domenica 19 gennaio 2014

La signorina Fifi - Guy de Maupassant

“La pioggia cadeva a dirotto, una pioggia normanna che pareva scagliata da una mano furiosa, una pioggia obliqua, fitta come un tendone, simile a un muro di strisce oblique, una pioggia che sferzava, schizzava, annegava ogni cosa, una vera pioggia dei dintorni di Rouen, orinale della Francia.”

18.01.2014
etichetta: Racconti in soffitta



Trama
Nell’inverno del 1870 in Normandia pioveva che Dio la mandava e c’era la guerra. I prussiani avevano occupato il castello d’Uville ( non lo cercate sulla cartina nei pressi di Rouen che tanto non esiste) e si comportavano proprio come i tedeschi dei film americani, cioè facevano i fetentoni e siccome in giro non c’era più nessuno d’ammazzare, passavano il tempo a dire male dei francesi e a scassare tutt’e cose. Poi un giorno il capitano, che dei cinque ufficiali era il più piccolo e brutto, e senza fare niente non ci sapeva stare, scosso da un impeto di ribellione:
- Perdio! - bestemmiò: - così non può durare. Bisogna inventare qualcosa.
Quel qualcosa era un festino e il maggiore conte di Farlsberg che comandava tutti prima disse di no, non si può fare, poi disse di sì e così mandarono subito qualcuno in paese a prendere cinque mignotte, che senza di loro non si sapeva a chi fare la festa.
Il più contento di tutti era il marchese Whilelm, un tenentino che tutti chiamavano “mademoiselle Fifì” per il fatto che era segaligno e sottile come una donna, ma cattivo e strunz che più non si poteva e infatti farà una brutta fine. Come e perché non ve lo posso raccontare, ma se a metà del racconto vi siete già annoiati perché troppo lungo e fuori non smette di piovere, andate avanti lo stesso perché la soddisfazione sta proprio alla fine, dove la prostituta Rachel riscatta l’onore dei francesi e i tedeschi, secondo copione, fanno la solita figura e merd.
(Luìs de Spin)


LA SIGNORINA FIFÌ

                Il comandante prussiano, maggiore conte di Farlsberg, stava finendo di leggere la posta, sprofondato in una gran poltrona, coi piedi poggiati sull'elegante marmo del caminetto nel quale gli speroni degli stivali, nei tre mesi da che durava l'occupazione del castello di Uville, avevano scavato due solchi profondi, che s'approfondivano ogni giorno di più.
                Una tazzina di caffè fumava su un tavolinetto macchiato dai liquori, bruciacchiato dai sigari intaccato dal temperino dell'ufficiale conquistatore, il quale, talvolta, mentre appuntiva una matita, si fermava e tracciava sul grazioso mobile cifre o disegni, seguendo le sue svagate fantasticherie.
                Quando ebbe letto la corrispondenza e sfogliato i giornali tedeschi che il furiere gli aveva portato, si alzò, buttò sul fuoco tre o quattro ciocchi di legna verde - poiché quei signori per riscaldarsi abbattevano un po' alla volta il parco - e si avvicinò alla finestra.
                La pioggia cadeva a dirotto, una pioggia normanna che pareva scagliata da una mano furiosa, una pioggia obliqua, fitta come un tendone, simile a un muro di strisce oblique, una pioggia che sferzava, schizzava, annegava ogni cosa, una vera pioggia dei dintorni di Rouen, orinale della Francia.
                L'ufficiale si fissò a guardare i prati inondati, e in fondo, l'Andelle gonfia che straripava; cominciò a tamburellare sui vetri un valzer del Reno, allorché un rumore lo fece voltare; era il suo secondo, il barone di Kelweingstein, che aveva un grado equivalente a quello di capitano.
                Il maggiore era un gigante con le spalle larghe, adorno di una lunga barba a ventaglio che gli si stendeva sul petto come un tovagliolo; tutta la sua voluminosa figura faceva pensare a un pavone militare, un pavone che tenesse la coda spiegata sotto il mento. Aveva gli occhi azzurri, dolci e freddi, una guancia segnata da un fendente nella guerra d'Austria: aveva fama di essere una brava persona e un bravo ufficiale.
                Il capitano, un ometto rubicondo con una gran pancia stretta dal cinturone, portava quasi completamente rasata la barba fiammeggiante, che coi suoi fili di fuoco faceva pensare, sotto una certa luce, che egli avesse il viso cosparso di fosforo. A causa di due denti persi non sapeva bene come, durante una notte di bagordi, sputava fuori certe parole gonfie che non sempre si riuscivano a capire: ed era calvo soltanto al sommo del cranio, tonsurato come un frate, con un vello di capelli riccioluti, dorati e lucidi, intorno alla calotta di pelle nuda.
                Il comandante strinse la mano al capitano e ingoiò d'un sorso il caffè (la sesta tazzina della mattinata), ascoltando il rapporto del suo subordinato sugli incidenti occorsi nel servizio poi tutti e due si avvicinarono alla finestra osservando che non era un posto allegro. Il maggiore, uomo tranquillo, sposato, si adattava a qualunque cosa, ma il capitano barone, gran gaudente, frequentatore di locali notturni, forsennato conquistatore di donnine, era furente di trovarsi costretto da tre mesi alla castità in quel luogo sperduto.
                Si udì bussare alla porta; il comandante gridò di entrare, e un uomo, uno di quei loro soldati automi, comparì sulla soglia, annunciando con la sola sua presenza che la colazione era pronta.
                Nella sala da pranzo c'erano già i tre ufficiali inferiori: un tenente, Otto di Grossling e due sottotenenti: Fritz Scheunaubourg e il marchese Wilhelm d'Eryk, un biondino altezzoso e brutale con gli uomini, duro con i vinti, e violento come un'arma da fuoco.
                Da quando era in Francia i suoi colleghi lo chiamavano signorina Fifì. Il soprannome gli veniva sia dal suo personale slanciato, dalla vita sottile che si sarebbe detta cinta da un busto, dal viso pallido sul quale i baffi nascenti si vedevano appena; e sia perché aveva preso l'abitudine, per esprimere il suo sommo disprezzo verso esseri e cose, di adoperare continuamente la locuzione: fi,fi, pronunciandola con un debole sibilo.

