giovedì 16 gennaio 2014

Penso – virgola – dunque sono

[omissis] I segni di punteggiatura non servono solo per fare un ritmo alla frase, i segni di punteggiatura sono veri e propri operatori logici. Usarli in modo sciatto può letteralmente travisare il significato di quello che pensiamo. Se io dico di una persona: “É juventino. È una persona di cui non fidarsi”  sto dando due informazioni separate, messe in relazione solo dal fatto che mi riferisco alla stessa persona. Se dico: “È juventino; è una persona di cui non fidarsi” è chiaro che le due cose sono in relazione, ma non è chiaro in che relazione stiano [omissis]  Se io invece dico: “È juventino: è una persona di cui non fidarsi” il mio giudizio è chiaro: quella persona è infida in quanto juventina, e stop.
Marco Malvaldi “Argento vivo” Ed. Sellerio


Leggendo questo passo mi è venuto in mente un amico che scrive per il teatro. Lui, infatti, scrive senza usare le virgole (e, in genere, usando poca punteggiatura).
Quando gli ho chiesto il perché mi ha dato due spiegazioni:   
a) la virgola è borghese.
Ovviamente è una mezza battuta. Il punto esclamativo, ho pensato quando l’ho sentita, è leghista, dato che ricorda uno spadone o altri attributi che quel partito sente propri. Le virgolette sospese, in aria sopra gli altri caratteri senza sostegno, saranno extraparlamentari (ma forse adesso si sono iscritte al M5S), mentre i caporali hanno il loro ceto di appartenenza scritto nel nome. Il punto interrogativo è democristiano e un po' clericale: piega un po' di qua e un po' di là interrogando senza rispondere. Il punto fermo rappresenta la classe politica in generale: immobile e, in apparenza, ineliminabile, mentre il resto del periodo cerca di arrangiarsi. I trattini sono gli immigrati tra i segni di interpunzione: arrivati dall'estero non si sa come e non si sa quando (le nostre maestre di un tempo non li conoscevano), hanno svolto le funzioni che altri segni, più aristocratici, hanno trascurato: virgolette, parentesi ecc., hanno preso sempre più piede e, ormai, hanno acquistato pieno diritto di cittadinanza nei nostri testi. I puntini di sospensione sono senz'altro il precariato: troppi, spesso abusati, in perenne attesa di qualcosa che non arriva mai...
b) quando pensiamo non usiamo le virgole.
Questa motivazione è senza dubbio degna di considerazione e tutt'altro che priva di fondamento. Il testo probabilmente meno letto e più citato della letteratura, cioè l'Ulisse (a scanso di equivoci: io non l'ho letto, salvo qualche brano) si basa su questo principio. In effetti, quando pensiamo non mettiamo spazi tra i pensieri, che seguono un flusso continuo e più o meno disordinato.
E qui veniamo al punto (l'ho detto che non possiamo eliminarlo, no?).
Quel mio famoso amico – che non è un artificio retorico, esiste davvero – partendo dal presupposto che, quando pensiamo, non usiamo le virgole (anzi, nessun segno di interpunzione, aggiungo io) sostiene che il testo non deve contenerle: è il lettore che, leggendo, deve mettere le pause e dare il ritmo senza un autore che gli ha preparato un percorso pieno zeppo di sensi obbligati, semafori, limiti di velocità, dossi artificiali ecc. ecc.
Qui, devo dire, mi ha quasi convinto.
Il problema è che, come avevo precisato, lui scrive testi per il teatro. Abbiamo in questi casi un interprete che si mette tra autore e utente cooperando con l'uno e con l'altro nella creazione del senso.
Nel caso di testi fatti per essere letti (saggi, narrativa, ecc. per la poesia penso sia diverso dato che si parte appunto dall'idea che possa e forse debba essere recitata) autore e lettore se la devono vedere da solo a solo.
È necessario, quindi, un codice comune, altrimenti ci si fraintende. Succede come a quel tale che diceva di saper usare il clarinetto ma lei capiva tutta un'altra cosa. A volte l'esito può essere divertente, ma più spesso si rimedia una sberla.
Un testo non è fatto per essere concepito e basta, ma per essere comunicato. Se i codici comuni non funzionano è un guaio.
Come Malvaldi illustra meglio di me nel brano che ho riportato, la punteggiatura serve sia per dare ritmo con le pause, sia come operatore logico.
Se è vero che, quando pensiamo, non ci serve, quando parliamo ci serve eccome. Provate a leggere un brano tutto d'un fiato: anche se siete un apneista prima o poi (prima, prima... ) schiattate. L'obiezione a questo assunto (non priva di fondamento) è che non si legge mica ad alta voce... Vero. Ma, secondo me, si legge come se si dovesse leggere ad alta voce.
Il fatto è che le pause danno senso.
Se, dopo una parola, fate seguire una pausa bella lunga, quella parola vi rimane impressa nella mente. Mi riferisco (sì, sempre lui) al famoso punto fermo. Se la pausa è un po' più breve state dicendo che avete illustrato un concetto, ma non è finita lì ed allora avremo la virgola o il punto e virgola (del quale mi ritengo strenuo difensore). Se urlate o domandate, o lasciate la frase a metà, avremo il punto esclamativo, l'interrogativo, i puntini di sospensione. Se abbassate la voce (che può anche essere un modo di attirare l'attenzione) state usando le parentesi – a proposito, se non le avevo ancora nominate è solo perché tendono a non farsi notare – e così via.
Le pause, quindi, danno significato o, meglio, contribuiscono a crearlo.
Ma da dove viene quel significato, quel senso?
Ovviamente, dal pensiero. 
Quindi, nel momento in cui noi strutturiamo un pensiero per esporlo ad altri, dobbiamo usare un codice comune e la logica è  un linguaggio comune. Anzi. Il linguaggio più comune e non fraintendibile: i sentimenti possono non essere compresi. La logica, se è tale, se è rigorosa, no.
Pertanto, la punteggiatura aiuta, e non poco.
Anzi. Mi sia permesso aggiungere che ha anche una sua bellezza che risiede nella varietà di effetti che può produrre nel creare ritmo, pause, esitazione, innalzamenti o abbassamenti di tono, di volume, e così via. E anche la bellezza crea senso. Bellezza fatta non per essere vista (anche se ci sono testi dove viene usata come le guarnizioni sui piatti di portata, che non servono a niente, ma che hai messo perché una padrona di casa rompiscatole dice che è chic), ma per essere ascoltata.
Insomma, quando avrà concepito il concetto, Cartesio avrà molto probabilmente detto tra sé e sé: “Pensodunquesono”.
Ma, quando avrà formulato il pensiero per comunicarlo – magari anche alla stanza vuota – avrà senz'altro detto: “Penso – virgola – dunque sono”.

