giovedì 20 febbraio 2014

DIALOGO CON L’ANTA - di Salvo Scollo - narrativa


Di norma, Alessandro trascorre l’intervallo del pranzo fuori di casa, mangiando un boccone presso una rosticceria prossima al luogo di lavoro.
Non gli va di rientrare e stare quel paio d’ore con i genitori. Per carità, sono due brave persone: si preoccupano della sua salute, sono attenti alle sue esigenze, di norma lo ascoltano, ma… fondamentalmente stanno a mollo in una realtà fittizia, che nulla ha da spartire con quella d’intorno.
Una realtà fatta di ripicche, di rimproveri reciproci sulle scelte fatte, di indici puntati contro a colpevolizzare il comportamento dell’altro/a.
Impegno delittuoso, verrebbe da dire, qualora si provasse perfido piacere nel rinfocolare la polemica. I suoi genitori sono sposati da troppi anni per intravedere qualche spiraglio che li trarrebbe fuori dalle secche dell’immobilismo e dei rimpianti cui sono abbarbicati.
Nella rosticceria, Alessandro incontra spesso quattro vecchietti che occupano un tavolo giocando a tressette. Gli ricordano quelli del Bar Lume nei romanzi di Marco Malvaldi, sempre impelagati in ingarbugliati ragionamenti.



Alessandro ama la lettura, la considera compagna necessaria per capire e capirsi meglio.
Gli squarci di verità suggeritigli dai libri, non li ha trovati nelle poche ragazze frequentate.
Il mondo che essi gli prospettano contiene aspetti affascinanti e insieme misteriosi che nessuna chiacchiera è riuscita a fargli intravedere con altrettanta intensità.
Egli predilige i racconti: lì gli avvenimenti e i comportamenti sono raggrumati, gli offrono la possibilità d’intervenire con la propria fantasia, sbrogliando con soluzioni alternative le faccende dei personaggi rappresentati. Lo soddisfa tanto intrufolarsi nelle pagine da protagonista e non da comprimario.
Quella sera Alessandro torna a casa più tardi del solito.
Le tante stelle, e la luna piena che sembra ammiccare nel creare ombre guizzanti sul marciapiede, gli inculcano una forza magica che, ne è sicuro, gli farà compiere a breve qualcosa di straordinario, di inimmaginabile.
All’interno dell’abitazione, i genitori sono già coricati; il loro russare, che di solito lo infastidisce, in questa notte che promette avvenimenti fuori del comune, assume le sembianze di un folletto caciarone che lo accompagna allegramente nella sua stanza.
Alessandro si sveste in fretta e si stende sul materasso, si copre col solo lenzuolo, chiude gli occhi e rimane in attesa.
Di colpo, il materasso si solleva, imbocca la strada del balcone aperto, prende il largo, seguito a ruota dall’armadio guardaroba che lo tallona.
Questo, nel tempo si è affezionato ad Alessandro, si sente depositario dei suoi segreti e non gli va di lasciarlo andare alla ventura. Con la sua stazza, è sicuro di poterlo difendere dall’ignoto.
Il letto plana dolcemente sul terrazzo di un caseggiato popolare. Dopo poco, leggermente trafelato (il peso gli provoca difficoltà respiratorie), atterra anche l’armadio.
Un leggero scricchiolio annuncia che la posizione eretta e stabile è stata raggiunta.
L’anta, curiosa per natura, non si contenta d’aver partecipato alla magia di quel volo.
Per essere sicura di ricevere una risposta, assume un tono imperioso nel rivolgersi ad Alessandro:
“Cosa siamo venuti a fare quassù?”
Il giovane ha le idee chiare: ha inteso come manifestare concretamente l’amore di cui è debitore nei confronti del mondo.
Cosicché gli è facile risponderle:
“Son venuto quassù per captare i desideri, le attese delle famiglie del fabbricato, e restituirglieli realizzati nei sogni che stanotte mi è permesso di distribuire loro, scacciando la realtà cruda, trasformandola in eterea portatrice di soddisfazioni”.
L’anta tacque, pur convinta che anche quello che stava vivendo fosse solo un sogno.
L’indomani però fu smentita dai fatti: dal portone del palazzo fuoriuscirono, per recarsi al lavoro o a scuola, o a fare la spesa, solo persone dal viso sorridente e parte del loro ottimismo si sparse, come polvere sottile e dorata, anche su quelli che ebbero la ventura di incontrarle.