                Nella sala da pranzo del castello di Uville, vasta e regale, gli specchi di cristallo antico incrinati a stella dai colpi di pistola e i grandi arazzi delle Fiandre tagliati a sciabolate e qua e là penzolanti, rivelavano quali fossero i passatempi della signorina Fifì quando non aveva nulla da fare.
                Ai muri, tre ritratti di famiglia: un guerriero vestito di ferro, un cardinale e un alto magistrato, fumavano in lunghe pipe di porcellana; e nella sua cornice sbiadita dagli anni, una nobile dama dai seni imponenti ostentava con aria arrogante un enorme paio di baffi disegnati col carbone.
                Il desinare degli ufficiali si svolse quasi in silenzio nella stanza mutilata, incupita dall'acquazzone, triste con il suo volto sconfitto e nella quale il vecchio impiantito di quercia era diventato duro come il suolo di un'osteria.
                Come tutti i giorni, finito il pasto, cominciarono a bere, a fumare e a discorrere della loro noia. Le bottiglie di cognac e di rosolio passavano di mano in mano, e tutti, abbandonati sugli schienali delle sedie, bevevano a sorsi piccoli e frequenti, seguitando a tenere a un'estremità della bocca la lunga cannuccia ricurva della pipa terminante in un uovo di porcellana, ch'era sempre dipinto come se dovesse sedurre degli Ottentotti.
                Quando il bicchierino era vuoto lo riempivano con gesti di rassegnata stanchezza. Ma la signorina Fifì ogni volta spezzava il suo, e subito un soldato gliene portava un altro.
                Una nube di fumo acre li avvolgeva e sembrava che stessero per sprofondare in un'ebbrezza sonnolenta e triste, la grigia ubriachezza della gente che non ha niente da fare.
                Improvvisamente il barone si rizzò, scosso da un impeto di ribellione:
                - Perdio! - bestemmiò: - così non può durare. Bisogna inventare qualcosa.
                Il tenente Otto e il sottotenente Fritz, che avevano due tipici visi tedeschi, dalla fisionomia pesante e grave, risposero insieme:
                - Che cosa, signor capitano?
                Dopo qualche istante di riflessione, questi aggiunse:
                - Che cosa? Ecco, dovremmo organizzare una festa, se il comandante lo permette.
                Il maggiore abbandonò la pipa:
                - Che festa, capitano?
                Il barone gli si avvicinò:
                - M'incarico io di ogni cosa, signor comandante. Mando «Dovere» a Rouen, che ci porti delle signore, so dove potrà trovarle. Si farà preparare una cena qui; non ci manca nulla, e almeno passeremo una bella serata.
                Il conte di Farlsberg alzò le spalle sorridendo: - Siete matto, caro mio. - Ma tutti gli ufficiali si erano alzati e circondavano il loro superiore supplicandolo:
                - Lasciate fare al capitano, signor maggiore, questo posto è così noioso...
                Il maggiore finì per cedere:
                - Va bene, - disse; e subito il barone fece chiamare «Dovere». Era costui un vecchio sottufficiale che nessuno aveva mai visto ridere, ma che eseguiva fanaticamente gli ordini dei superiori, qualsiasi fossero.
                Sull'attenti, impassibile, ricevette le istruzioni del barone. Poi uscì, e cinque minuti dopo una grossa carretta della dotazione militare, coperta da un tendone impermeabile teso a cupola, filava rapida sotto la pioggia accanita, al galoppo di quattro cavalli.
                Allora parve che un brivido risvegliasse le menti assopite; i corpi afflosciati si ricomposero i visi si rianimarono e cominciò la conversazione.
                Benché l'acquazzone continuasse con furia immutata, il maggiore affermò che faceva meno buio, e il tenente Otto annunziò convinto che il cielo si stava rischiarando.
                La signorina Fifì non stava più nella pelle. Si alzava, poi tornava a sedersi. Il suo sguardo limpido e duro cercava qualcosa da poter rompere. A un tratto, fissando la dama coi baffi, il giovane cavò la pistola dalla fondina.