Per me, c'è una bella differenza.       

13 commenti:

  1. Interessante, e molto ben fatto questo post. Complimenti Rubrus.
    per il momento mi viene in mente questo aneddoto:
    ma poi ci ritorno sull'argomento perchè mi stuzzica.

    PER UN PUNTO MARTIN PERSE LA CAPPA

    Si racconta che il monaco Martin non divenne priore perché sulla porta del convento, volendo scrivere "Porta patens esto nulli claudatur onesto" ossia " Stia aperta la porta, non si chiuda a nessun uomo onesto", mise un punto dopo la parola "nulli".

    L'iscrizione divenne:"La porta non si apra per nessuno, si chiuda per l'uomo onesto" .

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    1. E pensare che il popolino pensa ancora che la perse per un punto in meno al gioco delle carte...
      Sid

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    2. non conoscevo l'origine del detto, però si favoleggia - non era letteratura, ma matematica e quindi ancora più importante l'uso della virgola - che una signora morì perchè, invece di prendere 1,5 grammi di una certa medicina, ne prese 15. Il medico aveva scordato la virgola.

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  2. Esemplare, esaustivo e godibilissimo.
    Da appiccicare al collo di tanti analfabeti letterari.
    Sapeste cosa son capaci di scrivere nelle prove concorsuali di abilitazione all'avvocatura ed al notariato...
    Bravo Rubrus: siamo in frontiera, non dobbiamo arretrare.
    Siddharta

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    1. ehmmmm... un po' lo so, cosa scrivono... ahahah (non farmi parlare, va').
      Nel dubbio penso che lo scrivente medio (e lo scrittore dilettante) debba attenersi alle regole e non usare l'arte - o una certa concezione di arte - come scusa.
      Circa un uso eccessivo della punteggiatura - e in particolare del punto esclamativo - ti rimando a questo articolo http://lettura.corriere.it/punti-esclamativi-no-li-usano-i-conformisti-senza-argomentazioni/
      nonchè al pezzo di Ojetti
      Odio il punto esclamativo, questo gran pennacchio su una testa tanto piccola, questa spada di Damocle sospesa su una pulce, questo gran spiedo per un passero, questo palo per impalare il buon senso, questo stuzzicadenti pel trastullo delle bocche vuote, questo punteruolo da ciabattini, questa siringa da morfinomani, questa asta della bestemmia, questo pugnalettaccio dell'enfasi, questa daga dell'iperbole, quest'alabarda della retorica. Quando, come s'usa nei nostri tempi scamiciati, ne vedo due o tre in fila sul finir d'un periodo, che sembrano gli stecchi sul didietro di un'oca spennata, chiudo il libro perché lo sento bugiardo. Adesso v'è anche chi te l'accoppia con l'interrogativo, che par di veder Arlecchino appoggiato a Pulcinella. Tanto odio questa romantica lacrimuccia nera quando la vedo sgocciolare sulla povera candida pagina, che in essa mi immagino di scoprire or la causa or l'effetto, certo il chiaro simbolo di tutti i mali delle nostre lettere, arti e costumi. E se potessi far leggi, bandirei il punto esclamativo dalla calligrafia, dalle tipografie, dalle macchine da scrivere, dall'alfabeto Morse, con la speranza che a non vederlo più gli italiani se ne dimenticassero anche nel parlare e nel pensare, e pian piano espellessero dal loro sangue questo microbo aguzzo il quale dove arriva fa imputridire i cervelli e la ragione e rimbambisce gli adulti, accieca i veggenti, instupidisce i savi, indiavola i santi... Il punto esclamativo è il servo scemo dell'interiezione.

