domenica 26 gennaio 2014

La medaglia d’onore - Loretta

“Loretta, la televisione ha detto proprio stamattina che il governo dà la medaglia ai prigionieri di guerra. Perché non fai la domanda per zio Augusto ?”
Così mia cugina Tosca mi metteva al corrente di una onorificenza che non conoscevo ma che esisteva dal 2006.
“ Sarebbe bello dare una medaglia a babbo, ma non era ebreo.” Le risposi.
“ E’ la medaglia d’onore per i soldati italiani che hanno conosciuto  la prigionia dei lager nazisti, vai sul sito del governo e vedi . “
Così mi sono documentata, ho stampato la modulistica e ho compilato ogni sua parte per quanto era nelle mie facoltà.
 Eppure sento che altro devo dire che non sia la fredda approssimazione delle date, me lo impone il mio essere figlia, perché è importante consegnare la memoria, ogni tipo di memoria, affinché possa essere raccolta e custodita nel cuore vivo della Patria.
Lo farò con molta umiltà di pensiero e di scrittura ma con la fierezza propria della mia razza.


Alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
e al Comitato per la concessione di una medaglia
d’onore ai cittadini italiani deportati e internati nei
lager nazisti


Mio padre era biondo e pieno di riccioli. Aveva gli occhi verdi e un naso “aquilino importante”, soleva dire con fare scherzoso, ma aveva anche  un colorito roseo e una parlantina brillante e sapeva raccontare le favole come nessuno al mondo.
Era alto quanto il re e venne arruolato nel regio esercito in un secondo tempo, quando sua Maestà
Vittorio Emanuele III di Savoia, detto anche il Re soldato e Re vittorioso, resosi forse conto di essere a corto di soldati, decretò che anche gli italiani alti come lui potevano servire la Patria.
Così mio Padre smise di fare il fornaio per fare la guerra in Albania come tanti “piccoletti” suoi amici, nel farlo lasciava la sua  Anita sposata il primo dicembre del 1938 e un figlioletto di nome Paolo che non rivide più su questa terra perché morì all’età di tre anni  di “spinarelli” malattia conosciuta meglio come morbillo. La foto di porcellana ovale che stava sulla sua piccola lapide è l’unico ricordo che ho del mio fratellino che mia madre descriveva come bambino dolcissimo e buono.
 “In guerra non ho ucciso nessuno” diceva sempre mio padre con orgoglio ”neanche quando uccidere un partigiano albanese voleva dire tornare a casa in licenza premio, anzi ho impedito ad un mio commilitone di farlo.” E noi figli lo ascoltavamo fieri.
Dopo l’otto settembre del 1943, quando fu stipulato il patto di alleanza con gli anglo-americani, mentre il Re Vittorio Emanuele III, Re vittorioso e Re soldato se ne fuggiva a Brindisi, mio padre fu fatto prigioniero dai tedeschi, divenuti  nemici, a Mestre e deportato come prigioniero di guerra in Germania nel campo di concentramento di Dachao ove restò fino alla fine del conflitto.
A Dachau passò i giorni più bui e dolorosi della sua vita tra privazioni e patimenti inimmaginabili addolciti solo da sei parole telegrafate  “oggi dieci maggio nato nostro bimbo” che un tedesco gli riferì sarcastico mettendo in dubbio l’onestà di mia madre.
Ci raccontò che l’aver stretto un pugno come muta risposta per la rabbia guardando l’ufficiale gli costò un pestaggio che si ripetè anche quando raccolse e mangiò il cibo scartato da un cane.
Di fame, freddo e fatica erano forgiati i giorni nel lager: i prigionieri denutriti erano costretti a scavare tracciati di strade  che  servivano solo allo scopo di farli morire di fatica e il  morire ai loro occhi giungeva come una benedizione, come lo era  trovare qualcosa di masticabile tra la terra scavata.
“ Non ce la faccio più Zoppi, non ce la faccio più!”ansimava  esausto e sfinito il suo compagno di lavoro ,ci raccontava, “ Non ti fermare , scava , scava ,  dammi la pala, ti aiuto io, prendi il mio posto,  non restare indietro  Bruno…”” Schnell  SCHNELL  STEHEND”  il tedesco gli strappò di mano la pala  e con essa aprì il cranio al prigioniero incapace di proseguire poi riconsegnò la pala a mio padre come a dirgli “ volevi scavare per lui , seppelliscilo!”  certe espressioni non abbisognano di traduzioni, si capiscono .
Eppure in mezzo a quell’orrore, come un tracciato del cuore spontaneo inspirato certamente da Dio, un raggio di umanità lo raggiunse attraverso il filo spinato: una donna del luogo prese a lanciarli quasi ogni giorno un pezzo di pane;  gli fece capire che anche lei  aveva un figlio in guerra  e che così facendo sperava fortemente che una madre italiana avrebbe usato la stessa carità col suo figliolo.