                - Tu non vedrai nulla, - disse e senza levarsi dalla sedia prese la mira. Due pallottole, una dopo l'altra, spaccarono gli occhi del ritratto.
                - Facciamo la mina! - esclamò poi. La conversazione s'interruppe di colpo, come se tutti fossero stati presi da un nuovo e forte interesse.
                Era la sua invenzione, la mina, il sistema che aveva inventato per distruggere, il suo divertimento preferito.
                Al momento di abbandonare il castello, il legittimo proprietario, conte Fernando d'Amoys d'Uville, non aveva avuto il tempo di portar via nulla o di nascondere nulla, fuorché l'argenteria che era stata occultata in un buco di un muro. E siccome era ricchissimo e splendido, prima della sua precipitosa fuga il gran salone che si apriva sulla sala da pranzo sembrava la galleria di un museo.
                Ai muri erano appesi tele, disegni, acquarelli di pregio, e sui mobili, sugli scaffali, nelle eleganti vetrine, mille gingilli, vasi, statuine, porcellane di Sassonia, budda cinesi, avori antichi e vetri di Venezia, popolavano il vasto appartamento, folla bizzarra e preziosa.
                Adesso non rimaneva più quasi nulla. Non che ci fosse stato saccheggio, perché il maggiore conte di Farlsberg non l'avrebbe mai permesso; ma ogni tanto la signorina Fifì faceva «la mina», e quel giorno tutti gli ufficiali per cinque minuti si divertivano davvero.
                Il marchesino andò nel salone a prendere ciò che gli occorreva. Tornò con una graziosa teiera cinese rosa e la riempì di polvere da sparo. Dopo aver infilato nel beccuccio una lunga miccia, l'accese e corse a rimettere nel salone l'ordigno infernale.
                Rientrò immediatamente, richiudendo la porta. Tutti i tedeschi stavano aspettando in piedi, col viso illuminato da una gioia infantile; non appena l'esplosione scosse il castello, si precipitarono tutti insieme nel salone.
                La signorina Fifì, entrata per prima, batteva le mani, in estasi dinanzi a una Venere di terracotta, priva finalmente della testa; tutti si misero a raccattare i pezzetti di porcellana, stupiti nel vedere le stranezze delle dentellature dei frammenti, constatando i nuovi danni, precisando quelli che risalivano all'esplosione dell'altra volta; e il maggiore guardava con aria paterna il vasto salone messo a soqquadro da quello scoppio neroniano, e cosparso di resti di oggetti d'arte. Uscì per primo, dichiarando bonariamente:
                - Questa volta è riuscita proprio bene.
                Ma nella sala da pranzo era entrata una tromba di fumo che mescolandosi a quello del tabacco rendeva l'aria irrespirabile. Il comandante aprì la finestra e tutti gli ufficiali, tornati a bere l'ultimo bicchierino di cognac, vi si avvicinarono.
                L'aria umida penetrò nella stanza, recandovi un odore d'inondazione e come un vapor d'acqua che incipriò le barbe. Guardavano i grandi alberi prostrati dall'acquazzone, l'ampia valle annebbiata dall'infittirsi delle nubi scure e basse, e, in lontananza, il campanile della chiesa dritto come una lancia grigia sotto la pioggia sferzante.
                Da quando erano arrivati le campane non avevano mai suonato. La sola resistenza che gli invasori avessero incontrato nella regione era stata quella del campanile. Il parroco non s'era rifiutato affatto di ricevere e nutrire i soldati prussiani; anzi, più d'una volta aveva accettato di bere una bottiglia di birra o di vino buono con il comandante nemico, il quale spesso si serviva di lui come benevolo intermediario; ma non gli si doveva chiedere nemmeno un rintocco della campana; piuttosto si sarebbe fatto fucilare. Era il suo modo di protestare contro l'invasione; protesta pacifica, del silenzio; l'unica, egli diceva, che convenga a un sacerdote, uomo di pietà e non di sangue; e tutti, nel giro di dieci leghe, elogiavano la fermezza e l'eroismo di don Chantavoine, che aveva il coraggio di affermare il pubblico lutto e di proclamarlo con l'ostinato mutismo della sua chiesa.
