 a.c. : cioè dal Rubicone ad Alessandria d'Egitto, quando cadde fra le braccia di Cleopatra.

Dell'oratoria politica di Cesare, molto ammirata dai suoi contemporanei ed esaltata da Cicerone, Quintiliano ed altri, non ci resta purtroppo niente, e delle lettere abbiamo solo pochi saggi riportati nelle collezioni delle lettere ciceroniane: brevi, limpidi, concisi.

Cesare era nato il 12 luglio del 100 a.c. (o il 13 luglio del 101) nella Suburra, un quartiere popolare di Roma (i suoi nobili natali derivavano dall'appartenenza alla gente Giulia, ma della sua data di nascita non vi è certezza) ed è morto il 44 a.c. alle Idi di marzo, trafitto da ventitré coltellate durante una riunione del senato tenuta nella Curia di Pompeo (la Curia si trova in quella che oggi è chiamata Piazza Argentina).
Non era armato Cesare quel giorno, quando entrò in senato. Aveva 56 anni.
Bruto, con ancora in mano il pugnale sporco del sangue di Cesare, additò Cicerone definendolo l'uomo che avrebbe ristabilito l'ordine nella repubblica.

Secondo la tradizione la morte di Cesare fu preceduta da un incredibile numero di presagi, molti dei quali erano a sua conoscenza.
Aveva allo studio tanti progetti da attuare: fra l'altro si stava preparando per l'ennesima campagna bellica, quella contro i Parti: ci si può chiedere, quindi, perché nonostante gli avvertimenti si sia diretto noncurante verso quel tragico destino (aveva addirittura provveduto a licenziare la sua personale guardia del corpo).

Nel "Julius Caesar", Shakespeare anticipa i temi dell'altra sua imminente grande tragedia, "Amleto", del  quale vediamo i dubbi nel personaggio di Bruto, diviso tra l'amore per Cesare ed il pericolo che lo stesso Cesare, in odore di dittatura, potesse rappresentare per Roma.

Lo strappo del Rubicone aveva destato troppi timori non facili da dimenticare, e il grande consenso popolare da lui raggiunto aveva creato troppe invidie fra i rivali politici, offuscati dai suoi successi.

"Ma quando si aprì il testamento di Cesare e si trovò che a ciascuno dei romani era stato lasciato un consistente donativo, e la gente vide sfigurato dai colpi il corpo portato attraverso il foro, allora nessuno si contenne più; tutti ammassarono attorno al cadavere banchi, tavole, staccionate prese dal foro e vi appiccarono il fuoco; poi, presi dei tizzoni ardenti, corsero alle case degli uccisori per bruciarle, mentre altri si aggiravano in ogni angolo della città cercando di arrestare ed uccidere i congiurati."

(Plutarco: Vite parallele. Alessandro e Cesare)


10 commenti:

  1. Fin qui la Storia.
    Ma ora un pò di gossip...
    Cesare era notoriamente bisessuale.
    Le sue legioni sfilando a Roma pel trionfo gallico motteggiava il condottiero con canti < Cesare, marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti > !
    Brava la nostra storica Serenella.
    Siddharta

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    1. Serenella Tozzi7 gennaio 2014 21:12

      Hai ragione Sid, il tutto era nato a proposito del soggiorno del giovane Cesare presso Nicomede re di Bitinia.
      Plutarco, al contrario di Svetonio (che si può considerare il re del gossip di allora) non fa nessun accenno alle dicerie sui rapporti omosessuali fra Cesare e il re. Ma era usanza che i soldati durante il trionfo dileggiassero il vincitore con frasi scurrili e Cesare prestava il fianco a questo gioco.
      Infatti, da giovane Cesare era stato inviato come ambasciatore presso la corte di Nicomede, e si era trovato subito a proprio agio. Nicomede da parte sua aveva mostrato un debole per il giovane ufficiale.
      Questa familiarità procurò a Cesare per il resto della sua vita, pubblica e privata, grandi dileggi. Non ci fu infatti nemico o personaggio pubblico che non cogliesse l’occasione, anche a distanza di anni, per fare della maldicenza a proposito dei rapporti particolari intercorsi fra i due.
      Anche Cicerone, riferendosi ai fatti di Bitinia, scriveva nelle sue lettere che con Nicomede IV Cesare “aveva perso il fiore della giovinezza” e un giorno, in Senato, durante una seduta in cui Cesare per perorare la causa di Nisa, figlia di Nicomede, ricordava i benefici ricevuti da quel re, Cicerone pubblicamente lo interruppe esclamando: “Lascia perdere questi argomenti, ti prego, poiché nessuno ignora che cosa egli ha dato a te e ciò che tu hai dato a lui”.

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  2. Eh... ma quanto sei brava.
    Mi fai quasi rabbia, io non ricordo più un cavolo, forse i miei interessi sono sempre stati lontani dalla storia e non è una questione di memoria. Prova a domandarmi le tabelline e vedrai che non ne sbaglio nemmeno una. :-)
    A parte gli scherzi, un articolo forse un po' troppo didattico, ma si legge che è un piacere. Grazie.

