lunedì 10 febbraio 2014

Giovanni Pascoli - La mia sera - di Giuseppe Barreca

Quando le poesie si imparavano a memoria...

Spesso si pensa a Pascoli come un autore lontano anni luce dai modi poetici d’oggi; un autore che appartiene a un’epoca remota, le cui poesie tanti anni fa s’imparavano a memoria, quando la scuola (forse giustamente) obbligava a farlo. La lontananza di Pascoli è dovuta alla progressiva perdita di significatività del verso in rima e dell’osservanza della metrica. La poesia italiana del ‘900 si è progressivamente affrancata dalla necessità di rispettare rigorose regole compositive, e si può asserire che il ricorso alla rima sia stato assai raro. In realtà, la musicalità e la tensione poetica oggi spesso si ritrovano nelle assonanze o in un lessico poetico che ha in sé, nella successione dei lemmi, una musicalità e un ritmo propri. Tuttavia, l’idea secondo cui il verso libero sia uno strumento alla portata di tutti per scrivere poesie è sciocca, come è altrettanto sbagliata la convinzione secondo cui la scrittura in rima sia sempre figlia di una poetica vecchia, che cade nella filastrocca o nel recitativo (si pensi al Montale di Ossi di seppia dove ci sono rime mirabili). 
(segue)

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La mia sera

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c'è un breve  gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!

Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell'aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell'umida sera.

È, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d'oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera.

Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell'aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l'ebbero intera.
Né io ... che voli, che gridi,
mia limpida sera!

Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra ...
Mi sembrano pianti di culla,
che fanno ch'io torni com'era ...
sentivo mia madre ... poi nulla ...
sul far della sera.

5 commenti:

  1. Va detto che l'articolo stato scritto in occasione del centenario del poeta. Lo trovo molto interessante e ben scritto. Senza contare che la poesia è tra le più belle e la si rilegge sempre con piacere.
    Complimenti Giuseppe.

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  2. Serenella Tozzi11 febbraio 2014 11:32

    Amo molto le poesie di Giovanni Pascoli, e ben facevano quando ce le assegnavano da imparare a memoria.
    Le poesie studiate a memoria in età giovanile ti rimangono in mente, ti ritornano alla vista di un qualcosa che possa richiamartele alla mente: il loro rimando diventa un legame inscindibile con gli accadimenti e la natura. Io lo trovo molto positivo.

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  3. L'affrancamento dalla metrica e dalla rima sicuramente risponde meglio alla sensibilità del lettore di oggi.
    Il guaio è che i "poeti" che affollano i siti letterari, forti di questa libertà, sono convinti che qualunque loro emozione possa essere comunicata senza alcun ripensamento, perché sennò perderebbe spontaneità.
    I risultati, in troppi casi, sono agghiaccianti: a versi lunghi o lunghissimi seguono versi corti (certe volte, addirittura, di una sola parola) senza che si riesca a capire il motivo.
    Al diavolo la forma e la musicalità, penseranno. L'endecasillabo? Reperto preistorico.
    Senza parlare poi dell'abuso di metafore che sembrano il risultato di un non-pensiero.
    Meno male che circolano in libreria sillogi di Poeti veramente tali, che attenuano lo sconcerto nel leggere certe cose! :-))

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    1. Serenella e Salvo: coi vostri commenti vado a nozze.
      Anche oltre i novant'anni l'imprinting è sempre forte.
      Quando rileggo i classici, mi sento a mio agio e non più solo.
      Siddharta

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  4. ho sempre pensato che i nostri poeti maggiori siano da rispettare e da rileggere, inserendoli nel loro contesto poetico. Questo non significa apprezzarli sempre, ma avere il coraggio di conoscerli. A me non piace fare classifiche tra i poeti d'un tempo, né il tentativo di buttare a mare la rima. Pensiamo a Gozzano, a suo modo rivoluzionario: senza Pascoli e D'Annunzio (in Italia), Gozzano forse non avrebbe scritto quel che ha scritto. Infine, penso che oggi, di fronte al proliferare di poeti d'ogni tipo, un richiamo ai classici sia essenziale, perché per scrivere poesia bisogna leggere molto i poeti, soprattutto quelli d'un tempo...

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