                Tutto il villaggio, entusiasmato da quella resistenza, era pronto a sostenere fino in fondo il suo pastore, e a rischiare tutto, riputando quella tacita protesta una salvaguardia dell'onore nazionale.
                I contadini credevano di avere acquistato, nel servizio della patria, più meriti dei cittadini di Belfort e di Strasburgo, credevano di aver dato un esempio uguale al loro, di aver reso immortale il nome del loro paesucolo; e, all'infuori delle campane, non rifiutavano nulla ai prussiani vincitori.
                Il comandante e gli ufficiali ridevano insieme di questo inoffensivo coraggio, e siccome tutta la popolazione si mostrava con loro servizievole e docile, tolleravano volentieri quel silenzioso patriottismo.
                Soltanto il marchesino Wilhelm avrebbe voluto far suonare per forza le campane. La politica condiscendenza del suo superiore verso il prete lo mandava fuori di sé, e non passava giorno che non supplicasse il comandante di lasciargli fare «din-don-don» una volta, una volta sola, tanto per ridere un pochino. E lo chiedeva, facendosi grazioso come una gatta, tutto moine come una donna, con la voce di una amante desiosa; ma il comandante non cedeva e la signorina Fifì, per consolarsi, faceva la mina nel castello d'Uville.
                I cinque uomini rimasero per qualche minuto ammassati alla finestra, a fiutare l'aria umida. Poi il tenente Fritz, ridendo pesantemente, esclamò:
                - Le signorine non troveranno certamente tempo buono per la loro passeggiata.
                Su queste parole si separarono, ognuno andò a fare il suo servizio, e il capitano, indaffaratissimo, a far preparare il pranzo.
                Quando si riunirono, al cader della sera, scoppiarono a ridere nel vedersi tutti ripicchiati e luccicanti come nei giorni di rivista: freschi, impomatati, profumati. I capelli del comandante parevano meno brizzolati della mattina, il capitano s'era fatto la barba, lasciandosi i baffi che parevano una fiamma sotto il suo naso.
                Nonostante la pioggia lasciarono la finestra aperta e ogni tanto uno di loro si affacciava ad ascoltare. Alle sei e dieci il barone segnalò un lontano rumore di ruote. Tutti accorsero, e poco dopo si vide arrivare di galoppo la grossa carretta tirata dai quattro cavalli sbuffanti, fumanti e inzaccherati fino alla groppa.
                Cinque donne balzarono sulla scalinata d'ingresso, cinque belle ragazze scelte con cura dal collega del capitano al quale «Dovere» aveva portato un biglietto del suo ufficiale.
                Non si erano fatte pregare, sicure di essere pagate bene. Avevano imparato a conoscere i prussiani, in tre mesi che li bazzicavano, e si sapevano adattare agli uomini come agli avvenimenti.
                - Necessità del mestiere, - dicevano per la strada, forse per rispondere alla segreta punzecchiatura di un rimasuglio di coscienza.
                Entrarono tutti direttamente nella sala da pranzo. Illuminata diventava ancora più lugubre, tra quel miserevole sfacelo; e la tavola coperta di carni, di ricco vasellame, dell'argenteria scovata dal muro in cui il proprietario l'aveva nascosta, faceva sembrare quel luogo una taverna dove i banditi banchettano dopo il saccheggio. Il capitano, raggiante, s'impadronì delle donne, come se fossero state oggetti d'uso, e le valutava, le abbracciava, le fiutava, le giudicava secondo il loro valore di donne di piacere; e poiché i tre giovani volevano subito prendersene una per ciascuno, si oppose autorevolmente, riservandosi di fare le parti con perfetta giustizia, secondo il grado di ognuno, per non offendere in nessun modo la scala gerarchica.
                Quindi, per evitare qualunque discussione, contestazione o sospetto di parzialità, mise in fila le donne per ordine d'altezza, e rivolgendosi alla più alta con tono di comando:
                - Come ti chiami?
                - Pamela, - rispose quella alzando la voce.
                Allora il capitano sentenziò.
                - Numero uno, la nominata Pamela aggiudicata al comandante.