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    1. Serenella Tozzi8 gennaio 2014 15:16

      Quanti aneddoti ci sarebbero da raccontare sul Cesare privato,
      d'altra parte mi sembrava importante presentare il personaggio storico.
      Però, alcuni episodi, citati anche da Plutarco, li voglio riportare.
      Durante la battaglia contro i Numidi, in Africa, Plutarco scrive che i nemici ebbero il sopravvento, e si dice che Cesare, preso per il collo l'aquilifero che fuggiva, lo fece voltare e gli disse: "Là sono i nemici!"
      Cesare era anche molto frugale e temperante riguardo al vitto, in proposito accadde che mentre era di passaggio a Milano, Valerio Leone, che lo ospitava, a pranzo a lui ed ai suoi ufficiali servì asparagi conditi per errore con unguento aromatico anziché con olio. Lei ne mangiò tranquillamente e rimproverò i suoi che si erano astenuti dal farlo, ritenendola una mancanza di riguardo verso l'ospite.
      Un'altra volta, in viaggio durante una furiosa tempesta, si rifugiò nella capanna di un povero uomo che a stento poteva ospitare una sola persona. Lui la cedette a Caio Oppio, suo collaboratore rimasto ferito, dicendo che quando si trattava di onore bisognava cedere ai potenti, ma se si trattava di necessità bisognava privilegiare i più deboli. E con gli altri passò la notte all'addiaccio.

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  3. Questa rispolverata storica mi piace molto!

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    1. Serenella Tozzi14 gennaio 2014 12:59

      Grazie Loretta, spero che abbia potuto trovare qualche particolare inedito che non conoscevi. A me la figura di Giulio Cesare affascina molto, per la sua modernità e per la sua lungimiranza unita ad una particolare generosità.

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  4. Alcuni flash nella mia memoria di studente liceale non stakanovista, però uniti da un filo che me li riporta (o più spesso me li porta, senza il "ri") a galla.
    Interessante tutto, alla pari dell'annotazione pruriginosa di Sid e la conseguente ottima "ripresa" sempre a cura dell'autrice.
    Lettura naturalmente gradita (finché sono in ferie me lo posso permettere, in relax)
    Un saluto Serenella

    Franco "Pale"

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  5. Serenella Tozzi14 gennaio 2014 13:26

    Grazie Pale. Tu cosa ne pensavi di Giulio Cesare? eri pro o contro la sua politica? Una volta mi fu fatta una domanda a tal proposito, e cioè se come figura storica preferissi Cicerone o Giulio Cesare. Risposi Giulio Cesare destando la riprovazione dell'autore della domanda... era un avvocato e di una certa età.
    Bè, Cicerone è il rappresentante del rispetto delle leggi, moderato, conservatore; in poche parole un reazionario; mentre Cesare era indipendente, senza soggezione, fautore di libertà, largo di vedute, capace e generoso. A testimonianza basti leggere il suo intervento contrapposto a Catone Uticense nel processo intentato contro Catilina. Quest' ultimo ne voleva la condanna a morte, Cesare perorò per una giusta condanna, ma senza arrivare all'eccesso della condanna a morte, vista la giovane età di Catilina e di tutti i suoi congiurati ed i motivi che avevano portato alla sommossa.
    Certo Cesare era stato accusato di aver in qualche modo aiutato la congiura, ma senza dubbio le sue parole erano dettate da un convincimento sincero e non da mero calcolo, se ne percepisce l'altezza morale e la forza della convinzione leggendolo.

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  6. Cesare. Inutile dire che al liceo, specie quando si trattava di versioni, lo preferivo di gran lunga. Penso che la disputa tra attici e asiani non finirà mai.
    Quanto al Cesare politico, oddio... secondo me è il primo esempio di "populista" (specie se intendiamo questa definizione in senso lato).
    Non era giusto (se mai gli interessava il giusto) che l'oligarchia patrizia detenesse il potere e fosse più uguale degli altri. Meglio che fossero tutti uguali - a parte lui.
    Ebbe l'intuizione di rifiutare l'odiato titolo di "rex" - ma non bastò a salvargli la vita. In compenso, iniziò a dare nuovo senso a quello di "imperator".

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    1. Serenella Tozzi17 gennaio 2014 22:42

      Cicerone (al solito) ;-)) non si dichiarava né asiano, nè atticista, si diceva rodiese.
      Nel Brutus, dove Cicerone delinea un profilo storico della figura dell'oratore romano, si intravede una forte vena di pessimismo sul futuro dell'eloquenza romana, dal momento che la dittatura di Cesare, secondo Cicerone, limitava la libera espressione politica, precludendo spazio ai nuovi talenti oratori.
      Fosse stato invidioso?

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