lunedì 6 gennaio 2014

Racconti nella rete - Il capezzolo della luna - R. D.

Monica non avrebbe mai desiderato essere un ragazzo.
Tanto esultante le pareva la gloria delle appendici maschili e orgogliosamente sfacciato il loro turgore di fronte alla sua sete di umori caldi e fecondi, quanto ingombrante la loro presenza flaccida sarebbe stata tra le sue cosce di giovane donna.
Come facessero gli uomini a tollerare una virilità passiva, inespressa, schiacciata tra il pube e la grata fitta di trama e ordito dei calzoni, per lei restava un mistero. Restava impertinente la curiosità per lei che, sotto le gonne, coltivava, libera da costrizioni, ogni voglia.


Ma, del resto, anche tutti i Luigi, gli Antonio, i Salvatore e gli Antimo che aveva conosciuto avevano i dubbi ovvi degli adolescenti circa la capacità che hanno i seni di vincere la forza, ostile ai loro occhi, della gravità.
Così, oltre a distinguere le donne in categorie basandosi sulla bellezza delle loro forme, le catalogavano anche in base all’abbondanza, definendole a volte sfortunate per non essere in grado di reggere, senza il dovuto sostegno delle stecche dei busti, il peso, la dimensione, l’onere insomma, delle mammelle.
Ad esse, però, a differenza degli uomini, la natura giocava brutti scherzi, facendo a volte di tondeggianti sfere, con gli anni, le gravidanze e gli stravizi della gola, disfatte ciambelle. E al posto del buco, spesso neanche centrale in verità, s’intristiva ogni capezzolo, cerchiato, pigramente assediato da un’areola larga e deformata.
Monica era ancora lontana da questo mondo grottesco disegnato con dovizia di dettagli da pittori inclementi cui necessitava la crudezza del realismo, ma, anche quando l’età, i figli e qualche raro banchetto s’imposero ai suoi giorni e le lasciarono i segni convenuti dal tempo, la parte alta del suo essere femmina conservò pressoché intatta la sua forma.
Un lettore frettoloso, avido di sapere a quali conclusioni porti la storia, un lettore improvvido, incapace d’intuire l’odore che lascia nell’aria la pioggia prima ancora di cadere, non sente ancora qui, su queste pagine, il ticchettio annunciato dei goccioloni. I temporali d’estate sono spesso improvvisi o fiduciosi nel vento coloro che si lasciano sorprendere dai lampi.
Qui, anche qui, la svolta sembrerà improvvisa ai più. Anche a Monica, a lei che pure sapeva, in fondo, che suo marito non amava i suoi seni, non li accarezzava, non ne lambiva le areole, non ne imprigionava i capezzoli tra le labbra.
Avvertirà il lettore, insomma, un salto temporale subitaneo, una variazione di registro, non so.
Ma è corretto.
Perché Monica seppe così, improvvisa, un giorno in cui non era né estate né autunno, la vera ragione del rifiuto.
Anche il suo uomo, il padre dei suoi figli, le preferiva da sempre i Luigi, gli Antonio, i Salvatore e gli Antimo.
Lui se ne andò. Forse lei pianse, non so, non c’ero nel buio della stanza. Chi scrive ha bisogno della luce, anche poca. Fu così che, benché le sere di novembre fossero un po’ accigliate già, la vidi impallidire e nascondersi presto nei cappotti.
Celava il suo segreto come poteva. Infagottava rapida la magrezza stupita del suo busto.
Finché nessuna coppa si sentì più di mentirle sull’esistenza beffarda del suo vuoto. E lei si arrese all’evidenza di una punizione ulteriore.
Fu inverno anche sui fianchi rotondi, tra le sue cosce bisognose di calore. Ma il freddo sul petto era la conseguenza di una sottrazione, un debito contratto e subito saldato con la natura.
Fu l’onestà, un gesto piccolo borghese, a operare la cessione di un pezzo di sé, il più inutile, il più fatuo.
Le mancò come l’aria il suo profilo di donna. Per lavarsi usava dei guanti di crine, ruvidi, sgarbati sulla pelle. Ma il loro spessore impediva la consapevolezza del tatto. Né mai si specchiava svestita.
Anche la moda le fu subito nemica. E la civetteria delle donne che si esibivano scollate in una atroce competizione, villana, volgare.
Io ce li ho, pareva dicesse ognuna al suo incrociarla. E tu?
Aprile arrivò piano e il sole ancora si negava. Ma le notti la discreta certezza della luna illuminava un caos di stelle.
Non ho sonno ancora, mentiva, e restava sul balcone, nel suo scialle, a vestirsi di buio.
Allora pianse, lo so. Pregò anche, ma chi? C’era solo la luna, grande, unica dea. Femmina.

Fu nelle ore che sembrano esitare tra la mestizia del venerdì santo e le campane a festa della resurrezione. La pelle tornava ormai a tendersi, elastica, docile, sotto la spinta decisa del suo seno.


R. D.


3 commenti:

  1. Storia di una piccola rinascita...

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  2. Un ottimo racconto secondo me. Una storia triste e al tempo stesso con un finale che si apre alla rinascita. E' incredibile la ricchezza degli archivi del web, e siamo soltanto agli albori di questa era digitale, e non riesco ad immaginare che bailamme ci sarà in rete fra qualche decennio. Ho sempre il terrore di svegliarmi una mattina e di non trovare più traccia delle nostre impronte virtuali.

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  3. Non lo avevo mai letto. Trovo sia un ottimo racconto. Deve essere terribile subire abbandono del genere.

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