                Dopo aver dato un bacio a Biondina, la seconda, in segno di possesso, offerse al tenente Otto la florida Amande, Eve «il pomodoro» al sottotenente Fritz, e la più piccina di tutte, Rachel, una giovanissima brunetta con gli occhi neri come macchie d'inchiostro, un'ebrea che col suo nasino all'insù confermava la regola generale del naso adunco proprio della sua razza, toccò al più giovane ufficiale, all'esile marchese Wilhelm d'Eryk.
                Erano d'altronde tutte carine e pienotte, senza una fisionomia precisa, rese quasi uguali di corpo e di pelle dalle quotidiane pratiche amorose e dalla vita in comune nelle case pubbliche.
                I tre giovanotti volevano portarsi via senz'altro le loro donne, col pretesto di offrir loro spazzole e sapone per pulirsi, ma il capitano giudiziosamente si oppose dicendo che esse erano abbastanza in ordine per mettersi a tavola e che coloro i quali avessero voluto andar su, scendendo avrebbero disturbato e scomodato le altre coppie. La sua esperienza ebbe il sopravvento, così ci furono soltanto grandi sbaciucchiamenti di attesa.
                A un tratto Rachel parve sul punto di soffocare: tossiva lacrimando e buttando fumo fuori delle narici. Il marchese, con la scusa di baciarla, le aveva soffiato in gola una boccata di fumo. Non reagì, non disse una parola, ma guardò fissa il suo padrone con una collera che risplendeva in fondo alle sue pupille nere.
                Si misero a tavola. Perfino il comandante pareva beato, pose alla sua destra Pamela, alla sua sinistra Biondina, e spiegando il tovagliolo esclamò:
                - Avete avuto un'ottima idea, capitano.
                I tenenti Otto e Fritz erano corretti come se fossero con delle dame, tanto che intimidivano un poco le loro vicine; ma il barone di Kelweingstein, abbandonato al suo vizio, era raggiante, lanciava parole grasse, pareva in fiamme, con la sua corona di capelli rossi. Diceva galanterie in un francese del Reno; e i suoi complimenti da bettola, espettorati attraverso il buco dei due denti rotti, giungevano alle ragazze accompagnati da una mitraglia di saliva.
                Esse non capivano nulla; la loro intelligenza parve risvegliarsi soltanto quando quegli sputò parole oscene e frasi crude, storpiandole con la sua pronuncia. Allora, tutte insieme, cominciarono a ridere come pazze, piegandosi sulla pancia dei vicini, ripetendo le parole che il barone s'era messo a storpiare a bella posta per indurle a dire delle oscenità. Esse, ubriache sin dalle prime bottiglie, ne vomitavano a volontà, e aperta la porta all'abitudine tornavano ad essere se stesse: davano baci ai baffi di destra e ai baffi di sinistra, pizzicavano braccia, lanciavano grida acute, bevevano in tutti i bicchieri, cantavano canzonette francesi e pezzetti di canzoni tedesche apprese nel loro quotidiano commercio col nemico.
                Ben presto anche gli uomini, inebriati da quelle carni di donne così a portata del loro naso e delle loro mani, persero la testa, e si misero a urlare, a rompere piatti, mentre alle loro spalle impassibili soldati li servivano.
                Soltanto il comandante serbava un contegno.
                La signorina Fifì aveva preso Rachel sulle ginocchia, e, eccitandosi a freddo, talvolta le baciava i ricciolini d'ebano sulla nuca, aspirando nel breve spazio tra il vestito e la nuda carne il dolce calore del corpo e l'aroma che emanava, tal altra attraverso il vestito la pizzicava furiosamente fino a farla gridare, preso da una ferocia rabbiosa, agitato da un bisogno di distruzione.
                Spesso anche, tenendola tra le braccia e stringendola come se volesse confondersi con lei, posava a lungo le labbra sulla fresca bocca dell'ebrea, e la baciava fino a restare senza fiato. Ma a un tratto le diede un morso tanto profondo che una sottile striscia di sangue dal mento della giovane donna colò sino al petto.
                Anche questa volta ella lo fissò bene nel viso e, asciugandosi la ferita, mormorò:
                - Queste cose si pagano.
                Egli rise duramente:
                - Pagherò, - disse.