10 commenti:

  1. Solitudine affettiva e disagio esistenziale, non di rado producono nefandi serial killer, o nella migliore delle ipotesi, folli, castrati e disadattati sociali. Solo l’intervento di una penna saggia, un po’ romantica, surreale, con le proprietà di una becchetta magica, permetterà al nostro protagonista di riportare un sorriso in questa valle di lacrime. Come definire il tuo racconto? Ah… non sono bravo io con le parole, me la cavo meglio con gli esempi. Per associazione di idee e per similitudini mi hai ricordato due registi che amo particolarmente. Il primo è Silvio Soldini quello di Pane e tulipani e soprattutto il Comandante e la cicogna e il secondo è Jean Pierre Jeunet, che ha diretto il Favoloso mondo di Amelie. Gli unici due che io conosca in grado di mettere in scena una storia surreale, pazza e romantica come la tua, senza rovinarla. Oddio… ripensandoci bene, anche Benigni lo vedrei bene a fare discorsi con l’armadio, nevvero?
    Che delizia questo raccontino che oserei definire una fantasia minimalista, se sapessi esattamente chevvordì.
    Ciao

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  2. Il "di norma" del primo paragrafo, fa da condicio sine qua non di un quotidiano "comune" che prepara il vero evento del racconto. L'apice è introdotto da quel "di colpo", cui segue una bellissima personificazione degli oggetti inanimati. I tre "compari" prendono per mano il lettore trasferendolo su un piano poetico e surreale.
    La parte che prediligo meno è quella dove la solitudine del quotidiano viene spiegata più che "mostrata". Trovo eccezionale la parte che va da "di colpo" fino a "volo".

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  3. Serenella Tozzi21 febbraio 2014 12:52

    Secondo me Alessandro, da quell'essere sensibile che era, era rimasto colpito, direi affascinato, dai discorsi sentiti, e chissà quante volte ripetuti, dei quattro vecchietti che giocavano a tressette, impelagati in ingarbugliati, ma di certo eccelsi ragionamenti.
    Ecco, quindi, abituato com'era a risolvere i problemi dei personaggi nella lettura dei libri, che si appresta a risolvere i problemi del mondo circostante.
    Bella la rappresentazione dell'ingombrante armadio, così partecipe ed amorevole compagno.
    Certo, ci sarebbe bisogno di un sogno risolutore, soprattutto oggi.
    E' nei momenti bui che si sente la necessità di essere circondati da rappresentazioni buone, generose, edificanti.
    Il tuo racconto, semplice e pulito apre la strada, e ben venga.

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  4. Fondamentalmente condivido l'opinione di @claudia. Anzi, vado più in là. Il racconto potrebbe persino cominciare da "Alessandro amava la lettura" ecc ecc". Ci dà il ritratto di un personaggio indifeso e un po' fuori dal mondo e - personalmente - non avverto il bisogno, anche se d'altro canto probabilmente il tuo intervento era di far credere al lettore di leggere un racconto di quotidianità e poi catapultarlo nel surreale. Io, però, che amo di più il metodo, anche nella follia, ho avvertito il vuoto d'aria. Ma, sia ben chiaro, è solo questione di gusti.

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  5. e. c. mi è salto un pezzo di commento! leggasi "non avverto il bisogno che mi si spieghi perchè". Scherzi del copia/incolla.

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  6. Leggero, sognante, vi si respira positività, altruismo. Anche per me la prima parte potrebe essere snellita un po', ma da "Alessandro ama la lettura" in poi, il racconto fa come il letto e l'armadio: vola e non si ferma più.
    Ciao Salvo e grazie quel che mi hai detto di là, un saluto.

    Franco "Pale"

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  7. "potrebbe", con due b, accidenti.

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  8. Racconto da < Mille e una notte >, alla Shahrazad.
    Un sogno, ecco, un sogno che di tanto in tanto facciamo tutti noi anche ad occhi aperti per un'umanità solidale, felice e contenta.
    Passando anche attraverso i confronti tra le mura domestiche.
    Psicanalizzando, le tensioni familiari, lavorative, sociali provocano talvolta di questi incubi ( volarta.are, cose che parlano, luoghi insoliti, ecc. ).
    Perchè, signori miei, certi accumuli emotivi si scaricano anche attraverso il sonno.
    Ottima la cura formale del testo, a rispetto del lettore.
    Quieta/mente, Siddharta.

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  9. eugenio gambardella20 gennaio 2015 16:02

    Il racconto inizia sotto buoni auspici e uno si accinge a seguirne, con interesse, l'evoluzione. Poi, improvvisamente, questo sogno fantastico ti porta in un'altra dimensione e alla fine ti ritrovi senza risposte, come se ti fosse sfuggito qualcosa. Ma poco importa. L'importante è che si sia voluto comunicare qualcosa.

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