giovedì 23 gennaio 2014

OGNI COSA AL SUO POSTO - Rubrus - Narrativa

Finalmente potevo tenere alzata la tavoletta del water e lasciare che, ad una ad una, le lampadine si bruciassero finché diventava così buio che sbattevo negli spigoli.
Potevo anche permettermi di lasciar traboccare il sacchetto della spazzatura e tenere in frigo i formaggi ben oltre la data di scadenza.
Forse era una specie di libertà, ma il prezzo era terribilmente alto e non mi ricordavo di averlo voluto pagare, non più di quanto Sandra avesse voluto il cancro che stava portandomela via.


Una sera trovai su una sedia l’impermeabile che, quella mattina, avevo deciso di non indossare.
Un tempo Sandra non l’avrebbe lasciato lì: l’avrebbe preso e l’avrebbe messo sull'attaccapanni. Ogni cosa al suo posto: era una sua fissa.
Da quel momento in poi cambiò.
È così che ci si prepara ad andarsene. A poco a poco, ci si stacca dalle cose, dalle manie, dagli affetti, dagli amori, come preparandosi a staccarsi da se stessi. 
Per qualche tempo lasciai apposta un po’ di disordine per casa. Non per crudeltà, indifferenza o egoismo. Era per farla reagire, capite? Avevo letto le solite storie sull'importanza della psiche nella lotta al tumore e volevo che combattesse, anche contro di me, se poteva servire. O magari volevo solo tenermela ancora un po’ e, in fondo, si trattava davvero di una forma di egoismo.
Durò per tutto il tempo che poteva durare.
Anche dopo, però, il disordine rimase.
Dicono che la casa di un uomo sia il suo castello. Frottole. La casa di un uomo, il più delle volte, è la sua caverna e tutto quello che lui chiede è un tetto sopra la testa e un fuoco che bruci.
La casa è l’estensione della donna, la trasposizione, in 3D, delle molteplici dimensioni della sua mente.
Forse per questo, da un certo momento in poi, le cose cominciarono ad andare a posto.
Una sera entrai nello sgabuzzino e trovai le scarpe allineate dentro la scarpiera. Non lo avevo fatto… non lo avevo mai fatto. Tranne quella volta. Chiusi lo sportello e non ci pensai più.
La sera dopo trovai impilati nella lavastoviglie i piatti sporchi. Non deve succedere tre volte – pensai – se succede tre volte vuol dire che è successo davvero. Era un pensiero scemo, forse anche pericoloso, ma, ultimamente, la mia testa era diventata un posto mal frequentato, pieno di spazi vuoti, ombre e tipi poco raccomandabili.
La terza sera trovai la tavoletta del water abbassata.
Mi ci sedetti sopra, vestito com’ero, e mi misi a pensare.
A poco a poco, stavo imparando a tenere in ordine. O, almeno, una parte di me stava imparando, senza che l'altra se ne accorgesse.
Tutto quello che dovevo fare era decidere – lì, adesso – se ne valeva la pena.
Tirai lo sciacquone, anche se non ce n’era bisogno, e decisi di sì.
Mettere a posto la mia vita – e la casa – non fu per niente facile, soprattutto all'inizio, ma scoprii che era una questione di esercizio, come i pesi.
È vero, qualche volta, prima di andare a letto, facevo il giro dell’appartamento perché avevo paura di alzarmi la mattina dopo e scoprire che ogni cosa era al suo posto e che non ero stato io a mettere in ordine; nel complesso, però, la vita continuava.
Passò un anno prima che conoscessi Erica e passarono altri undici mesi prima che la invitassi in casa a cena.
Avevo paura? Probabile.
Non temevo di vedere Sandra vestita di bianco vagare per il salotto trascinandosi un paio di catene arrugginite, tuttavia…
Quella notte, un attimo dopo aver spento la luce, presi la foto che tenevo sul comodino e che ritraeva me e Sandra su nevi ormai da tempo sciolte e la chiusi nel cassetto.
La mattina dopo, quando mi svegliai, la foto era ancora là dentro. Fuori posto, o forse, come sognavo mentre accarezzavo Erica riscoprendo il morbido tepore d’una donna addormentata, al suo nuovo posto.
Gradualmente, ci furono altri cambiamenti qua e là: nuovi teli a coprire il divano, qualche vaso di fiori, un diverso modo di disporre i tappeti, come se Erica stesse sovrapponendo la propria impronta a quella di Sandra.
Come ho detto, prima di andarsene ci si stacca dalle cose, ma credo che, in qualche modo, una parte di noi (una parte che è meno dell’anima, ma più del ricordo) rimanga appiccicata a questo mondo.
Nel caso di Sandra poteva benissimo essere un riflesso su un pavimento lucido, la disposizione dei soprammobili sulla credenza, un quadro appeso in modo che, a mezzogiorno, la luce cadesse con la giusta angolazione su un mare dipinto.
E, poco a poco, quei segni svanivano, come coperti dalle stratificazioni di una nuova epoca.
Tuttavia la casa sembrava adattarsi o, quantomeno sopportarlo, forse perché anche Erica era ordinata. In modo lieve, carezzevole, discreto, come se intuisse che il mio equilibrio, malgrado le apparenze, era ancora precario e sarebbe bastato molto poco per infrangerlo una volta per tutte.
Anche quella sera aveva badato a tutto. Sotto la sedia aveva messo i feltrini antisdrucciolo e aveva tolto il cuscino per poter godere di presa migliore. Si era tolta le pantofole per non scivolare e io potevo seguire la linea aggraziata dei suoi polpacci mentre si alzava sulla punta dei piedi per avvitare la nuova lampadina a basso consumo.
Insomma, non c’era ragione perché la sedia si spostasse da sola e il tavolo si muovesse quel tanto che bastava perché Erica, cadendo, ne colpisse lo spigolo con la tempia.
Rimasi lì, a lungo, nella penombra dell’appartamento illuminato solo dalla luce del salotto, poi mi accorsi che il rivolo di sangue uscito dall'orecchio di Erica andava seccandosi sul pavimento.
Allora presi uno straccio e lentamente, con cura, cominciai a pulire.