                Si era alle frutta. Stavano servendo lo spumante. Il comandante si alzò, e con lo stesso tono con cui avrebbe brindato alla salute dell'imperatrice Augusta, brindò: - Alle nostre signore!
                Ebbe inizio una serie di brindisi improntati a una galanteria da soldatacci e da beoni, inframmezzata da facezie oscene, che l'ignoranza della lingua rendeva ancor più brutali.
                Gli ufficiali si alzavano uno dopo l'altro, e si sforzavano di essere spiritosi e divertenti, mentre le donne, ubriache al punto da non reggersi più in piedi, con lo sguardo assente, le labbra pesanti, applaudivano ogni volta a più non posso.
                Il capitano, con l'intenzione di dare all'orgia un tono di galanteria, alzò ancora una volta il bicchiere esclamando:
                - Alle nostre vittorie sui cuori!
                Allora il tenente Otto, sorta di orco della Foresta Nera, si alzò, infiammato e saturo di vino. Improvvisamente invasato di patriottismo alcolico egli gridò:
                - Alle nostre vittorie sulla Francia!
                Benché fossero ubriache le donne ammutolirono, e Rachel, fremente, replicò:
                - Conosco dei francesi dinanzi ai quali non diresti simili cose.
                Il marchesino, che la teneva sempre sulle ginocchia, si mise a ridere, allegrissimo per il vino bevuto:
                - Ah! ah! ah! Io non ne ho mai incontrati. Basta che ci facciamo vedere perché se la diano a gambe!
                La ragazza, esasperata, gli gridò sulla faccia:
                - Menti, sporcaccione!
                Per un attimo egli fissò su di lei i suoi occhi chiari nello stesso modo come prima aveva puntato lo sguardo sul ritratto che aveva crivellato a colpi di pistola; poi, ridendo ancora, seguitò:
                - Ma sì, parliamone, bella mia! Saremmo qui, noi, se essi avessero un po' di coraggio? - Poi animandosi: - Siamo i loro padroni! la Francia è nostra!
                Rachel con uno scossone lasciò le ginocchia dell'ufficiale e ricadde sulla sua sedia. Egli si alzò e tendendo il bicchiere fino in mezzo alla tavola ripeté:
                - A noi la Francia, e i francesi, i boschi, i campi e le case della Francia!
                Gli altri ufficiali, tutti ubriachi fradici, furono scossi improvvisamente da un entusiasmo militaresco, un entusiasmo di bruti, e afferrarono i loro bicchieri strepitando: - Viva la Prussia! - e li vuotarono d'un sorso.
                Le ragazze non protestarono né fiatarono, impaurite. Anche Rachel taceva, impotente a rispondere.
                Allora il marchesino, posando sul capo dell'ebrea la sua coppa nuovamente ricolma:
                - A noi, - gridò, - anche tutte le donne di Francia!
                Rachel si alzò con un tale scatto che la coppa si rovesciò, vuotò, come per un battesimo, il vino giallo nei capelli neri, e cadde a terra spezzandosi.
                Col labbro tremante, ella sfidava con lo sguardo l'ufficiale, che seguitava a ridere, e con voce strozzata dalla rabbia:
                - Questo, questo, questo non è vero, - balbettò. - Non avrete di certo le donne di Francia!
                L'ufficiale si sedette per ridere comodamente e cercando di parlare con accento parigino:
                - Questa è puona, molto puona. Ma allora cosa ci fai tu qui, piccina?
                Dapprima ella tacque, sbalordita, turbata sì da non capire, poi, non appena ebbe afferrato chiaramente quanto egli aveva detto, esclamò con violenza, indignata:
                - Io! Io! Io non sono mica una donna, io sono una puttana, proprio quello che ci vuole per voi prussiani!
                Non aveva ancora finito, che l'ufficiale la schiaffeggiò con tutta la sua forza; ed era sul punto di alzare nuovamente la mano, quando, pazza di rabbia, ella afferrò sulla tavola un coltellino da frutta con la lama d'argento, e con tanta rapidità che nessuno se ne accorse, glielo piantò dritto nell'incavo del collo, proprio dove comincia il petto.
                La parola che egli stava pronunciando gli si fermò in gola; rimase con la bocca spalancata, con uno sguardo orrendo.