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    2. quoto e straquoto. Come ne piazzi uno, tendono a prolificare.
      Ottimo post Rob.

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    3. tnk u'. (io non li amo i punti esclamativi, ma anche perchè non amo l'enfasi)

      Ti lascio questa citazione da "impariamo l'italiano" di Cesare Marchi:

      Nel suo lavoro di controllo dell’andamento delle scuole nel Regno d’Italia, nuovo quasi di zecca, un giorno Renato Fucini capitò in una scuola della campagna maremmana e, come era suo dovere, interrogò gli scolari e fece far loro dei compiti scritti.
      Alla fine dell’ispezione, prese da parte il maestro e gli raccomandò di far lavorare di più gli allievi sulla punteggiatura. Il maestro rispose che, vista la situazione generale (la Maremma era una delle aree più depresse d’Italia), guardare le virgole non gli pareva poi così importante: i problemi erano ben altri.
      Fucini rimase un momento sovrappensiero: poi si avvicinò alla lavagna e scrisse:

      Il maestro dice: l’Ispettore è un asino

      Il poveruomo diventò paonazzo e si affrettò a dire che no, lui non intendeva niente del genere e che il signor Ispettore doveva scusarlo se si era espresso male, non era sua intenzione offenderlo. Nel frattempo gli allievi guardavano e tacevano, ridacchiando sotto i baffi (qualcuno ce li aveva già) e senza saper bene che pensare. Fucini, da uomo garbato, non lasciò il maestro nell’imbarazzo. Riprese il gesso e scrisse:

      Il maestro, dice l’Ispettore, è un asino

      Era garbato, infatti, non benaltrista.

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  3. Fautore della ineliminabile necessità di usare una punteggiatura corretta, plaudo al tuo intervento.
    Arduo non trovare una punteggiatura corretta nelle opere letterarie, facilissimo riscontrarla nei racconti pubblicati nei siti letterari. Dove è anche usuale trovare le virgole alla fine di ogni verso poetico, come se l'andare a capo non fosse già uno stacco nella lettura :-))

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    1. ah.. se riuscissi ad usarla decentemente io, sarebbe già un successo (sapessi quanto virgole a chiusura d'inciso mi capita di scordare!), ma insomma, ricordarci un po' tutti quale dovrebbe essere l'uso corretto non guasta.
      Non vedo perchè la punteggiatura debba essere vittima della spending review e, anzi, penso che debba essere protetta come proteggiamo la biodiversità.

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  4. Serenella Tozzi16 gennaio 2014 17:33

    In tempi come questi, marcati dalla fretta, dove si inviano sms, e-mail, segni convenzionali su messaggi vari, sembrerebbe non esserci spazio per la corretta punteggiatura: ecco perché, anche per avere maggiore chiarezza nella scrittura, molti auspicano un ritorno alle missive inviate per posta, in belle buste, magari tutte colorate e di ogni foggia. :-)
    In effetti , in mezzo a tanta confusione e incapacità di scrivere usando correttamente i segni di interpunzione, l'Accademia della Crusca, visti i numerosi quesiti che le giungevano, ha provveduto a pubblicare alcune indicazioni alle quali deve attenersi chi voglia usare una corretta punteggiatura.
    Giacomo Leopardi, scriveva nel 1820 a Pietro Giordani: "Io per me, sapendo che la chiarezza è il primo debito dello scrittore, non ho mai lodata l'avarizia de' segni, e vedo che spesse volte una sola virgola ben messa, dà luce a tutt'un periodo...".

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    1. v. il "gioco" suggerito dal padrone di casa. Io, poi, tendo a pensarla come Leopardi.

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  5. Tutto quanto interessantissimo!!!! :-)))
    Naturalmente scherzo, ma non riguardo il gradimento di brano e commenti, bensì sugli esclamativi che, neppure io, proprio d' istinto, amo alla follia, (li uso solo quando non se ne può fare a meno e per discorsi diretti, possibilmente altrui).
    Il fatto invece che mi piacciano le parentesi e gli incisi la dice lunga dopo le spiegazioni dell'amico di Rubrus.
    Inoltre anch'io, come Rubrus, vorrei riuscire a non sbagliare mai a mettere le virgole (in poesia si può fare a meno di usarle per le pause, a volte, perché magari va a capo o si finisce la strofa).
    Però posso dire, dopo averci pensato più di un attimo, di ricordarmi di almeno qualche volta in cui ho pensato una frase con la virgola. O almeno così mi pare.

    Chissà in questo commento quante virgole avrò sbagliato! (e dagli con l'esclamativo!...bah)

    Franco "Pale"

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    1. C' una certa evoluzione, nell'uso della punteggiatura, che è più che tollerabile; basta che non porti all'estinzione della stessa (!)

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