24 commenti:

  1. Mi vengono in mente due aggettivi: Agghiacciante e terribilmente bello.

    Gli ho posato sopra gli occhi e sono stato costretto ad arrivare alla fine. Ti prende subito, ma attenzione non è quello che sembra, è molto peggio. Eppure dovrei conoscerti bene dopo tanto tempo, ma ancora ci casco.
    Dopo dicono che il blog è la fabbrica dei complimenti, ma è colpa mia se i più bravi sono qui dentro?

    ps: Non cambierei una virgola. :-)

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  2. Grazie, ma soprattutto della pazienza nella sostituzione delle varie versioni (in realtà non grandi varianti, ma sostituisci oggi sostituisci domani rischiava di venirne fuori un rebelott)

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    1. Hai presente il Negroni? 1/3 Gin, 1/3 Campari, 1/3 Vermout rosso, cubetti di ghiaccio e mezza fetta d'arancio? Ce l'hai presente? Ecco adesso che ti ho cambiato anche la fotografia ne merito almeno due. Cerca di non dimenticartelo neh...;-))))

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    2. bada che ti chiedo di sostituire quel "essiccandosi" alla fine del racconto con il più semplice e preferibile "seccandosi"...

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  3. La cosa che più mi manda in solluchero è questa, :
    Non deve succedere tre volte – pensai – se succede tre volte vuol dire che è successo davvero. Era un pensiero scemo, forse anche pericoloso, ma, ultimamente, la mia testa era diventata un posto mal frequentato, pieno di spazi vuoti, ombre e tipi poco raccomandabili.

    Questo è per me “il punto x” del racconto (a parte questa anticipazione : Tranne quella volta ) che fa vacillare volutamente la sospensione d’incredulità finora ottenuta e perseguita.
    Il sospetto che si insinua è che la presenza della moglie morta sia solo una creazione della mente del protagonista.
    E allora il progress narrato fino a quel momento cambia genere, diventando il cammino di un uomo nel suo sprofondo.
    Che tocca il momento culminante con l’eliminazione del finale.
    Ma il finale è aperto.
    Non conferma che sia tutto nella testa del protagonista, e allo stesso tempo non nega il fantasma.
    Questa per me, è l’eccezionalità. Gestire tre ordini di racconto in una stessa trama, senza che nessuno dei tre entri in contradditorio. Bravo Rub.

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    1. La storia di fantasmi è spesso giocata sul filo dell'ambiguità. Algernon Blackwood sosteneva di essere interessato più a chi percepisce il fantasma rispetto a "cosa" viene percepito. Altra esemplare storia ambigua è "il giro di vite" di Henry James dove non si capisce se gli spettri ci siano o no. Qui pensavo però, soprattutto, a "la maledizione della casa sulla collina" di Shirley Jackson. Chi avesse visto il film con Liam Neeson tratto (dicono) dal libro è pregato di dimenticarlo.