                Tutti si alzarono urlando, tumultuosamente, ma Rachel buttò la sua sedia tra le gambe del tenente Otto, facendolo cadere lungo disteso, balzò alla finestra, l'aperse prima che potessero raggiungerla, e si slanciò nella notte, sotto la pioggia.
                In pochi minuti la signorina Fifì era morta.
                Allora Fritz e Otto sguainarono le sciabole per massacrare le donne che si erano buttate strasciconi ai loro piedi. A fatica il maggiore riuscì a impedire il macello, e fece rinchiudere in una stanza, sotto la guardia di due soldati, le quattro ragazze smarrite; poi, come se disponesse le truppe per un combattimento, organizzò le ricerche della fuggitiva, sicuro di acciuffarla.
                Cinquanta uomini, minacciati a dovere, furono sguinzagliati nel parco. Altri duecento frugarono i boschi e tutte le case della valle.
                La tavola, sparecchiata in un batter d'occhio, era divenuta ora il letto mortuario, e i quattro ufficiali, rigidi, rinsaviti, col viso duro degli uomini di guerra in azione, stavano in piedi presso le finestre, scrutando nell'oscurità.
                La pioggia seguitava a cadere a torrenti. Uno sciacquio continuo empiva il buio, un ondoso mormorio d'acqua che gocciola, d'acqua che schizza.
                Improvvisamente risuonò uno sparo, poi, lontanissimo, un altro; per quattro ore si udirono di tanto in tanto spari vicini o lontani, grida di adunata, strane parole lanciate come richiamo da voci gutturali.
                Al mattino tutti rientrarono. Due soldati erano stati uccisi e tre altri feriti dai loro stessi compagni nell'ardore della caccia e nella confusione dell'inseguimento notturno.
                Rachel non era stata ritrovata.
                Gli abitanti furono terrorizzati, le loro case messe a soqquadro, tutta la regione fu percorsa, battuta, messa sossopra. Pareva che l'ebrea non avesse lasciato alcuna traccia.
                Il generale, avvertito, ordinò di non parlar più della cosa, per non dare cattivo esempio all'esercito, e punì il comandante, il quale punì i suoi subalterni. Il generale aveva detto:
                - Non si fa la guerra per divertirsi e stare con le donne pubbliche.
                E il conte di Farlsberg, furente, risolse di vendicarsi sul villaggio.
                Poiché gli occorreva un pretesto per scatenarsi senza freno, chiamò il parroco e gli ordinò di suonare la campana per il funerale del marchese d'Eryk.
                Contro ogni aspettazione il prete si mostrò docile, umile, riguardoso. E quando la salma della signorina Fifì, portata a braccia dai soldati, preceduta, circondata, seguita da soldati che marciavano col fucile carico, lasciò il castello d'Uville, per andare al cimitero, per la prima volta la campana scandì i rintocchi funebri con un ritmo vivace, come se fosse stata accarezzata da una mano amica.
                Suonò anche la sera, e anche il giorno seguente e poi ogni giorno; scampanò quanto vollero. Qualche notte, addirittura, si metteva a suonare da sola, e lanciava pian piano, nell'ombra, due o tre rintocchi, come se si fosse risvegliata, non si sa perché, tutta allegra. I contadini del luogo dissero ch'era stregata; e nessuno, fuorché il parroco e il sacrestano, si avvicinò più al campanile.
                La verità è che lassù viveva, nella paura e nella solitudine, una povera ragazza, nutrita di nascosto dai due uomini.
                Vi rimase finché le truppe tedesche ripartirono. Poi, una sera, il parroco si fece prestare il calesse dal fornaio e ricondusse personalmente la sua prigioniera fino alle porte di Rouen. Quivi giunti, il sacerdote l'abbracciò, ella discese e, a piedi, raggiunse in fretta la casa pubblica, la cui padrona credeva che fosse morta.
                La trasse di lì, poco tempo dopo, un patriota senza pregiudizi, il quale dapprima s'innamorò di lei per la sua bella azione, poi le volle bene per la sua persona e la sposò e ne fece una signora che non valeva meno di tante altre.