Fu anche per quel gesto oltre alla consapevolezza di avere una famiglia che lo attendeva, che non perse mai la speranza di fare ritorno a casa e in funzione di essa si mise a raccogliere il denaro che i prigionieri disperati buttavano nelle latrine come ultimo gesto di disprezzo verso i nazisti.
Li pulì da tutti gli escrementi e li nascose in una cassettina arrugginita reperita chissà dove visto la sua condizione di povertà assoluta, ma poi consegnò quella piccola fortuna accumulata proprio a quella madre con la preghiera di destinarla agli orfani e alle vedove di guerra di quel luogo.
Troppi erano i prigionieri che non facevano più ritorno alle baracche e troppo alte erano le montagne di capelli e di scarpe, per poter sperare di sopravvivere a tutto quello.
Per la legge della carità che lo aveva raggiunto in qualche modo raccomandava alla Provvidenza Divina la sua vedova e il suo orfano.
“ Ma come ti chiami? ” la donna gli chiese “ Ancora per poco Zoppi Augusto su questa terra.” Ci raccontò di averle detto con l’intima meraviglia e orgoglio di riscoprirsi ancora uomo con un nome proprio.
Quel gesto gli salvò la vita.
Il denaro fu consegnato a suo nome ad una associazione Pro orfani di guerra, la direttrice a nome del comitato volle conoscere il donatore e saputo delle sue capacità chiese e ottenne che mio padre, il soldato Zoppi Augusto, prigioniero di guerra nel campo di concentramento di Dachau, in Germania , fosse adibito alla cottura del pane in una struttura adiacente al lagher .
Così gli ultimi tempi furono per lui meno duri, ma sempre pieni di fame poiché poteva solo cuocerlo il pane, non mangiarlo.
Quando fece ritorno a casa pesava 39 chili, aveva i polmoni devastati da una pleurite cronica e i suoi piedi erano tanto sottili e magri che furono sufficienti le scarpe di una fanciulla, mia cugina Valeria.
Sono certa che mio padre non voleva una medaglia, ma credo che non volesse neanche che fosse dimenticata la sua guerra fatta non solo di orrore e morte ma anche di piccoli atti d’amore nati tra il filo spinato e per questo ancora più preziosi.

                                 

7 commenti:

  1. Serenella Tozzi26 gennaio 2014 15:17

    Domani è il giorno della memoria e il tuo racconto, commovente e sinceramente spietato, cade a proposito.
    Quante storie tremende hanno accompagnato quel periodo di guerra, e pensare che ancora qualcuno possa metterle in dubbio mi desta rabbia e amarezza.
    Rincuora, fra tanto orrore, sapere di questi gesti di umanità, come quello da te raccontato. Sono testimonianze preziose che non vanno dimenticate e ti ringrazio di avercene fatti partecipi.

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  2. A più di mezzo secolo dai fatti, la storia si autotramanda impietosa ancora attraverso i posteri.
    Da umanista, non riesco a spiegarmi come il popolo tedesco abbia potuto esprimersi con tale brutalità.
    Un popolo laborioso, dalla fine letteratura, filosofia, scienza, musica ed arte in genere.
    Dalla sensibilità indiscusssa.
    Siddharta

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  3. Anch'io penso che sono testimonianze preziose che non devono andar perdute, grazie davvero di aver voluto condividere.
    Lola

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  4. La mia richiesta e' stata accolta e domani la memoria di mio padre, la sua sofferenza patita nel lager di Dachao sara' onorata insieme alle innumerevoli vittime depredate della liberta' e vita stessa. Quando mi raccontava della guerra pensavo con rammarico all'inevitabile assopirsi del suo ricordo se anche io , sua figlia , non avessi continuato a
    farlo. Grazie per la condivisione e per la memoria.

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    1. Credo che questa sia lo cosa più bella che potevi fare in memoria di tuo padre, e non solo.
      Brava Loretta, brava davvero.

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  5. Grazie della condivisione e mi piace notare, nel contesto più che disumano dell'intero racconto, il gesto di umanità ed il filo esilissimo di speranza che ad esso si attacca e che, malgrado tutto, resiste.

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  6. Perfetta testimonianza, preziosa condivisione - e meno male che c'è un giorno importante come quello di oggi, soprattutto per chi non ci si è trovato dentro fino al collo o ha sottovalutato chi ne racconta (e per qualcuno molto peggio, ma di questi meglio non parlare).
    Grazie Loretta.

    Franco "Pale"

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