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  4. Serenella Tozzi23 gennaio 2014 21:17

    Mistero, mistero, mistero. La mente umana è in grado di influire sugli avvenimenti? i defunti possono ancora spadroneggiare sui restanti? il destino può essere determinato dalla combinazione delle due cose?
    Il noir, caro Rubrus, ti è proprio congeniale.


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    1. Come dicevo sopra, ho cercato di scrivere una storia ambigua. Spero non confusa. Ti ringrazio.

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  5. I gesti del protagonista finiscono per abitare lo spazio circostante, e il suo pensiero ridondante, quasi magico, segna il confine psicologico che, sul finale, tiene la barra del racconto. siamo sì nel tuo universo noir, ma stavolta, per un soffio appena.
    A me mi.
    Piace, obviously.

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  6. Tnks, u' . Diciamo così: è una storia di persone e fantasmi, se esistono, sono stati persone. Ovviamente il fatto di avere un solo punto di vista, quello del protagonista, facilita l'effetto che volevo creare.

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  7. Chi ha una certa età avanzata, come il sottoscritto, si immerge per esperienza nei vari passaggi dello scritto.
    L'amica Elide, sottoposta ai tempi alla devastante chemioterapia, l'avanzare inesorabile dei linfonodi impazziti, lo sguardo incredulo e terrorizzato di chi si vede sfuggire la vita.
    E nella sala mortuaria un sorriso appena accennato, stupito, di chi finalmente ha cessato di soffrire.
    E per anni ancora la presenza dei ricordi nelle cose e nelle fotografie alle pareti.
    Eppoi il fatale introdursi di una nuova presenza femminile, col fantasma del passato aggirarsi tra le mura.
    La sedia, ecco la sedia.
    Quante volte impedisco alla mia adorata Santippe di salirvi.
    Fino a quando potrò evitarlo?
    Mah, le famose tre < C > esiziali per la vecchiaia, della tradizione medica salernitana: catarro, caduta e cacarella...
    E infine il ricordo di un mio collega del tempo, entrato in vedovanza per colpa di un ictus: < quando a sera rientro a casa, e butto la borsa sul tavolo, il mattino dopo la ritrovo ancora lì, immota e fredda >!
    Proposta letteraria, questa, precisa per forma e pregnante per contenuto.
    Con in chiusura un accenno a presenze misteriose, forse vendicative.
    Quali il subconscio tende a materializzare negli animi esacerbati.
    Ottima/mente, Siddharta.

    P.S.: Leggendo, mi è tornato alla mente il mio buon maestro delle elementari Massimiliano Mattioli, che esortava < ogni cosa ha il suo posto e ogni posto ha la sua cosa >.
    Mi fa piacere ricordarlo, un modo perchè la sua memoria non sia del tutto dimenticata.
    A volte si rivive nei posteri in maniera del tutto strana e accidentale.

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  8. L'esperienza del distacco, della morte, è comune e tanto più comune quanto più gli anni avanzano. Dalle tue parole capisco che pensi che ho reso in maniera efficace questo fatto e ne sono contento.

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  9. Bella lettura. Vi ho colto tutto il disagio di una solitudine annunciata e dolorosa da sopportare alleviata in parte , ma in maniera molto velata ,dal ritorno di piccole azioni o distrazioni , proprie del vivere sena legami; non ho sentito particolarmente la presemza di fantasmi e cose del genere, se non nella giusta analisi che il personaggio, se pur inmaniera molto spicciola, fa di se' e della sua vita.Amara e bella la lentezza del finale e la forza delle immagini , caviglie aggraziate nell'atto di protendersi nel cambiare una lampadina e ilsangue raggrumato. Viene da chiedersi come mai non faccia lui l'azione pericolosa e come mi non chiami isoccorsi...mancanza di cavalleria o di liberta'?
    Toglierei ''il tetto sopra la testa'' che dopo ''la casa dell'uomo e' la sua caverna '' suona come una ripetizione. Mio modesto parere, ovviamente, che nulla toglie alla bellezza di quanto ho teste' letto. Ciao:-) .