6 commenti:

  1. Felice questa proposta di Maupassant, un classico della narrativa francese. Poco ortodosso invece lo stile adottato per la presentazione, un lessico disinvolto il tuo, ma decisamente fresco e simpatico.
    Non so quanti avranno tempo e voglia di rileggere le vicende di Mademoseille Fifi, ma in ogni caso un autore di tale livello nel mio archivio ci sta benissimo.
    Pertanto grazie e... buona la prima.

    RispondiElimina
  2. Serenella Tozzi20 gennaio 2014 11:41

    Credo si noti l' influenza che Flaubert, ebbe su Mauppassant per quel naturalismo che dà l'impronta al racconto.
    Le sensazioni che provoca alla lettura sono molto visive, direi fotografiche: particolarmente efficace la tetraggine nella descrizione dell'ambiente.
    D'altronde questa è proprio la caratteristica che contraddistingue tutti i suoi numerosi racconti.

    Di certo i prussiani non dovevano andargli molto a genio; d'altra parte la guerra franco-prussiana era ancora recente, e l'autore aveva vissuto proprio a Rouen i giorni dell'invasione nemica.
    Molto cruda la descrizione denigratoria con la quale ci presenta questi ufficiali; e si che erano dei nobili e, quindi, rappresentanti di quella che avrebbe dovuto essere la classe migliore della Prussia.

    RispondiElimina
  3. L'avevo letto a suo tempo, e dato che, giustamente, mi bastonano sulle ripetizioni, mi tolgo 'sto sassolino dalla scarpa: " La pioggia cadeva a dirotto, una pioggia normanna che pareva scagliata da una mano furiosa, una pioggia obliqua, fitta come un tendone, simile a un muro di strisce oblique, una pioggia che sferzava, schizzava, annegava ogni cosa, una vera pioggia dei dintorni di Rouen, orinale della Francia" da notare i due "oblique" a così breve distanza.

    RispondiElimina
  4. Ah,ah,ah bello, che goduria fare le pulci a mostri sacri della letteratura. Io credo che si possa e si debba, perchè no. Senza contare che sono morti e sepolti e non c'è pericolo che vengano a commentarci i nostri capolavori.
    In questa caso però l'anafora mi pare sia voluta, e la ripetitività della parola simula l'insistenza della pioggia stessa. Però... i due oblique se li poteva risparmiare.

    RispondiElimina
  5. mmm... è vero però che potrebbe essere colpa dei traduttori (anche se non si fa tradurre Maupassant dal primo che capita) e che, cambiando lingua, può cambiare il senso di fastidio generato dalle ripetizioni (di solito, in inglese le ripetizioni si avvertono meno: nei dialoghi un anglofono può ripetere "said/said/said" senza dare troppo nell'occhio, laddove un italiano sente, presto, di dover sostituire il "disse" con altri verbi analoghi, almeno così ho letto su un articolo di un traduttore professionista)

    RispondiElimina
  6. Serenella Tozzi22 gennaio 2014 19:53

    Incuriosita sono andata a verificare la versione in lingua originale... ed ecco quello che ho trovato:


    Testo originale tratto da:
    "The Project Gutenberg EBook of Mlle Fifi, by Guy de Maupassant"

    La pluie tombait a flots, une pluie normande qu'on aurait dit jetee par une main furieuse, une pluie en biais, epaisse comme un rideau,
    formant une sorte de mur a raies obliques, une pluie cinglante,
    eclaboussante, noyant tout, une vraie pluie des environs de Rouen, ce
    pot de chambre de la France.

    La ripetizione non c'è: c'è un "biais" che significa sbieco e "raies obliques" che significa linee obblique, però c'è un jetee che dovrebbe essere scritto jetée. Chissà, forse all'epoca si scriveva così, senza accento.

    RispondiElimina