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    1. è un racconto ambiguo dove la presenza degli spettri è secondo me "opzionale" per il lettore. Ho deciso che sia lei e non lui a salire sulla sedia, a parte ovvie esigenze di trama, perchè il mio protagonista tende a farsi guidare, più che ad essere guidato e, al momento del fatto, benchè stia uscendo dal suo stato, è ancora assai fragile

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  10. Complimenti davvero: la drammatica della solitudine forzata è resa senza retorica; i piani del racconto oscillano tra realtà e costruzioni mentali, senza dare la possibilità di distinguerli. Il finale è rapido, soprendente, coerente con l'impostazione del racconto, eppure permanel'interrogativo se sia tutto "vero" o no. Un interrogativo superfluo.

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    1. Grazie. Mi fa piacere anche che abbia apprezzato la scrittura "piana".

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  11. Ne ho letti solo 2 o 3 dei tuoi ma avrei anche potuto comunque subodorare qualcosa. Invece ho dovuto rileggere con attenzione quel finale che arriva come un pugno nello stomaco, repentino, inatteso (e forse non doveva arrivarmi così) ma anche tutto ciò che sta sopra e che in qualche modo, più che annunciarlo, lo prepara.
    Salta all'occhio la cura estrema con cui il racconto è stato scritto, la perfezione delle sfumature, dei particolari e il periodo finale, con quel gesto di pulizia così centrato, così ambiguo, che sigilla alla perfezione.

    Davvero congratulazioni, un piacere leggere, sei bravissimo.

    Franco "Pale"

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    1. Grazie - anche per l'apprezzamento stilistico. Il prossimo vorrebbe essere un po' ironico. Preferisco non insistere troppo sulla cupezza anche se il racconto nero è quello che probabilmente mi viene meno peggio degli altri.

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  12. Ciao Rubrus. A giudicare dai commenti sembra che il racconto sia piaciuto. Di fatti piace anche a me. Se me lo permetti avrei un appunto. All'inizio, dove dici "il cancro che me la stava portando via" e poi aggiungi "una sera trovai su una sedia l’impermeabile che, quella mattina, avevo deciso di non indossare" ... credo che li esista una incongruenza temporale perchè non si capisce che Sandra è morta perchè il "che me la stava portando via" non è "che me la portò via". Credo, credo, sia una piccola incongruenza temporale che può mettere fuori strada e che rimane anche se dopo dici che conoscesti Erica e tutto il resto. Abbracci, Max

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    1. In ritardo di quasi due mesi, grazie. La successione degli eventi è la seguente: D Sandra sta male. A un certo punto così male da non poter più tenere dietro neppure alla sua mania di metter a posto tutto quanto. Lascia quindi l'impermeabile sulla sedia. A questo punto la voce narrante si accorge che è l'inizio della fine. Cerca di farla reagire, come dice, lasciando in disordine a bella posta.
      Tutto ciò avviene mentre il cancro "gliela sta(va) portando via" e va avanti per un po': per tutto il tempo che può ("durò per tutto il tempo che poteva durare").
      Anche dopo, però, il disordine rimane. Il marito non è un tipo molto ordinato. Imparerà, un poco alla volta.

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  13. Avevi ragione e ti ringrazio per avermi spinta fin qui. Letto d'un fiato questo racconto psicologico che definirei perfetto. Bellissimi tanti passaggi oltre a quello segnalato giustamente da Claudia. Bellissimo per me quando dici che chi se ne va lascia qualcosa di 'appiccicato', bellissimo tutto insomma, scusa le ripetizioni ma sono frutto di entusiasmo e di stima...

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  14. "A poco a poco, ci si stacca dalle cose, dalle manie, dagli affetti, dagli amori, come preparandosi a staccarsi da se stessi".
    Definirlo noir non gli fa onore. E' un racconto pieno zeppo di domande e di risposte, di riferimenti psicologici, di sottilissime riflessioni. Dentro c'è di tutto e di più. Con quello che hai scritto, Rubrus, si potrebbero aprire mille dibattiti. Altro che noir (e lo dico con grande rispetto per il genere).
    Ovviamente molto piaciuto!

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  15. "tecnicamente" non lo definirei noir perchè c'è la possibilità di una lettura soprannaturale che col noir è incompatibile. Detto questo, il genere secondo me non è altro che l'argomento, esclusivo o prevalente, di cui parla un testo, esposto in modo da raggiungere un certo effetto. Siccome non ci sono argomenti, in assoluto, più o meno interessanti di altri, non esistono generi di serie A o B e così via.
    Ciò detto, questo racconto vorrebbe parlare di un po' di cose, quindi magari metterlo dentro un genere solo non è forse agevole, ma se lo si vuol fare, per me va benissimo.
    Ti ringrazio e lieto che ti sia piaciuto.

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